Natale, porta sul futuro

'Dio ci comunica nuove possibilità', dice mons. Scanavino, approfittandone per condividere le sue gioie e sofferenze di vescovo

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Per questo Natale che si approssima, abbiamo chiesto al nostro vescovo, mons. Giovanni Scanavino, di dedicare qualche riflessione e qualche pensiero che nasce dallo spirito del Natale e rivolgerlo a tutti i fedeli della diocesi, anche a quelli che hanno poche occasioni per incontrarlo ed ascoltarlo, perché la sua parola di pastore della Chiesa giunga a tutti i lettori della nostra pagina locale. Quali significati e quali attenzioni deve avere la festa del Natale nella vita degli uomini? Quale messaggio vuole lanciare in particolare ai cristiani di questa diocesi? ‘Quali significati, tanti e uno solo. Dobbiamo sempre ripartire dalla storia, dalla buona notizia. È l’incarnazione di Dio il significato unico e perenne del Natale: un Dio che si fa come uno di noi per riportarci alla dignità di figli di Dio, capaci di ricostruire una nuova storia. Da questo dono fondamentale derivano tanti altri significati. Nasce una nuova vita, nuovi rapporti, rinasce la pace e la speranza non delude. L’attenzione più importante non è per i regali o, peggio ancora, per il pranzo di Natale, ma per la fede nelle nuove possibilità che Dio ci comunica. Dobbiamo fermarci a riflettere sul presepio, per ritrovare quelle virtù che ci aiutano a credere nella famiglia: l’umiltà, la semplicità, la generosità nell’amore. Ai cristiani della nostra chiesa di Orvieto-Todi vorrei gridare di riportare il Natale al suo significato primitivo. Se Dio non è con noi, che cosa possiamo pretendere di costruire? Ma proprio per il Natale abbiamo la certezza che è venuto a sostenere la nostra debolezza. Dobbiamo però irrobustire questa fede per fare delle nostre famiglie le pietre vive con le quali si può costruire la civiltà dell’amore’. Guardando all’intera diocesi, quali sono le sue sofferenze e le sue gioie di pastore di questa Chiesa di Orvieto-Todi? ‘Cominciamo dalle gioie che sono tante. Siamo solo all’inizio, ma vedere che ci si capisce con tantissime persone semplici e di buona volontà, è una gioia grandissima che fa ben sperare nella ricostruzione di un nuovo tessuto. Ci vorrà tempo e fatica, ma possiamo, come il contadino, seminare e attendere con pazienza. Ho incontrato tante persone in questi due anni, che mi hanno portato le loro angosce, ma soprattutto le tante speranze che non possono e non debbono essere deluse. Insieme sicuramente, anche con un po’ di allegria, possiamo tentare il progetto di Dio su di noi. Tanti sguardi di bambini e ragazzi, di giovani con i quali ci troviamo spesso a pregare insieme, non mi sembrano una semplice illusione. Sono il segno di una forte gioia di vivere che può certamente essere condivisa per superare gli inevitabili problemi. C’è poi la gioia, che per un vescovo è quanto mai preziosa, dovuta alla sincera comunione sacerdotale. L’unità con tutti i sacerdoti e i diaconi, la cordialità e la collaborazione pastorale sono una gioia sicura, così come i nuovi seminaristi che hanno intrapreso la strada verso la formazione sacerdotale. Tra le sofferenze c’è soprattutto la constatazione sempre più sconcertante della famiglia che perde colpi e stenta a riprendersi. Mi feriscono e mi fanno pena gli sguardi di tanti bambini che non hanno più il loro nido naturale. Dobbiamo ritrovare tanto amore per aiutarli a credere nella vita’. Che sogno vorrebbe realizzato nel nuovo anno che vivremo? ‘È fissato nella bellissima icona che abbiamo esposto in ogni nostra chiesa. Vorrei tanto che il buon samaritano diventasse sempre più realtà. Avremmo compreso il cuore del Vangelo, dimostrando l’efficacia della nostra fede: una fede che si fa storia’.

AUTORE: A cura di Francesca Carnevalini

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