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IN REGIONE C’ERA IL DISSENSO, MA NON C’È PIÈ

C’era una volta il dissenso demo-comu-verde. Ora non c’è più.Traduzione: a palazzo Cesaroni il centro sinistra fibrillava perché i consiglieri di tre suoi gruppi, Verdi, Comunisti italiani e Democratici, si sentivano emarginati e vilipesi. Arrabbiatissimo il cossuttiano Donati (anche per aver perso l’ex compagno di partito Bonaduce a favore degli “odiati cugini” del Prc), ma sull’Aventino, quasi a fargli compagnia, erano finiti anche il verde Ripa di Meana ed il consigliere dell’Asinello, Finamonti. Tutt’e tre, nelle reiterate e più o meno velate polemiche con il resto della coalizione di maggioranza, avevano evidenziato un disagio comune: quello di aver costituito in Consiglio dei cosiddetti “gruppi monocratici”, composti cioè, da un solo esponente (la politica è così, si fa “gruppo” anche da soli). Nel frattempo si sono susseguite polemiche asperrime: tra Donati e presidenti di Giunta e Consiglio sul rimpasto delle commissioni, tra Ripa di Meana e capogruppo Ds sullo Statuto. Il tutto sembrava aver portato la coalizione di centro sinistra vincente in aprile ad un ridisegno nella composizione: poi, improvvisamente, lunedì scorso a palazzo Cesaroni la svolta. L’assemblea, almeno in apparenza alla chetichella, approva una legge sulla nuova struttura dei gruppi, anche democratici, che si occupa, “soprattutto” della loro dotazione finanziaria. Tutto risolto, finiti i dissensi.

Participio passato

Amico lettore, mi permetti una sottolineatura? Nel fioco cono di luce dell’abat jour della settimana scorsa si leggeva: ” Emarginato: participio passato di un verbo attivo transitivo, ha valore passivo; lui subisce l’azione; e se lui la subisce, è perché qualcun altro la fa”. Vorrei che non ti sfuggisse questa piccola punzecchiatura. Vorrei che non ti sfuggisse: non è grammatica, è vita. O – meglio – vita negata. Com’è rilassante leggere la storia in chiave di fatalità! Soprattutto quella storia che i libri non raccontano mai, la storia dei poveri. Doveva succedere, era scritto così. Esistono gli emarginati, sono lì, che volete farci?! “I poveri li avrete sempre con voi”, l’ha detto anche il Signore: ad un’esegesi seria quella frase in realtà vuol dire tutt’altra cosa, diametralmente opposta, ma…: ma com’è bello non approfondire, in “evangelica semplicità”, e rimanere nel nostro splendido torpore da sempliciotti, magari confortati dalla buccia euforizzante del Vangelo! Ovvìa!! Esistono gli emarginati, così come esistono gli omogeneizzati, gli idroscali, gli insaccati, i barbecues e gli ossalati.Presto ci faranno una puntata del Quiz Show. “Che differenza esiste fra un ossalato e un emarginato?”. Vincerà chi risponderà: nessuna. E il caprino conduttore esulterà nel consegnare quei 512 milioni di soldi nostro come fossero suoi. Gli emarginati. Sono la percentuale uggiosa di giorni piovosi sul totale dei giorni di cielo sereno. Fatalità.Che volete farci. E invece qual participio passato dice smentisce la grande menzogna e rassegna le responsabilità che si è tentato di eludere. Non è grammatica, è vita. O – meglio – vita negata. Chi sia il complemento d’agente di quel participio passato…: tutto da stabilire.

Locchi: “è un bilancio credibile” ma l’opposizione non ci sta

A Palazzo dei Priori è andato in scena il bilancio di previsione del 2001 e quello pluriennale 2001-03, con gli annessi delle variazioni al programma delle opere pubbliche e al capitale di dotazione delle farmacie comunali (Afas). Due giorni di dibattito, 28 emendamenti, 3 sub-emendamenti, interventi dell’assessore competente, dei capi-gruppo, dei consiglieri e del sindaco Locchi. “Invarianza tariffaria ed equità, ma anche qualità dei servizi ed investimenti per sostenere lo sviluppo” sono i punti di eccellenza per l’assessore Faina, con un occhio alla riduzione di mezzo punto dei mutui della Cassa depositi e prestiti, tutto condito dall’arrivo di 1,3 miliardi per adeguamento all’inflazione e di 3,5 miliardi di recupero Iva. “Il Comune – ha proseguito Faina – ha potuto mantenere invariate le tariffe, e in alcuni casi abbassarle”. I perugini, infatti, pagano solo 320 mila lire l’anno di nettezza urbana per un appartamento di 100 mq, a fronte delle 339.577 mila degli italiani. Anche l’ICI scende, per la prima casa l’aliquota passa dal 5,75 al 5 per mille, salendo dall’8 a 9 per mille per le case di proprietà sfitte. Aumenteranno nel corso dell’anno i posti per scuole materne e asili nido, ma anche per le strutture residenziali per anziani. Sul fronte degli investimenti il Comune sarà impegnato direttamente per 50 miliardi, ma in sinergia con Stato, Regione e Provincia, l’investimento toccherà i 500 miliardi (carcere di Capanne, Polo unico ospedaliero, cittadella giudiziaria e minimetrò). “Un notevole risparmio – ha proseguito Faina – è stato conseguito nelle spese telefoniche e di illuminazione e con la diminuzione dei dipendenti comunali, che passano da 1670 a 1482”. Per la maggioranza, nel dibattito sono intervenuti i consiglieri Garritano, Dozzini, Chianella, Waguè, Ventura, Cocciari e Lollini, il bilancio è “serio, costruito con la massima attenzione, coerente con le linee programmatiche enunciate dal sindaco e in continuità con le passate amministrazioni”, che “alleggerisce la macchina comunale da incombenze come manutenzione e illuminazione, che passano alle circoscrizioni”, anche se presenta “qualche ombra nell’informatizzazione degli uffici, negli scarsi fondi per l’abbattimento delle barriere architettoniche e poca attenzione verso i giovani e le famiglie”. Un accorato allarme è stato, invece, lanciato dal consigliere Caponi che prevede “nella possibilità di vittoria della destra alle prossime politiche, potenziali ripercussioni negative sui prossimi bilanci comunali”. Per l’opposizione, negli interventi di Valentino, Calabrese, Monni, Sorcini e Peccetti, “l’invarianza fiscale non è realistica, perché a tariffe invariate corrisponde una contrazione nei servizi”, come il caso degli asili nido”da ristrutturare, o la sicurezza con investimenti irrisori (il 2% degli investimenti)”. Per quanto riguarda la macchina comunale “risulta appesantita e burocratizzata, con un dispendioso ricorso alle consulenze”. Il dito viene puntato anche contro “i ritardi nella dismissione delle quote delle partecipate (Cecom, Apm, Gesenu) e nelle alienazioni patrimoniali” nelle quali il Comune ha speso centinaia di milioni in consulenze. “Totale mancanza di investimenti e di promozione” risulta anche nel campo della cultura e degli spazi per giovani. In riferimento all’occupazione e al risparmio “il Comune non si può vantare del risparmio sul personale senza considerare che lo stesso è sotto pagato”. In definitiva un bilancio da bocciare “perché mancante di una programmazione organica, di spinte innovative e scarsamente attento alle reali esigenze della città ed in contraddizione con gli impegni programmatici elettorali”. Le conclusioni al sindaco Locchi che, dice risoluto, “è un bilancio vero, credibile, senza debiti arretrati ed in effettivo pareggio, che disegna una città ben amministrata e dotata di servizi di qualità”. Che dire? Le valutazioni a cui si è prestato questo documento importante per la città sono diametralmente opposte. Per la cronaca il bilancio è stato approvato con 24 voti favorevoli e 11 contrari. I primi sono venuti dai Ds, Comunisti, Socialisti, Rifondazione, Popolari, Democratici e gruppo misto; i secondi dalla Casa delle Libertà.

Quali soluzioni condivisibili per evitare gli accorpamenti?

E’ un dato di fatto che le scuole altotiberine, come tutta la scuola italiana, siano nel mezzo di una fase di passaggio assai turbinosa. A cominciare dalla scuola “di base”, i sette anni che presto sostituiranno elementari e medie: il ciclo comincia, ma i riferimenti programmatici, l’inserimento prospettato delle lingue, la stessa sintonia tra ex elementari ex medie non è assolutamente chiara. Non più tardi della settimana scorsa l’assessore provinciale di Perugia ha invitato ad un convegno sull’obbligo scolastico anche i dirigenti delle scuole medie, oltre che quelli delle superiori, ad indicare la necessità di compiere un orientamento effettivo per tutto il percorso degli alunni. Ma alcuni presidi si stavano chiedendo piuttosto “Quale fine faremo?” In compenso, nella stessa riunione, è stato ricordato l’obbligo di legge, per i giovani, di essere formati fino a diciotto anni, studiando negli istituti secondari o nelle scuole di formazione professionale, oppure con l’inserimento nelle imprese attraverso l’apprendistato (dove comunque almeno 120 ore annue sono dedicate allo studio). Molte famiglie, si è constatato, non lo sanno nemmeno. Ed è tutto un cercare di studiare raccordi tra le varie realtà e all’interno degli indirizzi della secondaria per attuare il sistema dei “crediti” previsto dal regolamento (le famose “passerelle”). Già ora, alla luce dei risultati del primo quadrimestre, si dovrebbe, in teoria, invitare i ragazzi a rivedere il proprio percorso scolastico. Una domanda però sorge spontanea: come fanno istituti piccoli, che lottano spesso per la costituzione di una classe, rinunciare a qualche allievo per “traghettarlo” verso la formazione professionale? Allora ecco ritornare in ballo lo spettro degli accorpamenti. Certo, queste situazioni a Città di Castello rappresentano dei nodi da sciogliere: ma le scelte politiche, che competono agli enti locali, non trovano soluzioni condivise e così si sopravvive alla giornata. Intanto è tempo di iscrizioni. I risultati non sono ancora noti, anche se pare essersi verificata una certa ripresa del Liceo classico e dell’Ipc, grazie, in quest’ultimo caso, al probabile inizio del corso “alberghiero”, che, se attuato, potrebbe “recuperare” i ragazzi che andavano ad Assisi o fuori regione. Infine dirigenti docenti ed Ata si chiedono che fine abbia fatto il contratto sottoscritto in dicembre, appena dopo le elezioni delle Rsu: degli aumenti promessi, per quanto ritenuti scarsi, nemmeno l’ombra e non si capisce se a Roma, con l’Aran, si stia discutendo del secondo biennio economico del precedente contratto (2000/2001) o di un contratto nuovo. Queste tensioni, comunque, hanno prodotto una disgregazione all’interno del personale che non pare foriera di niente di buono: esplodono i corporativismi ed ognuno si aggrappa alla difesa del proprio orto. Comprensibile, ma certamente poco strategico. L’unità, si sa, è ciò che rende forte ogni categoria, anche quella dei lavoratori della scuola, che pure, sembrava, l’avessero ritrovata.

Il fatto ha riportato alla ribalta il problema dell’usura nel territorio

La recente notizia dell’arresto del capo di un’organizzazione di usurai (un pensionato tuderte di 62 anni) e delle denuncia di cinque suoi compagni ha riportato in primo piano un problema vecchio e nuovo per la città di Jacopone. Che l’usura avesse attecchito anche nel territorio del Tuderte, sia pure in maniera isolata e non sostenuta da una rete organizzata, era noto: molti dicevano di non saperne nulla o quasi ma poi, sottovoce, si mormorava che chi aveva bisogno di soldi (e non può o non vuole passare per i canali istituzionali) poteva rivolgersi, direttamente o tramite “generosi” intermediari, alle persone “giuste”. Lo conferma anche l’iniziativa intrapresa anni e anni fa dal vescovo della diocesi Todi-Orvieto mons. Decio Lucio Grandoni: consapevole che il problema esisteva ed era reale, il Vescovo istituì un fondo per impedire che le vittime cadessero nelle mani degli strozzini, mettendo generosamente a disposizione degli usurati una consistente somma di denaro da restituire, senza interessi, nei modi e nei tempi opportuni. Ma mons. Grandoni non riebbe indietro nulla di quanto generosamente elargito e questo, a distanza di tanto tempo, spinge taluni a considerare persone poco serie, in un certo senso, anche le presunte vittime. Resta un dato di fatto: solo adesso la pratica dell’usura – negli ultimi anni ci sono state solo denunce e mai arresti – è venuta alla luce con elementi probatori di un certo spessore che hanno permesso ai militari dell’Arma di far cadere nella rete un’intera banda di usurai. E subito si è scatenato in città il toto-nomi, da indovinare leggendo le date, il luogo di nascita e le professioni. Alcuni tuderti si sono dimostrati stupiti per l’assenza, tra gli inquilini, di qualcuno “di quelli sicuri”, altri non hanno avuto dubbi sull’arrestato, riconosciuto dalla foto comparsa anche in televisione. Intanto le indagini, molto complesse, proseguono, l’operazione è ancora in corso e i carabinieri, guidati dal tenente Pietro Petronio, attendono nuovi sviluppi. Anche se un reato come l’usura è molto difficile da contestare, perché è difficile individuare il tasso usurario. Per dimostrare l’attività illecita di queste persone i militari dell’Arma sono ricorsi a intercettazioni telefoniche, pedinamenti e riprese filmate. A questo si aggiunga il muro d’omertà che circonda in genere questo reato: la gente ha paura di parlare, all’inizio l’usuraio è visto come un salvatore ma da questa spirale si può uscire solo denunciando l’aguzzino.

Gli stranieri e l’agriturismo hanno salvato la stagione turistica

Alla Borsa internazionale del turismo svoltasi a Milano, nello stand della Regione dell’Umbria, Gubbio ed il territorio hanno proposto le loro “caratteristiche” grazie ad una iniziativa realizzata congiuntamente dal Comune e dal Centro servizio “S.Spirito”, la società a capitale misto in fase di pieno rilancio dopo la recente ricapitalizzazione. Per la circostanza era stato editato materiale di informazione che sintetizza le risorse sia storico-artistico-culturali che turistico-ricettive. Una presenza significativa in un contesto che “filtra” ed “orienta” i flussi internazionali, proprio nel momento in cui i dati definitivi consegnano agli archivi un 2000 sostanzialmente positivo. Nell’anno da poco concluso il consuntivo è connotato da due elementi di fondo: gli stranieri ed il fascino delle strutture agrituristiche hanno “salvato” la stagione turistica eugubina. Gli stranieri infatti sono aumentati del 5.33% negli arrivi e del 26.53% nelle presenze, mentre gli italiani, nelle due voci, hanno fatto registrare una flessione modesta nella seconda voce (-0.60%), leggermente più preoccupante nella prima (-2.18). Numericamente gli arrivi sono stati 77.233 (-0.69), le presenze 201.634 (+5.69); la permanenza media sale al 2.61, indice non trascurabile. Semmai l’attenzione va rivolta all’analisi delle cifre per cercare di capire orientamenti e tendenze. La corrente italiana, ad esempio, privilegia le strutture ricettive di media categoria, mentre quella di altre nazioni si orienta o sugli alberghi di elevato livello o, soprattutto, sull’extralberghiero con particolare riferimento agli agriturismi (che denunciano aumenti del 25.02% negli arrivi e dell’88.11% nelle presenze) che hanno il pregio di offrire soluzioni ricercate soprattutto per quanto riguarda la serenità e l’immediato contatto con un contesto naturale di indubbia suggestione. Il consuntivo conferma l’importanza che il turismo riveste per Gubbio sotto il profilo economico ed occupazionale.

Consegnate 46 borse di studio “Tommaso Visconti” agli studenti

La costanza e l’assiduità con cui cerimonie e celebrazioni si succedono in Assisi tendono a far sì che l’attenzione del cronista releghi talvolta le stesse nella normalità della vita “corrente”: atteggiamento comprensibile, anche se d’altro canto occorre ammettere che le manifestazioni più significative vengono adeguatamente trattate. E’ stato dato risalto all’omaggio che la Diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino ha reso il 5 gennaio scorso nella cattedrale di S. Rufino a mons. Sergio Goretti nel ventennale del mandato episcopale. Parimenti è doveroso sottolineare l’omaggio che al presule ha tributato l’Amministrazione comunale – sabato 17 febbraio presso l’Auditorium della scuola media “G. Alessi” di Santa Maria degli Angeli – attraverso una manifestazione, ovviamente laica, accomunata alla consegna di 46 borse di studio alla memoria di Tommaso Visconti. Ha introdotto, di fronte ad un pubblico che gremiva ogni settore dell’Auditorium, il vicesindaco Mario Romagnoli presentando il coro degli studenti delle scuole medie di Assisi che, diretto dal M’Carlo Abbati, si è distinto nella esecuzione dell’inno ufficiale del Comune, “il Coprifoco”. La parola è quindi passata al sindaco Giorgio Bartolini: “Eccellenza reverendissima, a nome della città di Assisi e mio personale, le porgo il più caloroso saluto dell’Amministrazione comunale che vuole ringraziarla, mio tramite, per l’azione pastorale che lei, in questi 20 anni di permanenza ad Assisi, ha sempre rivolto a tutti noi ed in particolare ai giovani, qui significativamente rappresentati. E’ proprio con questo spirito che noi abbiamo auspicato la sua presenza in questa cerimonia, perché lei ha sempre dimostrato di percepire ed interpretare le aspirazioni del mondo giovanile. Da parte nostra, in un modo più modesto, ma comunque significativo, abbiamo inteso in questi anni onorare il ricordo di un amico prematuramente scomparso… La sua azione pastorale, coronata dal recente evento giubilare, ha contribuito a far diventare Assisi una delle capitali della cristianità. Ma accanto ai grandi avvenimenti, diretti da Lei con perizia, una istituzione particolare è ritenuta da tutti noi indice della Sua sensibilità verso i giovani, soprattutto i più bisognosi. Mi riferisco all’Istituto Serafico per ragazzi pluriminorati che Lei, attraverso l’ampliamento ed il consolidamento, con determinazione ha voluto guidare in una fase molto difficile, fino all’attuale qualificata attività di educazione e riabilitazione… Lei ha dato alla nostra Diocesi un forte impulso anche alla comunicazione della fede, ripagato dalla stima di tutti. Ma la Sua operosità si è moltiplicata soprattutto all’indomani dell terremoto, mostrando concretamente una grande attenzione verso i problemi della gente, soprattutto la più bisognosa…” Alla fine del’intervento il Vescovo ha ricevuto in dono il trittico delle medaglie del Giubileo. Successivamente il direttore dell’Istituto Teologico mons. Vittorio Peri (che nel corso del ventennio ha ricoperto per ben 13 anni l’incarico di vicario diocesano) ha tratteggiato la figura del vescovo definendolo uomo della comunione, del dialogo e della pazienza. Le osservazioni di mons. Peri sono state intervallate e commentate dalla lettura di brani tratti dalle lettere pastorali del Vescovo, lettura curata con trasporto spirituale da Carlo Menichini. Nel ringraziare il Vescovo ha definito la Diocesi come propria famiglia, ripercorrendo circostanze entusiasmanti e fatti drammatici. Dopo aver ricordato il suo incontro con il presidente Sandro Pertini, in occasione del giuramento dovuto come vescovo alla Repubblica Italiana, mons. Goretti si è riferito direttamente a Tommaso Visconti ed in particolare all’incontro nel corso del quale lo stimato amico gli confidò il male incurabile che lo stava consumando: alle parole di consolazione, lo stesso Visconti rispose che la scienza avrebbe prolungato la sua vita ma che lui si stava ugualmente preparando alla morte. L’emozione suscitata dal racconto è stata stemperata dal concerto curato dalla Pro Loco di S. Maria degli Angeli e dalle Associazioni culturali “La Piroga” e “Amici dell’Arte”: Umberto Rinaldi, Giulia Rinaldi, accompagnati al pianoforte da Sabina Belei, hanno eseguito una serie di brani, riscuotendo prolungati applausi. Terminato l’intermezzo musicale il presidente della Pro Loco di S. Maria degli Angeli Massimo Paggi, anche a nome dei presidenti delle citate associazioni Bruno Barbini e Fausto Trubbianelli, ha rilevato peraltro come le borse di studio rappresentino la testimonianza della generosità personale del sindaco attualmente in carica. A questo punto va specificato che due commissioni (l’una composta dai prof. P. Daddi, G. Catanzaro, G. Ciurnelli e l’altra dai prof. R. Aristei, E. Brozzi, D. Siena, P. Scilipoti, G. Zavarella) hanno esaminato e prescelto gli elaborati scritti dagli studenti sul tema della difesa dei diritti dell’infanzia. In merito Giovanni Zavarella ha espresso il compiacimento, a nome delle commissioni, per l’impegno profuso dagli studenti. Complimenti sono stati rivolti agli insegnanti che hanno seguito i giovani vincitori. Festa movimentata per la consegna: con ragazzi e ragazze in preda alla emozione per le foto, gli applausi, la coreografia floreale e la consegna dei riconoscimenti da parte del Vescovo del Sindaco, del Vicesindaco e degli assessori Mario Ferrini, Eraldo Martelli e Luciano Carloni. Il pomeriggio si è concluso con il dono di un mazzo di fiori, riproducente i colori della città, alla vedova Rosella Visconti e alla figlia Valentina.

“Carnevale della città dei bambini”: i “quattro elementi” in maschera

Mascherato di terra, fuoco, di aria e di acqua, torna alla sua II Edizione il “Carnevale della città dei bambini”. Il tema, denso di suggestioni primigenie e paniche, è già esplosione di colori e di vitalità e la resa sembra essere ancora più promettente. A coinvolgere la città tutta nell’euforia della festa più divertente dell’anno, sfileranno infatti, domenica 25

Non solo tartufo alla Mostra fiore all’occhiello dell’intero territorio

Tutto è ormai pronto a Norcia per il via alla XXXVIII edizione della Mostra Mercato del tartufo nero e dei prodotti tipici: un appuntamento sempre atteso e capace di sollecitare la partecipazione di un folto pubblico. Di strada ne è stata fatta! Basta ricordare come il nome di Norcia è ormai legato al tartufo nero e ai suoi prodotti tipici. Basta anche pensare al contributo che la Mostra con i suoi convegni di approfondimento su tematiche specifiche ha dato allo sviluppo della Valnerina. Si è passati dalla ricostruzione, alla gestione per il governo del territorio, alla crescita economica, al turismo, al parco, ai problemi riguardanti il mondo dell’agricoltura. Nel prossimo numero riferiremo sui convegni avviati in questa edizione. Attraverso tali incontri la Mostra di Norcia ha offerto e continua ad offrire validi contributi a tutto il comprensorio. Si tratta di progetti, forse anche talvolta di provocazione. Però senza progetti, senza idee e senza provocazioni non si può certo vincere quella che chiamiamo la scommessa della Valnerina e cioè che il nostro Comprensorio possa essere, come nel passato, una realtà viva, dinamica e capace di svolgere quel ruolo di attiva complementarietà nei confronti dell’Umbria e dell’Italia centrale. A tale ruolo la Valnerina è chiamata dalla sua storia, dalla posizione geografica e, soprattutto, dalla sua cultura. La manifestazione si inserisce in questo periodo perchè si vuol chiudere con la staticità invernale per aprirsi alle nuove prospettive, che la stagione primaverile farà rifiorire in tutto il territorio. Questa terra ha bisogno di superare i lunghi mesi di inattività per diventare un luogo “buono” per tutte le stagioni. Le amministrazioni comunali, gli Enti regionali e nazionali, insieme agli imprenditori sono chiamati a collaborare per dare una svolta in positivo alla grave crisi occupazionale di una terra da sempre scarsamente produttiva, anche se ricca di arte, di storia con un ambiente davvero invidiabile. C’è , poi, lo spettro del grave ridimensionamento delle frazioni e questo problema non deve essere sottovalutato.

Dopo mesi di silenzio l’Oami di Baiano riprende vita

Il 5 febbraio scorso, finalmente, la Casa famiglia Oami (Opera assistenza malati impediti) di Baiano è tornata ad animarsi con l’inizio di un nuovo corso a tempo determinato – si concluderà il 4 giugno – a completamento delle conoscenze sulla multimedialità. Tra le sue pareti da mesi era sceso il silenzio, dopo la bella esperienza di accoglienza dei giovani pellegrini nell’agosto scorso per la Giornata mondiale della Gioventù. Silenzio e vuoto, nonostante gli anni di lavoro e il numeroso carteggio, a causa degli ostacoli burocratici che avevano impedito perfino l’inizio dell’anno scolastico nel settembre scorso. Ma sotto la cenere, nonostante la burocrazia, il fuoco non si è spento. Alessia, una delle nostre care ragazze, con al suo attivo due precedenti corsi, che di fronte alla porta sbarrata aveva pianto, ora, dal 5 febbraio, è tornata finalmente a sorridere. La documentazione nuovamente richiesta all’Oami di Firenze e da questa inviata al Comune di Spoleto il 22 gennaio scorso, corredata di ben 22 allegati, dovrebbe finalmente rispondere in pieno. Ribadiamo che non è mai mancato l’intervento della arcidiocesi di Spoleto presso le autorità comunali, né il personale interessamento di tutti coloro che, per le funzioni istituzionali ricoperte, hanno conosciuto la Casa famiglia e le sue finalità di sostegno ai disabili e ai loro familiari. Ormai si parla di tempi brevi: il dott. Macchitella, direttore dell’Asl di Foligno-Spoleto, è tornato alla Casa Oami e accompagnato dal dott. Sapori hanno visitato l’intera struttura che si è oltre tutto arricchita di un “annesso polifunzionale”, utilizzabile anche per eventuali esigenze di ospitalità ai familiari dei disabili. L’attività semiresidenziale diurna, attualmente seguita da sette giovani, si integrerà con l’attività residenziale della Casa, valorizzando così l’utilizzazione di tutta la struttura. Alle spese provvederanno l’Oami e l’Aias, per il trasporto si spera nel Comune. Intanto, a norma dello Statuto è stata nominata una vice-responsabile, Gigliola Cimica, che affiancherà il presidente Giuseppe Merini e gli altri soci volontari. Nell’ultima riunione un parroco viciniore – della stessa Unità pastorale – ha rappresentato situazioni varie di disagio della sua comunità che potrebbero trovare risposta nella Casa. Si è preso atto della richiesta e si assicura che si opererà al massimo delle possibilità. Dopo l’esperienza esaltante del Giubileo, non ci si può fermare: ecco la nostra testimonianza di gioia nella carità e, vi assicuriamo, nessuno di noi intende sottrarsi. E’ il messaggio che intendiamo portare anche al Sinodo.

La presenza di Gorbaciov a Terni come segnale di pace tra i popoli

“Terni è città dell’amore e del lavoro e i ternani sanno amare e lavorare”. Ha sintetizzato così un suo giudizio sulla città ed i suoi abitanti l’ex presidente dell’ex Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, in visita a Terni, su espresso invito del vescovo diocesano mons. Vincenzo Paglia, in occasione delle celebrazioni valentiniane. Celebrazioni che hanno visto Gorbaciov come protagonista e che si sono sviluppate nel segno dell’amore e della pace. Come era ed è, d’altra parte, nello spirito di S. Valentino. Quindi presenza gradita quella di Gorbaciov, protagonista della perestrojka, premio Nobel per la pace, figura che ha dato – come ha sottolineato mons. Paglia – un contributo determinante “ai processi che hanno modificato il volto dell’Europa e del mondo a cavallo degli anni ’80 e ’90”. Non a caso il programma di Gorbaciov a Terni ha previsto come prima iniziativa la “Marcia della pace” alla quale hanno partecipato numerosi giovani provenienti da varie nazioni, a simboleggiare una volontà unitaria tesa all’amore e alla pace. Una marcia che, partita dalla cattedrale ternana, ha raggiunto la basilica di S. Valentino ove ad attendere i giovani, in spirito di solidarietà, c’era proprio lui, Michail Gorbaciov. Ha affrontato anche, lo statista, temi di politica internazionale, nel corso di una conferenza stampa che ha tenuto nel salone dell’episcopio. Ha espresso la speranza che la Russia vada verso un avvenire sereno; che la globalizzazione non si riduca a solo fatto commerciale; che la pace nel Medio Oriente si realizzi con il contributo di tutti. E non ha mancato di parlare di Giovanni Paolo II del quale, ha detto, vorrà approfondirne il motivo del suo carisma in una serie di trasmissioni televisive, che curerà prossimamente per una emittente dell’Est europeo intervistando “i potenti della terra”. E si è mostrato lieto e compiaciuto, l’ex Presidente, di ricevere la cittadinanza onoraria di Terni, conferitagli nel corso di una cerimonia presieduta dal sindaco Paolo Raffaelli. Un conferimento perché -è detto tra l’altro nella motivazione- “è stato uno dei protagonisti principali di una stagione politica che ha condotto all’interruzione della corsa agli armamenti, ed al superamento di una fase di relazioni internazionali fondata sul terrore nucleare”. Terni, c’è da sottolinearlo, ha risposto con entusiasmo alla visita di Gorbaciov. L’invito rivoltogli dal Vescovo e subito accolto (“con mons. Paglia -ha detto- siamo grandi amici”) ha fatto capire a tanti ternani che certe iniziative hanno anche la proprietà di sprovincializzare la città, cosa alla quale non riescono gli amministratori. C’è voluto e ci vuole un vescovo come mons. Paglia, anche se poi tanti politici gli fanno attorno la ruota del pavone. Momento particolarmente significativo della presenza a Terni di Gorbaciov è stato quando gli è stato consegnato il premio “San Valentino: un anno d’amore”. La motivazione l’ha espressa mons. Paglia: “La fine della guerra fredda, la riconciliazione fra i blocchi, la riunificazione dell’Europa, gli accordi per il disarmo, il non semplice processo di democratizzazione dei paesi dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica, la restituzione delle libertà fondamentali a popoli che ne erano stati a lungo privati, sono alcuni degli eventi che hanno caratterizzato la svolta epocale avvenuta fra il 1989 e il 1991 e che hanno visto Michail Gorbaciov fra i massimi protagonisti”. Il premio – e la puntualizzazione è significativa – è stato assegnato a Gorbaciov “grande umanista del nostro tempo – sono sempre parole di mons. Paglia – e alla memoria di Raissa Maksimovna protagonista insostituibile della vicenda di suo marito”. E l’ex presidente, nel corso della cerimonia, con commozione ha detto: “Vorrei che Raissa in questo momento fosse qui con me”. Non a caso, forse, la visita di Gorbaciov si è conclusa nella chiesa del Sacro Cuore ove nell’abside il frate pittore, padre Ugolino da Belluno, raffigurò nel 1990 in un vasto mosaico, proprio Gorbaciov e Raissa insieme a Giovanni Paolo II. Una testimonianza ed un ricordo della visita in Vaticano. Per un messaggio di pace. Per quella pace tra i popoli di cui Terni, come ha più volte sottolineato il Vescovo, con il suo impegno dovrà divenire una delle capitali.

