Ma che cosa “è” un Seminario?

La vita di Seminario non potrebbe mai essere sostituita - ad esempio - da cicli di videoconferenze. Accanto ai valori perenni, però, tante cose sono cambiate nel tempo

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Il card. Ennio Antonelli e il card. Giuseppe Betori hanno presieduto la celebrazione

“Un seminario non è un semplice contenitore dove si passa un tempo più o meno lungo della vita, ma un’esperienza di comunione con Dio e con i fratelli” ha detto il rettore del Seminario regionale mons. Marconi salutando, lunedì 3 mattina, circa 200 sacerdoti tra cui 16 vescovi e due cardinali (Ennio Antonelli e Giuseppe Betori) convenuti alla basilica della Porziuncola per concludere con la celebrazione il centenario di fondazione. Nel fascicolo Cor Unum (nuova serie, 1, 2012) approntato per l’occasione, lo stesso rettore rileva che il seminario resta tuttora un’efficace scuola di vita comunitaria: “C’è una maturità umana fatta di equilibrio nelle relazioni, di capacità di ascolto, di valutazione saggia delle situazioni complesse che si raggiunge meglio in un cammino fatto insieme piuttosto che in una ricerca solitaria”. Ciò vale anche per lo studio della teologia che, in teoria, potrebbe essere assicurato da pochi specialisti a tutti gli studenti di teologia italiani, in video-conferenza. La formazione, però, è ben diversa dalla semplice informazione, e si acquisisce nel dialogo e nel confronto, vivendo insieme. In questi primi cento anni i seminaristi che hanno frequentato il “Regionale” sono stati 2.668: mediamente, 27 ingressi l’anno, ma con eclatanti differenze. Dai 77 ingressi registrati nel 1934, si scende a quello – unico! – nel 1976, di un giovane proveniente da un’altra regione. Il numero maggiore si ebbe negli anni Trenta: 585, mediamente 58 l’anno; il picco più basso negli anni Settanta: solo 60, in media 6 l’anno. C’è tuttavia ora una lieve inversione di tendenza, come avviene in tutto il mondo, eccettuata l’Europa. Negli anni Ottanta ci sono stati 74 nuovi seminaristi; 94 negli anni Novanta, per tornare a 74 nel primo decennio di questo secolo. Gli attuali 26 seminaristi, che sono accompagnati nel cammino di formazione da quattro sacerdoti scelti dai Vescovi delle otto diocesi umbre, hanno un’età media superiore a quella che si registrava nei decenni passati. Il fatto, peraltro comune a tutti i Seminari maggiori italiani, merita di essere rilevato, non come curiosità anagrafica, ma sotto il profilo della pastorale vocazionale. Se infatti i presbiteri ordinati cinquant’anni fa – come nota il sociologo don Bressan in un’indagine effettuata per conto della Cei e menzionata anche in Cor Unum – , dicevano di aver percepito la prima “chiamata” tra i 10 e i 14 anni, quasi tutti i seminaristi attuali la situano tra i 15 e i 25 anni. Ciò significa che, al di là della distribuzione magari intensificata di dépliant e manifesti vocazionali, è necessario calibrarne contenuti e forme comunicative per destinatari non solo ragazzi-adolescenti, ma giovani-adulti. E ancor di più, dato che i racconti vocazionali mettono quasi sempre in evidenza la presenza di significative figure presbiterali, sono necessari un più ampio spazio all’accompagnamento spirituale e una serena ed esemplare maturità umana e cristiana. In fondo, il più attraente manifesto vocazionale resta sempre il volto di chi ha già risposto “sì” alla chiamata di Dio.

AUTORE: Presidente nazionale Unione apostolica del clero