Missionari islamici tra noi

Editoriale

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Per molti motivi ha fatto impressione vedere austeri uomini di giovane età, vestiti di bianche tuniche accompagnati all’aeroporto di Sant’Egidio e sentire dal cronista che si trattava di missionari islamici rispediti in patria. In genere si era abituati ad associare la parola ‘missionario’ ad un religioso o laico che partiva dalle nostre terre e andava in paesi lontani a predicare il vangelo. Questo è stato da secoli, anzi da due millenni. Ma ora siamo nel terzo millennio. Le cose sono cambiate. Ci sono ancora i missionari del vangelo, anche umbri, che vanno a fare il primo annuncio della fede oppure a consolidare le Chiese in difficoltà o in situazioni precarie. Avere verso di loro un sentimento di ammirazione e di gratitudine è il minimo che si possa fare. Il nostro giornale (anche in questo numero) ne parla spesso e continuerà a farlo. Ma la notizia è che vi sono dei missionari islamici nella nostra terra. Terra di san Benedetto, patrono d’Europa, e di san Francesco, patrono d’Italia, cioè nel cuore della cristianità. È sembrata ad alcuni una profanazione. Si è detto che sono venuti per confermare nella fede i molti immigrati musulmani che rischiano di abbandonare le pratiche religiose. Altri pensano che vengono per svolgere una missione di propaganda religiosa e politica insieme, finanziati da qualche governo amico. Comunque sia, senza citare altre ipotesi, l’episodio rappresenta un ulteriore segnale che il vento della storia è cambiato. Siamo divenuti terra di approdo. Sulle nostre coste, schiaffeggiate dalle onde marine, gettano le ancore i barconi e gli scafi di varia lunghezza e alle periferie delle città arrivano pulmini carichi di clandestini e con essi giungono a noi non solo braccia per lavorare, ma anche idee, forme di vita, costumi, religioni e sètte che si propongono, prima come ospiti per determinati servizi (necessari e apprezzati), poi come propagandisti e missionari in cerca di affermazione. Alcuni solo per la prima altri solo per questa seconda funzione, tutti comunque portatori di ‘alterità’, positive e negative. Si innesca un movimento di commistione e di competizione, nel quale emergeranno idee e interessi sulla base di chi avrà maggiore spinta vitale. Perché meravigliarsi? È nella logica di una società globalizzata. E chi potrà togliere il diritto di essere missionari di religioni diverse? Gli otto sono stati espulsi perché sprovvisti di permesso di soggiorno. Nella nostra società, come loro, vi sono missionari di ogni tipo, tanto che alcuni ex cristiani ritengono che vada tutto bene così e che sia giusto il massimo di libertà e tolleranza perché tutto è opinabile e relativo. Un atteggiamento di rinuncia e di sconfitta. Altri difendono il cristianesimo pur senza crederci veramente, pensando che se non c’è una verità che si imponga sulle altre, è più logico e utile tenersi la propria. Il cardinale Ratzinger, attuale pontefice, ha in qualche modo dato una mano a questa tesi, nella speranza che prima o poi la fede autentica arrivi e si imponga alla loro coscienza. Io credo che le tuniche bianche dei missionari islamici debbano suscitare qualche riflessione e un rinnovato slancio di fede cristiana missionaria che non abbia paura di mettersi in gioco di fronte alle sfide cui oggi è sottoposta.

AUTORE: Elio Bromuri