“L’amore, se non viene svilito, crea una nuova società”

“San Valentino è l’utopia di Terni, l’utopia di un amore che vince gli egoismi e le grettezze di cui tutti siamo schiavi “. Queste parole riassumono il senso del messaggio che il Vescovo Mons. Paglia ha lanciato a tutta la città nell’omelia di san Valentino, nel corso del solenne pontificale, sul sagrato della basilica dedicata al Santo protettore gremito di fedeli, alla presenza del presidente della giunta regionale Maria Rita Lorenzetti, del presidente del consiglio regionale Carlo Liviantoni e delle massime autorità civili della provincia e del comune, nonché dei Gonfaloni della Regione, della Provincia e del Comune. “Terni città dell’amore senza confini, città dell’amore universale”. E “l’amore – ha ricordato il Vescovo con le parole di Giovanni Paolo II- vince, abbatte le frontiere, spezza le barrire tra gli esseri umani. L’amore crea una nuova società”. Importante però è non svilire l’amore in “un sentimentalismo sdolcinato, o in una grigia e scialba melassa, che lascia tutto uguale a prima”. Così però accade e anche a Terni. “Accade – così ha detto il Vescovo – quando in questa nostra città vedo crescere con facilità incredibile gli scioglimenti dei vincoli familiari; quando vedo affacciarsi indisturbata la droga tra i giovani; quando vedo crescere senza freno il numero degli aborti; quando vedo affievolirsi il senso della solidarietà, particolarmente verso i più deboli, verso gli stranieri,; quando vedo affermarsi una cultura individualista che privilegia solo la propria soddisfazione personale.” Ed il messaggio del Vescovo alla città è ormai costante: è l’invito ad uscire appunto dall’ individualismo perché l’amore è essenzialmente uscire da un ripiegamento su se stessi: “Nessuno- ammonisce il Vangelo- ha un amore più grande di questo : dare la vita per i propri amici”. Come Terni vivrà l’utopia dell’amore? Il vescovo ha ricordato la casa S. Firmina che accoglie le moderne schiave della tratta del sesso, e la prossima apertura della mensa dedicata a S. Valentino per dare un pasto a tutti i bisognosi. E il raccoglierssi di tutte le componenti della città davanti a San Valentino oltre a dire che ci sono radici comuni che alimentano la vita comunitaria vuol dire anche che queste radici devono irrorare tutte le manifestazioni della vita anche di quella publica. Solo così Terni può essere simbolo di città dell’amore. Alla fine della solenne liturgia il Sindaco Paolo Raffaeli ha preso la parola per dire la sua consonanza con il Vescovo nel fare di Terni un emblema dell’utopia dell’amore. Anche per il Sindaco l’utopia dell’amore deve essere la costante che guida il lavoro di coloro che hanno la responsabilità della cosa pubblica.

Straordinarie tragedie nate nel quotidiano

Nel tempo dedicato a S. Valentino, patrono dell’amore e degli innamorati, festeggiato con la sincerità di molti e il guadagno di altri, sono state riportate vicende tragiche, che tutti conosciamo, un ragazzo che uccide l’amica del cuore, il figlio che uccide il padre e fa un rudimentale rito di cremazione al cadavere, un padre che uccide con una fucilata il figlio, due coniugi che muoiono per omicidio suicidio, un giovane che uccide un amico. Tanti sono i commenti e le reazioni. E’ giusto che se ne parli. Non che serva per impedire che accadano ancora episodi del genere (nessuno si illuda; in questi giorni, nelle letture della liturgia, si leggeva la storia di Caino e Abele che forse molti giovani non la conoscono neppure), ma perché si riesca ad operare in maniera più incisiva in campo educativo e perché una società superficiale e distratta possa trarre qualche utile riflessione e venga scossa la pigrizia di coloro che si sottraggono alle loro responsabilità educative. Queste tragedie si sono maturate nel quotidiano e sono esplose con la violenza propria di eventi straordinari. Incredulità, disperazione, stupore, invettiva. Si chiama in causa anche Dio: dov’era in quel momento? Nessuno può comprendere e soffrire di tale inquietante domanda, che sembra una bestemmia oppure è un’invocazione, come quelle persone che nella Chiesa vivono a contatto diretto con migliaia di giovani e conoscono i loro problemi, i drammi che attraversano, le lusinghe e i falsi messaggi cui sono sottoposti, il disagio nel rapportarsi con gli altri, in modo particolare con i loro genitori.In genere è proprio nell’ambito del privato, della vita all’interno della famiglia e del gruppo dei coetanei che maturano, giorno dopo giorno, tensioni e sofferenze che talvolta esplodono in forme distruttive. E’ lì che si devono sciogliere le tensioni, devono essere costruite le difese da una società che ha rinunciato, come ha notato don Rigoldi, a pronunciare parole come amore, pazienza, sincerità, perdono, autocontrollo, fatica, solidarietà, onestà, comprensione, disciplina, riflessione, preghiera, consiglio, fiducia. Parole cancellate nel linguaggio ordinario. Il mito della trasgressione, l’accesa curiosità verso l’esoterismo, l’esibizione dell’orrido, l’enfatica esaltazione del negativo sotto tutte le sue molteplici forme, non costituiscono il clima giusto per la normale crescita umana degli adolescenti e dei giovani. Dio abita ovunque lo si lascia entrare, nel privato mondo dei pensieri e dei sentimenti, nel nucleo sereno di una famiglia unita e in una scuola ordinata e impegnata nella ricerca di ideali e di valori dai quali prende senso la vita propria e quella degli altri. L’esasperazione dei toni e il degrado delle relazioni ordinarie della vita quotidiana sono sintomi di pericolo che ogni adulto dovrebbe interpretare in tempo correndo ai ripari. La spavalda sicurezza del giovanilismo imperante, secondo la moda imposta dai mercato massmediale, non deve trarre in inganno i giovani che devono essere resi consapevoli della loro fragilità e del bisogno che hanno di potersi appoggiare con fiducia su spalle forti e sicure. Le nostre?

E’ giusto rivendicare libertà e fondi per la ricerca scientifica. A patto che’

Da più di trenta anni dedico alla scienza la maggior parte delle mie giornate, sia “facendola” in laboratorio sia studiando quanto attraverso di essa viene scoperto. Ed ora, lo devo confessare, mi sento alquanto infastidito da tutto questo bailamme di dichiarazioni, di dibattiti, di mass media mobilitati allo spasimo intorno alle questioni della libertà da concedere o meno alla ricerca. La mia irritazione deriva dal fatto che, dopo secoli di attività scientifica e di correlativi approfondimenti epistemologici, siamo ancora agli slogan urlati, alle vesti stracciate e alle reiterate accuse di oscurantismo che piovono a vento su tutto e su tutti. In questi casi l’unica cosa da fare è tapparsi per un minuto le orecchie e ragionare con la propria testa. Proverò a farlo, a voce alta, insieme a voi. Tutto è nato da alcuni tagli che il Ministro verde dell’Agricoltura Pecoraro Scanio ha deciso di apportare al finanziamento di alcune ricerche sugli organismi geneticamente modificati sia animali che vegetali (Ogm). Per questi ultimi, in particolare, sono state vietate le sperimentazioni su campo aperto (non in serra), essendo ancora sconosciuta l’entità del loro impatto sull’ambiente circostante. Tali iniziative ministeriali, opportunamente amplificate e distorte dagli interessi elettorali, sono state il detonatore perché ri-esplodesse la questione della “libertà della ricerca”, già emersa in occasione della recente discussione sulle cellule staminali embrionali e hanno fornito l’occasione per bollare l’inedita accoppiata dei “fondamentalisti verdi” e degli “oscurantisti papalini” (vedi l’articolo di Vattimo sulla Stampa del 12 febbraio). Al di là degli insulti, che sono sempre indice di una tendenza – questa sì! – al fondamentalismo e all’oscurantismo, ve la sentireste di prendervela fino in fondo con un Ministro che dica: “Andiamoci piano. Passeremo alla sperimentazione su campo aperto solo dopo che avremo saputo che l’impatto dell’Ogm sull’ambiente non è catastrofico”? Io no! Fare questo ragionamento non vuol dire fermare la ricerca, ma solo far sì che proceda con maggior correttezza, nel rispetto della salute umana e dell’ambiente. E così, perché ostinarsi a non voler capire le ragioni di coloro che hanno a cuore la dignità dell’uomo, indipendentemente dallo stadio del suo percorso vitale? Non è forse vero che è possibile giungere per gradi alla sperimentazione sull’uomo evitando il grosso dei rischi, come ha fatto e fa la sperimentazione farmacologica? Questo non vuol dire fermare la scienza! E perché allora pretendere di avere mano libera di sperimentare direttamente sugli embrioni, agitando lo spettro di un rallentamento della scienza qualora non si segua questa procedura accorciata? Il contrasto con le decisioni del Ministro è stato anche occasione per denunciare le difficoltà in cui versa la ricerca scientifica in Italia. Difficoltà arcinote che vanno dalla esiguità dei fondi alla mancanza di tutele organizzative e legali. Su questo, i 1500 dimostranti con a capo Dulbecco e la Levi Montalcini hanno ragioni da vendere. Quanto viene investito per la ricerca nel nostro paese è un’inezia, inferiore addirittura a quanto viene fatto in alcuni paesi del terzo mondo. Ben venga, quindi questa protesta. In un mondo che necessita sempre di più dell’apporto scientifico, gli scienziati reclamano più mezzi per far ricerca e maggiore libertà. Ma libertà da che cosa? Si tratta forse della richiesta di poter disporre a piacimento degli embrioni o di poter inserire gli Ogm nell’ambiente senza troppi scrupoli? Se di questo si tratta, non si può fare come se non esistano dignità e diritti altrui da rispettare. Ci sono esigenze di bene comune, e quindi etiche, che devono essere prese in considerazione. Anche la scienza, come tutte le altre attività umane, deve essere orientata al bene dell’uomo e si deve dare pienamente ragione al Ministro Veronesi quando afferma: “Tutto è concesso all’uso della scienza per l’uomo, tutto è negato all’uso dell’uomo per la scienza”. Il discorso rimane aperto sul come organizzare questa convergenza sul bene umano. C’è chi propone un’auto-regolamentazione degli scienziati e c’è chi, invece, sottolinea l’esigenza di leggi che siano di orientamento soprattutto in quei campi in cui ancora tutto è lasciato all’arbitrio individuale. Credo che la seconda soluzione sia quella giusta. Non si tratta di porre limiti illogici alla ricerca, ma di salvaguardarla da ogni sorta di arrembaggio che nei suoi confronti molte forze interessate stanno già conducendo. Penso all’influenza delle industrie della bioingegneria, penso al “mercato” degli Ogm, penso alle speculazioni sulla salute umana e sull’ambiente. Solo una legge può mettersi al di sopra delle parti e salvaguardare la vita e il bene anche dei più deboli. Questo è, in breve, il contenuto della mia riflessione su questi temi di attualità. Ovviamente posso sbagliare e mi dichiaro pronto a cambiare idea dietro convincente dimostrazione. E’ di questi giorni anche un altro evento importante e significativo: la pubblicazione del genoma umano. Questa però è un’altra storia di cui, al Direttore piacendo, parlerò con voi un’altra volta.

Canto liturgico: si deve fare di più e meglio.Ma come?

Qual è il livello del canto liturgico nelle celebrazioni della nostra verde Umbria, spesso ricordata come la mistica terra di numerosi santi? Non è facile neppure per i responsabili dei vari uffici e centri liturgici delle nostre diocesi avere un quadro chiaro e reale della situazione, ma viene fuori comunque la necessità di migliorare la qualità del canto nella liturgia, oltre che migliorarne l’organizzazione nelle assemblee dei fedeli (si pensi alle prove all’inizio delle celebrazioni, alla scelta dei canti…).”Se la domanda è: si può fare di più? è normale che la risposta sia: certo che si può fare di più”, dice don Mirco Orsini, responsabile dell’Ufficio liturgico della diocesi di Gubbio. “Sembra che a volte il canto sia trascurato – continua – sia nella scelta, considerando le letture che propone la Liturgia della Parola, sia nella qualità. Ma in alcune parrocchie va bene: alcune realtà sono soddisfacenti. Va usato bene ciò che c’è, anche se si tratta solo della chitarra”. E don Giorgio Barbetta, parroco di Scheggia, nella diocesi eugubina, ha proprio usato bene ciò che aveva, almeno per Natale. “E’ vero, è da tempo che non si cura più il canto liturgico – afferma don Giorgio – ci sono difficoltà storiche. Ci si adegua alla corale: tanto c’è la corale… e questo è un problema della gente. Ma è anche un problema del parroco: ci sono tante messe, non si possono fare le prove, gli impegni crescono sempre di più. Anche qui nella mia parrocchia c’è poco canto – continua il parroco – ma per Natale abbiamo fatto qualcosa. C’è stata una collaborazione tra persone che suonano strumenti, anche se in maniera dilettantistica; ma si sono proposti e si sono messi insieme per formare un coretto di giovani e adulti. Il desiderio di fare di più c’è”. Anche a Perugia ci si adegua con quello che si ha, ma non per questo ne viene meno la qualità. Nella parrocchia di San Barnaba, ormai da tempo, il canto durante la Messa è animato dal coro dei bambini del catechismo che, grazie all’aiuto di alcuni giovani, studenti di musica e non, riescono a fare bene e a far partecipare l’assemblea. “Siamo sicuramente entro i limiti dei canoni dettati dalla liturgia – dichiara il parroco don Nello Palloni -, cerchiamo di fare bene e ci riusciamo. La gente partecipa perché c’è un repertorio conosciuto in parrocchia e raccolto in un libretto che viene usato. Certo, ho sentito di peggio – continua don Nello -: ci sono situazioni in cui non si è affatto attenti alle necessità della liturgia. Tuttavia, preparare bene persone competenti e che sappiano curare il canto liturgico è impegnativo, perché c’è bisogno di tempo, e oggi i nostri giovani sono impegnati in tante, forse troppe, attività”.”Al termine del Sinodo diocesano – dice don Stefano Puri, responsabile dell’Ufficio liturgico di Orvieto-Todi – si è detto di potenziare la cura degli animatori del canto ed ora in diocesi siamo orientati verso questo progetto. Qualcosa è già stato fatto – prosegue don Stefano – come, per esempio, il repertorio comune dei canti curato da don Mario Venturi, che è anche docente al Conservatorio di Perugia. Per il Giubileo è stata fondata anche una corale giovanile che si è impegnata nell’animazione delle liturgie in varie parrocchie, e soprattutto in cattedrale durante gli incontri giovanili diocesani”. In generale, don Puri è soddisfatto, anche se – dice – “è difficile avere una panoramica certa e sicura della situazione in tutte le parrocchie”. E’ un po’ più sobrio, quanto a soddisfazione, don Luciano Avenati, responsabile dell’Ufficio liturgico della diocesi di Assisi-Nocera-Gualdo, tra l’altro a lungo responsabile anche a livello regionale. “Indubbiamente c’è stato un periodo molto fecondo, circa venti anni fa – ci ha detto il sacerdote – quando è circolato ogni tipo di canto, anche non liturgico; ma c’era un notevole desiderio di partecipazione da parte di tutta l’assemblea, e questo fino agli anni ’80. Ora, però, c’è un calo, si tende a lasciar fare al coro, dove c’è, oppure al solista, o al gruppo dei giovani”. Qualche proposta da fare ci sarebbe anche, ma – afferma don Luciano – “a livello di singole diocesi non può reggere un progetto. C’è bisogno di un progetto regionale, di formazione nelle parrocchie, di formazione nei Seminari; manca, invece, la preparazione nelle scuole e nelle parrocchie”. Prima di tutto, insomma, ritrovare il coinvolgimento dell’assemblea “e il coro – prosegue continua don Luciano – laddove esiste, deve tornare a servizio dell’assemblea, non a fare esibizioni o spettacoli”. Sulla mancanza di insegnamento della musica nelle scuole non è molto d’accordo il prof. Michele Rossetti, insegnante di musica impegnato anche nell’animazione liturgica. “Nelle scuole elementari con i moduli è prevista la materia musicale. Anche nelle scuole medie c’è ancora attenzione, perché le scuole, almeno la maggior parte, fanno contratti con esperti per insegnare la musica”. L’educazione musicale non manca, ritiene dunque il prof. Rossetti; quello che manca è, semmai, una certa educazione liturgica. “C’è poca attenzione, sia da parte del sacerdote che delle famiglie, a educare a far rispondere durante la Messa. Se si risponde alla celebrazione si canta anche”. La musica non è più materia di studio, invece, al Seminario regionale umbro. “Quando la formazione culturale era strettamente seminaristica – spiega mons. Piergiorgio Brodoloni, rettore del Seminario – il ruolo del canto sacro è stato molto rilevante e faceva parte dei programmi scolastici. Ma ora che l’Istituto teologico è aggregato ad una Università pontificia l’insegnamento della musica è venuto a mancare, e questa mancanza è stata sentita. Per sopperire, in Seminario facciamo formazione settimanale sia a livello teorico, per comprendere il significato del canto liturgico, sia pratico, con particolare attenzione ai canti che usano la Parola di Dio e i testi della liturgia”. Anche in Seminario hanno usufruito dell’accompagnamento dell'”infaticabile” don Mario Venturi il quale ha ceduto quest’anno il servizio ad un giovane seminarista del terzo anno, che è anche studente di direzione di coro al Conservatorio. Il tutto – dice ancora il Rettore – “perché la liturgia sia davvero una adorazione di Dio plasmata dalla Parola; e la musica deve servire a questo”. Lancia una proposta mons. Brodoloni: “Ci sarebbe bisogno di scuole diocesane di formazione: come ce ne sono per altri ministeri, così dovrebbero esserci per il canto liturgico”.

Si dovranno fare tagli di spesa

I cittadini sono preoccupati, per il futuro della Sanità in Umbria Dal Dap (Documento annuale di programmazione) al bilancio facendo i conti, più volte, con la spesa sanitaria: il Consiglio regionale ha approvato il Dap, ora il prossimo esame è il bilancio.Ma la sanità, con i suoi 2.000 miliardi di spesa previsti, impegna il 75 per cento delle risorse regionali. E’ un dato impressionante, anche se le soluzioni per abbattere la spesa potrebbero avere ‘costi’ sociali di non poco conto. Si parla tanto di riorganizzare la gestione sanitaria ma tanti manager, indigeni e non, si sono succeduti senza incidere più di tanto, anzi. Il punto più discusso, e controverso, è quello della privatizzazione di alcuni servizi. Rappresentano l’unico rimedio? Ma con quali conseguenze sulla collettività? Le scelte da individuare per i tagli complessive alle spese nel bilancio sono al vaglio della Giunta regionale. Ma le operazioni chirurgiche, è proprio il caso di dirlo (enti inutili da sopprimere, spese di rappresentanza, e via continuando), passano attraverso il coraggio degli amministratori e la compattezza della maggioranza. Per il momento, il centrosinistra ha incassato l’astensione del Pdci sul Dap – definito però “debole” nel suo complesso – e il suo impegno a votare il bilancio. Restano, magari in attesa di un futuro ingresso in giunta, le perplessità dei Comunisti Italiani rispetto alle “scelte riformatrici troppo timide”. Il capogruppo Maurizio Donati, motivando la sua astensione, ha ricordato la necessità di “scelte più coraggiose, più radicali in tutti i settori di intervento a partire da quello sanitario”, anche sulla base dell’avvio del cosiddetto federalismo fiscale. Insomma torna il tema della spesa sanitaria da affrontare e risolvere. E proprio in questi giorni è stato più volte sottolineato il problema dell’attività privata dei medici negli ospedali pubblici. Dopo la riforma Bindi, molti medici che operavano sia in ospedale che nelle case di cura private, hanno optato per la scelta interna. Ma a Perugia, in molti casi – al di là degli interventi urgenti – i pazienti attendono fin troppo (alcuni mesi) prima di essere operati. Cosa che non avviene per chi decide, nella stessa struttura pubblica, e dagli stessi medici, di essere operati a pagamento. Sulla vicenda interviene anche il capogruppo di Rifondazione Comunista in Consiglio regionale, Stefano Vinti. “L’attività privata dei medici negli ospedali pubblici è ammessa soltanto se questa contribuisce a ridurre i tempi di attesa dei pazienti, proprio per garantire pari opportunità, sia a chi può pagare la prestazione sanitaria di tasca propria, sia a chi – ed è la maggior parte degli utenti – non è in condizione di farlo”. Vinti ha richiamato lo spirito originario della normativa introdotta dalla riforma Bindi, sottolineando che “in Umbria sta avvenendo esattamente il contrario: i tempi d’attesa per le prestazioni specialistiche raddoppiano e contemporaneamente, all’interno degli stessi ospedali, si triplica il fatturato delle visite a pagamento”. Vinti ha annunciato che il suo partito si batterà “per evitare che la sanità diventi, anche in Umbria, un affare a vantaggio di pochi, e la salute una merce asservita alle logiche del profitto”. L’esponente del Prc ha inoltre fatto appello alla Giunta regionale e ai tecnici manager della sanità umbra “per abolire immediatamente questa situazione inaccettabile che determina una specie di privatizzazione strisciante, non dichiarata, ma inesorabile della sanità”. Le ricette per la Sanità umbra vanno individuate con celerità per evitare che nei prossimi anni i bilanci regionali non prevedano risorse per gli investimenti e lo sviluppo.

Durissime accuse del presidente della Corte dei Conti Sfrecola

Sanità, sanità e ancora sanità; ma forse sarebbe più esatto parlare di malasanità, anche se si tratta di un termine ormai abusato. Sta quasi tutto qua il “bubbone” che mina alle radici la possibilità che l’Umbria riesca a tenersi in piedi sulle proprie gambe allorché, solo tra qualche anno, verranno a mancare le stampelle di uno Stato e di una Unione europea, arraffoni e pressappochisti quanto si vuole ma decisi per far marciare un carrozzone antiquato ed organizzativamente arrugginito. Tutto questo, naturalmente, senza entrare nel merito delle professionalità, che pure in buona parte esistono e che spesso sono costrette a “marciare” sotto il peso di problematiche negative che sovrastano. La nuova Presidente della regione appare piena di buona volontà ma l’impresa di raddrizzare la barca potrebbe (e naturalmente nessuno se lo augura) rivelarsi superiore alle sue forze se non fosse possibile superare gli ostacoli e resistenze che alzano steccati dentro e fuori gli ambiti dei “pianeti” della politica e della sanità. Sono in molti, a questo punto, a domandarsi se basterà, a correggere la rotta, la manovra annunciata dalla Lorenzetti a palazzo Cesaroni nel contesto della presentazione del Dap (Documento annuale di programmazione). Potrebbe anche bastare a patto che si verifichino alcuni eventi condizionanti. Prima di tutto che la Presidente abbia fatto bene i conti con l’Unione europea della quale, secondo le previsioni, dovrebbero essere trasferiti nelle casse regionali circa 8.000 miliardi in quattro anni. In secondo luogo che si riesca a porre sotto ferreo controllo ed a ridimensionare drasticamente la complessiva spesa gestionale ricorrendo, eventualmente a tagli necessariamente impietosi. In terza istanza che si riesca a non dare eccessivo ascolto alle sirene hobbistiche e localistiche ed a certi richiami della “ragione di Stato”. L’operazione risanamento ha un valore totalizzante e rappresenta, per l’Umbria, un obiettivo strategico assoluto, tenuto conto che l’impegno di risorse per il settore rappresenta, dichiaratamente, il 75% (e forse più) del totale delle disponibilità regionali e, così com’è, lascia modesti spazi di manovra alla promozione di altri settori, anche di assoluto rilievo per l’equilibrio economico e sociale dell’Umbria. Tra i tagli dolorosi che la Regione sarà costretta a fare si parla del ridimensionamento di talune strutture ospedaliere, eventualità che sta già ponendo in fibrillazione le popolazioni interessate. E non si può sottacere neppure quanto dichiarato recentemente da Salvatore Sfrecola in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario della sezione giurisdizionale della Corte dei conti. Nel contesto di quella relazione il presidente Sfrecola, in tema di sanità, non ha mancato di sottolineare che “…ricco è il capitolo della malagestione, soprattutto in materia di incarichi di progettazione ed esecuzione di opere pubbliche, di gestione del settore sanitario nel quale le inefficienze e gli sprechi vanno a colpire i cittadini che hanno più bisogno di solidarietà. E sono sempre tanti, troppi, gli accertamenti istruttori concernenti risarcimenti corrisposti da aziende sanitarie ed ospedaliere a pazienti in conseguenza di pratiche chirurgiche e terapeutiche che avrebbero causato colposamente gravi danni e perfino la morte…”.

MA IL PDCI È DENTRO O FUORI?

Ma insomma i comunisti italiani da che parte stanno (in Umbria)?Ad aprile 2000, per le elezioni regionali, stavano con il centro sinistra e appoggiavano la governatrice Lorenzetti.C on quella coalizione hanno portato due consiglieri regionali a palazzo Cesaroni. Poi uno dei due consiglieri è diventato prima presidente ma sempre cossuttiano, poi presidente non più cossuttiano ma bertinottiano. Tutto questo mentre il dente dei Pdci si era già abbondantemente avvelenato per l’esclusione dalla Giunta regionale. Il dente, perso un consigliere a favore dei “compagni-nemici” di Rifondazione, è diventato al curaro: così non sono mancate dal Comunista italiano umbro rimasto sugli scranni di palazzo Cesaroni (Donati) reiterate prese di distanza dal resto della maggioranza. Tant’è che il resto della maggioranza stessa ci ha, come suol dirsi “marciato”, finendo con l’emarginare spesso l’ex (o no?) alleato, nel frattempo segnalato in provvisorie “cordate” con Verdi e Asinello. Le prese di distanza del consigliere Pdci si sono fatte così assidue che il nuovo presidente di palazzo Cesaroni, il Ppi Liviantoni, le ha sancite con “bolla” ufficiale, spostando il cossuttiano non più organico dalle commissioni consiliari in cui la sua presenza non garantiva la maggioranza. Apriti cielo: il cossuttiano s’è adontato vieppiù, lanciando strali a iosa. Poi fu il Dap, la pace apparente con la Lorenzetti, il (presunto) “ritorno a casa”. Ma è di questi giorni il “disagio” (ma l’eufemismo è sin troppo palese) del segretario della Quercia umbra, Stramaccioni, nei confronti di un Pdci che annuncia candidati tutti suoi alle amministrative di primavera. Ma, insomma, il Pdci è dentro o fuori il centro sinistra?

Lana caprina?

Parlando di povertà, per capirla a fondo, le parole che contano sono molte, ma nel nostro mondo la parola/chiave è una sola: emarginazione. In tema di disabilità e di handicap il vero problema è l’emarginazione. È così – anche se in termini diversi – quando si parla di anziani, o di minori a rischio, o di tossicodipendenti. Disabile o handicappato? Sembrano sinonimi. Ma non lo sono. Non è lana caprina. “Disabile” è un soggetto che, a causa di una qualche malattia, non è in grado di “agire” una qualche parte del proprio corpo. Handicappato invece (così recita l’Organizzazione Mondiale della Sanità) è “un disabile che, a causa di una qualche menomazione… rischia di essere emarginato socialmente, o che comunque dalla sua disabilità viene impedito di godere della stessa qualità di vita e della stessa dignità di ogni essere umano”. L’handicap è dunque una forma di forte disagio sociale dovuta alla reazione che la società adotta di fronte ad un disabile. La disabilità è natura, l’handicap è cultura: non ha l’uso delle gambe, è fuori giuoco. Emarginato: participio passato di un verbo attivo transitivo, ha valore passivo; lui subisce l’azione; e se lui la subisce, è perché qualcun altro la fa. In un mondo che dovrebbe vedere tutti al centro, qualcuno viene tenuto ai margini. Magari dandogli l’impressione di contare ancora qualcosa. Agghiacciante, in proposito, l’origine della parola “handicap”; negli ippodromi inglesi del sec. XVIII la partenza ad handicap veniva adottata quando in gara c’era un cavallo “brocco” destinato al macello perché ormai troppo evidentemente inferiore agli altri: lo si faceva partire qualche decina o qualche centinaio di metri più avanti degli altri. Gli si dava l’impressione di essere in gara. Un paio di giri di pista, il tempo necessario ai cavalli normali per sorpassarlo. Giù, in fondo, appartato, il macello equino. Buona notte. L’ingiustizia è raffinata quando riesce a dare l’impressione della giustizia, magari dell’unica possibile. No, non è lana caprina.

Preoccupa la congestione stradale che si creerà intorno al Silvestrini

Il cemento del complesso di Centova scalfirà la giunta-Locchi? Sulla variante al piano regolatore approvata alcuni giorni fa molti non sono d’accordo e, come già successo alla terza circoscrizione (verdi e socialisti che votano con il Polo), le critiche non provengono solo dall’opposizione. Spiccava l’assenza dell’assessore alla mobilità e al centro storico Catanelli nella seduta preconsiliare, dove la Giunta dava il via libera alla variante, ma anche il vice-sindaco Rometti non era in aula al momento del voto. In commissione urbanistica, poi, Rifondazione votava “sì”, ma quando in Consiglio si è parlava di “multisala” e dell’immediato via alla concessione edilizia si asteneva a sorpresa, tanto che il provvedimento è passato grazie all’intervento del capogruppo dei Democratici Ventura. E pensare che l’allora sindaco Maddoli (esponente dei Democratici ed assessore regionale) si era battuto contro la cementificazione di Centova. Fatto sta che l’assessore Catanelli ha chiesto al sindaco Locchi di fare “chiarezza a livello politico”, aprendo di fatto una fase interlocutoria e di verifica all’interno della maggioranza. Anche il verde Ripa di Meana parla di un atto “in palese contrasto con i criteri generali del nuovo piano regolatore comunale che prevede l’esatto opposto”. Visto che la destinazione d’uso del nuovo centro polifunzionale eserciterà una spiccata attrazione nella zona (sono previsti cinema, discoteche, palestre e ristoranti), con un ulteriore aggravio del traffico, “l’adeguamento stradale e la realizzazione del sistema viario proposto dal progetto” sono, secondo il vice-presidente della Provincia di Perugia Palmiro Giovagnola, condizioni obbligatorie e vincolanti per il Comune di Perugia. Ma l’opposizione cosa dice? Tra posizioni squisitamente tecniche o prettamente politiche il centro-destra si schiera contro. “Su tutta la vicenda non mancano anomalie – afferma il capogruppo del Ccd Francesco Calabrese – a partire da un Prg non ancora approvato e che viene modificato con una variante urbanistica che favorisce chi è titolare del progetto”. Sempre secondo il consigliere comunale d’opposizione, infatti, con la variante sarà possibile ottenere, in deroga alla legge Tonioli, una “consistente riduzione dei parcheggi in rapporto alla cubatura concessa, aumentando l’altezza della struttura da 10 a 15 metri”, autorizzando una valanga di cemento di 86 mila metri cubi che si abbatterà direttamente sulla principale porta d’accesso al Silvestrini. E questi non sarebbero “favori fatti a chi è titolare del progetto – conclude l’esponente del Ccd – sennò perché tanta fretta nell’approvarlo?” E di “ripensamenti e miracolose folgorazioni sulla via di Damasco” in fase di approvazione della variante, come di “saccheggio urbanistico e di violazioni di tale macroscopica gravità, che qualcuno dovrà pur intervenire”, parlano i capigruppo del Polo Rocco Valentino, Mario Peccetti, Francesco Calabrese e Carmine Camicia, che hanno già chiesto un incontro con il prefetto di Perugia GianLorenzo Fiore. “Dov’è finita la richiesta di indagini della Soprintendenza” se lo chiede il consigliere di An Giorgio Corrado, ricordando il rinvenimento di una necropoli etrusca durante i lavori della E45, di cui il Comune “non ha tenuto conto”. Interpellanze che puntano il dito sul problema della congestione stradale in prossimità del Polo unico ospedaliero sono state presentate sia in Provincia sia in Regione, e tutti gli incartamenti sono pronti per la Procura. E anche l’associazione “Città di tutti” dice la sua ed evidenzia come l’apertura di una nuova multisala, a pochi chilometri da quella di Ellera, segnerà il colpo di grazia non solo per i cinema (che hanno perso il 50% della propria utenza), ma per tutto il centro storico, con tanti saluti ai tre progetti (dell’assessore Catanelli) di recupero di spazi culturali in città: Fatebenefratelli, Mercato Coperto e cinema Lilli.

