Otto marzo. Donna, diventa ciò che davvero sei

“Donna, diventa ciò che sei” non nel senso nichilistico di Nietzsche, ma nella visione di Ireneo di Lione: “Cristiano, diventa ciò che sei”. Perché, come sostiene Paolo Curtaz: Dio si è fatto uomo perché l’uomo impari a essere uomo.

Nei Vangeli, Gesù ci insegna come la relazione uomo/donna, oltre a essere paritaria, è occasione di edificazione e rivelamento della dignità umana.

Le donne nei Vangeli

Numerosi sono gli episodi nei Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca) in cui Gesù è accanto alle donne. Le donne lo cercano per la guarigione: la donna malata di emorragia uterina ha il coraggio di toccare il Messia sebbene “impura” (Mt 9,18-26); la donna straniera, greca di origini siro-fenicie, quindi pagana, insiste fino a diventare importuna per la guarigione della figlia, e la ottiene (Mt 15,21-28), e quando viene ospitato da Marta e Maria per amicizia, Gesù non esita a correggere Marta, e non per umiliarla, ma per aiutarla a scoprire la parte migliore (Lc 10,38-42). Nel Vangelo troviamo ancora altri episodi che suscitano stupore e indignazione nei religiosi e uomini dell’epoca, e direi anche contemporanei. La samaritana (Gv 4,52) viene incontrata da Gesù al pozzo di Sichem; lui le rivolge la parola, tanto che anche lei si stupisce. Gesù le si rivela, dandole fiducia e provocando il lei il desiderio dell’annuncio. La donna sorpresa in adulterio: Gesù, oltre che salvarle fisicamente la vita, le ridona la dignità dandole “addirittura la Parola”.

“Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: ‘Donna, dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?’. Ed ella rispose: ‘Nessuno, Signore’. Gesù allora le disse: ‘Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più’” (Gv 8,1-11). Gesù con Maria, la madre, si mostra un figlio vicino ma non invischiato. Sulla croce la affida a Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio” e “figlio, ecco tua madre”(Gv 19,26), mostrando con questo gesto l’affetto e la cura verso la madre.

Proprio alle donne discepole è riservata la prima testimonianza della vittoria di Gesù sulla morte: ciò che umanamente è incredibile è un annuncio affidato alle donne, la cui testimonianza era considerata dagli uomini del tempo giuridicamente non valida. Lui si fa incontrare in una relazione che edifica la dignità della donna, le dà fiducia e spazio, la rende libera. Gesù sembra che dica proprio “donna, diventa ciò che sei”, perché ogni essere umano – uomo o donna che sia – ha bisogno di una relazione per l’edificazione vicendevole. Gregory Bateson dice una mente ha bisogno di un’altra mente per crescere e svilupparsi.

La relazione uomo/donna oggi

Ancora oggi è sempre difficile per una donna conciliare lavoro e famiglia, avere voce nella gerarchia ecclesiastica – anche se con il Sinodo dell’America Latina e Papa Francesco si muove qualche cosa all’interno della Chiesa. La dignità della donna stenta a essere ancora oggi rispettata e considerata; eppure noi nasciamo e cresciamo in un universo fatto di uomini e donne che, malgrado tutto, si curano vicendevolmente, gestiscono, nutrono e interagiscono per tutta la vita, riconoscendo che la vita non è la nostra, altrimenti l’esistenza non potrebbe essere. L’esistenza di molti esseri umani in alcuni casi prevalentemente donne: mi riferisco alla violenza intrafamiliare – viene interrotta in modo violento, barbaro, non umano. Ancora oggi ci sono donne che vengono in terapia dicendo: sono l’ultima ruota del carro, mi sento messa da parte in particolare in famiglia, poco considerata nella coppia. Marito, figli e spesso anche la famiglia di origine di lui svaluta, scredita, sminuisce e denigra le proprie madri / mogli / fidanzate in un modo più o meno sottile e pesante.

A farla da padrone sono il narcisimo e l’insicurezza, con scarsa fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e nella dignità dell’altro. Esistono ancora dei pregiudizi patogenici che fondano l’identità di alcune persone, cosicché le relazioni d’amore diventano una dipendenza reciproca.

Quando c’è maltrattamento in famiglia

Colgo l’occasione per aiutare a distinguere tra quando siamo in presenza di maltrattamento all’interno della coppia e conflitto di coppia, che, se ben gestito, può portare a un chiarimento e quindi al prosieguo delle relazioni. Se siamo in presenza di maltrattamento ed è attivo il circolo della violenza: intimidazione, isolamento, svalutazione e/o segregazione, violenza fisica e/o sessuale, l’uomo si può rendere conto, chiedere scusa… ma dura poco (fase della luna di miele), con il ricatto sui figli o ricatti morali ricomincia il circuito. Il maltrattamento è caratterizzato da sopraffazione sistematica, assenza di consenso nella vittima, sottomissione. Il maltrattamento è una strategia per ottenere potere e controllo, che si fonda sulla sottomissione sistematica della vittima da parte di chi agisce tramite comportamenti abusivi, rifiuto del punto di vista altrui, forze impari sia fisiche che psicologiche. Quest’ultimo atteggiamento è basato su calunnie e uso perverso della verità per suscitare sensi di colpa (G. Gifoni).

Conflitto di coppia

A differenza del maltrattamento, il conflitto di coppia è caratterizzato da esito alternato (prevalgono i bisogni dell’uno o dell’altro), rispetto, capacità di immedesimazione, forze pari, consenso da parte di entrambi, assenza di paura, orientamento verso un accordo. È importante dire che in presenza di matrattamento non è possibile fare terapia di coppia, ma ciascuno dei due deve seguire un percorso individuale di consapevolezza.

L’aggressore si deve chiedere se è possibile tollerare la perdita senza che questa significhi annullamento della propria identità. L’uomo ha bisogno di aiuto: ci sono Centri per uomini abusanti che, attraverso percorsi di consapevolezza, ridonano dignità e vita anche in chi “crede di essere nel giusto”. Gli uomini hanno bisogno di aiuto, e deve aumentare in loro la capacità di chiederlo; ci sono professionisti – uomini, e anche donne, se ci si fida – che possono veramente aiutarli a uscire dalla spirale della violenza. Così le donne possono rivolgersi a Centri antiviolenza o professionisti preparati nel territorio, che possono aiutarle a salvarsi. Non ci si può salvare da soli o all’interno di una relazione di dipendenza affettiva, quindi patologica.

Nel caso in cui invece siamo di fronte a un conflitto in cui non c’è violenza fisica né psicologica, si può fare la terapia o mediazione di coppia per una comprensione profonda dell’altro e del senso del proprio legame e/o raggiungere accordi per il benessere dei due, dei figli, e una gestione migliore del patrimonio secondo i bisogni di tutti, in particolare i figli. Quando è necessario, si può fare anche una terapia del divorzio; non per tornare insieme, ma per elaborare il dolore e la delusione conseguente. Quando si vogliono capire le origini della violenza, occorre decisamente abbandonare un modello di causalità individuale (G. Bateson, 1989). Cioè, nel caso della violenza, non siamo di fronte a un raptus, ma è un modello interno alimentato da dinamiche disfunzionali che possono portare a comportamenti dirompenti e nefasti. Chiedere aiuto è la parola d’ordine: singolarmente, se si è in presenza del circolo della violenza; o in maltrattamenti in coppia, se sussistono le caratteristiche descritte.

Maria Luisa Tiberini
psicologa-psicoterapeuta specialista in terapia familiare

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