Musulmani che non fanno paura

Zanzucchi racconta storie di musulmani lontani da fanatismo e integralismo, seguiti da milioni di persone nei loro paesi ma sconosciuti in occidente

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Si alza un giovane algerino ed esclama: ‘L’islam che fa paura, fa paura anzitutto a noi musulmani!’. Succede al Centro ecumenico di Perugia il 5 giugno, durante la presentazione del libro L’islam che non fa paura da parte dell’autore, il giornalista e saggista Michele Zanzucchi, appartenente al movimento dei Focolari. Numerosi gli intervenuti, tra cui il vescovo Giuseppe Chiaretti, l’imam Abdel Qader, e ragazze con il chador in testa. Zanzucchi ha visitato 22 nazioni in cui la religione prevalente è quella coranica, incontrando personaggi laggiù noti e seguiti, ma quasi completamente sconosciuti in Occidente. Come Fetullah Gulem, un sufi (saggio, mistico) della Turchia che ha il sostegno di 8 milioni di persone, e dirige scuole, radio e tv all’insegna del dialogo. O Edhi Abdul Sattar, un uomo soprannominato ‘la Madre Teresa del Pakistan’ per aver riempito il suo Paese di ambulanze, fino ad allora inesistenti, e per la massa di bambini che ha adottato. Nei suoi giri per il globo, Zanzucchi ha perfino trovato case musulmane in cui è appesa la foto di Giovanni Paolo II, dopo la visita fatta alla Moschea di Damasco. Ne esce un ritratto profondamente diverso dell’Islam, rispetto a quello diffuso dai mass media, o meglio ancora dei musulmani. Il libro infatti intende parlare di singole persone e non del sistema religioso islamico nella sua complessità. ‘Avrebbe dovuto intitolarsi ‘I musulmani che non fanno paura” spiega Zanzucchi, ma per esigenze di marketing è stato scelto un titolo di maggior forza anche se meno corretto. Il che non significa nascondersi i problemi. ‘Sono tanti i punti su cui si può discutere – dice Zanzucchi. – Per esempio, il significato della sofferenza, o dell’amore, dei giovani. Alla fine si scopre che i problemi sono gli stessi che abbiamo noi: il ruolo della donna, i rapporti tra Stato e religione. Un punto dolente riguarda la formazione degli imam che dirigono e comunità musulmane in Europa e in Italia: non hanno sufficiente cultura religiosa, visto che manca l’equivalente dei seminari cattolici e sono spesso espressione politica del Paese da cui provengono. Quanto ai rapporti con i musulmani considerati moderati, anche se non a tutti piace questa distinzione, ci si trova di fronte alle divisioni interne tra i musulmani stessi, raggruppati in molteplici organizzazioni spesso in forte contrasto tra loro. È stato determinato il ministro dell’Interno del precedente governo Pisanu a volere a tutti i costi una Consulta delle organizzazioni musulmane esistenti in Italia. Ma le tensioni tra loro rimangono. Senza contare che, per esempio, in Francia la Consulta per il dialogo è un organismo in cui molti immigrati non si riconoscono’. Da un punto di vista delle relazioni interreligiose, in definitiva, i prerequisiti per dialogare sono la consapevolezza da parte dei cristiani della propria identità e disponibilità ad entrare in un dialogo sincero con l’altro, il diverso, e da parte islamica rispettare il principio della reciprocità, temi su cui spinge in modo particolare papa Bendetto XVI. Su questo piano è stato efficace l’intervento di mons. Chiaretti che che ha spiegato quanto i cattolici in Perugia abbiano fatto nei confronti degli immigrati ai quali non si è chiesta mai l’appartenenza e non si è fatta alcuna discriminazione. Anzi, l’Arcivescovo ha ricordato come nelle nostre chiese i prega per coloro che credono in Dio anche se non appartengono alla religione cristiana e ha ricordato l’accoglienza che è stata fatta all’imam Abdel Qader nella cattedrale in occasione della preghiera per la pace. Reciprocità vorrebbe dire, secondo Chiaretti, che simile rispetto e stima venga rivolta ai cattolici e ai valori che essi propongono.

AUTORE: D. R. - E.B.