“Rete civica” attiva dal 1999: una realtà tra luci ed ombre

Il concetto di “rete civica” è relativamente recente, ma è da scommettere che esso entrerà ben presto nel nostro lessico quotidiano. Le reti civiche sono servizi telematici che i comuni offrono per dare maggiore visibilità ad una città ed al territorio circostante. Un’indagine recentemente presentata, ha evidenziato come ben il 93% dei comuni capoluogo dispone di un proprio sito web mentre per quanto riguarda i centri minori (si tratta di un campione di 356 centri non capoluogo con popolazione compresa tra 2.000 e 100.000 abitanti) la percentuale scende al 46%.Il comune di Città di Castello non è rimasto a guardare e dispone, dal luglio 1999, di un proprio sito web ufficiale (consultabile all’indirizzo: www.ccdnet.net) che ha avuto un discreto successo di visite. Un anno e mezzo di vita è un periodo di tempo sufficientemente lungo per valutare la bontà di un’iniziativa ed è proprio questo lo scopo di questa piccola inchiesta (svolta nei giorni 6 e 7 febbraio scorsi) che si propone di verificare “sul campo” la validità dei servizi online offerti dal comune altotiberino. C’è da premettere che, come sempre, iniziative del genere hanno le loro luci e le loro ombre. Cominciamo con gli aspetti positivi, il più rimarchevole dei quali è proprio l’aver voluto la realizzazione del sito. L’esigenza di essere sempre più vicina ai propri cittadini dovrebbe essere primaria in una buona amministrazione locale. Per quanto riguarda la struttura del sito, la home page appare sufficientemente chiara anche se il caricamento risulta un po’ lento. Fra le cose migliori, l’area “Servizi sociali” risulta ben strutturata ed offre un panorama sufficientemente esaustivo dell’impegno dell’Amministrazione comunale nel settore. Stesso discorso per la sezione “Scuola e formazione”, che presenta l’elenco completo degli istituti scolastici presenti nel territorio. Fedele alla tradizione che vede le attività sportive ben radicate nel territorio comunale, la sezione “Guida allo sportivo” si presenta come una piccola miniera di informazioni per chi opera nel settore. Da salutare con positività anche la presenza di form per comunicare dati, la possibilità di scaricare in formato doc. i moduli per l’autocertificazione ed una mailbox davvero molto completa con gli indirizzi e-mail di assessori e dirigenti comunali. Ma se queste sono le luci, le ombre non mancano. La sezione che porta il promettente titolo di “InfoComune” è forse la più deludente. L’unica parte consultabile è in pratica rappresentata dallo statuto comunale mentre risultano ancora inattive le sottosezioni “Regolamenti”, “Provvedimenti”, “Ordinanze e circolari” e, “Controlla e partecipa”. Pur con tutta la buona volontà non siamo riusciti a trovare traccia degli ordini del giorno dei consigli comunali e, tantomeno, delle delibere di Giunta. Le informazioni su bandi e concorsi sono oramai scadute da tempo: è presente ancora il bando per la fornitura delle mense scolastiche, espletato da tempo. Il Newsgroup risulta ancora inattivo e così pure l’intera sezione “Per l’impresa”, il che, per un’area a forte vocazione imprenditoriale come la nostra, risulta una pecca di non poco conto. Nell’elenco dei consiglieri comunali manca qualsiasi indirizzo (compresa l’e-mail) o comunque come sia possibile contattarli. La sezione “Gruppi e associazioni” ne recensisce solo tre, il che, per un’area ricca come la nostra di gruppi culturali, di volontariato e sportivi è veramente ben poco. La sezione “Cartoline e passeggiate” mette a disposizione del navigatore delle belle foto ma praticamente nessuna informazione. Sempre rimanendo nel settore dei servizi offerti ai turisti, sì da ancora come in svolgimento la mostra “Burri inedito”, chiusa invece da tempo e laddove si parla del Museo del Duomo manca un link al sito del museo stesso così che il navigatore possa saperne di più. Estremamente deludente è anche la sezione dedicata ai giovani: l’unica cosa presente è il regolamento del Forum ed i risultati delle elezioni dello stesso mentre manca qualsiasi informazione su cosa il Forum stesso abbia realizzato fino ad oggi. Se tra le cose positive abbiamo elencato la presenza degli indirizzi e-mail di assessori ed uffici comunali, anche ciò presenta il suo risvolto negativo. Abbiamo inviato cinque e-mail per saggiare la velocità e la completezza delle risposte fornite e, anche in questo caso, il risultato è stato deludente. Dopo due settimane abbiamo ricevuto solo due risposte. La biblioteca comunale ha impiegato sette giorni per dare un’indicazione abbastanza generica. Lo Sportello del cittadino, a fronte di una richiesta ben specifica, ha impiegato otto giorni per comunicare semplicemente l’orario di ricevimento del Difensore civico. A tutt’oggi, nessuna risposta è pervenuta dal settore “Nidi”, dall’ufficio del sindaco e da quello dell’assessore Neri. Come concludere? Le pecche principali del sito sembrano essere tre: le troppe sezioni ancora inattive, la mancanza di aggiornamento e quella che un periodico specializzato ha definito come una “tendenza all’autoreferenzialità: l’organizzazione presenta se stessa come una burocrazia funzionale proponendo i contenuti sulla base della propria struttura organizzativa” (PC Professionale, febbraio 2001, p. 155). Dando per scontata la buona fede siamo in attesa: il cittadino aspetta.

Intanto il lago di Corbara attende che qualcuno lo degni di attenzioni

E’ risaputo, perché la sua storia è ancora recente, che il lago di Corbara non è un figlio naturale, è uscito da un parto assai laborioso e di questa sua difficile nascita è destinato a portare nel tempo il peso e l’onta. La sua salute è legata ai capricci di un fiume, che con le sue magre e le sue piene la condiziona in tutto e la rende malferma. Non è che manchi di un contorno delizioso di colline e di boschi e anche di prati, gli uni e gli altri dovutamente smaltati, in cima ai quali spunta dall’alto un accenno di paese in continua ricerca di un’immagine riflessa nelle sottostanti acque, tale da sembrare una creazione da presepio, ma le sue rive non sono per nulla ridenti ed accoglienti. Neppure d’estate ti attirano, perché non ci sono arenili che ti permettano di distenderti comodamente al sole e facili strade di accesso e le acque anche hanno brutta fama di essere infide e insidiose con un passato di vittime che scoraggia: perennemente uggiose senza una pausa di un autentico azzurro. Il Tevere vi scarica detriti e legnami e rifiuti d’ogni genere, raccolti un po’ dovunque, scendendo dalla natia Toscana per mezza Umbria, quando finalmente fuori delle orride strette del Forello esce furente per dilagare dove vuole, bloccato dall’inesorabile diga che gli spezza le reni. Lo chiamano lago, ma è piuttosto un bacino idroelettrico che costituisce un attentato continuo alla sua poesia ed alla sua possibilità pittorica. In compenso, pescatori di tutte le razze e paesi vi hanno trovato spesso il loro paradiso, specie a primavera, quando anche il pesce ha la fregola e mangia. Ora l’afflusso è calato di molto o almeno non è più tanto evidente come una volta quando tutto assumeva l’aria di una festa. A indagare bene nei pressi, puoi trovare anche qualcosa per lo spirito: un piccolo santuario francescano, detto Convento dei Pantanelli la cui autenticità è stata rivendicata da un illustre storico dell’Ordine, il compianto p. Livario Oliger o.f.m. , dove Francesco c’è stato davvero e ci si è fermato per riposarsi, nel fondo di una grotta, sotto il palazzo dell’amico Conte di Baschi, durante le sue incessanti peregrinazioni. Lo si scorge appena dalla parte del lago, perché mezzo affogato tra un forteto di sempreverdi, agevole però a raggiungersi anche con macchina. A nostro modesto avviso meriterebbe di essere maggiormente valorizzato e fatto conoscere. Insomma, a tirar le somme, di questo lago ci potrebbero essere ottime premesse per farne un’attrazione di buon turismo. Basterebbe un po’ di volontà… politica e di impegno, da parte di tutti. In questi giorni se ne è parlato abbondantemente, per via di certe controversie circa la manutenzione e la cura del medesimo, sorte tra chi ne vanta il possesso e ne detiene l’uso ancora per poco, l’Enel, e la Provincia di Terni e i Comuni rivieraschi di Orvieto e Baschi. L’incontro previsto per l’8 febbraio, è letteralmente saltato. E’ proprio in vista del preannunciato passaggio della gestione dall’ente nazionale energia elettrica alla Elettrogen che si sarebbe dovuta discutere la relativa convenzione, per cui, a tuttora, i problemi pendenti rimangono tutti insoluti. Non se n’è fatto niente, perché è venuto a mancare l’accordo: i Comuni pretendevano, per la manutenzione delle sponde, il versamento di 350 milioni da parte dell’Enel a fronte degli attuali 60 milioni e l’Enel ,in vista del ventilato passaggio , ha creduto opportuno far orecchi da mercante e non accedere alla richiesta e, magari, far passare all’acquirente la patata che scotta. Con il risultato che le sponde e le rive del lago, per il momento, rimarranno incolte e sporche. Così non si farà nulla che possa anche assicurare il monitoraggio delle zone litorali abitate contro la continua erosione delle acque e che possa frenarne il fenomeno. Si aggiunga a tutto ciò la crisi rilevata scientificamente per il settore ittico, dove le possibilità di pesca si sono sensibilmente ridotte, rispetto agli anni passati, per la morte avvenuta di migliaia di carassi e per l’incuria dell’uomo e si avrà il quadro completo del totale disastro del lago. E le stelle, intanto, stanno, come al solito, a guardare!

Unitré: per l’anziano un’occasione non solo di socializzazione

E’ una Associazione della stessa natura di tante altre che sono sorte e continuano a proliferare in tanti comuni allo scopo di tener vive negli anziani almeno le potenzialità intellettuali! Non ha fini di lucro (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale: Onlus) ed è aperta a chiunque lo desideri. Ha un proprio Statuto e relativo Regolamento. L’Unitre eugubina ha svolto sin dall’inizio una attività prevalentemente culturale tramite relazioni e lezioni a cadenza settimanale nel periodo autunnale, invernale e primaverile, fino a maggio. Gli argomenti trattati sono stati di natura varia in modo da soddisfare le esigenze dei soci (che attualmente sono oltre 80). Non dispone di una propria Sede; per le periodiche attività la sede è stata via via fornita da scuole statali. La prima sede è stata l’edificio Aldo Moro della II Direzione didattica, poi l’Istituto statale d’Arte, la scuola media statale Mastrogiorgio e, infine il Liceo classico statale “Mazzatinti”. L’Associazione è stata sempre accolta con piena soddisfazione dei soci e … gratuitamente! L’attività usuale viene finanziata direttamente dai soci tramite una quota annuale (non riceve né cerca contributi di enti pubblici o privati). Altre attività (ad esempio gite sociali) sono a carico dei partecipanti. Per citare qualche attività recente possiamo segnalare che nello scorso anno sociale 1999/2000 sono stati graditi ospiti della Associazione il primario della Divisione di Medicina del nostro ospedale e quello della Divisione di Chirurgia, prof. Pasquale Parise e prof. Giovanni Maria Rossi. Il primo ha parlato di “Malattie vascolari degli arti inferiori”; il secondo delle “Neoplasie”. Sono stati organizzati anche due concerti vocali e strumentali presso l’Aula magna della scuola media Mastrogiorgio: il primo nell’ultima riunione prenatalizia; il secondo in maggio a conclusione della attività didattica! In questo anno sociale 2000/2001, la lezione inaugurale è stata tenuta dal prof. Enrico Pantaleoni, primario della locale Divisione di Ortopedia: tema trattato l’Artrosi. Tanto per concludere: l’ultimo argomento programmato è quello che, attualmente tiene in agitazione produttori, rivenditori, consumatori: “Il morbo della mucca pazza”! Relatore il dott. Norberto Quadraroli.

Alle radici della saggezza degli Indiani d’America

Da sabato pomeriggio 17 febbraio fino al 4 marzo presso il centro S. Michele di Bastia Umbra si potrà visitare una mostra di pittura ad acquerello. Gran parte dei quadri che verranno esposti raffigurano la simbologia e situazioni degli Indiani d’America tra storia, cultura e arte. Autori delle opere una coppia di artisti di Barcellona, Jeronimo e Misericordia. La coppia ha vissuto per un periodo di tempo a contatto con gli Indiani nel New Messico e negli stati delle pianure. Per l’occasione li abbiamo intervistati. Jeronimo, perché avete scelto l’Italia e in particolare l’Umbria per la mostra sugli Indiani?”Questa mostra ha l’intento di essere una preghiera con la speranza di risvegliare la radice dell’albero eterno della saggezza indiana. Abbiamo scelto l’Italia per principi spirituali personali, l’Umbria perché c’è un grande nucleo spirituale collegato con altri continenti, in quanto in questa si è creata una forza di bene e di pace che può aiutare, facendo arrivare agli Indiani speranza e amore”. Qual è stato il motivo che vi ha spinto a intraprendere questa esperienza?”Abbiamo vissuto quest’esperienza con gli Indiani in New Messico perché al di là della diversità con la nostra cultura europea, abbiamo riscontrato diverse analogie quali l’importanza dei valori spirituali della persona, il rispetto per la propria interiorità e per gli altri”. Come vi siete sentiti dopo quest’esperienza?”Abbiamo avuto la conferma e la consapevolezza di quanto pensavamo all’inizio; abbiamo riscoperto il valore della natura, ci hanno commosso e incantato la bellezza dei paesaggi, lo stretto contatto con gli animali”. Come mai avete scelto proprio la pittura ad acquerello per esprimere le vostre sensazioni? “Per noi la mostra è una trasmissione della simbologia dell’arte indiana. L’acquerello è una tecnica molto spontanea che permette di lavorare in qualsiasi posto, situazione; infatti alcuni dei quadri li abbiamo dipinti sul posto”. Quali verità volete comunicare attraverso la vostra pittura?”Tutte le immagini rappresentate sono importanti per la coscienza, un quadro può dare delle risposte ai diversi interrogativi che ci si pongono. La nostra arte vuole essere un aiuto per la coscienza umana”.

Unico progetto turistico per i dieci comuni della Valnerina

E’ stata realizzata, grazie ad un progetto promosso dal Gal Sibillini Umbria in collaborazione con il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, e sarà presto presentata alla Bit di Milano. E’ stata curata dall’Associazone temporanea d’Impresa (Acta e Cooperativa Monte Patino) e avrà lo scopo di dare visibilità al ricco patrimonio di risorse paesaggistiche, naturali e culturali della Valnerina, valorizzandone le produzioni tipiche, le molteplici tradizioni, i borghi caratteristici, i percorsi più pittoreschi. Si tratta di una brochure promozionale dei dieci comune della valle del Nera, di un vero e proprio prodotto turistico sul tema “Valnerina, erbe e tradizioni”, che vuole essere il risultato di una preziosa sintesi tra radici del passato e linguaggio della modernità, tra abitudini di territori rurali ed esigenze di mondi urbanizzati. “E’ una delle rarissime volte – questo è stato uno dei primi commenti sulla prossima pubblicazione – in cui le sinergie profuse volgono a rappresentare un intero territorio, tenendo da parte campanilismi a volte esasperati che non portano a niente”. L’iniziativa è stata presentata in dettaglio pochi giorni fa a Norcia, presso la sede del Gal Sibillini Umbria, in occasione della riunione del Comitato scientifico che ha contribuito in maniera significativa alla realizzazione del progetto “La festa della Sibilla”. Riguardo al contenuto della brochure c’è da far notare che per ogni comune della Valnerina si è cercato di individuare un evento di richiamo in grado di guidare il turista alla scoperta del festival diffuso dell’intero territorio. I visitatori potranno scegliere di effettuare “l’itinerario della Sibilla” a Castelluccio, tra l’altro già proposto e accolto con successo dai turisti lo scorso mese di settembre, in occasione di Euro – park 2000; oppure di trascorrere una giornata nella ricca Biblioteca di Cascia per scoprire e gustare poesie e prose sul tema delle erbe, tra le quali quelle relative allo zafferano. A Cerreto di Spoleto sarà data l’opportunità di realizzare, con lezioni teoriche e pratiche e la collaborazione del Cedrav, l’ “orto del ciarlatano”; a Norcia di iscriversi ad un laboratorio teatrale di due settimane e di diventare un “animatore per l’interpretazione del paesaggio”. A Monteleone di Spoleto si potrà assistere ad un “Concerto delle erbe” e all’allestimento di botteghe di antichi mestieri.Il Centro di Educazione Ambientale di Poggiodomo, invece, ospiterà una serie di conferenze che daranno la possibilità di comprendere la storia delle erbe locali. Sempre sull’infinita varietà delle erbe, a Preci potranno essere programmate delle escursioni specifiche, congiunte a convegni di richiamo dell’antica Chirurgia Preciana. A S.Anatolia di Narco è previsto lo svolgimento di un corso di tessitura della canapa e a Sellano di un laboratorio di tintura. Trekking alla scoperta dei sapori sono programmati nel Comune di Scheggino mentre a Vallo di Nera, oltre che un concorso narrativo per ragazzi dal titolo “Erbe in rima”, sarà organizzato un soggiorno formativo sulla lavorazione, la salatura e la stagionatura del formaggio. Un vero e proprio decatlon della Valnerina che sarà presentato il 16 febbraio alla BIT di Milano, nell’ambito di un Laboratorio Tematico di Formazione “Ecoturismo e Futuro” che vedrà una relazione del dott. Canova sulla Carta Europea del turismo sostenibile, una relazione di Fusilli sulla rete di ospitalità turistica e del sindaco di Vallo di Nera Agnese Benedetti sulle modalità di costruzione degli itinerari in Valnerina.

Teologo e pastore con profonda vocazione ecumenica

Mercoledì 7 febbraio, sesto anniversario della morte del nostro arcivescovo mons. Antonio Ambrosanio, la Chiesa di Spoleto-Norcia ha fatto particolare memoria, unitamente alla traslazione della sua salma e quella dei predecessori nella Cappella funeraria degli arcivescovi inaugurata nella Cattedrale di Spoleto. Fu infatti mons. Ambrosanio che, morendo, raccomandò che si risolvesse finalmente una vicenda che si protraeva ormai da anni e allo scopo volle anche lasciare un munifico contributo. Un’apposita lapide ricorda l’auspicio di attendere insieme la resurrezione, già uniti nell’amore dell’identica Chiesa spoletina.Ci troviamo veramente in difficoltà, per esigenze di spazio, a presentare, sia pure in sintesi, la commemorazione tenuta da mons. Milano, lui stesso di fatto obbligato ad una scelta di campo, quella – ha detto – degli alti meriti teologici ed ecumenici dell’arcivescovo mons. Ambrosanio. Era ormai così largamente affermato nell’ambiente non solo dottorale ma popolare di Napoli che il card. Corrado Ursi lo volle suo Vescovo ausiliare nel 1977, ad appena 49 anni. Ma già undici anni prima, nel 1966, era stato nominato preside della Facoltà teologica napoletana di Capodimonte (nel 1969 sarà preside della stessa rinnovata Facoltà). Una vocazione scientifica e nello stesso tempo ecumenica ben chiara fin dai primi anni; mons. Milano ha ricordato la sua tesi di laurea all’Angelicum sull’ “Eucaristia nell’esegesi di Oscar Cullman”, teologo protestante. E il Cullman aveva apprezzato e gradito moltissimo il lavoro e la sensibilità del giovane studioso napoletano, aveva voluto anzi conoscerlo e incontrarlo raggiungendolo a Napoli da Basilea. Ne era scaturita una preziosa frequentazione e profonda amicizia, che faceva dire a mons. Ambrosanio di “aver incontrato uno studioso leale nella ricerca della verità senza alcun pregiudizio, ma soprattutto l’ecumenista sincero che cerca la verità nel cammino verso l’unità”. E l’ecumenismo, da quel 1957, rappresentò poi sempre uno dei suoi filoni privilegiati. La sua speranza, venendo a Spoleto come Arcivescovo, sarà di avere finalmente un po’ di tempo per i suoi studi, ma sappiamo bene che fu speranza vana. “TU SEI IL CRISTO” Tutta la teologia di mons. Ambrosanio – ha detto il relatore – è nella sua ininterrotta risposta al Cristo che lo interpella: “Tu chi dici che io sia?”. Ed ecco il succedersi degli approfondimenti e della mistica tensione sui sentieri della rivelazione: il Verbo preesistente presso il Padre, incarnato per noi, vita e luce del mondo, verità totale dell’uomo e sua certezza e salvezza, Signore Risorto che scende nella storia e si fa storia con l’uomo, condividendo sofferenze e gioie, problemi e ansie, luce che splende sul volto nella santità della Chiesa e ci dà come Madre la sua stessa Madre, Maria Immacolata ed Assunta. Ma dire Cristo è dire l’Eucaristia, dire il Sacerdozio: un triplice intarsio a lui abituale, si può dire, fin dalla fanciullezza, grazie all’educazione familiare e al suo piissimo parroco, sempre da lui ricordato, nel difficile quartiere di Barra. E al suo Cristo egli andrà sempre ispirandosi nelle varie fasi del suo sacerdozio ed insegnamento, già tra i ragazzi e i giovani tra i quali svolse il primo apostolato, come pure tra gli alunni nel liceo Genovesi di Napoli e via via nei vari incarichi sempre più impegnativi, fino all’Università. Abbinamenti particolari: Eucaristia e Fede – Eucaristia e Vangelo – Eucaristia e Croce – Eucaristia e Pasqua (tematiche nella prima parte dei “Frammenti eucaristici”). Siamo nel 1990, l’anno del Sinodo che ebbe per tema “Il sacerdote nelle circostanze attuali”. Leggiamo nella prefazione: “Sono più di trent’anni ormai che studio l’Eucaristia, ho insegnato e scritto sull’Eucaristia, la contemplo e l’adoro, la annuncio e la celebro, ma essa supera ogni possibilità di comprensione e di espressione. Essa sfugge alla sintesi … non è possibile ricevere tutto in una volta”. ARCIVESCOVODI SPOLETO-NORCIAAccenniamo rapidamente agli altri punti toccati da mons. Milano: il servizio episcopale di mons. Ambrosanio, non solo nella nuova diocesi affidatagli nel 1988, ma già prima a livello anche di Cei: il documento “Evangelizzazione e sacramenti” uscito praticamente dalla sua penna e dal suo gruppo di studio così, in Cei, la Presidenza della Commissione episcopale per l’Educazione cattolica, il suo incarico presso gli Issr d’Italia, la riconsegna del Documento di base ai catechisti italiani. E poi, la sua passione per la Chiesa affidatagli, “una Chiesa di santi, di molti santi, santi di ieri ma anche di oggi”, come gli aveva sussurrato il Papa, terra splendida di grazia, di intelligenza, di bontà, di operosità. Ed insieme tanta passione per l’Umbria, “terra santa, terra di Benedetto, di Francesco e di Rita, terra benedetta da Dio”. Basterebbe rileggere il suo discorso ai sindaci di Spoleto e di Norcia, al primo ingresso nelle due città. E poi, i vari momenti del suo episcopato: il periodico diocesano “Chiesa in cammino”, la doppia pagina diocesana ne “La Voce”, la beatificazione del beato Pietro Bonilli, la Visita pastorale, purtroppo interrotta dalla malattia sulle montagne del Sellanese, il Piano pastorale novennale per gli anni ’90, nelle tre tappe triennali l’annunzio, la celebrazione, la carità, secondo l’indicazione di Giovanni Paolo II nella Visita ad limina del ’91; ed inoltre il recupero da Utrecht delle reliquie di san Ponziano, il Convegno a Roccaporena sulla “Mulieris Dignitatem” (il primo in Italia), gli interventi magisteriali a livello anche europeo, come a Parigi e Barcellona, il richiamo all’attenzione pastorale verso i “bisogni economici e sociali”. Ed inoltre i suoi scritti, specie i tre principali: “Sacerdote perché sacrificio” (gli Esercizi predicati a Lourdes ai sacerdoti malati, nel pellegrinaggio della Lega sacerdotale mariana nel 1983), “Frammenti eucaristici”, “Incontro a Cristo 2000” (opera condotta quasi a termine quando già malato terminale non voleva però arrendersi, fedele fino alla morte). Ci scusi mons. Milano per quanto abbiamo dovuto purtroppo omettere, per ragioni di spazio. Saremo ben lieti di pubblicare la Commemorazione nel numero di febbraio di “Chiesa in cammino”. Ci piace concludere con alcune parole di mons. Ambrosanio sul Terzo Millennio. Tante – egli dice – le difficoltà, non ultimi gli equivoci di buddismo, islamismo e vari sistemi filosofici, come in Feuerbach, ma conclude: “Ci sarebbe proprio da disperare. Un’epoca senza ormai il Cristo? No, perché Cristo ‘ieri, oggi e nei secoli'” e cita S. Agostino, “Cristo dispiegato nei secoli: ecco il mistero della Chiesa, dei santi, dei cristiani, altrettanti frammenti del Cristo totale”.

Scultura di Mastroianni come totem della civiltà industriale

Un totem della civiltà industriale: una struttura astratta, caratterizzata da un susseguirsi di vuoti e di pieni, in un armonico ritmo strutturale, realizzata in acciaio di carbonio fuso basso con l’inserimento di altri materiali (nichel, cromo e rame), alta quasi sei metri. Si tratta di una scultura di Umberto Mastroianni, uno degli artisti più significativi del Novecento italiano, realizzata nel 1980, che ora fa bella mostra di sé all’incrocio tra corso Tacito e via Angeloni a Terni. Vi passava l’antica strada delle carrozze – spiega il depliant di presentazione – che collegava il Duomo con la Porta Spoletina ed intersecava il nuovo asse ottocentesco di Corso Tacito. L’opera diventerà il fondale di tutti gli assi che si incrociano in quel punto. “In questo slargo – prosegue la nota – si è voluto lasciare una traccia ed il materiale della scultura, chiaro richiamo alla storia industriale della città, sottolinea la “modernità” del particolare intreccio di storia antica e recente, presente in questo brano di Terni”. La struttura visiva, di notevole forza plastica, rappresenta un’immagine tecnica realizzata dal lavoro che fanno le mani degli uomini insieme alle macchine, per ricordare, cogliere e rivelare i motivi popolari ed i miti che gli uomini del nostro tempo si costruiscono nella vita quotidiana. “La scultura – conclude la nota – riafferma come il presente sia aperto sul futuro e come la vita sia legata con lo spazio, che è poi lo spazio della nostra storia”. L’opera è stata donata dalla Società Acciai Speciali Terni al Comune, il quale ha sostenuto un onere economico di otto milioni di lire come contributo per le spese di trasporto e di posa in opera del manufatto.

Gli industriali accusano la Regione di inefficienza. La Lorenzetti risponde

Il Consiglio regionale dell’Umbria ha approvato a maggioranza il Dap, il documento annuale di programmazione. Su 26 consiglieri presenti, 16 hanno votato a favore e 9 contrari (le opposizioni della Casa delle libertà) mentre il capogruppo dei Comunisti italiani, Maurizio Donati, si è astenuto. Sul Dap la maggioranza di centrosinistra ha ritrovato d’incanto l’unità (per questa settimana), pur tra qualche distinguo, ‘doveroso’, in attesa dei prossimi scenari elettorali. Il Dap indica i quattro principali settori di spesa per il 2001: 1) il comparto sanitario avrà un costo stimato di 2.020 miliardi, cioè il 75 per cento delle disponibilità complessive della Regione; 2) le spese di funzionamento dell’apparato burocratico regionale sono previste in 175 miliardi; 3) i contributi al settore trasporti pubblici saranno pari a 68 miliardi; 4) gli ammortamenti per i vecchi mutui impegneranno 61,2 miliardi. Da non dimenticare che viene previsto un tasso di sviluppo dell’economia del 3,5 per cento. In sostanza la manovra della Giunta regionale – considerando anche gli effetti del federalismo che porterà ad una diminuzione di risorse dallo stato – punta a non aumentare le tasse e le imposte per il 2001. Nei prossimi cinque anni si vogliono inoltre ridurre le spese (per 77 miliardi) sul fronte sanitario e di 3 sul funzionamento della macchina regionale. Ma proprio nel giorno dell’approvazione del Dap, c’è stata una dura presa di posizione del presidente della Assoindustria perugina, Azelio Renzacci, che ha accusato la giunta regionale di “immobilismo”. L’esecutivo è stato inoltre “incapace di attuare, almeno fino ad oggi, un chiaro disegno strategico teso al rilancio delle attività produttive locali”. Renzacci – che ha dato atto alla Lorenzetti del suo impegno per risolvere il problema delle infrastrutture – ha sottolineato la necessità di una riapertura del dialogo tra imprese – che nel 2000 hanno registrato un andamento più che soddisfacente – e l’esecutivo. La presidente ha risposto per le rime. “Gli industriali sbagliano quando sostengono che il merito dello sviluppo spetta solo alle loro imprese – ha detto – e che tutto il resto, il contesto programmatico che noi abbiamo contribuito a costruire in questi anni sia del tutto deludente. Strana equazione la loro”. C’è anche una accusa, per niente velata, al comportamento degli industriali. “Gli imprenditori umbri si guardino attorno e vedranno che in Umbria c’è scarsa innovazione e propensione al rischio: c’è molto da fare, anche per loro. Propongano più progetti ed obiettivi e lascino stare le polemiche improduttive”. La presidente ha inoltre ricordato, sul tema delle infrastrutture, che “in otto mesi l’Umbria ha ottenuto più finanziamenti che in trenta anni”. Solo per le strade sono stati aperti bandi di concorso per 600 miliardi, per la viabilità perugina legata alla E7 sono disponibili 150 miliardi. Il dibattito del Dap è stato contrassegnato anche dalle forti critiche da parte del centrodestra che hanno parlato anche di “buonismo fuori luogo”. Andrea Lignani Marchesani (AN), relatore di minoranza, ha affermato che “il Dap è una occasione persa di innovazione. Il documento è un libro di sogni che evidenza, da parte della maggioranza, la mancanza di assunzione di responsabilità per mere strategie pre-elettorali”. Secondo Lignani Marchesani “l’Umbria si trova a serio rischio di sopravvivenza”. Per Enrico Melasecche (Fi) “il problema vero è che in Umbria non si ha il coraggio di fare scelte incisive. Abbiamo un sistema pubblico che costa troppo e produce burocrazia, con un sistema produttivo non competitivo che non attrae nuove imprese”.

Non vergognarsi di essere cattolici

A Bolzano spariscono i crocifissi dalle scuole per non urtare la suscettibilità di alunni non cristiani, a Todi si nota da parte di alcune classi il rifiuto di fare il presepio, sempre per la stessa ragione. Da parte di insegnanti e di dirigenti sensibili al rispetto delle minoranze presenti nel territorio italiano si ritiene giusto e opportuno nascondere la nostra identità religiosa e culturale, abolire costumi e tradizioni secolari ritenute di disturbo e non più proponibili in una società che diventa sempre più pluralistica in senso etnico e culturale. I diritti delle minoranze evidentemente vanno assicurati e garantiti, anche per legge, senza dimenticare però i diritti delle maggioranze senza soprusi e arroganza. L’equilibrio e il buon senso dovrebbero predominare al posto della paura e della vergogna di se stessi. Dietro a questo atteggiamento, tuttavia, si può scorgere il cedimento di alcuni a seguito di una specie di aggressione morale da parte di esponenti del laicismo nazionale e locale ad una Chiesa che viene accusata di invadere campi non propri. Soprattutto dopo il Giubileo che ha dato una risonanza mondiale alla Chiesa viene fatta una sorta di richiesta di rientrare nei ranghi, magari di pregare e tacere. Da varie parti si mandano messaggi che rasentano la minaccia, come se ogni dichiarazione di carattere morale fosse una aggressione alla libertà individuale. Guai a dire che le coppie omosessuali sono contro la natura del matrimonio come è inteso anche dalla Costituzione italiana. Quando l’Osservatore romano, il quotidiano della Santa Sede, ha criticato la decisione dell’Olanda di riconoscere le coppie gay, nell’agenzia di stampa Nev (n.49), è apparso un comunicato in cui si diceva che questa presa di posizione era una cosa “vergognosa” e seguiva un’esaltazione della apertura e modernità di un Paese europeo al quale il Vaticano non ha nulla da insegnare. Sulla scia di coloro che non sanno null’altro della Chiesa e della sua storia se non la solita Inquisizione e il caso Galilei, letti secondo l’ottica dell’ideologia liberale e marxista di stampo ottocentesco. In un recente bilancio del XX secolo si sono chiamati tutti meno che gli storici cattolici, come se i cattolici nel secolo appena concluso non ci fossero stati, non avessero quindi nulla da dire. Si è arrivati a scrivere una storia “criminale” della Chiesa da parte di un inglese (il vezzo non è solo italiano). Il rischio che ciò comporta è quello di cui si diceva all’inizio: i cattolici per paura di ricevere insulti fanno due passi indietro e si nascondono nel privato. Oppure che per reazione diventino aggressivi e usino le stesse armi della polemica e della contrapposizione. Un sano orgoglio della propria identità, senza esibizionismi e senza ipocrisie, dovrebbe essere la risposta adeguata da parte di chi ritiene di avere un messaggio alto e nobile da portare al mondo con la parola e i fatti della vita quotidiana, vissuta nella normalità di comportamenti cristianamente ispirati.

