Nozze gay: “no” agli estremismi

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C’è modo e modo di dire le cose e affrontare i problemi. Iuxta modum e Est modus in rebus, che continua: Sunt certi denique fines ultra citroque nequit consistere rectum (Orazio). Qualcuno parlerà di ipocrisia, di mancanza di coraggio, di paura delle verità scomode. Credo invece che sia del tutto naturale e razionale, e se è un compromesso, è nella natura delle cose. In natura non esiste neppure una linea retta, ma ogni linea ha qualche sinuosità. L’espressione latina iuxta modum era usata dai Padri al Concilio per dichiarare una adesione con una certa riserva. Chi approvava diceva placet, chi disapprovava diceva non placet, chi era in mezzo scriveva sulla scheda: placet iuxta modum. Anche la frase di Orazio, che un professore di filosofia ci fece imparare a memoria, e a memoria ho citato, vuol dire che ci sono degli estremi che bisogna evitare da un parte e dall’altra, delle esagerazioni ed esasperazioni, chiamate oggi radicalizzazioni o fondamentalismi, oppure settarismi, fanatismi. Tutti questi pensieri mi sono piovuti addosso a proposito della questione sui matrimoni gay e mi hanno fatto ripensare a quella virtù oggi così rara che i greci chiamavano mesotes e i latini mediatas mediocritas. Nel caso della omosessualità, vi sono stati e forse ci sono ancora quelli che vorrebbero eliminare almeno socialmente e culturalmente i gay, considerati o malati o viziosi, e si vorrebbe dare via libera alle demonizzazioni pubbliche con la libera espressione degli infamanti epiteti con cui vengono appellati. C’è chi al contrario chiede che l’amore omosessuale abbia la stessa dignità, gli stessi diritti, la stessa considerazione culturale sociale, e magari anche religiosa, dell’amore eterosessuale. Amore è amore e basta, dicono alcuni sostenitori della ideologia gay. Qualcuno plaude alla approvazione di leggi in Francia e in Inghilterra. Plaude al punto che chi si dichiara contrario viene considerato contro la modernità, contro l’Europa e contro la storia. Una specie di minaccia. In questo modo venivano considerati e condannati gli eretici ai tempi dell’intolleranza. Mi pare che si debba riflettere sul senso della natura dell’amore nelle sue varie forme e manifestazioni, e non fossilizzarsi alla sua manifestazione matrimoniale e sponsale. Per cui parlare di “matrimonio omosessuale”, come è stato scritto chiaramente nell’articolo di Lignani il 25 gennaio, è un controsenso. Ma la cosa grave è che molti questo controsenso non riescono a vederlo, ad apprezzarlo, pur essendo scritto nella natura razionale dell’essere umano, nel suo statuto genetico e fisiologico, nella considerazione della specie umana. Un conto è rispettare la persona nella sua dignità e libertà, anche sessuale, un conto è fare di una coppia gay un vero e proprio matrimonio con stessi diritti e regole. Qualcuno pare si accontenti di dire che “non lo chiameremo matrimonio”. Credo però che la questione non sia nominale, ma di sostanza: quando si fanno aperture all’adozione di figli o all’acquisto di figli tramite complicate vie di approvvigionamento del seme o dell’utero. Se questo avviene, e se questo comporta un’idea o messaggio culturale pedagogico, si viene a banalizzare e umiliare la natura, che è il bene più grande che abbiamo per la vita singola e per la specie umana, e che non è manipolabile a capriccio, ma governabile per la sua umanizzazione. Questo comporta contemporaneamente una grande attenzione, stima, rispetto e diritti individuali per le persone che fanno una libera scelta omosessuale, o che vi si sentono determinate dalla propria struttura psico-fisica, come per tutte le persone del mondo, a prescindere dalle loro scelte di vita.

AUTORE: Elio Bromuri