Non solo gay da talk-show

La posizione della Chiesa sulle questioni dell’omosessualità

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Non è facile affrontare il tema dell’omosessualità pacificamente, in un momento della nostra società italiana in cui questo tema ha raggiunto una sua identità mediatica – televisiva ben precisa. Il punto è: basta andare a un talk-show per dare visibilità e diritto di cittadinanza all’omosessualità? Gli omosessuali cercano questa visibilità? Si sentono rappresentati da una cultura gay, che afferma i propri diritti in una lotta continua contro quella che chiamano l’omofobia della Chiesa e delle istituzioni in generale? Secondo noi, no. Vi è un gran numero di omosessuali che vivono la loro realtà nella quotidianità; ci sono accanto e nella stragrande maggioranza dei casi non ci accorgiamo di nessuna differenza; svolgono il loro lavoro con serietà; hanno un’etica professionale e un senso del pudore e del rispetto che sorprende. Vivono la loro omosessualità con serenità, a volte con frustrazione, ma consapevoli che quello che vivono è un “mistero”, che nasce dal profondo del loro cuore e che lì va custodito come “un arcano segreto”. L’attuale cultura mediatica giudicherebbe questi omosessuali come dei “vili”, e anche ipocriti, rinchiusi in una mentalità della paura e del nascondimento. Sappiamo di andare controcorrente, ma crediamo (e questo non lo diciamo solo per gli omosessuali) che salire in cattedra sbandierando i propri sentimenti e le proprie esperienze affettive estremamente personali, non sia un modo per produrre cultura e sensibilità, e tanto meno un modo per ragionare seriamente e pacificamente su un problema. Certo l’impatto mediatico che il racconto di un’esperienza personale suscita sulla gente, e soprattutto il giudizio e le critiche alle quali questa esperienza si pone, ha indubbiamente un successo televisivo indiscusso, ma a lungo andare che tipo di società si potrà costruire da questo modo di fare informazione, o meglio “spettacolo”? Normalmente gli omosessuali che la televisione ci presenta nei talk-show, come “eroi” del nostro tempo, sono eterosessuali che hanno cambiato successivamente la loro inclinazione sessuale. Qui si sta parlando di omosessuali che fin dalla prima infanzia, o nell’adolescenza hanno sentito un’inclinazione per lo stesso sesso, e che nel corso della propria vita non l’hanno mai smentita: omosessuali non per scelta. Questi omosessuali non li abbiamo ancora visti in televisione, vanno cercati altrove, nella quotidianità, nelle famiglie; alcuni sono diventati anche padri e nonni. Essi hanno la più grande comprensione e vicinanza della Chiesa. Non vi è dubbio che la realtà omosessuale presenta un problema in riferimento alla morale cattolica, che non riguarda la dignità della persona omosessuale (che è indubbiamente la stessa di ogni altra persona), ma gli atti sessuali tra omosessuali. La sacra Scrittura insieme alla recta ratio ci mostrano come non si possa mai scindere la persona dai suoi atti; al contrario, essi sono un auto-rivelazione della persona stessa. Pertanto, comportamenti sessuali omosessuali occasionali o viziosi, hanno in sé una ragionevole ambiguità: essi contraddicono il bene stesso della persona, creata da Dio nella differenza sessuale per la reciprocità e l’alterità sessuale in un rapporto di coppia stabile e fecondo. L’obiezione che spesso i movimenti “gay” sollevano è la seguente: come è possibile per due credenti in Cristo, omosessuali, che si amano, non poter completare il loro sincero affetto nel rapporto sessuale? Gli omosessuali così detti “strutturati”, cioè tali non per scelta personale, soggetti del nostro articolo, sono bene a conoscenza che la condizione che vivono nella loro esistenza è un “mistero”, e a volte un dramma interiore, che produce una sincera sofferenza, soprattutto nei casi in cui queste persone omosessuali hanno scelto, per qualsiasi ragione, di intraprendere una vita eterosessuale, di avere una famiglia o di intraprendere la vocazione alla vita consacrata e religiosa. D’altra parte, per favorire una pastorale “addolcita” non si possono sminuire le conseguenze, che produce una condizione omosessuale sull’intera persona, e la loro connessione con il significato originale della creazione del genere umano. Il credente omosessuale, come tutti i cristiani, deve sentirsi ben integrato nella comunità ecclesiale, ricevere la massima comprensione e il massimo rispetto a motivo della realtà di sofferenza che porta dentro di sé. Egli non deve essere isolato in gruppi per soli omosessuali, ma insieme a tutti i cristiani può e deve vivere la sua vita, in un cammino di fede nella condivisione della Parola di Dio; nei casi in cui non vi sono rapporti sessuali, può accedere alla comunione eucaristica, come non gli è mai precluso il sacramento della riconciliazione secondo le dovute disposizioni spirituali. La persona umana non si identifica di fronte a Dio con la sua differenza sessuale, omosessuale o eterosessuale, ma la dignità umana è data dalla totalità antropologica della persona, che comprende la ragione, la psiche, il cuore, i sentimenti, la corporeità; tali componenti sono tutti presenti in un rapporto sessuale e condizionano profondamente la vita stessa della persona. “Che cosa deve fare dunque una persona omosessuale, che cerca di seguire il Signore? Sostanzialmente, queste persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, unendo ogni sofferenza e difficoltà, che possano sperimentare a motivo della loro condizione, al sacrificio della croce del Signore. Per il credente, la croce è un sacrificio fruttuoso, poiché da quella morte provengono la vita e la redenzione. Anche se ogni invito a portare la croce o a intendere in tal modo la sofferenza del cristiano sarà prevedibilmente deriso da qualcuno, si dovrebbe ricordare che questa è la via della salvezza per tutti coloro che sono seguaci di Cristo” (Congregazione per la dottrina della fede, Cura pastorale delle persone omosessuali, 1986, n. 12).

AUTORE: Don Carlo Maccari