Il “terzo polo” soluzione anche per il riequilibrio tra Perugia e Terni

Anche nel corso di quest’ultima settimana è proseguito il dibattito sulle proposte presentate nel “Colloquio di Assisi”, organizzato a metà gennaio da Nemetria. In particolare, fa discutere l’idea di lavorare alla costituzione di un “terzo polo territoriale” nell’Italia Centrale (in cui confluiscano gli sforzi di ripresa delle comunità locali di Marche, Umbria, Abruzzo e Molise), e quella di disegnare questo polo valorizzando il ruolo e le responsabilità di tutte le élite sociali (e non solo di quella politica) e la caratteristica policentrica del tessuto socioeconomico di questa area. Non è certo possibile fare il bilancio di un confronto ricco e tutt’altro che concluso. Conviene piuttosto richiamare alcuni punti, non tutti, della proposta di Nemetria, e tra questi magari qualcuno che più di altri può interessare l’opinione pubblica ternana. 1. Nessuno, tra gli esperti, prescinde da un dato, il quale però non credo sia abbastanza chiaro alla più ampia opinione pubblica. L’Umbria (le famiglie umbre, le imprese umbre, gli individui, ecc.) è una collettività che vive “a sbafo”. Si concede un tenore di vita e di consumi superiore al volume di ricchezza che produce. Da qualche parte, in Italia e nei paesi della Unione Europea, ci sono individui, famiglie, imprese che finanziano con il loro lavoro i nostri lussi. Non basta: negli ultimi anni, questa situazione si è aggravata. Gli umbri sono sempre più scrocconi. A questo si aggiunga che le amministrazioni pubbliche locali sono tra quelle meno efficienti. 2. Qualora anche gli umbri continuassero a far finta di nulla, le trasformazioni economiche ed istituzionali ci preparano un futuro in cui gli scrocconi avranno vita meno facile. “Federalismo”, ad esempio, significa poter contare un po’ meno sulla generosità obbligatoria degli altri e dover contare un poco di più sulle proprie forze. In particolare per la nostra regione, nei prossimi anni si porrà in termini più drastici l’alternativa tra sviluppo ed autonomia. O produciamo di più (o spendiamo meno), oppure verremo liquidati. Scrivendo sulle colonne de La Voce, è forse il caso di notare come le comunità ecclesiali che nella storia d’Italia, e tuttora in tante aree del Paese, sono anima del prezioso senso di responsabile autonomia locale, nella nostra regione hanno da tempo abdicato a questo ruolo nonostante tutti i formali appelli alla dottrina sociale della Chiesa, a cominciare dal principio di sussidiarietà. Spesso giustificano e condividono la furbizia di una società assistita. 3. Quali sono le proposte sul tappeto ? Sostanzialmente tre. La prima proposta è quella “regionalista”, quella ad esempio perseguita dai governi regionali negli ultimi trent’anni. Ne circolano due versioni. La prima versione dice: insieme ce la possiamo fare; la seconda: chiedendo tutti insieme può darsi che da Roma o da Bruxelles qualche cosa ancora sgancino. Della seconda versione credo non meriti parlare (anche se è forse la più diffusa), ha i minuti contati. Della prima versione si può dire che occorre rassegnarsi al suo fallimento. Non siamo la Lombardia o l’Emilia: siamo piccoli e sempre più poveri, sguarniti e forse pigri: così come siamo da soli non ce la facciamo. La seconda proposta (anche in questo caso ne circolano molte versioni) ha ricevuto la sua formulazione più semplice da parte della Fondazione Agnelli. L’Umbria è un debito, dividiamolo in due e facciamolo gravare su aziende che non sono altrettanto “in rosso”. Dunque: Perugia con la Toscana e Terni con il Lazio. Nemetria ha elaborato e lanciato una terza proposta. Umbria, Marche, Abruzzo e Molise possono lavorare insieme, da subito ed alla pari, a prescindere dalla evoluzione dei confini amministrativi, alla costruzione di un terzo polo territoriale nell’Italia Centrale, che faccia sistema in condizioni di sostanziale pari dignità con il polo della Toscana settentrionale (Firenze) e con quello metropolitano (Roma). Tra i vantaggi di questa terza proposta c’è la condivisione di problemi comuni tra queste quattro regioni e c’è il loro aggancio forte alla direttrice di sviluppo adriatica, attualmente una delle più dinamiche del Paese. 4. La proposta di Nemetria ha un particolare significato anche per Terni. Essendo proposta poliarchica e policentrica, punta ad una specializzazione delle amministrazioni (non più doppioni e scatole cinesi tra stato, regioni, provincie, comuni …) e ad un ruolo chiave per le città. Il “terzo polo” non sarebbe un patto tra patetici micro-stati regionali, ma una rete di città. In questo quadro Terni, se ne avesse la forza e le capacità, cesserebbe di essere “sotto” Perugia, un po’ come Bergamo e Brescia non stanno “sotto” Milano, o Vicenza, Padova e Verona non stanno “sotto” Venezia. Inoltre, per citare solamente un altro aspetto, la centralità della dimensione territoriale ed infrastrutturale nel disegno del “terzo polo centro-orientale” valorizzerebbe Terni come centro della “X” Firenze-Pescara/Ancona-Roma e come perno di una delle funzioni che il “terzo polo” potrebbe assicurare all’intero “sistema Italia”.

Il Padre Nostro meditato a più voci da ortodossi, cattolici ed evangelici

Tante volte nelle nostre preghiere siamo soliti invocare Dio come Padre nostro, seguendo l’insegnamento del Signore Gesù. Quante volte però, con altrettanta cura, ci siamo fermati a riflettere un momento sulla profondità di questo appellativo? Che cosa vuol dire che Dio è Padre? Che cosa vuol dire che egli è nostro e non mio? Quali sono le conseguenze di questa affermazione pronunciata nella fede? Dire che Dio è Padre nostro significa riconoscere, da un lato, l’inaudita vicinanza di Dio all’uomo, dall’altro l’esigenza irrinunciabile dell’amore per il prossimo che è per noi qualcosa di più di un vicino: un fratello. Al riconoscimento dell’amore di Dio corrisponde, quindi, la presa di coscienza dell’unità alla quale tutti i credenti sono chiamati. Ogni volta che pronunciamo la preghiera evangelica si staglia di fronte ai nostri occhi il mistero di Dio, di un Dio che in qualità di Padre ci vuole come una cosa sola. In questi nostri giorni l’esigenza di unità delle chiese si fa sentire in maniera sempre più forte. Di fronte ad un mondo fortemente dissociato, privo di punti fermi e bisognoso di una testimonianza autentica da parte dei cristiani, lo scandalo della divisione grava come un fardello insopportabile. Per costruire unità da dove si può cominciare? Su quale base possiamo incontrarci? A questa domanda è stata data una risposta significativa: nello spirito del giubileo ormai trascorso, nella nostra Perugia, è stato realizzato un convegno per riflettere sul significato profondo della preghiera del Padre nostro, prestando particolare attenzioni alle implicazioni ecumeniche dell’invocazione. La cosa più interessante non è stata certo la realizzazione vera e propria del progetto, perché di progetti e convegni in fondo ce ne sono molti e non suscitano tanto scalpore. La cosa più bella è stata senza dubbio la preparazione dell’evento: per la prima volta un convegno è stato organizzato congiuntamente dalle chiese presenti in Italia: cattolica, riformata, ortodossa. Come se questo non fosse già abbastanza, anche il rabbino capo di Milano ha arricchito l’incontro con la sua presenza. Come commentare quest’evento, se non dicendo che un unico Dio che è Padre ha chiamato a raccolta i suoi figli? Alla luce della preghiera del Padre nostro le chiese e i credenti in Dio si sono raccolti a un’unica tavola come fratelli. Al termine del convegno, perché non andasse perduta la ricchezza dell’incontro interconfessionale e interreligioso, sono stati pubblicati gli atti a cura del Segretariato per l’Ecumenismo e il Dialogo della Conferenza episcopale italiana. Il testo (Il Padre nostro. Preghiera di tutti, Bologna, EDB, 2000) raccoglie le molteplici voci in un unico e affascinante coro. Ciascun esponente ha espresso la ricchezza della propria visione, senza paure né condizionamenti. Il cattolico, l’ortodosso, il riformato, l’ebreo, l’uomo, la donna hanno proclamato, in una sapiente polifonia, l’unico canto che celebra il mistero della paternità di Dio e della fratellanza come vocazione universale. Diviso in due parti il volume raccoglie nella prima i commenti alle singole invocazioni della preghiera che si rivela di una profondità sconcertante e inesauribile, mentre nella seconda parte offre una sorta di panoramica spirituale sul Padre nostro e sull’influsso da esso esercitato sulla spiritualità cristiana sin dal tempo dei padri. Complessivamente questa pubblicazione costituisce un segno tangibile di quel cammino verso l’unità del quale tante volte ci dimentichiamo. Nelle pagine dense del volume si scorge la vera ragione della fraternità e la radice ultima dell’unità: solo riconoscendo Dio come Padre potremo riconoscerci davvero fratelli, al di là degli attriti che nella storia ci separano. La preghiera insegnata dal Signore Gesù, quindi, suona sulle nostre labbra come un ennesimo invito di Dio all’unità della sua chiesa e alla fratellanza universale perché il mondo creda. Diciamo, dunque, Padre nostro, consapevoli del fatto che questa davvero è la preghiera di tutti.

Superare l’assistenzialismo per promuovere l’inserimento

Il 30 gennaio scorso le Consulte regionali “Caritas e Salute”, “Famiglia e Giovani”, “Problemi sociali e Lavoro, Giustizia a Pace” si sono riunite a Villa S. Tecla di Palazzo di Assisi, unitamente al Forum regionale delle associazioni familiari. La riunione è stata promossa dalla Ceu per riflettere su alcuni temi importanti per la Chiesa in Umbria e per la Comunità civile regionale: il Piano sociale regionale, il Progetto “Policoro” e lo Statuto regionale. Significative le riflessioni fatte e le iniziative programmate. E’ emersa una Chiesa che va crescendo in ambito regionale, profondamente inserita in una comunità chiamata a far fronte, con la ricchezza e anche i limiti di una regione di piccole dimensioni, a trasformazioni rilevanti che toccano la società, l’economia e la politica e chiedono di essere affrontate con responsabilità e fiducia. Sul Piano sociale regionale è emersa la consapevolezza che fare la propria parte per la piena attuazione del Piano significa manifestare concretamente l’amore preferenziale per gli ultimi, per le persone, per le famiglie. Come affermato da mons. Riccardo Fontana, arcivescovo di Spoleto e delegato Ceu per la carità e la pastorale sanitaria: “E’ importante uscire dalla tradizione assistenziale dei servizi sociali per promuovere l’inserimento delle persone. Come Comunità cristiane dobbiamo rivendicare la nostra opera specialmente nel campo dell’educazione e della formazione”. Sul Piano sociale – è stato concluso – tocca in particolare modo alle Caritas diocesane promuoverne la conoscenza e coordinare le azioni delle diverse componenti ecclesiali (dalle Caritas parrocchiali alle associazioni di volontariato). E’ importante costituire le Consulte diocesane delle opere caritative ed assistenziali come strumento di unità e di raccordo e promuovere anche nelle Zone pastorali incontri di formazione e di coordinamento. Particolare attenzione è stata riservata allo Statuto regionale da riscrivere entro il 2001, uno Statuto che sia fondato sui principi della sussidiarietà verticale e orizzontale che riconosca effettivamente il ruolo delle Autonomie locali, delle cosiddette Autonomie funzionali e dei soggetti sociali intermedi a partire dalla famiglia. E’ stato deciso di costituire un gruppo regionale di esperti che elabori una proposta da sottoporre alla valutazione delle Consulte regionali e all’approvazione della CEU. Sull’argomento è stato anche preventivato un Convegno regionale da tenere nel prossimo autunno rivolto anche agli amministratori e ai politici. Infine con il progetto “Policoro” (avviato da oltre cinque anni nelle regioni meridionali e nelle isole) la Chiesa in Umbria vuole testimoniare una particolare attenzione verso i giovani che guardano al loro futuro. Aiutare i giovani a comprendere il valore cristiano del lavoro, come il lavoro sta cambiando e come entrare nel mondo del lavoro è un atto di amore verso una realtà spesso lasciata a se stessa, senza punti di riferimento. E’ già in vista un appuntamento: l’incontro del 27 febbraio 2001, alle ore 10, a Collevalenza, promosso dai tre Uffici Cei “Lavoro, Giovani, Caritas” a cui parteciperanno i delegati regionali e diocesani di riferimento unitamente ai responsabili delle associazioni giovanili e di quelle d’ispirazione cristiana operanti nel sociale (come le ACLI, la Coldiretti, la Confcooperative, ecc).

Ma che “bravo” papà!

Ma che bravo papà! Mentre il figlio, un ragazzino, gioca a calcio, lui si prende a male parole con un altro genitore e poi gli punta un coltello alla gola. Bell’esempio, bel livello di civiltà. Bel modo di vivere in una società. Non importano le motivazioni, non importa se accaduto davanti a tutti e soprattutto ai ragazzini in campo: il gesto compiuto durante la gara del campionato Allievi sperimentali tra Pontevecchio e Sanfatucchio non ha giustificazioni. Né colori sociali. Che il calcio, praticato a tutti i livelli, non sia più un gioco ma solo un affare o una questione d’onore è ormai chiaro. La novità sta invece nella abbattimento dell’ultimo baluardo dell’educazione nella vita di tutti i giorni e quindi anche in ambito sportivo: la famiglia. Si dice che se i figli, giovani ultrà, vanno in curva a inneggiare al razzismo e poi fuori dai cancelli dello stadio si azzuffano con spranghe e coltelli sia colpa dei genitori più che del bombardamento massmediatico, dell’antagonismo insito nella natura umana. E’ vero. E adesso se ne ha la conferma. Non ci sarebbe da stupirsi se venissimo a sapere che il ragazzino figlio dell’eroe di Ponte San Giovanni arrivasse a dire: “Grazie papà per aver difeso me e il mio onore”. Né se il padre si dichiarasse pronto a ripetere la “bravata” in caso di necessità alla prossima partita. Un episodio non casuale (e pensare che stiamo parlando solo di una partita di pallone), ma solo punta di un iceberg con tutti gli organismi calcistici locali e le stesse società primi colpevoli. Stigmatizzare l’episodio adesso è facile. Ma sono anni per esempio che club, allenatori e giocatori vengono puniti con ammende e sanzioni ridicole, punizioni solo virtuali. Perché poche centinaia di mila lire di multa non sono nulla; e se una squalifica dura “tot” settimane non è detta che purifichi l’animo del cattivo di turno. Gli “eroi” non vengono mai allontanati, ma nemmeno “recuperati”. Il problema è diverso: ruota tutto sulle parole rispetto ed educazione. Che non si vendono al mercato o si elargiscono in televisione. Che fare allora? Il nuovo presidente della Figc regionale, Luigi Repace, punta sul dialogo e fa bene. Incontrerà atleti e club rivolgendo mille raccomandazioni. Ma forse è meglio che ognuno parli con se stesso. Se sa di avere una propria coscienza.

“DAP”, DOVEVA ARRIVARE PRIMA

Dap: Documento annuale di programmazione oppure “Doveva arrivare prima”? La governatrice umbra fissa su carta, riveduto e (molte volte) corretto l’elenco delle priorità per il suo gabinetto e l’opposizione, rispolverando una definizione abusata ma sempre efficace, parla di “libro dei sogni”.Lorenzetti però difende con il solito vigore l’elaborato, dando alla sua “pre-finanziaria” il multiforme valore di insindacabile agenda per i prossimi anni (“…e che nessuno scantoni”, minaccia la presidente) ma anche di rinnovato collante per un centro sinistra che pare ritrovare il senso dell’unità e della coesione smarriti il giorno dopo le elezioni di aprile. In effetti, per un breve attimo il secondo scopo, nel corso del dibattito consiliare, il Dap sembrava averlo conseguito: lo scalpitante verde Ripa di Meana, assente dall’aula per malattia, aveva addirittura inviato una lettera all’assemblea proprio per dire che su quel documento la maggioranza di aprile si sarebbe ricompattata, dopo gli screzi su Bonaduce e composizione delle commissioni. Ed invero il cossuttiano Donati, scontento da sempre per il trattamento che riserva al suo partito il resto della maggioranza, un passettino verso il consenso al documento lo aveva fatto. Timido, ma lo aveva fatto. Poi, nella coda è tornato il veleno. E tutto è rimasto come prima. Cioè, con mille e una divisione nel centro sinistra: quelle stesse divisioni che hanno sinora ritardato, e di molto, l’effettiva operatività di un esecutivo che invece tempo da perdere non ne avrebbe. Visto che deve preparare l’Umbria al federalismo, e che il federalismo rischia di strozzarla, l’Umbria. Insomma, già la situazione sarebbe complicata di per sè. Se ognuno ci mette del suo per peggiorarla.

Dove si impara l’arte

Il posto che nella storia della Chiesa è stato riconosciuto ai poveri è sempre di grande rilevanza. Fino a costituire – secondo l’opinione di più di uno storico – “l’aspetto cruciale delle relazioni Chiesa/mondo”. Nei secoli le soglie economiche e psicologiche della povertà sono continuamente variate, il concetto di “povertà” s’è via via incarnato nelle categorie ideali e operative che l’evoluzione socio/culturale andava privilegiando, ma il rapporto di Gesù con i poveri è sempre stato uno dei punti discriminanti per valutare l’autenticità della “sequela Christ”.I poveri: uno dei luoghi dove il cristiano, per così dire, “impara l’arte”. Magari per spenderla poi altrove, ma la scuola è lì. È successo a don Bosco. Giovane prete, rischiava la disoccupazione come tutti: nella Torino della prima metà dell’800 i preti erano 1 ogni 100 abitanti (ma c’è chi sostiene, carte alla mano, che fossero 1 ogni 22 anime!). Il futuro Santo si trovò a vagliare, con accanto mamma Margherita, le diverse “offerte di lavoro”: istitutore privato, una nobile famiglia genovese che offre mille lire l’anno, più vitto e alloggio; cappellano a 500 metri da casa stipendio doppio; viceparroco nella sua Castelnuovo: qualcosina di più. La calcolatrice in mano non ce l’aveva, ma qualcosa in quei calcoli del figlio non quadrò a mamma Margherita. Secca come sanno esserlo le mamme che amano davvero: “Fai tu, ma se diventerai ricco io non metterò piede a casa tua”. Poi entrò in scena don Giuseppe Cafasso: “Butta a mare tutte le offerte e vieni a Torino a imparare come si fa il prete”. Perché imparasse come si fa il prete il Cafasso portò don Bosco nelle carceri di Torino. Nella più tetra e umida delle quattro carceri di Tornio, quella alloggiata nei sotterranei del Regio Senato, piena di insetti e di giovani “delinquenti” che avevano avuto il torto di non trovarsi nessuno accanto nell’età più critica della loro vita. Quella fu la scuola di don Bosco, l’incubatrice del suo progetto educativo. La scuola di tutti i cristiani autentici. Dei preti soprattutto. La scuola dei poveri. A scuola dai poveri. Poi magari uno fa una cosa diversa…: – che so io? – accetta il rischio di perdere la propria anima nel tepore di un ufficio curiale. Tutto può andare bene. Ma l’arte s’impara lì. Senza quella scuola nessun cristiano, e a maggior ragione prete, andrà lontano.

Preziosi a Perugia per un incontro sul futuro della parrocchia

“Parrocchia e unità pastorale _ cambiamenti e prospettive per la comunità cristiana del terzo millennio”: è questo il titolo di un incontro di riflessione, promosso dall’Azione Cattolica diocesana ed aperto a tutti gli operatori pastorali, che si terrà a Perugia, domenica 18 febbraio prossimo, a partire dalle ore 15, a Casa del sacro Cuore. Interverranno l’arcivescovo mons. Chiaretti, don Luciano Avenati ed il vice presidente nazionale di Azione Cattolica Ernesto Preziosi. Questo appuntamento vuol essere un’eco che richiama e rilancia il messaggio lanciato lo scorso mese di giugno al Convegno della diocesi, con il quale è iniziata la preparazione della visita pastorale che si svolgerà proprio con il criterio dell’incontro del vescovo con le comunità cristiane raggruppate per unità pastorale. Mons. Chiaretti, fin dall’inizio del suo ministero in diocesi, mise l’accento sulla grave questione della carenza di vocazioni sacerdotali e sulla necessità conseguente di ridefinire sul territorio la presenza dei preti e dei servizi ecclesiali. Se questo è il motivo contingente, non sfugge, però, il fatto che anche in questo tornante della storia ecclesiale lo Spirito santo ci invita a riscoprire ciò che è essenziale rispetto a quello che ormai va modificato, in vista di una presenza adeguata della Chiesa sul territorio e per l’obiettivo di fondo e di sempre: l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità (si veda al riguardo l’ultima lettera pastorale del vescovo). Sappiamo tutti quanto sia difficile comprendere le situazioni nuove, quanti problemi nascono: il nostro incontro vuol offrire un contributo nell’ordine, anzitutto, di una chiarificazione dei termini e delle questioni che sottostanno a questi che non sono solo problemi di organizzazione, con il contributo di persone esperte. Fra l’altro, poche settimane fa c’è stato l’ultimo di una serie di convegni del Centro orientamento pastorale su questo problema: per il futuro, è stato detto in quella sede, occorre pensare a un modo “diverso” di essere preti e di essere laici, nell’ottica della comunione e della corresponsabilità. Sarebbe un bel risultato se, dopo il nostro incontro del 18 febbraio, tornassimo tutti a casa con qualche idea più chiara in testa e con la consapevolezza che bisogna cominciare a cambiare qualcosa. Anche per evitare di subire situazioni comunque impellenti, per lavorare meglio e per soffrire un po’ meno. E noi laici potremmo fare molto su questo versante, così da essere vero aiuto e sostegno ai nostri pastori. All’indomani del Giubileo, il Papa ed i vescovi ci hanno invitato a riprendere il largo e ad attivare i ” laboratori di fede” (di carità, di cultura…): una comunità cristiana che si fa cantiere, ove ciascuno contribuisce con il suo dono, in un’ottica meno individualistica e meno campanilistica, può rappresentare un fermento di autentica speranza non solo a livello spirituale, ma anche sociale.

Occasione di godimento artistico e di approfondita catechesi

Il Museo del duomo di Città di Castello è una struttura diocesana sita in piazza Gabriotti n. 3/a. La prima sede del Museo era costituita da soli due locali (ca. mq 60), ai quali si accedeva dalla sacrestia della basilica cattedrale dei Ss. Florido e Amanzio. Il 23 marzo del 1991 è stata inaugurata una sede rinnovata, composta di sette locali (ca. mq 430), distribuiti su due piani. L’ultimo ampliamento della struttura risale al 18 marzo 2000: il museo oggi risulta tra i più estesi, su scala nazionale, adibiti a musei d’arte sacra (ca. mq 800). I dodici locali, alcuni del Trecento e Quattrocento ed un maestoso salone gotico, sono stati tutti sottoposti ad una laboriosa opera di restauro, che li ha riportati alla loro originaria fisionomia. Varie sono le sezioni del Museo: l’oreficeria, la pittura, le pergamene, la scultura ed i tessuti. Di grande impatto il salone gotico del piano superiore dove troneggia il Cristo in Gloria (XVI sec.) del Rosso Fiorentino ma anche le sale riservate a pezzi unici di oreficeria come il Tesoro di Canoscio (arte paleocristiana del VI sec.) e il Paliotto (XII sec.). Oltre che l’interesse storico-artistico la struttura museale offre la possibilità di una opera approfondita di catechesi e di pastorale per giovani, per adulti, per famiglie, ed anche per movimenti cristiani e gruppi di catechismo. Forte è infatti il messaggio spirituale che attraverso le opere d’arte viene trasmesso: aiuto importante al fine di rivisitare la tradizione cristiana dell’Alta Valle del Tevere, ripercorrendo il cammino di fede dei nostri padri. Un itinerario liturgico che ha dunque valore educativo e catechetico, duplice finalità di specificità culturale e di dimensione pastorale, di fede e di religione, di sacro e di catechesi. Si ricordano gli orari di apertura al pubblico della rinnovata struttura museale: dal 1’aprile al 30 settembre 9.30/13.00-14.30/19.00, chiuso il lunedì; dal 1’ottobre al 31 marzo 10.00/13.00-14.30/18.30, chiuso lunedì. Sono possibili aperture su prenotazione per gruppi superiori alle 10/15 unità con a disposizione una guida per la visita alla struttura museale. Per ulteriori informazioni: www.museoduomocdc.itPer quanto riguarda il salone gotico di circa 200 mq, ha una capienza di 100 posti, ed è utilizzabile per conferenze, concerti, mostre a termine ed iniziative culturali. E’ dotato di ingresso autonomo, uscita di sicurezza, accesso per disabili e servizi aggiuntivi disponibili (segreteria, guardaroba, fotocopiatrice-fax, collegamento a Internet e casella e-mail).

Nessun pericolo di mucca pazza dai prodotti locali

Non c’è più in Italia un ambiente, un paese, in cui la mucca pazza non abbia portato scompiglio e preoccupazione. Il commercio delle carni è completamente cambiato, con conseguenze disastrose per il mondo degli allevamenti e quindi anche per l’intera economia agricola. Ma l’argomento ha travalicato, ha invaso il settore, ovviamente, dell’alimentazione, della sanità, dell’università, dell’industria, dell’imprenditoria, oltre che del commercio, correggendo o sovvertendo stratificate posizioni dietetiche, come tradizionali impostazioni di lavoro, aprendo varchi a nuove ricerche ed ad altrettante rinunce e sacrifici con colossali tagli di spese e di entrate , che tutto si accetta al fine di porre diga al dilagare a questo vero flagello nella deprecata ipotesi che possa attecchire senza soluzione di continuità. La mucca, la pacifica e dolce mucca, congiunta di sangue dell’indimenticabile “pio bove” al quale andavano le ineffabili tenerezze del poeta Carducci e che ha nutrito, tra latte e carne, mezzo mondo e intere generazioni di individui per secoli, la mucca è additata oggi come pericolo pubblico e, una volta impazzita, per l’uso di certe farine autentiche diavolerie, fa tutti impazzire per la mancanza di un rimedio sicuro. Il problema gonfiato e allertato dalla cronaca quotidiana, strombazzato e paventato in tutte le città e paesi, è finito anche sui tavoli del Consiglio Comunale di Orvieto, lunedì 29 gennaio, in un incontro, fortunatamente, solo di carattere informativo. L’iniziativa è stata promossa congiuntamente dall’assessore alla Pubblica istruzione e ai Servizi sociali Maurizio Negri, dai responsabili del Servizio veterinario della Asl di Orvieto, Mauro Vagnucci e Marco Cristofori e dal dirigente del Servizio di Pediatria di comunità, Alberto Romizi, al fine solo di approfondire, con informazioni e chiarimenti, le problematiche legate all’uso di carne bovina nelle mense scolastiche. All’Assemblea – particolarmente affollata- hanno partecipato i rappresentanti del Comitato di gestione degli Asili nido del Comune, i dirigenti scolastici dei Circoli didattici di Orvieto capoluogo e di Orvieto Sette Martiri, il Dirigente scolastico della scuola Media statale “I. Scalza e L. Signorelli”, i rappresentanti dei genitori e degli insegnanti delle Scuole materne, elementari e medie inferiori, i membri della Commissione mensa. Nel corso dell’incontro sono state illustrate le caratteristiche delle malattie degenerative che colpiscono il sistema nervoso centrale dell’uomo e degli animali e sono stati spiegati i controlli che vengono effettuati a livello nazionale e, nello specifico, gli accertamenti sanitari praticati presso il Mattatoio comunale dai veterinari Asl. Il servizio sanitario italiano è considerato, a livello internazionale, esemplare, all’avanguardia in termini qualitativi e quantitativi (dipende dal ministero della Sanità e non da quello della Agricoltura come in Francia, e sono in numero di gran lunga maggiore che in altri paesi europei più grandi dell’Italia). E’ da oltre un anno e mezzo che non entrano più in Italia bovini, mentre dal 1994 certe farine sono state vietate. Per quanto riguarda la zona di Orvieto è stato affermato che il Mattatoio comunale , per come è strutturato ed organizzato, rappresenta un punto di monitoraggio costante degli animali. In esso, da notevole tempo ormai, le mattazioni avvengono solo per quelli al di sotto dei 20 mesi e con procedure di separazione delle parti molle a rischio di Bse dalle altre e scarto di quanto vietato in materia di alimentazione ,secondo le disposizioni precauzionali più rigorose. Per quanto riguarda i controlli sugli appalti, dal Responsabile dei Servizi sociali del Comune è stata data la più ampia assicurazione, tant’è che, contrariamente ad altri Comuni, che hanno sospeso a titolo cautelativo l’utilizzo delle carne bovine nelle mense scolastiche, permane tuttora l’utilizzo di queste, con preferenza di quelle locali certificate, ovvero nate, allevate e macellate in loco e corredate di dovuto certificato. Nel ribadire e confermare questo utilizzo, l’assessore Maurizio Negri, a fronte delle comprensibili preoccupazioni dei genitori per gli attuali motivi, si è dichiarato disponibile a prevedere la possibilità-temporanea- di un alimento alternativo alla carne bovina ,solo per chi ne facesse formale richiesta alla Commissione mensa. Allora nessun pericolo di “mucca pazza ” per il territorio di Orvieto – vada il merito ai bravi ed onesti nostri allevatori- e quindi si mangi in pace , pur con le dovute cautele per certe parti, il buon prodotto che generosamente ci dà un animale così paziente e prezioso, da sempre amico e collaboratore dell’uomo. E “prosit” a tutti !

