Mai un luogo di preghiera senza un “hospice”!

Tempo di lettura: 199 secondi

Hospice-PerugiacmykChi scrive è don Domenico Lucchiari, nato a Casadio di Argelato (Bo) il 17 settembre 1960. Sia il nome del paese che la mia data di nascita, giorno delle stigmate di san Francesco, hanno segnato la mia esistenza. Ho avuto la grazia di crescere in una famiglia autentica “casa di Dio”, e venti anni dopo sono venuto ad Assisi per quindi diventare francescano e sacerdote (1987). Ho anche avuto la grazia di vivere per 5 anni nella basilica di Sant’Ubaldo a Gubbio e ho appreso che il santo vescovo dichiarava: Nullum oratorium sine hospitio, ossia nessun luogo di preghiera senza (accanto) un ospizio! Da molti anni questo grido di accoglienza è stato recepito e vissuto dal caro don Angelo Fanucci; avendo vissuto accanto a lui, ho respirato la bellezza di ospitare tante persone che Papa Francesco ha definito le “piaghe gloriose” di Gesù Cristo. Successivamente sono entrato a far parte del clero diocesano e attualmente sono parroco a Ponte Valleceppi e Pretola e cappellano all’hospice di Perugia.

L’hospice (Casa nel Parco) si presenta come centro residenziale nel quale vengono assistiti malati con patologie croniche evolutive in fase avanzata irreversibile, e costituisce un fiore all’occhiello dell’Azienda sanitaria Umbria 1. Prestano servizio dottori di alto livello specialistico coadiuvati da infermieri e volontari pieni di buona volontà. Ovviamente, il coinvolgimento con i malati e le loro famiglie è fortissimo e, perciò, la presenza di psicologi e psichiatri aiuta a elaborare le angosce e il vissuto collegato con il dolore e la morte. Trasfigurare emozioni e significati collegati a questa realtà drammatica consiste, anzitutto, nell’aprirsi a queste persone per diventare dei veri “compagni di viaggio”. La sofferenza, infatti, non è mai solo fisica ma anche psicologica e spirituale, e richiede la capacità di imparare ad ascoltare tutte le dimensioni del dolore. La dimensione spirituale tocca il senso stesso della vita ed emerge imperiosamente davanti ai propri limiti. Purtroppo, il mondo sanitario rischia spesso di offrire una serie di prestazioni che frantuma la persona anziché accoglierne il bisogno d’interezza e, dunque, non può escludere un’apertura alla trascendenza.

All’hospice si cerca di mettere in pratica un’umanizzazione unificante nella quale è necessario passare da un modello centrato sulla malattia a un modello centrato sulla persona nella sua globalità, dal curare (to cure) al prendersi cura (to take care). Potrei raccontare innumerevoli approcci a tante persone che mi hanno confidato le loro angosce e speranze… Ho in mente una giovane donna che disse: “Padre, le parole mi sono diventate insopportabili e anche il mio corpo è insopportabile…”. Ricordo anche un anziano che soffriva moltissimo per il tumore che si era diffuso sulle gambe e a un certo punto il suo nipotino gli era saltato sopra le ginocchia per abbracciarlo. Ero lì presente e mi dicevo: chissà quanto starà soffrendo! Lui, però, mi disse con un grande sorriso: “Soffro molto, ma l’amore che ho per il mio piccolo nipote annulla qualunque dolore!”.

Effettivamente, l’unica vera risposta al dolore è l’amore: perciò le cure palliative vanno integrate con le cure oblative che trovano una mirabile risposta nell’esperienza della santità ecclesiale riproposta dal nostro meraviglioso Papa Francesco con il Giubileo della Misericordia! A tal proposito, la nostra diocesi sta cercando di riscoprire la bellezza del Vangelo e di farlo risplendere con la creazione di luoghi “profumati” dalla testimonianza cristiana.

I nostri Vescovi sanno molto bene che “la parola edifica, ma solo l’esempio trascina”. Qui all’hospice si celebra, all’inizio di ogni anno, la messa presieduta dal card. Gualtiero per ricordare tutti i cari defunti passati in questa casa “sollievo dalla sofferenza”. Concludo ringraziando il Signore di avermi condotto tra i fratelli malati, e Lo prego di cuore di rinnovarmi ogni giorno davanti al mistero della sofferenza, che mi costringe a rivedere la mia reale disponibilità a farmi prossimo di tutti come, del resto, avevo scritto sull’immaginetta della mia professione religiosa il 14 settembre 1985: “Sono il fratello di tutti, che ha bisogno di tutti, che tende la mano a tutti!”.