Conosciamo lo straniero con la sua cultura e la sua religione

Presso la sala parrocchiale di Sant’Agostino, si è svolto il previsto incontro sul tema “Accogliere l’altro nella società multietnica”, organizzato dalla Caritas parrocchiale in collaborazione con l’Azione cattolica, la cooperativa “Il Gabbiano”, il gruppo operatori culturali. Ad una breve introduzione del prof. Pio Benedetti, coordinatore della Caritas parrocchiale, è seguito il primo intervento, quello del prof. Roberto Gatti, dell’Università di Perugia cui è toccato affrontare un aspetto di notevole interesse, quello riguardante i problemi che sul piano sociale e politico pongano la presenza, sempre più in crescita nella nostra società, di immigrati di origini, culture, religioni diverse. Si tratta di una emergenza nuova, che mette in discussione le basi stesse della nostra convivenza di cittadini delle società occidentali. L’accoglienza agli immigrati, infatti, non è solo un problema di cortesia, di calore umano, di concessione di diritti sul piano civile. Esige ed esigerà sempre più nel futuro un qualcosa di molto più impegnativo, vale a dire un riconoscimento di diritti anche nella sfera pubblica. Secondo il prof. Gatti, la sfida che ci attende è quella di riuscire a declinare in modi nuovi il rapporto tra uguaglianza e differenze, di tentare di individuare nuove strade, senza sacrificare né i fondamenti dello Stato di diritto né i diritti universali di ogni persona. E’ poi seguito l’intervento di mons. Elio Bromuri, presidente del Centro di accoglienza di Perugia e direttore del settimanale La Voce, che, come ci si poteva attendere, ha posto l’accento su alcuni problemi concreti che emergono nell’incontro fra culture diverse; ha messo in risalto la naturalezza, per così dire, con cui il cristiano deve accogliere lo straniero secondo l’esempio di Cristo stesso. Ha però insistito sull’esigenza di conoscere bene, e non in modo approssimativo, le differenze fra noi e chi ci vive accanto, con una cultura e una religione diverse. Ai credenti si chiede in sostanza di dialogare con gli altri a livelli profondi, di vivere la nostra identità, di comunicare la forza attrattiva di Cristo. L’incontro è stato vivace e partecipato. Hanno contribuito ad arricchire il dibattito gli interventi del vescovo mons. Pietro Bottaccioli e quello, in sede conclusiva, del vice-sindaco Filippo Stirati, confermando come l’accoglienza agli altri, agli stranieri immigrati, è una emergenza importante che va affrontata insieme alla Chiesa e all’autorità civile e politica. Quel che è emerso è che una convivenza pacifica, arricchita anche dalla presenza di componenti culturali diverse, esige un atteggiamento di dialogo a tutti i livelli, fra noi e con gli altri, che sarà possibile solo nella misura in cui saremo consapevoli della ricchezza, pur nella differenza, di ciascuna identità ed appartenenza etica, religiosa e culturale. Ciò nella consapevolezza che ogni intolleranza, anche la nostra, è spesso segno di fragilità e di debolezza e in ogni caso non serve a risolvere i problemi.

A Patch Adams medico “stravagante” e anticonvenzionale

A Patch Adams è stato conferito il “Pellegrino di Pace” per l’anno 2000, riconoscimento attribuito dal Centro Pace di Assisi ad una personalità distintasi per l’impegno a favore dell’amicizia fra i popoli. Patch Adams è personaggio più che noto per idee e realizzazioni; anche per il modo comportamentale che trova talvolta espressione nella foggia peculiare dell’abbigliamento. Medico, specializzato per altro in pediatria, ha fondato il Gesundheit Institute, ovvero – per esprimerci con le sue parole – un esperimento olistico basato sulla convinzione secondo cui la salute dell’individuo non si può separare dalla salute della famiglia, della comunità e del mondo ed inoltre un atto socio-politico che privilegia la qualità della vita delle persone in un mondo dominato dall’avidità. Più concretamente il Gesundheit Institute è una comunità che, situata in Virginia, ha garantito gratuitamente cure mediche a migliaia di individui. Rilevante dunque l’impronta volontaristica e solidale, atta a scuotere le coscienze più indifferenti. Il concetto di guarigione elaborato da Patch Adams si caratterizza per due cardini: il rapporto schietto e amicale tra personale sanitario da un lato e il paziente dall’altro; il ricorso a terapie anticonvenzionali – quali arte, artigianato, spettacolo, sport, agricoltura – integrate a cure tradizionali, ovviamente ridimensionate. Non a caso il Gesundheit Institute assumerà i connotati di un grande ospedale provvisto di vari servizi sociali ed inoltre di teatro, aule, laboratori, palestre e orti botanici. Il progetto ideale e pratico è senza dubbio ambizioso, ma va detto che a volte la caparbietà e la generosità compensano anche le aspirazioni più audaci. La cerimonia di assegnazione del “Pellegrino di Pace” si è svolta giovedì 1 febbraio presso la Sala romanica del Sacro Convento, gremita come nelle più significative occasioni. Dopo la proiezione di un documentario realizzato dalla Televisione svizzera, concernente i nuovi metodi di approccio perseguiti con i malati, gli studenti dell’Istituto tecnico Ruggero Bonghi hanno eseguito canti in onore dell’ospite: quindi il presidente del Centro-pace Gianfranco Costa ha ripercorso la storia della associazione e più a lungo si è soffermato sul significato del riconoscimento e sui benemeriti che dal 1988 lo hanno ricevuto. Patch Adams, ha accettato con commozione il famoso bronzetto eseguito dal Maestro Norberto, facendo riferimento – grazie all’interprete Terry D’Alfonso – agli oppressi penalizzati dal potere finanziario, al ruolo insostituibile della donna, a Francesco d’Assisi che rappresenta l’esempio più evidente della santità. Galvanizzato dall’incontro, Gianfranco Costa ci ha illustrato il progetto triennale del Centro Pace: la costruzione di Case-bambini in ogni continente attraverso gli introiti derivanti anche dalla vendita di oggetti-simbolo offerti da personaggi affermati in ogni settore professionale. Una Casa dovrebbe sorgere anche in Assisi per accogliere alcuni bambini gravemente feriti a causa della guerra.

Tendiamo una mano verso i Paesi colpiti dai disastri naturali

Trema la terra nell’America Centrale. Sono le undici e trentatré della mattina. Il sisma è devastante, raggiunge l’intensità di 7.9 gradi della scala Richter, per la durata di trentanove secondi. L’epicentro viene rilevato nell’Oceano Pacifico, a 276 Km dalla costa del Salvador, il paese più colpito. Il terremoto, in una terra purtroppo non dimentica di tragiche calamità naturali, è stato il più forte degli ultimi venti anni. Infatti, la popolazione, già messa a dura prova solo nell’ultimo secolo da frequenti eruzioni vulcaniche, violenti maremoti, uragani, nonché ripetute scosse e sanguinose guerre, ha dovuto constatare la perdita di migliaia di persone. Anche il numero delle case danneggiate o distrutte è altissimo, fino a 34.000 e 19.000 sono le persone sfollate; anche molte vie di comunicazione sono ormai impraticabili. Le équipe di soccorso sono insufficienti per attendere alle vittime e più vivo e più forte si fa il problema sanitario. Sono allestiti ospedali di emergenza, ma mancano generi di prima necessità, quali acqua potabile e medicinali. Senza di essi, inoltre, alta e rischiosa è la probabilità del diffondersi delle epidemie. Tanto più in questa stagione corrente – in Salvador è estate – priva di pioggia. Già molte nazioni europee hanno contribuito, stanziando dei fondi, alle prime esigenze di soccorso, ma le necessità si fanno sempre più impellenti, ed urgenti sono ulteriori aiuti. La nostra regione, in particolare, si sta mobilitando attraverso l’Uvisp, organismo non governativo, di cooperazione e solidarietà internazionale di ispirazione francescana, riconosciuta dal ministero degli Esteri Italiano ai sensi della normativa vigente, con sede centrale di proprietà a Bastia Umbra. L’Associazione, a carattere volontario e senza fini di lucro, sta raccogliendo offerte, medicinali ed indumenti (abiti e scarpe) che porterà direttamente nelle zone gravate dal sisma. Già dal 1983, infatti l’Uvisp, organizzato in un primo momento attraverso tre gruppi di solidarietà, mantiene i contatti con i Paesi dell’America Centrale, perseguendo obiettivi di assistenza e promovendo, grazie ad una vivace informazione critica e concrete attività, un’educazione per uno sviluppo equo. Oltre la realizzazione di progetti di istruzione e formazione professionale, di progetti legati al mondo del lavoro e compatibili con le economie locali (come la costruzione di laboratori artigiani e la costituzione di cooperative agricole curati direttamente da operatori volontari inviati dall’associazione), l’Uvisp si è interessato alle due macro-operazioni, rispettivamente in Nicaragua e Guatemala, riguardanti centri di assistenza per invalidi di guerra e tossicodipendenti, e ha creato inoltre abitazioni per uso civile e secondo precisi criteri igienico sanitari. Il quartiere di centoventi case costruito in Nicaragua a seguito della distruzione dell’uragano Mitch, è stato innalzato attraverso norme di costruzione antisismiche. E questo è fondamentale. In Salvador, infatti, come appunto in Nicaragua, le case, almeno fuori dalla capitale, sono costruite in maniera ancora piuttosto elementare con semplici materiali e semplicissime architetture. Le condizioni di vita sono oltremodo povere, non esistono nemmeno mezzi di comunicazione che possano avvertire delle catastrofi imminenti prevedibili (uragani, eruzioni) e mettere in salvo la popolazione con l’evacuazione. Ferme, d’altra parte, in uno stato economicamente debole, sono anche le attività produttive. “E’ necessario – spiega padre Giorgio, responsabile Uvisp – risolvere subito, come seconda emergenza, la ripresa delle attività lavorative. Gli aiuti provenienti dai Paesi stranieri finiranno presto, e il Salvador dovrà essere in grado, subito, di riguadagnarsi una propria autonomia. Solo favorendo la ripresa di tale settore, la popolazione sarà capace di gestire una propria ripresa”. La prima spedizione del container di materiale di aiuto e le offerte raccolte avverrà imminentemente, e ne sarà prevista un’altra al massimo tra un paio di mesi, la quale provvederà a fornire anche del materiale scolastico, in previsione della riapertura delle scuole. Anche il neo-gruppo Caritas sta collaborando all’iniziativa, cercando di incrementare la quantità degli aiuti, cercando in questo la cooperazione del settore catechistico. Quella che si sta formando è infatti una piccola rete giovanile, all’interno della realtà parrocchiale, consolidatasi in occasione di questa emergenza. Il frutto di questa coesione, la raccolta collettiva di denaro, sarà devoluto per le spese di spedizione dei medicinali e degli indumenti. E già si parla di muoversi al più presto anche per l’India, anch’essa devastata dal terribile sisma. Le iniziative dell’Uvisp in favore dei Paesi in via di sviluppo non sembrano arrestarsi. E’ infatti prevista, entro il mese di febbraio, una conferenza, alla quale chiunque può partecipare, durante la quale verrà lanciata la campagna nazionale di difesa in nome dei Paesi del terzo mondo, dal titolo “Senza confini. Diritti di cittadinanza nella globalizzazione dell’economia”. Nel corso del mese di settembre saranno previsti tre seminari di approfondimento su questa tematica. Chiunque volesse aiutare l’iniziativa dell’UVISP può rivolgersi al numero dell’UVISP 075.800.46.67; fax 075.800.47.48; cc postale n’10025062; cc bancario M.P.S. ( S.M. Angeli) n’608990 (cod. ABI 1030 CAB 38271)

Sua maestà il tartufo si presenta ai visitatori

Norcia: città per tutte le stagioni e per tutti i gusti. Ed è così! Febbraio, benchè sia il mese più sprovveduto per l’economia della Valnerina, ripropone invece a Norcia la gransde kermesse della Mostra Mercato del tartufo nero e dei prodotti tipici, giunta quest’anno alla trentottesima edizione. La rassegna agro-alimentare, che è partita in sordina intorno agli anni Cinquanta, già dal ’93 ospita anche espositori di prodotti tipici, provenienti da diversi Paesi europei ed extraeuropei ed ora si sta sempre più imponendo all’attenzione di imprenditori ed espositori, riscontrando la simpatia di un variegato pubblico. Scopo della manifestazione è di valorizzare e promuovere i prodotti tipici locali e nazionali. Incentrata sul tartufo nero pregiato della Valnerina, il profumato ‘tuber melanosporum’, e sui prodotti tipici e di qualità, la Mostra Mercato prevede ampi spazi dedicati all’artigianato, alle attrezzature agricole e ad altri settori merceologici. A far da contorno alla manifestazione si avranno intrattenimenti folcloristici, convegni, mostre, gare sportive, annulli postali. Diamo a tutti alcune notizie utili. Dove e quando: la XXXVIII edizione della Mostra Mercato si terrà a Norcia nel centro storico e nelle zone limitrofe dal 23 al 25 febbraio 2001. Orario: venerdi 23 febbraio dalle 15 alle 20; sabato 24 e domenica 25 dalle 8,30 alle 20. Come si articola: – area espositiva per le produzioni tipiche eno-gastronomiche; – area espositiva per l’agricoltura; – Comuni d’Italia e d’Europa; – Degustazioni. L’organizzazione: Comune di Norcia – Assessorato al turismo. La Comunità Montana Valnerina avvierà come di consueto interessanti convegni su problemi di attualità per tutto il territorio. Norcia non è solo questo. E’ una città dalle mille risorse! Propone al visitatore notevoli opere d’arte a iniziare dalla sua stupenda piazza, dove si affacciano gli edifici più importanti, dalla Basilica di San Benedetto al Palazzo comunale e dalla cattedrale di S.Maria Argentea alla Castellina, dove ha sede l’interessante museo civico-diocesano. Un viaggio nelle frazioni rivela notevoli bellezze artistiche come la chiesa della Madonna bianca ad Ancarano, di S. Salvatore a Campi e poco distante l’abbazia di Sant’Eutizio. Norcia con la zona delle Marcite e con l’altopiano di Castelluccio è il fiore all’occhiello del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Norcia è, poi, la terra delle tradizioni vissute e riproposte lungo il corso dell’anno a partire dalla festa dei faoni per finire alle rievocazioni di stampo medioevale in occasione delle celebrazioni benedettine. E’ rinomata per la sua gastronomia, saporita e molto curata, per i prodotti tipici che ne sono alla base, per la celebre lavorazione del maiale e per l’accoglienza turistica. Ultimamente risulta vincente l’abbinamento sport-turismo. E’ una città viva, dove l’Amministrazione comunale insieme ad imprenditori locali particolarmente propositivi ha un ruolo decisivo nella proposizione di un’immagine vincente di paese, ancorché montano e tutto sommato non densamente popolato, nei confronti di altre zone più rinomate dell’Umbria. I visitatori che la raggiungono ormai sanno che nella città e nei dintorni possono trovare tutto questo e ben altro!

Tutto un gioire di bambini intorno all’altare con il Vescovo

Prima domenica di febbraio: Giornata diocesana della vita. E’ stata celebrata in San Gregorio a Spoleto, la chiesa che, proprio sotto il portico, a sinistra entrando, è la cappella degli Innocenti, la quale è affrescata a ricordo del terribile fatto denunziato nella seconda metà del Duecento, dal vescovo Accoramboni, guidato da una luce misteriosa nella notte, fino ad un pozzo colmo di cadaveri di bimbi. Bimbi scomodi, di cui ci si libera! E’ una strage che dopo otto secoli continua a imperversare, anzi va moltiplicandosi: 50 milioni di aborti all’anno nel mondo, e nessuno scende in piazza a urlare la protesta. “I più poveri dei poveri”, così madre Teresa di Calcutta definiva i bimbi non ancora nati. Norma Mc Corney, che sotto lo pseudonimo di Jane Roe aveva provocato nel 1973 la decisione della Corte Suprema degli Usa di sancire il diritto della donna all’aborto, venti anni dopo, nel 1995, volle impegnarsi nella riparazione, partecipando alle varie campagne antiabortiste. “Adesso sono convinta che l’aborto è sbagliato. Ritengo che quello che ho fatto è proprio tutto sbagliato. Per recuperare voglio dedicarmi a salvare i bambini”. Cosa può fare la Chiesa se non richiamare al comandamento dell’amore e della vita, colpendo di scomunica i colpevoli anche semplicemente di collaborazione? Ma dicendo Giornata della vita, intendiamo parlare della vita in ogni sua fase, dal concepimento alla morte: anche anziani, infermi, malati terminali, fame nel mondo ed eutanasia, puntando in modo tutto particolare sulle provvidenze dei governi a favore della vita, ma non dimenticando il volontariato e la stessa riforma sanitaria. E, naturalmente, il Codice stradale, per cui a Spoleto salutiamo con particolare favore le nuove norme contro le corse su strada, che danno finalmente risposta alla battaglia iniziata tre anni fa dal comitato Omar Cialucco, ricordando gli incidenti mortali sulla via Flaminia o la strada per Acquasparta: la giovane Cristina di appena 27 anni, in attesa di un bambino, o Marco, due anni e mezzo fa, alla vigilia della laurea in Scienze bancarie. Ma l’elenco sarebbe ben più lungo. La Messa in san Gregorio è stata presieduta dall’arcivescovo mons. Fontana, il quale ha voluto che a parlare fossero gli stessi bambini, già con la loro vivacità, i canti, le risposte corali al celebrante, lungo tutta l’azione liturgica. Affollatissima la chiesa, canti scout, intreccio di mani al Padre Nostro, abbracci a non finire alla pace. Corone di bambini e bambini attorno all’altare, occhietti che sprizzavano una contentezza inimmaginabile. Una Messa seguita passo per passo, spiegata dal Vescovo stesso, un’omelia che è stata tutto un colloquio da padre a figlietti. E, in chiesa, l’assenso gioioso dei papà, delle mamme, dei nonni. Che bello! Le letture del giorno erano imperniate su Isaia “eccomi manda me”, su Paolo “apparve anche a me, come a un aborto”, su Pietro “sarai pescatore di uomini”. Ognuno chiamato a fare la sua parte, piccola o grande che sia, nella vita e per la vita. Anzitutto i genitori: senza di loro, chi accenderebbe la vita? Chi darebbe il nutrimento, chi la guida? “La cosa più importante: che ci siano le famiglie”. Costruire la famiglia è faticoso: senza l’aiuto di Dio non ce la si fa. Ma lui lo dà! Ci sono naturalmente anche altri ruoli: così i ministri sacri: e a questo punto il Vescovo prende per mano un diacono e un sacerdote, si pone al centro e si offre ai bambini: è l’Ordine sacro. Che fa un diacono, che cosa un prete, che cosa un vescovo? Il Vescovo particolarmente ha il compito di fare unità nel suo popolo, un corpo solo, un’anima sola. Questa è la chiesa con i suoi ministri, che vuol dire “Servi”. Tutti dunque al servizio. L’uomo nasce proprio per questo, per porsi al servizio nel segno della pace: ogni uomo, e quindi già oggi ogni bambino che va preparandosi al domani. I bambini ne hanno seguito con interesse immenso, hanno battuto le manine col canto, e alla fine sono venuti tutti dal Vescovo per ricevere un palloncino, con tanto di cicogna, e poi un gruzzoletto di caramelle e cioccolatini con un biglietto di vita.

San Valentino: si celebrano insieme amor sacro e amor profano

E’ arrivato in questi giorni nelle nostre case il periodico del comune che, questa volta, è tutto dedicato alla ricorrenza di S. Valentino, patrono della città e diocesi, e che ci informa puntualmente su tutta la programmazione messa in cantiere per la circostanza. Lo “speciale” è introdotto da scritti del Sindaco, del Vescovo, dell’assessore agli eventi valentiniani e del Presidente della fondazione S. Valentino. Tutti esaltano l’Amore che vince e propone Terni, città di S. Valentino, tra momenti di spiritualità, di arte e spettacolo, come città “simbolo di una identità urbana protesa verso la rinascita, ambiziosa, attrattiva, colta.” Ed il programma si presenta veramente ricco di manifestazioni, di eventi di notevole interesse. Si corre perfino la difficoltà a scegliere tra tanti piatti tutti di ottima cucina. Che dire di questo matrimonio tra amor sacro e amor profano? Non mancherà sicuramente chi vedrà in questo matrimonio qualcosa di inautentico rivendicando, nella circostanza, celebrazioni esclusive per l’ amor sacro, come da tradizione. A noi sembra che questo matrimonio ” s’ ha da fare”. Tutti e due gli amori, quello sacro e quello profano, hanno qualcosa da imparare l’uno dall’altro e tutti e due si esaltano insieme. L’amor sacro può infondere nell’amore-passione-attrazione-ebbrezza la consapevolezza di avere sempre a che fare con la dimensione dell’assoluto perché in ogni amore avviene sempre un affacciarsi nel mistero di un altro/a; l’amor profano, da parte sua, può insegnare all’amor sacro l’entusiasmo, il calore, la passione che porta gli amanti oltre ogni rigidezza delle posizioni di principio, dentro una storia di totale e profondo coinvolgimento. Con gioia vedremo quindi i mille modi in cui si è rappresentato nel tempo l’amor profano: i concerti di Franco Battiato, di Gino Paoli, di Gianni Morandi, di Vinicio Capossela, definiti per l’occasione “i quattro cavalieri di San Valentino”, unitamente ai concerti di John Cale, di Joy Garrison, degli Ondabuena Hotel con Michele Ascolese, dell’orchestra rumena con Moira Michelini al pianoforte, e così pure tutti gli altri tanti concerti, saranno l’occasione per rivivere le mille vibrazioni, a volte dolci, a volte dolorose, a volte struggenti, attraverso le quali si propone l’amore. Al cenacolo San Marco avremo la possibilità di riempirci gli occhi con i colori ora caldi, ora sofferenti, ora pieni di stupore o di speranza propri dell’amore. Nella seconda edizione del concorso per cortometraggi ispirati all’amore avremo la possibilità di vedere le diverse storie a cui l’amore sa dare vita; nel riconoscimento che andrà a Gorbaciov, protagonista della perestrojka, dopo quello dato, negli anni passati, a Madre Teresa di Calcutta, ai coniugi Green e ad altri di una serie ormai più che decennale, ci lasceremo sorprendere ammirati da un amore intensamente coinvolgente e impegnativo quale è stato appunto quello dei coniugi Raissa e Michail. I vari momenti religiosi e la sfilata di giovani, la sera del 16 febbraio, per le vie cittadine, dal Duomo fino alla basilica del Santo, saranno una invocazione di pace e di fratellanza tra i popoli ed un impegno a costruire relazioni che non restino nella dimensione dell’attimo fuggente ma realizzazioni di riconoscimenti dovuti stabilmente da ognuno ad ogni altro. C’è proprio da augurarsi che l’amor sacro e l’amor profano celibrino un matrimonio pieno di futuro.

Si combatte sull’aborto anche una battaglia di parole

Col passare degli anni l’aggressione alla vita umana nella sua fase di sviluppo più giovane e più debole quale quella embrionale, diventa sempre più violenta, avvalendosi di nuove strategie mortali. Non solo l’applicazione ultraventennale della legge 194/78 continua a distruggere in Italia centinaia di migliaia di bambini non ancora nati (139.386 nel ’99, quasi 4 milioni dal ’78 ad oggi!), ma anche nuove biotecnologie applicate alla riproduzione umana e i già noti sistemi di “intercezione” (cioè di aborto precocissimo) dell’embrione prima del suo impianto uterino (di cui la “pillola del giorno dopo” è la forma farmacologica più classica, oggi addirittura prescrivibile come tale e disponibile nelle farmacie italiane) sempre più incombono e trovano oltretutto favore e consenso applicativo, se non ancora legislativo, da parte degli organi di governo della Sanità degli stati civilmente più evoluti, compreso il nostro. Tutto deriva dalla stessa matrice ideologica che nega al bambino concepito, e quindi all’embrione fin dai suoi primissimi giorni di vita, la dignità umana che si esprime esistenzialmente con la parola “figlio”. Già nel testo della legge 194 non compare mai questa parola e neppure la parola “madre” che a quella realtà richiama. Ma, ancor più grave è il fatto che il “concepito” viene oggi chiamato “ovulo fecondato”. Si tenta così, cambiando i termini identificativi della realtà biologica umana individuale (vedi quanto espresso dal Comitato nazionale di Bioetica sullo Statuto dell’embrione umano) se non “personale”, di sopprimere prima mentalmente e poi fisicamente, nel tempo più precoce possibile, il figlio appena generato. In questi 23 anni, all’ideologia radicale femminista della “libera scelta” della donna sulla vita di suo figlio (non riconosciuto) di cui la legge 194 è espressione, si è sovrapposta negativamente una oscura visione pragmatistica ed utilitaristica della scienza medica della riproduzione che ancor di più tende a legittimare ogni abuso mortale contro l’essere umano “più piccolo e più povero”, il bambino concepito. Forse mai come in questi ultimi tempi la congiura contro la vita nascente è stata così arrogante ed esplicita, coinvolgendo drammaticamente nell’errore giuridico e amministrativo anche le più alte cariche degli Stati. Giustamente ed appropriatamente i vescovi italiani quest’anno propongono la loro riflessione per la Giornata per la Vita trattando il tema: “Ogni figlio è parola”. E’ infatti la parola, oggi più di ieri, il primo livello di “attacco” alla vita del bambino non ancora nato, il figlio. Aumenta infatti, l’elenco delle parole false o falsificanti contro il figlio fin dal suo concepimento: Ivg invece di aborto volontario (uccisione di un bambino nel suo stadio embrionale o fetale); “ovulo fecondato” invece di bambino concepito attraverso la fecondazione; gravidanza che inizia solo con l’annidamento in utero della blastocisti (embrione nella 1^ settimana di vita) invece che dalla fecondazione; “corpi embrioidi” invece di embrioni ottenuti con la clonazione per ricavarne cellule staminali totipotenti per trapianto in soggetti adulti. Il vocabolario dell'”antilingua” si fa dunque sempre più ricco e complesso, meno accessibile alla gente comune che pertanto, può essere più facilmente ingannata e manipolata nelle sue scelte da coloro che detengono il “potere”, la moderna biotecnocrazia. Nel dibattito attuale su queste nuove frontiere della bioetica si è levata alta la voce del Magistero ecclesiale, attraverso la voce del Pontefice e dell’organo più autorevole e competente in materia, la Pontificia Accademia per la Vita. Questo intervento, ancora una volta, è stato giudicato dalla cultura laicista di natura puramente “confessionale”, quasi un’interpretazione aprioristica della realtà scientifica in argomento. Erroneamente si continua a relegare il pensiero cattolico (così sempre più etichettato) su queste tematiche, come sull’aborto, in una posizione “adialettica”, che esclude i cattolici da un dialogo razionalmente fondato. Siamo sempre più convinti che il riconoscimento e la difesa del bambino concepito, del figlio fin dal concepimento (o fecondazione), a cui la Chiesa richiama e sollecita costantemente non solo i cattolici, non è una scelta “di parte”, ma il riconoscimento del diritto alla vita di tutti e di ciascun essere umano.

I problemi seri e quelli fasulli

Una madre con il suo piccolo salvati dopo essere stati per 100 ore sotto le macerie; una donna che dà alla luce un figlio non appena estratta dalle rovine della sua casa dove è rimasta sepolta per tre giorni e altri salvataggi insperati operati da soccorritori locali e stranieri, venuti da tutte le parti anche dall’Italia, sono segni di speranza che brillano nella notte della tragedia che ha colpito una zona dell’India, lo stato del Gujarat. Tragedia immensa di centomila morti e duecentomila feriti, secondo le cifre fornite dal governo. Per grazia di Dio l’umanità offre ancora segni di solidarietà e si lascia commuovere da sofferenze e lutti benché geograficamente lontani. Avviene anche quando si evocano la fame, le malattie, come la lebbra, che suscitano movimenti di intervento, laici e cattolici. Si è celebrata domenica scorsa la giornata a favore dei malati di lebbra e non c’è una causa di umana pietà che non veda l’immediato intervento della Caritas e di altre organizzazioni umanitarie. Questo tipo di problemi, anche quelli di casa nostra, quelli veri, che sono noti, dovrebbero essere al centro anche delle istituzioni civili e dei mezzi di comunicazione sociale. Succede invece troppo spesso che esse si perdano dietro questioni del tutto secondarie e ne facciano l’oggetto di interesse predominante. Basta sfogliare i giornali o seguire la televisione per rendersene conto. Si dà la notizia seria in breve e poi si passa alle cose che hanno maggiore presa sulla gente. Così i politici, di ogni schieramento che enfatizzano e si azzuffano per questioni di schieramento o di poltrone, o di polemica per partito preso. Adesso, ad esempio, tutti i partiti italiani hanno una sola preoccupazione: riportare a casa il massimo di seggi al parlamento. Si chiede, si contratta, si minaccia, si prega. I cittadini sono delusi, consapevoli che viene loro tolta anche la minima possibilità di scelta, perché tutto è programmato prima e concesso da chi detiene il massimo di potere contrattuale in un polo e nell’altro, da una parte Forza Italia e dall’altra i Ds. Altri esempi sono le polemiche personali, i servizi sulla vita privata delle persone, magari dei calciatori, la grande sfida sulla bistecca fiorentina, mentre il problema reale è quello della produzione genuina di carni e di alimenti che non portino danni alla salute e sia sufficiente a sfamare tutti quelli che ne hanno bisogno. Insomma, una società più seria e responsabile, resa tale almeno nella considerazione di ciò che avviene nel mondo, della immane sofferenza di tanta parte di umanità. I gravi e concreti problemi della società, anche di quella nazionale e locale, non dovrebbero essere caricati solo sulle spalle di pochi generosi volontari, ma su tutti coloro che hanno ruoli di responsabilità nell’esercizio del potere e nella comunicazione, per i quali, tra l’altro, sono anche ben pagati.

L’ambiguità delle scoperte scientifiche

Inquinamento, ingegneria genetica, cibi transgenici, manipolazioni embrionali, cellule staminali,… parole che tornano con frequenza sulla stampa e nei discorsi della gente. Alcune volte con meraviglia e fiducia, altre volte con preoccupazione e paura. In questi ultimi tempi è soprattutto con il secondo stato d’animo che si leggono sia le notizie delle nuove scoperte che quelle di strabilianti applicazioni. La scienza da benemerita del progresso umano va assumendo così, sempre più nettamente, una connotazione ambigua. Dietro le sue legittime volontà di conoscenza occhieggia il mostro della distruzione degli equilibri naturali.. Ritengo che non si possa non condividere questa preoccupazione. La scienza attuale, soprattutto quella biologica, scambiando, sostituendo e inserendo nuovi pezzi nelle complesse realtà naturali, sembra che stia giocando, pericolosamente, con un immenso meccano. Come farà poi, si chiede la gente comune, a tutelarci contro conseguenze sciagurate non previste né prevedibili? La si fermi allora, la scienza, si chiudano i laboratori e si impedisca a chicchessia di portare avanti ricerche a rischio. E’ questa la reazione radicale. Ed è contro questa reazione, a mio parere profondamente errata, che intendo prendere posizione. E’ opportuno partire da una semplice ed ovvia considerazione. Porre uno stop alla ricerca significherebbe impedire di dare risposte adeguate a legittime richieste di conoscenza ed impedire anche che nuove domande possano sorgere. Sarebbe un’operazione oscurantistica che non porterebbe altro che frutti di ignoranza e privazione di possibili ed auspicabili ricadute pratiche. E’ più corretto, invece, proporre soluzioni adeguate alla stessa dinamica conoscitiva della scienza. C’è da ricordare, a questo proposito, che nell’ambito di quella che si chiama genericamente “scienza” coesistono due realtà differenti: la “scienza di base” e la “scienza applicata”. La prima ha come unico scopo la conoscenza della natura, delle sue leggi e dei suoi meccanismi, la seconda ha invece finalità eminentemente pratiche. E’ nel suo ambito che si sviluppa la tecnica e che fioriscono le utili applicazioni che riempiono la nostra vita quotidiana. Non è difficile rendersi conto che la quasi totalità delle novità scientifiche che destano preoccupazione appartiene alla seconda categoria, quella della scienza applicata. In questo campo a dettare le regole del gioco non è la sete di conoscenza in quanto tale, ma le richieste del mercato, le esigenze della produzione, la pressione della concorrenza, e, in ultima analisi, le leggi codificate e no che regolano tutti questi fattori. In altre parole, non è sufficiente che la scienza di base fornisca all’altra scienza le leggi e le acquisizioni che ha scoperto perché esse risultino automaticamente applicate. E’ determinante l’apporto aggiuntivo dell’iniziativa industriale, dell’impianto commerciale e del complesso delle leggi e dei regolamenti che a livello statale sovrintendono a tutte queste attività. La scienza di base e quella applicata sono, quindi, profondamente diverse e si sviluppano in ambiti diversi. E’ questa diversità che permette interventi correttivi e, se si vuole, limitativi senza che ne sia pregiudicata la libertà della ricerca di base e l’esigenza di sempre maggiore conoscenza. E’ sufficiente che si intervenga nel momento in cui il sapere scientifico diventa applicazione pratica. E’ a questo livello che è possibile rinunciare ai criteri impersonali dello scambio di mercato e del profitto economico per fare scelte ed imporre regole più umane e giuste, che tengano nel debito conto le esigenze della dignità umana e le richieste dell’ambiente. E’ a questo livello, quindi, che si deve inserire l’iniziativa responsabile della classe politica che deve avere anche il coraggio di scegliere, tra tutte le possibilità offerte dalla scienza di base, quelle effettivamente utili al bene comune: non è detto che tutto ciò che è possibile fare sia anche ciò che è raccomandabile fare. Con questo non sto dicendo che la scienza di base è libera di fare tutto ciò che vuole, mentre la responsabilità delle applicazioni pratiche ricade sulle spalle dei politici. La scienza di base ha altre ad altrettanto gravi responsabilità etiche che sono però di natura diversa da quella che normalmente le viene attribuita. Ad ognuno le sue responsabilità! Non fosse altro che per evitare di gettare via insieme all’acqua sporca anche il classico bambino. Tutto questo in teoria. In pratica, la situazione di paralisi legislativa e di stasi del dibattito politico relativamente a questi temi dice che stiamo andando verso direzioni sbagliate.

La pace comincia dall’accoglienza di tutti

L’Azione cattolica ragazzi dell’Umbria ha celebrato la “Festa della pace” ad Assisi domenica 28 gennaio scorso. Presenti anche delegazioni “acierrine” di Marche, Puglia, Lazio, Campania, Emilia Romagna e Toscana. Duemila ragazzi dell’Acr hanno sperimentato la gioia di stare insieme nel Signore condividendo una speciale solidarietà con i coetanei di Sarajevo, in collegamento diretto dalla capitale della Bosnia. Un ponte tra i ragazzi dell’Umbria e i giovani della Scuola interetnica, che l’Azione cattolica umbra si impegna da oggi a mantenere saldo nel tempo. Il cardinale di Sarajevo mons. Vinko Puljic, insieme alla presidente nazionale dell’Azione cattolica Paola Bignardi e all’assistente generale mons. Agostino Superbo, ha salutato i ragazzi e rivolto una speciale omelia che lascia all’Azione cattolica umbra il compito e l’impegno per una nuova evangelizzazione basata sull’annuncio e sulla vita di carità: “Azione cattolica dell’Umbria e dell’Italia intera apri le porte a Cristo. Costruisci con Lui il tuo presente e cammina con Lui verso il futuro. La tua via sia quella del vangelo che sei chiamata ad annunciare e testimoniare. Solo così sarai in grado di dare quel contributo concreto, richiesto a te, per rendere il mondo più umano, più consono al progetto di Dio sull’uomo: il contributo della fede, della speranza, della carità”. Presente alla Celebrazione eucaristica in Santa Maria degli Angeli, presieduta dal card. Puljic, il presidente della Conferenza episcopale umbra mons. Sergio Goretti. Merita qualche considerazione la presenza di 2.000 ragazzi: questo numero dice la capacità di aggregazione di un’Associazione che, nelle parrocchie, a stretto contatto coi parroci, opera avendo la catechesi e l’animazione delle giovani generazioni come spunto molto importante della sua vita. Ma duemila ragazzi sono anche una sfida: come continuare, dopo il Giubileo, ad essere operatori di pace e di riconciliazione? La pedagogia dell’Ac non ama i grandi gesti: le stesse feste e manifestazioni sono il punto d’arrivo e di partenza, che mette in luce il sommerso lavoro di educazione e formazione. La scelta catechistica è quella esperienziale: calare gli insegnamenti evangelici nella vita quotidiana, trasformandoli in gesti, atteggiamenti, linguaggi che rendano visibile l’utopia del vangelo. L’incontro di Assisi è stato, in qualche modo, la chiusura dell’anno giubilare per l’Ac, che ha visto tutte le regioni d’Italia mobilitarsi. E’ bello chiudere con S. Francesco, che incarna un esempio molto sentito anche dai ragazzi: un uomo veramente pacifico, perché tutto evangelico. E’ anche un segno profetico – l’impegno per la scuola di Sarajevo – che dimostra come la pace comincia dall’accoglienza di tutti, trasformando la diversità in una ricchezza. In questo, i ragazzi sanno darci dei punti.

La storia di Peppino Impastato ucciso a trent’anni dalla mafia

Il Circolo culturale Primomaggio di Bastia Umbra, mercoledì 24 gennaio ha proposto la visione del film “I cento passi” al Cinema Esperia. Il film descrive la storia di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia quando aveva trent’anni, l’8 maggio 1978. Peppino paga con la vita l’opposizione alla mafia, mafia che a casa sua non è mai nominata, anche se lo zio Cesare viene fatto saltare in aria in un’imboscata e il padre Luigi viene ucciso da un’auto pirata. Il padre cerca con ogni mezzo di fermare il figlio nella sua lotta alla mafia, lo caccia di casa, ricorre alle botte ma alla fine è disposto a difenderlo anche contro il potente zio Tano (dice “dovrà passare sul mio corpo”). I cento passi, li compiono Peppino e il fratello più piccolo Giovanni, partendo da casa loro per arrivare a quella dello zio Tano, di fronte alla quale a piena voce Peppino esprime i suoi pensieri contro i mafiosi. Il comunista Cesare Venuti avvia Peppino alla politica ma, Peppino insofferente delle direttive del partito, si sposta più a sinistra e pubblica un foglio dove esprime chiaramente il suo giudizio sulla mafia. Partecipa con i contadini alle manifestazioni per opporsi ai lavori di ampliamento dell’aeroporto di Palermo Punta Raisi, organizza serate cineforum ed approda all’apertura di Radio Aut. Ricorrendo all’ironia sui personaggi mafiosi e i loro comportamenti, esprime la sua passione civile che si contrappone alla mafia non con “la guerra che uccide” ma con le parole che devono risvegliare le coscienze. Dalla stessa Radio Aut l’amico Salvo annuncerà la morte di Peppino. Al suo funerale si stringono attorno ai familiari 1500 persone e la mamma Felicia, donna silenziosa e forte, ha il coraggio di dire “non voglio vendette”. Alle successive elezioni comunali, Peppino sarà eletto consigliere comunale “postumo” con 270 voti. Al dibattito con il folto pubblico presente, coordinato da Luigino Ciotti, hanno portato le loro testimonianze il fratello di Peppino, Giovanni Impastato e Giovanni Russo Spena, relatore della commissione Antimafia. Ha raccontato “l’anatomia di una deviazione” cioè di un depistaggio da parte degli investigatori, che inizialmente hanno accreditato la tesi del suicidio, ma a 23 anni dai fatti e dopo due anni di lavoro, la commissione Antimafia ha presentato un documento sulla morte di Peppino Impastato. In sede processuale, a Palermo, sta giungendo la verità storica: Peppino è stato ucciso dalla mafia. In molte scuole e città è stato presentato questo film, ricco di un forte richiamo alla coscienza civile e con l’invito di Peppino che dice “bisognerebbe educare la gente alla bellezza”. Invito da non lasciar cadere nel vuoto.

La sofferenza di chi deve morire si affronta in équipe

E’ solo un palliativo! Già, quante volte l’abbiamo detto per indicare un rimedio che consideriamo praticamente inutile?Eppure, le cosiddette “cure palliative” di inutile non hanno proprio nulla anche se, è vero, non possono far guarire la persona malata, tanto più che questo tipo di cura è riservato ai malati terminali, a coloro dei quali resta solo da sapere il ‘quando’ moriranno e non il ‘se’. Ed oggi in Umbria ci sono almeno 570 malati terminali. In Italia ogni anno su 300.000 persone con malattie inguaribili in fase terminale 150.000 muoiono e di queste 100.000 hanno sintomi dolorosi non controllati. Numeri che resterebbero senz’anima se non fosse che tutti abbiamo almeno conosciuto qualcuno che direttamente o indirettamente ha vissuto il dramma dell’attesa della morte propria o di una persona cara ed il carico di sofferenza, fatica e impegno che un malato terminale porta in sé e nella sua famiglia. I dati sono stati presentati al convegno che si è svolto sabato 27 gennaio a Perugia. Promosso dal Centro di terapia del dolore del Policlinico di Perugia (in collaborazione con la Wyeth Lederle) era rivolto ai medici di base per informarli e coinvolgerli sulle possibilità di cura della medicina palliativa. Un convegno scientifico dove è prevalsa l’informazione medica, ma la tavola rotonda del pomeriggio mettendo a confronto le esperienze delle Unità di cure palliative ormai da diversi anni attive in Umbria, ha consentito di entrare nel cuore del problema, ovvero la sofferenza del malato e dei familiari, la cura del dolore non solo fisico, ma “totale” che colpisce il malato. Tornando ai dati, nella regione solo 120 malati terminali sono seguiti a casa da personale preparato, persone capaci di affrontare la domanda cruciale: “ma io sto morendo?”. Il dott. Lucentini dell’Unità di Cure Palliative di Assisi, ha posto sul tappeto il problema della formazione dei 500 medici e 1700 infermieri che serviranno con l’entrata a regime della legge approvata nel ’99 in cui oltre al potenziamento delle cure palliative è prevista anche la realizzazione di almeno un “hospice” per regione, ovvero un centro, non un ospedale, in cui i malati che non possono essere seguiti in famiglia vengono assistiti ed ospitati in stanze che possono essere personalizzate ed in cui la presenza di familiari o amici non è un problema. La regione dell’Umbria, ha detto Lucentini, ha presentato al Ministero il progetto di quattro “hospice” e la speranza è che almeno uno ne venga realizzato al più presto. Ma sulla formazione il problema è tutto aperto dato che in Italia, a differenza di altri paesi europei, non esiste una cattedra di cure palliative. “Intanto, comunque, ad Assisi si sta realizzando un programma di aggiornamento che consentirà di avere personale preparato entro l’anno 2001”. Anche per le cure palliative, però, si pone un problema di risorse economiche e di scelte di valore. La questione l’ha posta Lucentini invitando provocatoriamente a chiedersi se i miliardi spesi per comperare una Tac in più non potrebbero essere meglio spesi per migliorare la qualità della vita del morente, eliminando o riducendo tutti quei fastidi, più o meno dolorosi che accompagnano gli ultimi giorni di vita. Ha riportato l’attenzione sul “dolore totale” la dottoressa Regni, psichiatra che opera nel Servizio di assistenza oncologica domiciliare di Perugia. “Quando si va a casa di un paziente si affronta il dolore totale, si incontra anche quello della famiglia. Ma il dolore può essere un messaggio, un modo per comunicare l’angoscia di morte, di qualcosa che non si conosce ed allora dobbiamo prendere la sedia e sederci per ascoltare e rispondere al dolore non solo con i farmaci”. Il sostegno di psicologi e psichiatri è importante, ha ricordato Regni, anche verso gli operatori, dai medici ai volontari, perché esiste anche il “dolore dell”operatore” che stabilisce una relazione umana con i malati e che quindi subiscono il peso e, appunto, il dolore della morte. “Il sostegno è importante, ha concluso Regni, per prevenire il rischio diburnout. La dottoressa Settimi, medico di medicina generale, ha ribadito la necessità di una organizzazione sanitaria alle spalle che consenta ai medici di dare risposte rapide e reali ai pazienti. “Non si possono aspettare settimane per avere un letto ortopedico per un malto terminale” ha detto, facendo appello a politici ed amministratori per una efficace organizzazione del servizio pubblico.

SE SI VOTA, QUANDO SI GOVERNA?

Si vota: lo sapevate? Lo sapeva, la governatrice Lorenzetti, che avrebbe dovuto sopportare una rincorsa infinita, dal suo insediamento fino alle urne, di chi pretende la cosiddetta “visibilità” pensando di guadagnare meglio consensi e voti (magari, nel frattempo, poltrone?). Lo sapevano, i partiti del centro sinistra che dovrebbero (!) sostenerla, che stare uniti nell’evenienza della campagna elettorale per la Regione si sarebbe rivelato, alla prova dei fatti (e cioè, di nuovo, della spartizione delle poltrone) poco più che una fiction? Lo sapeva, il timoniere del maggior partito della colaizione maggioritaria, il segretario Stramaccioni, che avrebbe dovuto patire le fatiche di Sisifo per traghettare la variegata (sic) compagine da una competizione elettorale all’altra? Perché sì, si vota. E del clima elettorale in vista delle politiche di primavera si è cominciato a subire le conseguenze il giorno dopo l’insediamento dell’attuale governo regionale. Che avrebbe dovuto avere il coraggio politico, preo atto delle “naturali” divergenze dei partiti, di lavorare ventre a terra senza guardare in faccia a nessuno. In effetti, la governatrice questo proposito l’aveva espresso e sta cercando di metterlo in pratica. Con risultati non esaltanti: che avranno un costo, anche elettorale.

Profeti e ragionieri

La seconda delle due lettere capitali con le quali inizia il mio discorso sui poveri è ancora una G, e miniata al suo interno si staglia la fisionomia rapida di mons. Juan Gerardi, altro uomo di Dio che ho avuto la ventura di incrociare un attimo solo, e non ho più dimenticatoMons Juan Gerardi, vescovo di Las Verapaces dal 1967 al 1974, divenne poi Vescovo del Quichè. Celebrava Messa con devozione, sottovoce, e denunciava senza esitazione, ad alta voce, le responsabilità della Giunta Militare per le violenze, i soprusi, i massacri, la scomparsa di un gran numero di civili, l’assassinio di sacerdoti e catechisti. Tentarono di ucciderlo, ripetutamente, al punto che la Chiesa del Guatemala dovette “chiudere” la Diocesi del Quichè nel 1980 ed esiliare Gerardi per qualche anno. Vescovo ausiliare di Città del Guatemala dal 1984, era anche Presidente della Ossag, una Ong (organizzazione non governativa) che è stata partner della CiCa, la Comunità internazionale di Capodarco della quale faccio parte anche io, in un progetto a sostegno dei più poveri in uno dei quartieri più poveri di Città del Guatemala, il “Barrio Limon”. Mons Juan Gerardi venne a Gubbio alla fine del 1997 e ci parlò di “Guatemala Mai Più”, un rapporto la cui redazione lo vedeva in prima linea: migliaia di casi di violazione dei diritti umani documentati uno per uno. Io ne fui scosso a fondo. Un’esposizione piana, tranquilla, senza grida di dolore, senza enfasi. “Così parlano i profeti di oggi”, dicevo a me stesso. Al mio fianco mugolava uno dei contestatori più contestatori che la contestazione abbia mai prodotto, un Eugubino che da decenni vive (e contesta) altrove, che giudicava “ragionieristica” la relazione di Gerardi. Con il piglio truce di chi senza patemi d’animo paragona le proprie intenzioni con le azioni altrui. “Ragionieristica”. Altro che “profetica”. Andammo a cena insieme, al Ristorante La Balestra. Durante la cena le frecciate del nostro rivoluzionario parolaio contro Gerardi furono continue. Caddero tutte nel vuoto. Tutte. Qualche mese dopo, il 26 aprile 1998, mons. Juan Gerardi fu massacrato e sfigurato da uno sconosciuto con un pezzo di cemento. Poche ore prima aveva presentato in Cattedrale “Guatamala, nunca mas”: Guatemala, mai più. Lo sconosciuto ebbe poi un volto: era un uomo di fiducia della Giunta militare. Le Giunte militari ignorano la profezia, ma in tema di ragioneria pura e di ragioneria applicata, hanno idee diverse da quelle dei generosi e spropositati contestatori nostrani Doc.

Se Porta Sant’Angelo piange gli altri quartieri non ridono

E’ stata una settimana difficile per i quartieri, ma soprattutto per i residenti, del centro storico di Perugia. La diffusione di una lettera aperta firmata da 224 residenti di Porta S. Angelo e inviata agli organi di informazione e all’Amministrazione comunale ha denunciato una situazione vicina al collasso per uno dei quartieri storici della città, ridotto ormai a dormitorio per studenti e ad “area riservata al crimine” con la forte presenza di spacciatori, drogati e prostitute. Un quartiere che una volta era conosciuto come il “Borgo d’Oro”, una delle cinque porte del Comune medievale, dove numerose erano le botteghe artigiane, dove ci sono ben tre monasteri di clausura ed una delle più belle ed antiche chiese cittadine e dove risiede, nella sua particolare casa, “il Gorino” (personaggio che ogni perugino conosce per le sue stravaganze ed “il libero pensiero”); adesso è un contenitore quasi vuoto, dove imperano le automobili che, pur essendo area Ztl, sfrecciano in continuazione, parcheggiano in modo selvaggio ed occupano ogni spazio, e dove la maleducazione è cosa di tutti i giorni. “Fino alle cinque del mattino, sette giorni su sette – denunciano i residenti – è teatro di musiche assordanti, schiamazzi e scherzi, di continui episodi di violenza che si registrano nelle viuzze interne, ma anche di anziani in difficoltà a causa della mancanza di pavimentazione e delle buche del manto stradale, delle auto in sosta davanti ai portoni”. E il disagio non si ferma qui “perché bisogna aggiungervi anche i continui furti, i danneggiamenti, gli accoltellamenti tra extracomunitari ed una politica degli affitti abusivi (con cifre altissime per veri buchi) che danneggia tutti”. Situazione di vivibilità precaria che, nel corso degli anni, ha incentivato l’abbandono del Borgo, come dimostrano i numeri dell’esodo: dei primitivi 1500 nuclei familiari, infatti, ne rimangono solo 200. E come succede quando si scoperchia una pentola e tutto si riversa fuori, così il grido d’allarme di un quartiere è diventato l’amplificatore del sentimento d’insicurezza e d’abbandono che è di molti quartieri cittadini. E allora ecco i lamenti davia della Sposa: “rumori ad ogni ora del giorno, parcheggio selvaggio, buche e sporcizia per le strade, è la realtà di tutti i giorni”. Ben più grave la situazione nella zona di Porta Pesa, via della Viola e di via Alessi dove, una volta terminata l’esperienza delle pattuglie a piedi, è tornata la paura ad uscire di casa. L’ultimo episodio in ordine di tempo registra la porta di una studentessa usata come bersaglio per siringhe, “ma quando si esce di casa ci sono esibizionisti, tossicodipendenti ed altri loschi figuri che infastidiscono o addirittura ci scippano” dicono le signore del quartiere. Al Giardino della Cupa in molti hanno paura anche a portarvi il cane a spasso, “ci sono solo malintenzionati, di giorno spacciatori e tossicodipendenti, la sera gruppi d’extracomunitari la fanno da padroni” che, di fatto, nullificano i lavori di recupero del parco della Cupa. Chi porterebbe, infatti, i bambini a giocare in luoghi non sicuri? E “perché hanno messo i cancelli se poi rimangono aperti”? E il Comune come risponde al grido d’aiuto dei perugini? L’assessore Catanelli respinge l’ipotesi che il Borgo d’Oro viva una situazione di degrado, anzi tutt’altro, “visto che il quartiere è il cuore della vita di due università e ha visto crescere il proprio valore immobiliare”. Quanto all’immobilismo “non è vero che l’Amministrazione non ha fatto nulla” e i lavori lo dimostrano: nuova illuminazione di piazza Grimana, rifacimento del campo da basket e potatura degli alberi. E per il futuro? “Completamento della ripavimentazione, riqualificazione dell’area di Sant’Agostino, nuovi parcheggi pertinenziali, uno sotto il Pennaricci ed un altro nella proprietà dell’Adisu – dice Catanelli – e poi il recupero dell’ex-Saffa”. A queste affermazioni, però, rispondono increduli i residenti ed il consigliere comunale Massimo Monni (FI): “il valore immobiliare del quartiere – dicono i primi – è cresciuto perché molti proprietari affittano a studenti e stranieri, a prezzi altissimi, appartamenti che al catasto figurano come fondi”; “l’assessore prima di fare certe affermazioni è bene che vada sul posto e si renda conto dello stato delle cose – dice Monni – Forse gli interventi fatti sono talmente piccoli che nessuno se n’è accorto”. I più maliziosi, invece, ipotizzano che il Comune “faccia orecchie da mercante” e che, in fondo, gli importi poco di quartieri dove non abita quasi più nessuno “con diritto di voto amministrativo” e dove è inutile creare infrastrutture, visto che la popolazione è “molto vecchia”. A giudicare dal proliferare, nei vicoli del centro storico, di locali notturni e d’intrattenimento giovanile l’ipotesi non è così “maliziosa” come potrebbe sembrare. E, infine, viene da domandarsi: ma i nostri amministratori, vivono nella nostra stessa città?

Rispettare la dignità e la legittima libertà degli altri

La festa di San Francesco di Sales è divenuta oramai un appuntamento tradizionale anche nella nostra diocesi. In quell’occasione, infatti, il Vescovo riunisce attorno a sé i giornalisti e gli operatori delle comunicazioni sociali per la celebrazione dell’eucaristia e per uno scambio di auguri. Così è avvenuto anche quest’anno: il 24 febbraio scorso una trentina di addetti ai lavori ha risposto all’invito ritrovandosi presso la cappella privata del Vescovo. Nel corso dell’omelia, mons. Ronchi ha trattato diffusamente del tema della responsabilità di chi opera nel campo delle comunicazioni sociali. “Il giornalista – ha evidenziato – può e deve riportare fatti e vicende, ma deve essere estremamente riflessivo nell’esprimere valutazioni critiche o giudizi. Deve essere conscio che non può limitarsi ad assecondare o meno gli orientamenti che la piazza vuole che si dicano”. In tutto ciò il credente è ispirato dalla convinzione di essere giudicato anche riguardo al modo di svolgere la propria professione. Per tutti, rimane pur sempre vero che il tribunale della propria coscienza è quanto mai esigente e non consente scappatoie. Passando a questioni attinenti più direttamente l’etica, il Vescovo ha sottolineato come “con la sua vastissima e diretta influenza sulla pubblica opinione, il giornalismo non può essere guidato solo dalle forze economiche, dai profitti e dagli interessi di parte. Deve essere invece sentito come un compito in certo senso ‘sacro’, svolto nella consapevolezza che i potenti mezzi di comunicazione vi vengono affidati per il bene di tutti ed in particolare per il bene delle fasce più deboli della società: dai bambini ai poveri, dai malati alle persone emarginate e discriminate”. Di qui nasce la grave responsabilità che grava su coloro che operano nel settore dei mezzi di comunicazione. Ne è possibile prendere la scorciatoia dell’asserire che la libertà di stampa è assoluta. “Nessuna libertà – ha infatti proseguito il Vescovo – inclusa la libertà di espressione è assoluta. Essa trova, infatti, il suo limite nel dovere di rispettare la dignità e la legittima libertà degli altri. Nessuna cosa, per quanto affascinante, può essere scritta, realizzata e trasmessa a danno della verità”. Come naturale conclusione della serata, il vescovo ha fatto omaggio agli intervenuti del recente documento del Pontificio consiglio delle Comunicazioni sociali su “L’etica nelle comunicazioni sociali”.

Sono tanti gli extracomunitari che chiedono lavoro, ma non solo

E’ un bilancio tutto al positivo quello della Caritas diocesana Todi-Orvieto, relativo all’anno appena trascorso. Nella nostra diocesi sono attivi 2 centri di accoglienza e 5 di ascolto: i dati desunti da schede compilate per ogni intervento parlano – a partire da aprile (mese in cui è stato aperto al pubblico l’Istituto Crispolti) – di 491 pernottamenti gratuiti e di 843 pasti gratuiti nei primi e di 3.336 interventi nei secondi. Le persone che si rivolgono ai centri – in maggioranza stranieri – sono persone che hanno bisogno di soldi per pagarsi l’affitto, il biglietto di viaggio, i generi alimentari o le medicine. A Todi, nelle camere di cui la Caritas dispone al Crispolti, possono trovare una mensa e un letto. Ma le richieste maggiori restano legate al lavoro ed è per questo motivo che lo sportello di orientamento, nato da circa due anni e collegato al centro di ascolto, ha avuto “successo”. Le persone che si sono rivolte agli sportelli (Todi e Orvieto) sono al 30% italiani e al 70% stranieri: a 380 di loro, nel 2000, sono stati trovati posti di lavoro. Si è trattato, per lo più, di mansioni nel settore dell’agricoltura, dell’edilizia, dei pubblici esercizi e dell’assistenza familiare. La Caritas ha svolto, e svolge, un insostituibile ruolo anche nella fondazione delle 12 Caritas parrocchiali (sono state “formate” 80 persone per fare carità nelle parrocchie), nelle adozioni a distanza (sono stati adottati 33 bambini albanesi della missione di Fusche Arrez), nell’obiezione di coscienza (sono stati gestiti 12 obiettori) e nell’attività dell’Osservatorio sui bilanci comunali (recentemente si è svolto a Todi un corso per “formare” persone in grado di leggere i bilanci delle amministrazioni comunali). Non solo. La Caritas della diocesi, che sensibilizza cristiani e non cristiani alla dimensione della solidarietà attraverso azioni concrete, è andata oltre e nell’anno appena passato ha voluto tendere una mano – come opera “segno” del Giubileo – alle giovani donne venute in Italia con il miraggio di un lavoro e di una vita sicura e finite sul marciapiede. A queste donne, intenzionate ad uscire dal “giro”, la Caritas ha offerto una casa famiglia, alcuni metri quadri nel centro della città dove alloggiare, in attesa di regolarizzare la loro posizione con la Questura, di trovare un lavoro e di decidere il da farsi. “In questo primo anno di attività – ha affermato il direttore della Caritas Marcello Rinaldi – abbiamo ospitato ed accolto 17 ragazze, alcune delle quali con gravi problemi psichici”. Tutte sono extracomunitarie – in maggioranza provenienti dalla Nigeria ma anche dalla ex Jugoslavia – e spesso minorenni. Il contatto con queste ragazze avviene direttamente sulla strada: in collaborazione con la comunità “Papa Giovanni XXIII” di don Oreste Benzi, un gruppo di giovani tuderti si reca, periodicamente, sui luoghi più “frequentati” (non solo nel capoluogo ma anche sulla ben nota Orvietana, la strada che da Todi conduce ad Orvieto) e qui tentano di convincerle a venir via con loro.

Eredita una attività positiva: la felice scelta dell’ospedale unico

Alla presenza del sindaco Ubaldo Corazzi, dell’assessore regionale alla Sanità Maurizio Rosi è stato presentato agli organi di informazione il nuovo direttore generale della Asl n. 1 dott. Enrico Alessandro, che subentra al dott. Alessandro Truffarelli, nominato direttore generale della Azienda ospedaliera di Perugia. Il dott. Alessandro raccoglie una eredità da tutti considerata assai positiva e sottolineata localmente da riscontri di grande rilievo: il rilancio del presidio ospedaliero eugubino, tornato ad essere riferimento per l’intera comunità per la qualità ed il livello delle prestazioni garantite, tanto da coinvolgere anche pazienti dei territori circostanti azzerando o quasi il così detto export, nonché il progetto dell’ospedale unico comprensoriale Gubbio-Gualdo Tadino da realizzare nella zona di Branca. “Nonostante gli scettici – ha sottolineato l’assessore Rosi – la struttura sanitaria unica rappresenta oggi una splendida realtà; l’Inail garantisce sulla rapidità della realizzazione e sotto questo profilo Gubbio e Gualdo hanno tracciato una strada che dovrà essere presa di esempio da altri”. L’assessore Rosi ha riconosciuto i grandi progressi registrati dall’Asl n. 1, le scelte di avanguardia operate (un unico Presidio ospedaliero ad esempio), la qualificazione raggiunta. Resta ancora da compiere molta strada soprattutto per neutralizzare i problemi di carattere finanziario. Il sindaco Corazzi ha rivendicato il merito di una politica che ha dato ottimi risultati, ha richiamato il senso di “responsabilità” degli enti locali che ha consentito di arrivare alla costruzione di un unico ospedale, ha elencato i meriti dell’Asl n l raccomandando al dott. Alessandro di operare in maniera da valorizzare le professionalità che esprimono quanti fanno parte dell’aggregazione sanitaria. Per suo conto il dott. Alessandro ha assicurato che sarà sua preoccupazione portare avanti una politica che consenta alla sanità ulteriori sviluppi.

Padre Vincenzo Coli giunge con la fama di uomo di grande spiritualità

Somiglia alla vita di un nomade l’esistenza terrena di un frate francescano: continui spostamenti, nuovi approdi, differenti contesti sociali. Occorre una particolare capacità di adattamento, agire in spirito di sacrificio e percorrere il cammino accettando il tumulto delle emozioni, la sofferenza del distacco dalla famiglia dei confratelli e dalla comunità civile. E’ tornato in Assisi a ricoprire il delicato e prestigioso incarico di custode del Sacro Convento padre Vincenzo Coli che, nella città serafica, aveva già ricoperto lo stesso ruolo dal 1981 al 1989, distinguendosi per sensibilità religiosa, cultura, apertura mentale, dinamismo: qualità che anche a noi è dato testimoniare grazie ad una costante frequentazione. L’esperienza accumulata attraverso impegni di alto livello sempre onorati, renderà meno arduo il compito che il Capitolo Custodiale gli ha assegnato, per ora, fino al 2004. Lunedì scorso 29 gennaio è partito per Osimo padre Giulio Berrettoni, custode del Sacro Convento per ben undici anni, un mandato lunghissimo, esercitato con passione e capacità appunto fino all’elezione del successore padre Coli. Da Osimo ad Osimo: anche per padre Berrettoni si tratta di un ritorno, dopo la fase trascorsa in Assisi: una fase che lo ha visto coinvolto e partecipe di eventi eccezionali, generosamente disposto ad ascoltare la voce della gente, animato da una meravigliosa ruvida schiettezza e da uno spirito di autentica semplicità. Basterebbe ricordare le sue omelie. Ritorna ad Osimo come semplice frate e ci saluta con la consueta cordialità, nascosta sotto un velo di piglio perentorio: ringrazio il Signore che ha voluto anni fa chiamarmi in Assisi; ho potuto così vivere fatti straordinari, la presenza del pontefice e il Giubileo che, come una fiorita primavera, ha attirato folle di pellegrini, motivati dall’impegno pastorale di tanti sacerdoti e parroci; quanta differenza tra il pellegrino e il turista! Più che mai apprezzo adesso i doni di Dio: vorrei considerare in tal modo, nonostante lutti e danni, anche il dramma del terremoto: Assisi ferita è stata abbracciata dalla solidarietà degli uomini; Assisi ferita è diventata il cantiere dell’intelletto e del cuore. Tu fratello mi chiedi cosa mi auguro? Mi auguro che, arrivato ad Osimo, S. Giuseppe da Copertino mi insegni a “volare alto”. Insegni questo a ciascuno di noi, ovvero a costruire e diffondere l’amore “concretamente” per rendere più giusto e libero il mondo.

Lotta tra bene e male. Presenza del maligno e esorcismi

Domenica 28 gennaio presso la sala convegni della parrocchia di S.Michele Arcangelo si è svolto l’incontro per tutti i gruppi d’ascolto del Vangelo. L’interessante dibattito si è articolato sul tema: “La lotta tra il bene e il male. La presenza del maligno e gli esorcismi”. Promosso dal parroco don Francesco e guidato da padre Domenico Cancian, l’incontro ha ricevuto notevoli apprezzamenti; un lungo applauso ha sottolineato l’interesse di tutti i partecipanti che hanno assistito con molta attenzione. Padre Domenico Cancian, relatore dell’incontro, ha saputo comunicare in modo semplice l’argomento affrontando le tematiche con competenza e professionalità. Le varie situazioni che ogni giorno circondano le persone, tentazioni piccole e grandi, rendono vulnerabile l’uomo favorendo comportamenti che spesso lo inducono all’errore. Dio, ha sottolineato padre Cancian, non le manda sempre tutte diritte, la Cristianità va vissuta in ogni momento. Ognuno nella vita ha la “propria croce”: la forza del cristiano e la fede di ognuno portano ad una visione ampia ed alla possibilità di affrontare le difficoltà. San Paolo nella Lettera agli Efesini al capitolo n’ scrive: “Infine, prendete forza dal Signore, dalla sua grande potenza… Infatti noi non dobbiamo lottare contro creature umane, ma contro spiriti maligni del mondo invisibile, contro autorità e potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso”. Nel libro pubblicato recentemente da “Edizioni Porziuncola”, intitolato Occultismo, Magia , Spiritismo autori : E. Antonelli, D.Cancian, B.Pennacchini e V.Peri docenti dell’Istituto Teologico di Assisi vengono affrontati argomenti quali l’occulto, la superstizione la magia e le presenze diaboliche, facendo una valutazione teologica e fornendo indicazioni pastorali. Due sono le azioni su cui p. Cancian si è soffermato, ovvero l’azione ordinaria e l’azione straordinaria del maligno.La prima si evidenzia nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità, leggiamo ancora in san Paolo “Prendete le armi che Dio vi dà, per poter combattere, nel giorno della lotta,le forze del male e per saper resistere fino alla fine”. L’altra azione è l’intervento del diavolo che arriva fino alla possessione: con disturbi fisici e ossessioni personali il diavolo, replica Cancian, tenta l’uomo scoraggiandolo. Gesù viene più volte tentato dal diavolo, le tentazioni nel deserto ne sono un esempio. E poi la vittoria di Gesù sulla morte, per mezzo della resurrezione. Le figure della Bibbia di Pietro e Giuda che rappresentano la duplice reazione dell’uomo nei confronti dell’errore, Pietro si pente, Giuda non si pente poichè non crede che Dio possa perdonarlo e si uccide. La chiesa ne Il catechismo della chiesa cattolica edito nel 1992 spiega che “Quando la chiesa domanda pubblicamente e con autorità , in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influenza del maligno e sottratto al suo dominio si parla di esorcismo”. Il problema di difficile interpretazione è quello dell’accertamento della presenza del maligno. La psicologia cura malattie mentali, di conseguenza è necessario accertare che si tratti realmente della presenza del maligno. L’esorcismo si rende necessario quando non è possibile, pur avendo adottato criteri di cura idonei, spiegare un determinato fenomeno che non rientra nel campo della scienza medica. Per essere esorcisti, come recita il can.1172 , solo l’ordinario del luogo concede la licenza di proferire legittimamente esorcismi sugl’ossessi, ed è inoltre necessario che il sacerdote sia ornato di pietà, di scienza, di prudenza e d’integrità di vita. Numerose le domande durante l’incontro, riguardo ai messaggi subliminali in particolare di certi tipi di musica e dei media, la consapevolezza dell’esistenza del male, la fede e la preghiera che danno all’uomo la forza per affrontare gli eventi quotidiani. La preghiera e il digiuno, non solo alimentare ma anche comportamentale sono i mezzi per affrontare le problematiche e le difficoltà. Notevoli le iniziative parrocchiali per affrontare la vita in modo consapevole e sereno. Don Francesco ha invitato tutta la comunità a rendere ancora più attiva la parrocchia coinvolgendo tutti gli abitanti della città, per crescere nella fede. Al termine dell’incontro la benedizione e la preghiera a S.Michele Arcangelo, “..donaci la forza di lottare contro le tentazioni del Demonio e gli inganni degli uomini…Presenta a Dio Onnipotente le nostre preghiere perchè ci conceda una fede sincera e operosa… per costruire insieme questa città nella pace”. La recita corale della preghiera si è alzata unanime e molto sentita verso il cielo.

Come splendida mimosa ha profumato di luce secoli di storia

Archiviato il mese di gennaio, che ci ha riproposto la tradizionale festa di Sant’Antonio in tutto il territorio e la venticinquesima rassegna delle Pasquarelle a Cascia, eccoci a febbraio, che secondo diversi detti popolari viene “bollato” come corto e cattivo ( “Se gennaio non fa i suoi fatti, febbraio ci darà cose da matti’ – ‘Febbraio febbraiuccio sei corto e cattivuccio, febbraio e febbraietto sei corto e maledetto”). In questo inverno che non sa di inverno, perché le temperature si sono mantenute sempre al di sopra della media stagionale, giunge gradita la festa di santa Scolastica, la sorella gemella del grande Benedetto. Viene riproposta ancora una volta una preziosa testimonianza di santità al femminile, un profumo di mimosa in un contesto religioso dove gli uomini hanno avuto costantemente un ruolo dominante. E la Chiesa nursina, celebrando il Dies natalis di Scolastica, attraverso la distribuzione della mimosa intende far pregustare un assaggio di quella primavera che Benedetto innestò su un mondo fatto di incertezze e di paure. Scolastica rappresenta quel tocco di grazia femminile che rende accessibile anche ai più sprovveduti una regola maschia come può essere quella benedettina. Questa manifestazione, nello stesso tempo, anticipa di qualche giorno la festa “laica” dell’ 8 marzo, fatta sua dal femminismo. Si vuole in qualche modo ricordare a tutti che non ci sono due tipologie di donna, una sacra ed una profana, ma è la stessa che si esprime ora nel dono verginale, ora nella maternità, ma anche nell’affermazione dei propri diritti, talvolta calpestati dallo strapotere maschile. Il ruolo della donna anche nella Chiesa è essenziale: essa indica la strada dell’accoglienza, del ricevere e del dare senza limiti. Tutti dobbiamo essere “madre”, ovvero siamo chiamati a generare a nuova vita il ‘prossimo’. Scolastica emerge nel mondo femminile per il suo dono totale al Cristo e si propone per il suo nascondimento, per la preghiera fervida, per la solidità delle sue scelte nella piena condivisione della regola dettata dal fratello. Insomma, una splendida mimosa, che ha profumato di luce e di bene tanti e tanti secoli di storia. La celebrazione seguirà il canovaccio usuale: nel pomeriggio della vigilia, presso il monastero delle monache benedettine di Sant’Antonio, vi sarà il canto dei vespri. Da lì una lunga processione si snoderà per le vie della città fino a giungere nella basilica di San Benedetto, dove si svolgerà il rito dell’Eucarestia e si procederà alla benedizione e alla distribuzione dei fascetti di mimosa. Il giorno 10, sempre nella basilica di San Benedetto, ci sarà una solenne concelebrazione, presieduta dall’arcivescovo mons. Riccardo Fontana. L’inizio di febbraio ci ha regalato alcuni riti “minori”, non per questo meno considerati dalle nostre comunità ecclesiali, quali la candelora e la unzione della gola. La benedizione delle candele e la loro distribuzione appartiene alla liturgia del 2 febbraio. Le candele benedette venivano accese vicino al letto del morente, durante i temporali, si ponevano insieme alla palma tra le messi il giorno di S.Croce, quasi a voler recare in casa e nei campi la benedizione del Signore. Il 3 febbraio altro rito propiziatorio di benedizione alla gola con l’olio di san Biagio, facendo riferimento ad episodi della vita e morte dello stesso. I contadini, poi, sono stati attenti alle condizioni atmosferiche del 2 febbraio, facendo riferimento al detto, seguito più delle previsioni di esperti metereologi, “Per la Candelora dell’inverno semo fora, ma se piove e tira vento dell’inverno semo dentro”.

Tornerà nella sua cattedrale come fu suo ultimo desiderio

Proprio così, dovremo esserci tutti, ci saremo tutti: 7 febbraio 2001, sesto anniversario del pio transito dell’arcivescovo mons. Antonio Ambrosanio, quando verrà inaugurato il suo monumento funerario in Cattedrale, con la Cappella degli arcivescovi. Lo ricordiamo ancora, sei anni fa, esposto alla venerazione del popolo, mentre la teoria interminabile dei visitatori, anzi dei figli, si appressava per l’ultimo sguardo, l’ultimo saluto. Una morte dinanzi alla quale veniva alla mente un pensiero, immaginate un po’, di Lutero: “Il nostro bene è nascosto e lo è così profondamente da essere nascosto sotto il suo contrario. Così la nostra vita è nascosta sotto la nostra morte, la forza sotto la debolezza”. Così aveva scritto nel commento alla Lettera ai Romani, tra il 1515 e il 1516, quando ancora era nella Chiesa cattolica, (solo nel 1517 affisse le famose 95 tesi sulle indulgenze alle porte della chiesa di Wittenberg). E aggiungeva: “Si diventa teologo vivendo, anzi morendo e dannandosi, non solo comprendendo, leggendo e speculando”. Mons. Ambrosanio era vissuto per tutta la vita “comprendendo, leggendo e speculando”; sua la fondazione dell’Ateneo teologico di Napoli, sue alcune opere come Frammenti eucaristici. Ma ora il Signore lo chiamava a quella esperienza di morte che avrebbe coronato ogni sua più ardita contemplazione, secondo la parola di Giovanni nella sua prima Lettera: “Carissimi, fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3,2). Per questo, quando il suo medico, dott. Giannetti, il 25 gennaio, si fece forza e gli rivelò con tutta sincerità l’irreversibilità della morte, chiese soltanto di essere lasciato in solitudine, come ai tempi delle sue più ardite ricerche teologiche, per prepararsi in disponibilità assoluta, in una gioia che non potremmo facilmente comprendere, alla suprema manifestazione. E così volle ricevere l’Olio degli infermi il 2 febbraio, per essere presentato al Padre da Maria e Giuseppe come il Bambino Gesù. Non lasciò un vero e proprio testamento spirituale, soltanto due brevi frasi latine dalla Scrittura: “Dilexi Ecclesiam … pro mundi vita” (“Ho amato la Chiesa … per la vita del mondo”). Uno solo è stato il suo desiderio: restare nella sua Cattedrale, la sua sposa, e qui attendere la risurrezione. Ora finalmente il suo desiderio è realtà. Mercoledì 7 febbraio, ne ricorderemo insieme la figura e lo saluteremo nella sua nuova tomba. L’arcivescovo mons. Riccardo Fontana ha diramato gli inviti e comunicato il programma: alle ore 16, nella sala Barberini del Museo diocesano (Palazzo arcivescovile) il prof. mons. Andrea Milano, ordinario di Storia del Cristianesimo nell’Università di Napoli, terrà l’attesa commemorazione, poi si scenderà nella Cattedrale dove il Vescovo di Albano, mons. Vallini, a Napoli ai tempi di mons. Ambrosanio, con l’arcivescovo mons. Fontana, presiederà la Concelebrazione eucaristica di suffragio. Al termine della celebrazione l’inaugurazione del monumento funerario. Margherita Guidacci ha scritto: “A che vale il tuo nome – scritto sopra una bara sigillata – che più non si riapre – a cui è vano bussare?”. E pienamente a ragione, quando un nome scritto su una bara o scolpito su di una lapide presumerebbe di prolungare nel tempo ciò che è decisamente stroncato. Ma quando è un nome che tu sai scritto, già e più, in cielo, tutto è diverso, perché il pensiero vola lassù e si fa quasi scala di Giacobbe su cui salgono e scendono gli angeli. Mi piace riportare qui, in italiano, il testo latino della iscrizione: “Antonio Ambrosanio, arcivescovo di Spoleto-Norcia, sognò morendo questa cappella, per sé e i suoi fratelli nell’episcopato spoletino, e ad essa volle contribuire nella sua munificenza, in modo che, uniti nell’amore della stessa Chiesa, attendessero nello stesso monumento la beata risurrezione”. Nella Cappella infatti, insieme a mons. Ambrosanio, sono stati traslati i tre arcivescovi che, dalla fine dell’Ottocento, sono morti a Spoleto, e cioè mons. Elvezio Mariano Pagliari, il vescovo della Sacra Famiglia (1900), mons. Pietro Pacifici (1931), il vescovo del rigore antimodernista, mons. Pietro Tagliapietra (1933), il vescovo della parola di fuoco. Sostando e pregando nella Cappella, potremo ripensare così a gran parte della nostra storia.

Università e infrastrutture cardini della nuova città

Con questa intervista al sindaco Paolo Raffaelli concludiamo la nostra inchiesta sulla situazione socio-economica di Terni e sulle prospettive per il suo futuro. Dopo gli interventi di responsabili di associazioni di categorie imprenditoriali e di organizzazioni sindacali, ci è sembrato doveroso ascoltare anche il parere del Sindaco dal momento che l’Amministrazione comunale – e non poteva essere altrimenti – è stata più volte, direttamente o indirettamente, chiamata in causa.Quasi tutte le persone intervistate hanno lamentato una eccessiva burocratizzazione che rende difficile l’attività economico – produttiva. Quale il suo parere?”Lo snellimento della macchina burocratica è una necessità primaria di tutta la Pubblica amministrazione, e non riguarda soltanto il Comune di Terni che, tuttavia, con l’avvio delle procedure per lo Sportello unico e con la pratica della concertazione ha compiuto passi avanti su questo versante e altri ne realizzerà con l’imminente ristrutturazione della macchina comunale e con il varo della nuova dotazione organica. L’obiettivo è quello di un Comune che gestisca meno e progetti di più; in questa direzione il forte impulso alla liberalizzazione dei servizi pubblici che abbiamo dato con la trasformazione in Spa dell’Asm e con il riassetto societario del Centro multimediale sono lì a dimostrare che questa strada la stiamo percorrendo nei fatti e non a parole”. C’è la necessità di un miglioramento urbanistico delle zone industriali …”Il miglioramento urbanistico delle zone industriali lo stiamo concretamente realizzando. Basti pensare al Centro servizi alle imprese di Maratta che sarà ultimato nei prossimi mesi e che doterà il sistema di aree Maratta-Sabbione di una struttura di servizio, di aggregazione, di esposizione e di rappresentanza che prima mancava. Sul versante delle migliorie ambientali stiamo andando avanti gradualmente ma in maniera ben visibile: basti pensare all’importante e costoso intervento per la sistemazione della Marattana, con il rifacimento del manto stradale e la predisposizione degli apparati di sicurezza, che è un intervento che riguarda non solo la circolazione tra Terni e Narni ma anche la infrastrutturazione delle principali aree industriali. Non c’è dubbio tuttavia che quella del miglioramento ulteriore di aree industriali da troppo tempo abbandonate è una delle priorità assolute”. Quale contributo l’Amministrazione comunale può dare per lo sviluppo economico?”Il Comune non deve essere imprenditore, ma protagonista dell’impulso, della promozione e della predisposizione delle condizioni ottimali per lo sviluppo. Ho già detto quel è, sotto questo profilo, il compito fondamentale anche di gran parte dei pubblici servizi: energia, acqua, rifiuti, trasporti, telecomunicazioni. Il Comune può poi lavorare per favorire, anche in aree di sua proprietà e con procedure snelle, interventi che abbiano valenza economica in settori innovativi: penso allo sviluppo turistico della cascata delle Marmore, che ormai stacca più biglietti di ogni altro museo umbro. Penso al progetto cinematografico per Papigno, imperniato sull’attività produttiva di Roberto Benigni e di grandi gruppi come la Melampo e la Exxon. Penso al lavoro intensissimo per la definizione delle politiche culturali della città, sia sul versante dei cartelloni e degli spettacoli, sia sul versante dell’attrazione di utenza e di clientela che su quello dei beni culturali. Il sistema museale, il nuovo corso della programmazione culturale cittadina, il salto di qualità di rassegne come il Febbraio valentiniano, sono altrettanti passi importanti di questo percorso”. Come sono i rapporti dell’Amministrazione con le varie categorie produttive?”Molto buoni. Il tavolo di concertazione è un banco di prova impegnativo ma anche uno straordinario strumento di arricchimento e di qualificazione del confronto economico. Dopodiché l’autonomia tra istituzioni e forze economiche e sociali costituisce un principio e un valore. Non è sempre obbligatorio essere d’accordo su tutto, anzi a volte dalla dialettica e dal confronto serrato può venire un impulso determinante allo sviluppo economico cittadino: è già successo, basti pensare all’impulso dato dal Comitato interassociativo al confronto sul Piano regionale dei rifiuti”. Prospettive, impegni ed iniziative per il futuro?”Si tratta di proseguire su una strada già tracciata: recupero e valorizzazione delle aree irrisolte della città, riequilibrio tra centro e periferia, forte impulso ai settori innovativi, uniforme crescita culturale della città. Il tema dei temi, tuttavia, se guardo al prossimo triennio, è quello dell’Università: il confronto avviato con l’Ateneo perugino pone le condizioni per un vero salto di qualità e per la creazione finalmente, di una vera e propria Università ternana, con Medicina, Ingegneria ed Economia, ma anche con Scienze politiche, Lettere, Lingue, Master in settori innovativi, specializzazioni post-laurea e la creazione di vere e proprie facoltà autonome. L’Università e la definitiva sistemazione del sistema infrastrutturale, con la superstrada Terni-Rieti e le cinque arterie di accesso alla città (bretella dell’Ast, variante dello Staino, completamento della variante di Borgo Rivo, variante Polymer e variante Cospea-Ponte La Cave) sono tra i cardini della nuova Terni”.

L’Umbria merita meno polemiche e più attenzione ai problemi reali

Nuovo anno, vecchie e nuove liti nel centrosinistra al governo regionale. Ha scatenato una forte ondata di polemiche la decisione del presidente del Consiglio, Carlo Liviantoni, di modificare la composizione delle commissioni a palazzo Cesaroni, dopo l’uscita dalla maggioranza di Maurizio Donati, capogruppo dei Comunisti italiani. Lo stesso Donati, Ripa di Meana (Verdi) e Ronconi (Per l’Umbria) hanno chiesto le dimissioni di Liviantoni. All’esterno si capisce poco di questa ennesima grana che comunque dimostra una grande difficoltà nella maggioranza. Donati ha più volte dichiarato di essere fuori dalla maggioranza, Liviantoni ne ha preso atto e ha operato affinché nelle commissioni permanenti il rapporto tra maggioranza e minoranza restasse di 4 a 3 così come prescrive il regolamento. Il problema è capire se i Comunisti Italiani sono fuori dalla maggioranza (come è al momento) oppure vogliono – con il consenso degli alleati – rientrare dalla parte principale, cioè con un posto nell’esecutivo. E qui nascono le riunioni di coalizione, sfibranti, con un occhio al governo regionale e un altro agli equilibri per i collegi elettorali nelle prossime elezioni politiche. Non va dimenticato che tutto è nato con l’esclusione dei Comunisti Italiani dall’esecutivo, poi riparata dall’elezione di Bonaduce (allora Comunista italiano) a presidente del Consiglio regionale. Ma il suo passaggio a Rifondazione ha fatto ripartire il valzer delle liti, non certo sopito dall’elezione di Liviantoni al posto del dimissionario Bonaduce. I toni sono molto accesi, spesso il linguaggio è esasperato. Sul rimpasto delle commissioni sono state numerose le prese di posizione dei consiglieri. Il verde Ripa di Meana lo ha giudicato un procedimento compiuto “manu militari dal presidente Liviantoni che, nel giudicare il consigliere Donati fuori dalla maggioranza, non ha compiuto verifiche ma ha attinto a piene mani sul dibattito consiliare estrapolandone alcuni spezzoni”. Per Ripa di Meana, il Presidente del Consiglio regionale deve subito revocare la delibera perché la “decisione è illegittima”. Donati ha parlato di “atteggiamenti anticomunisti della Giunta Lorenzetti” chiedendo di ripristinare un “quadro di correttezza istituzionale” altrimenti la via è quella del Tar e del Consiglio di Stato. “Consideriamo tale decisione – ha affermato Donati – unilaterale, arbitraria, arrogante ed illegittima, non corrispondente al dettato normativo del nostro regolamento interno”. Enrico Sebastiani (Ccd-Cdu) ha chiesto la revoca della decisione di Liviantoni sottolineando che “l’atto, già criticato da colleghi dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, risponde solo al criterio di “blindare” una maggioranza che perde continuamente pezzi e poco fiduciosa di sé evitando che possano esserci confronti reali, anche a rischio di essere messa in minoranza nelle decisioni prese dalle Commissioni”. Duro il giudizio di Ronconi, secondo il quale “quando un Presidente è causa di una tale turbolenza istituzionale, quando con comportamenti a dir poco non meditati è motivo di impedimento del lavoro consiliare, quando con decisioni assurde determina una nuova spaccatura su motivi istituzionali non solo tra maggioranza e opposizione ma addirittura all’interno della stessa maggioranza, allora può dimostrare ragionevolezza e responsabilità in un solo modo, con le immediate dimissioni dall’alta carica istituzionale che con tutta evidenza non si è saputa interpretare”. Pietro Laffranco (An) parla di “farsa e di commedia che prosegue con continue riunioni di maggioranza in cui si cerca di trovare precari equilibri”. Alle accuse ha replicato Liviantoni ricordando che “il presidente del Consiglio regionale è obbligato a far rispettare il regolamento. E’ questa la garanzia per tutti, maggioranza e minoranza” e ha giudicato le dichiarazioni di Ronconi “espressione di una imprudenza istituzionale e di una carenza preoccupante nella valutazione delle istituzioni. Se manca una cultura delle istituzioni – ha osservato – il confronto diventa difficile”. Secondo Liviantoni in due commissioni (seconda e quarta) la maggioranza era ormai minoranza e questo fatto è in contrasto con il regolamento. Tra le tante dichiarazioni, è instancabile il lavoro degli ambasciatori’ dei vari gruppi per cercare di attenuare il livello dello scontro all’interno della maggioranza.

Chi è veramente pazzo?

Molti si domandano, angosciati, cosa mangiare, quali sono i cibi genuini, chi può stare al sicuro dal contrarre malattie. E sono venute varie risposte, spesso contraddittorie. Ognuno se la prende con qualcuno: i politici, gli allevatori, gli scienziati, i commercianti, i consumatori sprovveduti. Un opinionista del Corriere della Sera ha detto che la colpa è della popolazione, che è troppo numerosa e quindi ha bisogno di alti consumi e perciò non viene più garantita la qualità, ma si cerca soltanto di rispondere alla quantità della domanda di alimenti sempre più numerosa. Siamo troppi e bisogna prendere quello che passa il convento. Una soluzione facile, troppo sbrigativa, cinica, ed anche utopistica. Come si fa a frenare lo sviluppo e controllare le nascite secondo criteri puramente demografici? Già da molti anni un documento della Chiesa affermava che non si doveva limitare il numero dei commensali, ma allargare il tavolo perché tutti possano mangiare. Si tratta però di non abbassare la quantità del cibo per soddisfare la fame di ogni vivente. E la società moderna, con le sue ricerche scientifiche e gli strumenti tecnici a disposizione può operare perché questo avvenga. L’uomo ha il potere di dominare e controllare l’opera delle sue mani. Si dà il caso però che il fine dell’azione umana non sia proprio quello di soddisfare le giuste esigenze della popolazione, quanto il profitto, la massimizzazione del profitto, il guadagno sempre più alto, rischiando di mettere in gioco anche la salute della gente. Non si può demonizzare il desiderio di guadagnare da parte di chi lavora e produce. Senza questa spinta nessuno farebbe niente. Ma questo giusto desiderio deve essere correlato co il senso di responsabilità. Una responsabilità che deve essere doppia in coloro che hanno il compito di controllare e di decidere. Il semplice allevatore o il singolo commerciante spesso non ha strumenti per capire e si serve, ad esempio, di mangimi di grandi aziende o di sistemi di allevamento che sono usati da tutti e si trova quindi inserito in un sistema dal quale difficilmente può tirarsi fuori. Alcune di queste strutture commerciali o finanziarie possono rientrare in quelle che il Papa ha chiamato strutture di peccato. Su queste dovrebbero agire scienziati, intellettuali e politici che abbiano il coraggio di dire la verità anche a costo di perdere in popolarità e consenso. Ci sono alcuni che oggi in campo alimentare si tirano fuori dai sistemi di produzione industriale e fanno alimenti “biologici”. E’ un nobile tentativo da incoraggiare, ma sarà sempre di portata minima rispetto al fabbisogno. Il futuro dell’umanità deve, per necessità storica, passare attraverso l’utilizzazione di tutte le risorse della scienza e della tecnica per produrre quanto è necessario e nello stesso tempo favorire la salute della gente. Se questo non avviene e in tempi rapidi vuol dire, che non è pazza solo la mucca o altro, è questa nostra società che ha perduto il bene della ragione.

Una boccata d’aria nuova nella politica italiana?

“In Umbria scalda molti cuori”. Si potrebbe sintetizzare con questa frase del segretario regionale della Cisl, Francesco Buratti, l’entusiasmo e la partecipazione di moltissime persone, aderenti, osservatori, ma anche tanti curiosi, che hanno voluto essere presenti alla costituzione del movimento “Democrazia Europea”, fondato da Sergio D’Antoni, avvenuto alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli. Tanti ex dc hanno voluto ascoltare Nino Cristofori, in passato sottosegretario alla presidenza del Consiglio quando Giulio Andreotti era a capo del governo, e Sergio D’Antoni, per anni leader incontrastato della Cisl. Buratti – chiamato a presiedere la riunione che ha poi eletto Carlo Porcellati a capo del movimento regionale – ha però precisato di essere un semplice aderente. Ma erano molte le presenze di protagonisti della politica regionale, passata e attuale, soprattutto di radice dc. Alcuni ex consiglieri regionali, come Pino Sbrenna e Sergio Bistoni, ma anche un politico di primo piano, l’attuale presidente della Provincia di Perugia, Giulio Cozzari, il quale si è definito “un osservatore che ha accolto l’invito degli organizzatori della manifestazione”. Ha detto di essere “un uomo di centro che ha fatto una scelta di alleanza con la sinistra democratica ma che è molto attento a tutto quello che si muove al centro. La mia collocazione nel centro che collabora con la sinistra è indiscutibile. La scelta di collaborazione fatta la riconfermo, però considero la geografia politica nazionale in movimento e quindi credo che sia molto opportuno leggere i fenomeni e i fermenti che si stanno verificando per poter offrire proposte politiche che siano in grado di dare risposte concrete in prospettiva”. Cozzari ha definito “sciocco” il tentativo di “negare soggettività politica al centro. Se non viene data possibilità di esprimersi si commette un errore. Voglio sottolineare che il centro può stare benissimo all’interno di un’alleanza con la sinistra, di questo ne sono convinto. Credo che però se questa soggettività politica viene negata, possa tentare anche di alzare la testa e dire: per questo turno non gioco”.

I seminaristi raccontano la storia della loro vocazione alla gente

La diocesi di Foligno ha ospitato, lo scorso fine settimana, i seminaristi del seminario regionale che, una volta al mese, saranno nelle varie diocesi dell’Umbria per portare la loro testimonianza della vocazione al sacerdozio. La giornata di sabato è iniziata a Sant’Eraclio di Foligno, presso il monastero agostiniano “Santa Maria di Betlem” con il ritiro mensile predicato da mons. Oscar Battaglia che, mese dopo mese, guida i seminaristi alla lectio e alla meditazione del Vangelo di Luca. La mattina della domenica i seminaristi, divisi in dieci piccoli gruppi, si sono sparpagliati in alcune parrocchie di Foligno; lì, accolti dai parroci, ogni seminarista ha potuto partecipare alla vita domenicale della parrocchia, aiutando nel servizio liturgico e presentando alla comunità la propria esperienza raccontando la particolare chiamata del Signore. Martedì scorso tutta la comunità del seminario umbro ha animato la veglia dei giovani in occasione della solennità del martire San Feliciano, patrono della diocesi folignate. La vita come dono e missione è stato il tema dell’incontro presieduto dal vescovo, mons. Arduino Bertoldo nella cattedrale di Foligno. La veglia di preghiera è stata una liturgia della Parola, durante la quale si sono susseguite la meditazione del rettore del seminario regionale, mons. Piergiorgio Brodoloni e le testimonianze di due seminaristi. “Il motivo per cui siamo qui – ha detto mons. Brodoloni durante il suo intervento – è quello che siamo contenti di essere cristiani, di essere popolo del Signore, di essere nella sua Chiesa”. Ripercorrendo la storia del III secolo, il tempo del martirio di san Feliciano, il rettore ha ricordato come grazie all’evangelizzazione e alla testimonianza di Feliciano, il popolo divenne popolo di Dio, ed ha concluso invitando a ringraziare il Signore per san Feliciano “perché ha convertito i nostri avi; ma – si è chiesto – chi è chiamato ad annunciare Cristo agli uomini e alle donne del nostro tempo?” Due seminaristi, Pietro e Davide, hanno offerto ai giovani presenti in duomo la loro testimonianza raccontando come il Signore li ha invitati a seguirLo con una speciale consacrazione che si realizzerà nel tempo, dopo un adeguato periodo di formazione sotto la guida ed il discernimento della Chiesa. Pietro ha inteso una proposta del Signore: diventare un suo tramite, un suo strumento per arrivare agli uomini. “Dopo essermi “buttato”, non senza titubanze, ho scoperto in Seminario che la conformazione a Cristo avviene piano piano, nel tempo; per fare questo dobbiamo imparare a portare nel cuore le persone che ci gravano sulle spalle. Ognuno può farlo, allora scoprirà la felicità”. Davide ha ricordato che lungo tutta la sua vita è stato sempre cercato da Dio che si è mosso per primo. Non sono pochi i doni che Dio fa a ciascuno: da quello della vita (non scontato) alle esperienze ecclesiali e di servizio, fino al fidanzamento con una ragazza. “Tutto questo non mi bastava; avevo l’esigenza di fare una scelta definitiva per il Signore. L’ho fatta scegliendo la castità e scoprendo, leggendo il Vangelo, che la vita può avere un senso solo se la ridono a Dio dal quale l’ho ricevuta. Vi invito – ha concluso Davide – a non perdere tempo, ad investire sul Signore seguendo la strada che Lui indica a ciascuno (qualunque essa sia) senza perdersi in false verità”.Concludendo la veglia di preghiera mons. Arduino Bertoldo ha ricordato le vicissitudini storiche che portarono al martirio il vescovo Feliciano, catturato dall’imperatore Decio, morto 1750 anni fa nei pressi di Forum Flamini e sepolto dove ora sorge la cattedrale a lui dedicata. Il Vescovo ha sottolineato che ricordare il patrono della diocesi non è una mera commemorazione, ma rappresenta per ognuno la scoperta continua delle radici della fede in Gesù Cristo.

Le radio cattoliche puntano alla qualità dei programmi

E’ iniziato dall’Umbria il ‘tour’ di Blusat2000, la “banca programmi” della fondazione Comunicazione e cultura (promossa dalla Conferenza episcopale italiana), i cui programmi sono quotidianamente rilanciati da oltre 200 radio sparse nel territorio nazionale. Obiettivo di questo ‘tour’ è lo sviluppo della emittenza radiofonica cattolica delle varie regioni d’Italia al fine di dare vita ad una grande realtà radiofonica italiana di qualità formata dalle singole radio più o meno grandi, che manterranno il loro carattere locale sia nell’informazione che nei programmi. Il viaggio attraverso l’Italia del gruppo di lavoro di BluSat2000 e della Fondazione, consentirà una migliore conoscenza delle strutture tecniche delle emittenti ma anche delle persone che lavorano nelle radio, spesso volontari che danno il loro tempo per passione. Il primo di questi incontri si è tenuto in Umbria giovedì 25, ed erano invitate le radio cattoliche della regione: Umbria radio di Perugia, Radio Comunità Cristiana di Umbertide, Radio Gente Umbra di Foligno, Radio TNA e Radio Umbria Viva di Terni. Al Sangallo Hotel di Perugia erano presenti Luigi Bardelli, presidente del Co.ra.l.lo., Franco Rossi responsabile dei rapporti con le radio di Bluasatt 2000, Marco Giubileo, responsabile di produzione di Blusatt 2000, Giuseppe Pilera, pubblicitario, mons. Francesco Cerotti, presidente della fondazione Comunicazione e cultura. Ai responsabili delle radio locali è satata presentata la produzione radiofonica che la Fondazione realizza attraverso Blusat2000 e News Press, proponendo di utilizzare al meglio i servizi di Blusat2000: un palinsesto di programmi musicali, culturali e di intrattenimento all’interno del quale trovano spazio i servizi di informazione curati dall’agenzia News Press. Da gennaio 2001 Blusat2000 propone anche un “contenitore” pomeridiano in contemporanea, ovvero ritrasmesso in diretta dalle radio collegate a Blusat, iniziativa alla quale Umbria Radi o è stata tra le prime emittenti locali italiane ad aderire. Le radio umbre attingono già al ricco palinsesto di BluSat, e l’incontro di giovedì è stato occasione per stringere rapporti di lavoro e di amicizia oltre che per verificare in quale modo poter arricchire i programmi radiofonici con apporti nuovi, senza nulla togliere all’informazione locale e fare una programmazione congiunta che renda più incisiva la comunicazione radiofonica.

I POLITICI LITIGANO, MA POI SI VOTA

Era meglio se non riapriva, palazzo Cesaroni. E’ successo di tutto nella prima seduta del Terzo Millennio.C’è stato chi se l’è presa con il presidente Liviantoni perché, avendo sentito dal capogruppo dei Comunisti italiani, Donati, che era fuori dalla maggioranza, lo ha messo fuori anche dalle commissioni consiliari. Liviantoni dice “dovere”, Donati parla di “arbitrio”, e Ripa di Meana dà ragione al secondo. Lo stesso Consigliere verde se l’è presa (non si sa bene perché) con il capogruppo dei Ds, Baiardini, e tutt’e due – Ripa di Meana e Donati – hanno criticato aspramente gli ex alleati (o no?), dicendo che tenderebbero a escluderli dalla coalizione governante perché “piccoli e scomodi”. Un fuoco incrociato, in mezzo al quale ha cercato di inserirsi l’opposizione di centro destra per rendere ancora più eclatanti le spaccature e raccoglierne a proprio favore i frutti politici. Ma niente, il centro sinistra è rimasto chiuso dentro la sua fortezza che, seppure sempre meno tranquilla all’interno, non evidenzia crepe esternamente, dimostrandosi inattaccabile “nonostante tutto”. Come finirà? Come al solito: che fra qualche mese si vota, e quindi bisogna, assolutamente bisogna, ricompattarsi.Stramaccioni, timoniere diessino e della coalizione, sta già lavorando in questo senso, seppure con una quantità di sbuffi e rimbrotti sempre crescente.

Occhi come stelle

Due le lettere capitali all’inizio del mio discorso sui poveri, due grandi G, miniate all’interno da due diverse fisionomie: Guala e Gerardi. Due uomini di Dio, che ho incrociato per pochi minuti e non ho più dimenticato. Guala: Ospedale Regina Apostolorum di Albano, metà anni 90. Mi sono ricoverato in un’urologia per soli preti. Reparto Sacre Tubature. Fu la battuta folgorante che un Vescovo dei tempi andati riservò al pretino che aveva appena ordinato: “Ora sei tutto sacro”, ad alta voce, solennemente; poi, sottovoce, serio: “Fino ad oggi di sacro ci avevi solo un osso”. Una suora infermiera fece capolino: “Padre Guala, domani lei farà i raggi x”. Padre Guala. Lui! Come un lampo. Girai la testa verso quel mucchietto di ossa che da giorni occupava il letto vicino al mio. “Un monaco della Trappa delle Frattocchie”, così si era presentato. Un lampo: era lui! Era l’ing. Filiberto Guala, il grandissimo manager, l’ex direttore generale del piano Fanfani per l’edilizia popolare, l’ “inventore” della Tv italiana come direttore generale della Rai tra il 1954 e il 1960. Era lui. Nel 1960, nella Roma cicciona del boom economico, la notizia che Guala s’era fatto trappista fu come un fulmine in una notte cupa. I giornali avanzarono tante ipotesi, meno l’unica giusta: quell’uomo che sapeva fare contemporaneamente mille cose diverse, e tutte bene, aveva scelto la parte migliore, affogando nel Dio che brucia e non consuma la sua inutile frenesia. L’avevo vicino. Mi presentai. Passai molte ore a parlare con lui. Speravo che mi spiegasse a fondo la sua scelta. “No. No! Mi racconti lei delle sue esperienze con gli emarginati”. Parlai a lungo. Più volte gli feci rilevare che ormai toccava a lui. Diceva di no, e sorrideva. Ma il nostro – gli dicevo – è un mondo un po’chiuso…: diceva di no, sorrideva, ripeteva “Parli!”; e il suo sguardo s’accendeva, in un crescente interesse per storie che il mondo giudica banali. Quando ebbi dato fondo ai miei racconti e per l’ennesima volta gli chiesi di raccontarmi lui la sua storia, padre Guala chiuse il discorso nell’atto di aprirlo: “La mia storia non ha alcun significato”. Gli occhi erano due stelle. Si sono spenti, quegli occhi, alla fine del 1999. Aveva 93 anni. Spenti. E subito sono tornati a fare luce. Il Signore li ha già collocati nel cielo di Venere.

Centro storico: tanti progetti in cantiere che stentano a partire

L’inverno non è ancora finito, ma la giunta Locchi esce dal letargo. Sono molte le novità volute dall’amministrazione comunale, a partire dal Mercato Coperto “che sarà sempre meno mercato e sempre più centro aggregativo e culturale”. Il progetto di rilancio e riconversione del Mercato Coperto prevede un nuovo uso della terrazza panoramica, interamente coperta da dove si potrà ammirare la valle del Tevere seduti al tavolino. Ai piani inferiori, si rinnoveranno i box del mercato, ma con una variazione merceologica, mirata alla qualità e alla tipicità della merce, magari prodotti biologici, con un occhio all’artigianato artistico. La vecchia sala teatrale, di fatto chiusa al pubblico da tempo, diventerà l’angolo dei casalinghi, dell’oggettistica e dell’arredamento. Ancora poco chiaro è il futuro degli spazi dell’attuale parcheggio Sipa. Sempre secondo i piani del Comune, con l’installazione della fermata del Minimetrò, non ci sarebbe più bisogno di quei posti auto, che libererebbero i due piani del posteggio a favore di locali per giovani e turisti, dove poter degustare prodotti tipici eno-gastronomici. Questo a grandi linee l’ottimistico progetto che hanno in mente gli assessori Santucci e Catanelli, ma sul quale pende una complicata “spada di Damocle”, costituita dalle proteste dei commercianti e dei residenti, dalle vicende del minimetrò e da quelle del “costituendo” centro espositivo di via della Rupe. E’ nota, ormai, l’opposizione registrata all’installazione di barriere e coperture per i tavolini dei locali pubblici, ma ancora più noto è il blocco del “minimetrò” per quanto riguarda il finanziamento della seconda tratta “Pincetto-Monteluce”, ma che si ripercuote su tutta l’iniziativa (della quale non esiste il progetto esecutivo e non si conosce la data d’inizio dei lavori). A tutto ciò si possono aggiungere i lavori di recupero degli arconi di via della Rupe e dei Giardini del Pincetto (anni addietro passeggiata fiorita della città, adesso ricovero di sbandati e drogati) che dovevano offrire “un grande spazio cittadino per mostre ed esposizioni”, ma che, fermi da tempo, rischiano di bloccarsi a causa di “voci di corridoio” che danno quasi per certo il ritiro della “Retablo” dalla gestione del centro espositivo. E detto questo, appare logico eliminare il parcheggio del Mercato Coperto, quando non si sa nulla del minimetrò e che, in ogni caso, sarà necessario costruire un autosilos, per residenti e commercianti, lungo le anse di via Ripa di Meana? Il Mercato Coperto, come chiedono in tanti, ha bisogno di una rinascita, basata su progetti realizzabili e non su promesse di un futuro più a meno lontano.La dimostrazione di interventi molto pubblicizzati, ma poco riusciti, è data dalle continue corse al capezzale di due grandi malati tra i mercatini tradizionali: l’appuntamento dell’antiquariato e del collezionismo e le bancarelle di Sant’Ercolano. Per il primo, non si prevedono grandi novità. Sfiorito da tempo il mercato dei fiori, lungo le storiche scalette cittadine arriveranno nuovi banchetti smontabili per garantire spazi adeguati “alla valanga di richieste giunte in Comune”. Ma il primo tentativo, intanto, è già fallito. Si spera su un esito migliore con la Fiera di San Costanzo, una vera e propria rinascita di una tradizione passata, che dovrebbe svolgersi in due giorni, il 28 ed il 29 gennaio (festa del santo patrono), nei pressi dei Giardini del Frontone. Progetto che per funzionare al meglio ha bisogno del completamento delle scale mobili da piazzale Bellucci a corso Cavour. Ma i lavori sono ben lungi dall’essere terminati. Ed è proprio la lentezza nella realizzazione di qualsiasi progetto, l’elemento più criticato dagli stessi commercianti che, per primi, desiderano un centro storico più abitato, più aperto, con più mercati e con “meno salotti” o attrazioni di facciata.

Valorizziamo la memoria e il patrimonio delle nostre chiese

Negli ultimi mesi dell’anno 2000 è stato portato a compimento il primo stralcio del più complesso lavoro di inventariazione e riordino degli archivi storici della diocesi di Città di Castello, affidato dalla diocesi a personale specializzato e finanziato tramite un contributo del ministero per i Beni e le attività culturali. Questa prima fase del lavoro ha interessato mille pezzi di alcuni importanti fondi: confraternite, mensa vescovile, parrocchie, cappellanie, ospedali, confraternite, mons. Giovanni Muzi, vescovi. Al termine della schedatura del materiale è stato redatto un inventario per ciascun fondo: questi inventari costituiranno, a loro volta, la prima parte dell’inventario complessivo al quale si giungerà dopo il riordino dell’intero archivio. Gli archivi storici della diocesi di Città di Castello costituiscono uno dei maggiori archivi ecclesiastici dell’Umbria e, nel complesso, dell’intera Italia centrale. Per il futuro è stato chiesto un apposito finanziamento destinato al restauro di parte del materiale pergamenaceo dell’Archivio capitolare (uno dei fondi più cospicui e antichi degli archivi storici), mentre la disponibilità di ampi locali e di idonee scaffalature consentirà di accogliere gli archivi delle parrocchie per le quali non è possibile garantire una accurata tutela della documentazione storica. Fra gli archivi parrocchiali già depositati si segnalano quelli di San Giustino, Citerna e S. Michele Arcangelo di città. Il lavoro di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico diocesano è certamente un lavoro di tipo culturale, ma che assume anche un valore pastorale. Recentemente, il presidente dell’Associazione archivistica ecclesiastica, mons. Salvatore Palese, ha così definito il ruolo dell’archivista ecclesiastico: “il nostro lavoro, silenzioso e discreto, ma prezioso e fecondo, si pone dentro l’impegno pastorale delle nostre chiese locali e dentro la storia delle comunità cristiane; anche il nostro è un servizio ecclesiale: valorizzando la ‘memoria’ contribuiamo a che la missione delle nostre chiese si caratterizzi culturalmente e si inserisce negli sviluppi reali delle nostre popolazioni”. E questa nuova concezione del ruolo degli archivi è stata oggetto del XX Convegno degli archivisti ecclesiastici, dedicato al tema “Gli archivi ecclesiastici nella nuova pastorale dei beni culturali” (Catania, 21-24 settembre 1999). Negli ultimi anni, all’interno della Chiesa italiana, si è venuta formando una grande attenzione verso i beni culturali, archivi, biblioteche e musei: i musei e le biblioteche conservano le espressioni compiute dalla cultura cristiana così come si è venuta manifestando nel tempo, mentre i documenti degli archivi ne possono fare comprendere la loro origine e il loro farsi. Conservare le carte d’archivio, diceva papa Paolo VI in un celebre discorso del 1963, “vuol dire, di riflesso, avere il culto di Cristo, avere il senso della Chiesa, dare a noi stessi, dare a chi verrà la storia del passaggio di questa fase di ‘transitus Domini’ nel mondo”. L’importanza degli archivi diocesani, assieme a quelli generalizi e provinciali degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, è stata recentemente riconosciuta anche dall’intesa fra la Conferenza episcopale italiana e lo Stato italiano. In tal senso, anche la diocesi di Città di Castello si sta attivamente impegnando, sia con il potenziamento del Museo capitolare, recentemente inaugurato, che con l’adeguamento alle esigenze degli studiosi della Biblioteca “Storti-Guerri” e degli archivi storici. In particolare, per quanto riguarda la biblioteca è in corso la revisione e l’informatizzazione della schedatura in collaborazione con l’Associazione delle biblioteche ecclesiastiche italiane (Abei). Per gli archivi è partito nello scorso settembre il progetto di inventariazione e riordino che, se sarà confermato il finanziamento statale, proseguirà nei prossimi anni. In tal modo si verrà a costituire un vero e proprio “polo culturale diocesano”, al quale sono stati destinati ampi locali, appositamente attrezzati, al piano primo e secondo del palazzo del Seminario vescovile.

“Abusi” di materiali e colori sulle facciate dei monumenti della città

Davanti a un uditorio qualificato e attento il prof. Renato Bonelli, in un incontro che si è tenuto presso l’Opera del duomo di Orvieto, ha rinnovato la sua polemica contro gli abusi che vengono consumati sul volto di Orvieto e nei suoi monumenti e palazzi. A Orvieto non è stato adottato il piano del colore e se ne colgono in chiara e stridente evidenza le conseguenze. Case e palazzi vengono sommariamente riparati e sulle facciate vengono spalmati colori di vario genere che fanno assumere ad Orvieto un aspetto “arlecchinesco”, stimolando altre tendenze arbitrarie nell’uso e nel riuso di materiali lapidei che appartengono a precise fasi di storia e di costruzione. Anche la Cattedrale non è esente da rischi. Ne fa testimonianza la sorte toccata alla meravigliosa Maestà di Metani-Pisano che da decenni è scomparsa dal portale centrale e nessuno sa quale ne sarà la sorte. Al riparo di qualsivoglia giudizio storico-estetico, la Soprintendenza che decisione intende adottare? Quale indirizzo vuole percorrere il ministero dei Beni culturali che in evenienze del genere si chiude nel silenzio e lascia che i decenni scorrano rapidamente mentre gli interrogativi dei visitatori e degli esperti restano senza risposta? Il prof. Bonelli ha confermato i suoi strenui giudizi anche nel giorno in cui, circondato da tanti colleghi ed amici, veniva salutato per il compimento dei novanta anni di sua vita in un incontro indetto dal Dipartimento di Storia dell’architettura, restauro e conservazione dei beni architettonici dell’Università di Roma “La Sapienza”, d’intesa con l’Opera del duomo di Orvieto, e svoltosi il pomeriggio del giorno 12 gennaio 2001, presso la sede dell’Opera in Orvieto, di cui il prof. Bonelli è illustre cittadino. L’intimità dell’incontro non ha impedito che venissero passati in rassegna le opere ed i contributi più originali, che nel corso di sessanta anni di attività il prof. Bonelli ha offerto alla cultura accademica e in genere alla cultura italiana. Crociano integerrimo, egli è stato ed è l’intellettuale che, aperto alla valutazione degli esiti delle nuove conoscenze ed esperienze, non si è mai discostato dalla responsabilità di interpretare la totalità dell’opera artistica. Un innovatore dunque e talvolta un rivoluzionario, ma solo contro la stratificazione dei pregiudizi e delle visioni approssimative. Un contributo a tale riguardo è stato offerto dalla prolusione tenuta dal prof. Vittorio Fianchetti Pardo, direttore del succitato Dipartimento, e poi, più analiticamente e con dovizie di riferimenti e di sottolineature, da due docenti dello stesso Dipartimento, già allievi di Bonelli, il prof. Corrado Bozzoni ed il prof. Giovanni Carbonara. Alla valutazione innovativa del tirocinio accademico e della produzione scientifica di Bonelli si è associato il prof. Bruschi, dell’Università “La Sapienza”, che ha attribuito ad un’opera fondamentale di lui l’ispirazione della sua carriera e della sua vocazione professionale, e subito dopo è intervenuto il concittadino arch. Torquato Terracina che ha consegnato al festeggiato una medaglia celebrativa del millennio, fatta coniare dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, ed ha ricordato le sue esperienze professionali giovanili eseguite sotto la guida dell’allora ancor giovane Bonelli. Il saluto, l’augurio ed il compiacimento della città di Orvieto è stato portato dal sindaco dott. Stefano Cimicchi, che ha fuso insieme il riconoscimento del tributo che Orvieto deve a questo studioso con la costante preoccupazione di sottostare, lui come sindaco e tutta l’Amministrazione comunale nelle sue competenze non sempre esclusive in materia di conservazione urbanistica, ai richiami perentori che il Bonelli non fa mai mancare anche per aspetti marginali della tutela dell’ambiente storico. La manifestazione, commovente e gioiosa insieme, era stata introdotta dal presidente dell’Opera del duomo, prof. Romolo Tiberi, con un intervento che ha sfiorato le vicende complessive e talvolta aspetti riservati della vita di Bonelli. Tiberi ha ricordato che, nel lontano 1938, Bonelli insegnò, ma solo per pochi mesi, presso il Liceo classico di Orvieto, suscitando tra i giovani di allora un interesse tutto nuovo per l’arte, e, dopo le vicende belliche, sempre aperto al confronto e presente in prima persona, s’impegnò per realizzare qualche iniziativa che consentisse ad una rinnovata cultura storica non solo di abbracciare e connettere il passato con il presente, ma di incidere nel processo di formazione culturale delle nuove generazioni. Orvieto, nella sua complessità storica ed artistica, è sempre rimasta al centro degli interessi bonelliani. Non a caso, per iniziativa sua e di altri studiosi orvietani, è nato l’Istituto storico artistico orvietano, che tanti meriti ha acquisito nel corso dei decenni della seconda metà del secolo scorso e che rimane tuttora uno strumento culturale fondamentale di conoscenza e di preparazione. Tiberi ha anche sottolineato come l’interesse di Bonelli per le sorti del Museo dell’Opera del duomo sia stato determinante per la formazione di una Commissione di studio e di proposta, presieduta dallo stesso Bonelli e composta di accademici al più alto livello, che ha elaborato un progetto organico di sistemazione di centinaia e centinaia di reperti famosi non più nel solo Palazzo Papale Bonifacio VIII ma con ampliamento e connessione con i contigui palazzi papali Niccolò IV e Urbano IV. Il progetto in questione, dopo complessa elaborazione, è stato da tempo varato ed è attualmente alla firma del direttore generale per essere avviato all’apposito Comitato di settore, che ne dovrà sanzionare l’approvazione e l’attuazione. Tiberi ha concluso rendendo omaggio alla signora Assunta Bonelli che, sostenendo tutto il peso della gestione familiare, ha consentito all’illustre e amatissimo consorte di dedicarsi in modo esclusivo ai suoi studi.

“Mi dimetto per cercare un altro lavoro”

La dott.ssa Maria Pia Castellani, difensore civico del Comune di Gubbio, eletto a suffragio universale dal giugno 1997, attività svolta con dedizione ed impegno, si è dimessa dall’incarico dal prossimo 28 febbraio. Le motivazioni sono state illustrate al Consiglio comunale ed al Sindaco con lettera del sedici gennaio e riepilogate nel corso di una conferenza stampa: chiamano in causa amarezze istituzionali e personali. Le modifiche introdotte nello statuto comunale in fase di approvazione, penalizzano fortemente la figura del Difensore civico; elezione assegnata alle competenze del Consiglio, a compiti sempre più riduttivi quasi a svuotare la figura di ogni effettiva capacità di “garantire il buon andamento della Pubblica amministrazione”. Più pesante la delusione sul piano personale. “Nel giugno dello scorso anno – racconta la dott.ssa Castellani – il dirigente competente per settore mi comunica che mi era stata corrisposta dall’inizio del mandato una indennità superiore al dovuto: L.1.350.000 anziché L. 1.050.000, cifra che percepisco dal giugno del 2000. Contemporaneamente sono stata invitata a restituire quanto avrei percepite indebitamente: L. 14.849.091”. Inutili le controdeduzioni; trova “disponibilità nel Sindaco e nel Direttore generale”, ma la strada suggerita, l’adozione di uno “specifico atto da parte del Consiglio comunale – racconta il Difensore civico – non trova il consenso dei capigruppo”. La conseguenza: “pagare entro 30 giorni quanto richiesto”, pena l’ingiunzione. A questo punto non resta che la strada delle dimissioni, non quale forma di protesta per dover al limite scontare colpe altrui, ma “per cercare un lavoro; l’incarico elettivo è incompatibile con qualsiasi altra occupazione legata alla laurea in giurisprudenza”. Con di poco più di un milione non si può vivere e rimettere una cifra così robusta. Una pagina da approfondire, purché venga tenuta lontano dal clima della speculazione politica.

Come da una morìa di cavalli nacque il Piatto di Sant’Antonio

L’anacoreta Antonio prega e fa penitenza nel deserto egiziano. Non immagina di essere un giorno proclamato santo, di ricevere una investitura come protettore degli animali, non immagina neppure che in un tempo molto lontano dalla sua morte (356 d.C.) sarebbe diventato un “protagonista” nella terra di san Francesco e di santa Chiara. Gli abitanti di un agglomerato di dimore, sorte prima intorno alla Porziuncola e successivamente intorno alla basilica che protegge la stessa, avrebbero coltivato e alimentato il culto dell’eremita in S. Maria degli Angeli e nel territorio circostante. La Compagnia di S. Antonio abate già nel ‘600 provvedeva a distribuire un pasto gratuito ai poveri del paese. Agli albori della seconda metà dell’800 una morìa di cavalli – destinati alle diligenze che da Roma si recavano a Firenze – cessata per intercessione di Sant’Antonio, consolidò la venerazione nei confronti del suddetto ed incrementò la distribuzione di pranzi ai poveri. Questa è in breve e con approssimazione l’origine della festa del Piatto. Chi desiderasse ulteriori e precise notizie può consultare la monografia di Giovanni Zavarella “Un piatto all’ombra del Cupolone” ed altri contributi. La festa in questione si è via via arricchita e prolungata; è stata sottoposta a modifiche, ma ha conservato comunque l’ispirazione originaria. Ancora oggi infatti viene offerto un pasto frugale e sostanzioso a quanti risultano “poveri”, nell’accezione contemporanea che non identifica affatto la povertà con la sola miseria materiale: gesto simbolico che vuole indicare la direttrice della solidarietà imprimendo un impulso contro l’indifferenza. Tutti gli altri possono consumare il tradizionale “piatto” (in vari punti di ristoro e non più in un solo ritrovo) ad un prezzo stracciato che in spirito di servizio viene integrato dalla prioranza in carica. La festa si distingue per una connotazione religiosa e devozionale; per una marcata impronta folcloristica e un vivace aspetto ricreativo. Intrattenimenti musicali e teatrali, mostre di pittura e fotografia, esibizioni varie fanno da cornice alla celebrazione religiosa incentrata sulla Messa di mezza mattina, seguita dalla processione, dalla benedizione degli animali e dalla distribuzione del pane. Molti “angelani” per l’occasione tornano anche da luoghi lontani dalla terra d’origine, incontrano parenti e amici, stringono nuove conoscenze. Questo “ritrovarsi” costituisce un elemento essenziale in una fase ovunque contraddistinta dalla tendenza al reciproco disconoscimento o alla chiusura nel gruppo ristretto e inviolabile. La crescita della festa poggia senza dubbio sulla continuità di un fondamento religioso e devozionale, continuità favorita dalla famiglia francescana e dalla parrocchia, ed inoltre supportata dal meccanismo dei priori entranti-serventi-uscenti, nonché dalle inizative promosse dalla “Associazione Priori del Piatto di S. Antonio abate”, organismo che aggrega tutte le prioranze succedutesi negli anni, presieduto da Gabriele Del Piccolo. Il peso dell’organizzazione è ricaduto in questa ultima edizione sul priore “maggiore” Paolo Tardioli e sugli altri priori serventi: Lanfranco Aisa, Oliviero Brufani, Paolo Cappucci, Marco Carloni, Giulio Cioccoloni, Antonello Fagotti, Giovanni Filippucci, Massimo Migliosi, Andrea Pulcinelli, Lanfranco Tarpanelli, Leonello Trippetta: tutti impegnati per la riuscita della manifestazione iniziata sabato 13 e conclusasi domenica 21 gennaio. In una giornata serena ed anche mite un grande afflusso di popolo ha coronato intenzioni e sforzi, confermando il coinvolgimento di una comunità non solo di matrice locale ma di carattere territoriale. Per la prima volta la processione è stata aperta dalla fanfara dei Carabinieri a cavallo, presente anche una rappresentanza della Polizia di Stato a cavallo. La statua di S. Antonio abate, secondo un’usanza recuperata, è stata portata a spalla da quattro portantini scambiatisi in tre turni. Nel pomeriggio la gente, dopo la degustazione del “piatto”, ha assistito con trasporto alla competizione dei cani da slitta svoltasi lungo un percorso predisposto. Una rappresentazione teatrale è stata curata dalla scuola elementare “Patrono d’Italia”. A tarda sera, lo spettacolo musicale animato da Francesco Starnini e dalla cantante MariaGiò e successivamente l’estrazione della lotteria hanno concluso i festeggiamenti. Ecco quanto ci ha dichiarato il priore “maggiore” Paolo Tardioli, responsabile della prioranza servente del 2001: Abbiamo semplificato la festa ponendo attenzione alla parte organizzativa e al ruolo della beneficenza. Le novità vanno perseguite accanto però ad un ripristino delle tradizioni più radicate. La gente sembra accettare con soddisfazione lo smistamento nei vari ristoranti, appena da qualche anno iniziato, per non dire che il metodo crea competizione e dunque migliora la qualità dello stesso “piatto”. Stupisce il fatto che da una morìa di cavalli sia scaturita una festa impregnata sostanzialmente di sana allegria. Si tratta forse di un altro miracolo di Sant’Antonio abate, vissuto tanti secoli prima di san Francesco che amava il creato e tra le creature circondava di affetto anche gli animali.

Contemplazione e ascolto del Vangelo

Di grande intensità religiosa e diverso dagli altri è stato l’incontro di formazione e preghiera mensile per i catechisti di ogni settore e per tutti i giovani, che si è tenuto giovedì 18 gennaio 2001 presso la sala Claudia del Centro S. Michele a Bastia Umbra. Il testo della “Preghiera a Gesù, nostro Signore dolcissimo” e la contemplazione di un’icona di Gesù hanno contraddistinto questo incontro guidato da don Gabriele, Piccolo Fratello della Comunità di Jesus Caritas di Limiti. La lettura di una serie di invocazioni a Gesù alternate dal canto dell’Alleluia, accompagnato dalle chitarre di due ragazzi del coro giovani, è stato un momento di grande valore e ha trasmesso ai presenti quel senso di fraternità, che dovrebbe contraddistinguere una comunità cristiana. La seconda parte della serata è stata caratterizzata dalla condivisione. “A volte la nostra preghiera è troppo individualistica – ha affermato uno dei sacerdoti presenti – “e finiamo per affogare i nostri problemi pensando di pregare”. La preghiera di questa sera invece è stata di ascolto e contemplazione del Vangelo, liberante nei confronti dei problemi che si incontrano quotidianamente. La preghiera è il nostro dialogo, il nostro comunicare con Gesù che è tra noi e “veglia” su ognuno. Il pregare insieme ci dà forza; è un partire da noi stessi per giungere alla bontà e grandezza di Gesù. La preghiera aiuta ad alimentare la Fede quando è messa a dura prova, soprattutto nei momenti difficili della vita ed è proprio la fede in Gesù che ci sostiene. Dopo il canto finale tutti i presenti si sono ritrovati a condividere il momento della cena. Ricordiamo inoltre che il prossimo incontro avrà luogo il giorno 8 febbraio 2001.

Beni culturali e disponibilità finanziarie: le richieste dei Comuni

Una giornata in Valnerina per l’assessore regionale Maddoli, giovedì 19 gennaio. Tre le tappe della visita dell’assessore al Turismo e Beni culturali della Regione dell’Umbria. Anzitutto Sant’Anatolia di Narco, dove l’assessore è stato ricevuto nel palazzo comunale dal sindaco Santini e dal suo collega Magna di Scheggino. All’incontro erano presenti diversi membri dell’amministrazione locale e rappresentanti delle altre comunità locali. Il sindaco Santini ha presentato all’Assessore la situazione del piccolo comune che risulta interessante dal punto di vista turistico grazie anche a nuove offerte da poco avviate nella ricezione e ristorazione. Particolare attenzione è stata dedicata all’ambiente che fa di questa parte della media Valnerina una delle più interessanti del territorio; si ritiene che una nuova valorizzazione dell’antico tracciato della ferrovia Spoleto-Norcia possa costituire un’ottima occasione per favorire la conoscenza di tali ricchezze. Quanto ai beni culturali il Sindaco ha fornito informazioni puntuali sul loro stato di conservazione e sulle prospettive di recupero degli edifici danneggiati dal terremoto chiedendo impegni finanziari precisi. Tra i progetti è da segnalare quello relativo alla costituzione di un museo della canapa che avrà sede nell’edificio già in uso alla scuola media e che riproporrà l’interessante ciclo di una antica lavorazione locale, oggi del tutto scomparsa. Da ultimo, le strutture sportive del territorio. Il Sindaco chiede finanziamenti per il campo sportivo di Castel S. Felice che costituisce l’unica possibilità del genere non solo per S. Anatolia ma anche per i comuni di Vallo di Nera e Scheggino e meriterebbe davvero maggiore attenzione concretizzando un intervento a favore dei giovani. Anche il Sindaco di Scheggino, prendendo la parola, ha toccato gli stessi argomenti ed ha in particolare segnalato alcune priorità. Le chiese cimiteriali di Monte S. Vito, Civitella e Ceselli, gli affreschi della parrocchiale di Scheggino e il centro sportivo-ricreativo di Ceselli. All’incontro era stato invitato anche il Vicario della diocesi, mons. Gino Reali, che nel suo intervento ha ripreso quanto già esposto dai sindaci per segnalare quanto realizzato negli ultimi tempi, come il recupero dell’antica abbazia di Castel S. Felice e le chiese di Ceselli e Scheggino, e per ricordare le urgenze del patrimonio storico-artistico ecclesiastico, a cominciare dalla chiesa parrocchiale di Caso e dalla chiesa di Tassinare; ha inoltre invitato i presenti a riflettere sulla problematica della custodia e gestione dello stesso patrimonio per consentire una migliore fruizione pubblica. L’assessore Maddoli ha esposto i programmi della Regione sulle materie di competenza segnalando anzitutto la modesta disponibilità economica dell’Assessorato che presiede. Quanto al recupero dell’ex ferrovia Spoleto-Norcia è previsto un intervento di recupero del tracciato grazie ai finanziamenti attivati dall’accordo di programma recentemente firmato dal ministero per i Beni culturali e la Regione dell’Umbria; per gli edifici storici e per i beni artistici si conta di attivare disponibilità di risorse con la legge di ricostruzione postsismica, mentre ancora più problematici sono gli interventi su strutture sportive. Un breve sopralluogo ad alcune delle strutture segnalate ha concluso la visita di Maddoli a Sant’Anatolia. L’Assessore ha poi visitato Cascia dove con le autorità locali ha fatto il punto della situazione sul complesso ex-conventuale di Santa Margherita perché possa essere del tutto recuperato alla fruizione pubblica. Anche a Cascia non sono mancate richieste e segnalazioni di intervento sui monumenti che costituiscono la ricchezza del territorio comunale e che avrebbero bisogno di maggiore attenzione e di proporzionato intervento economico. Ultima tappa della visita di Maddoli in Valnerina è stato Cerreto di Spoleto con l’incontro al Cedrav, il Centro di documentazione della dorsale appenninica, che si occupa anzitutto di studio e ricerca dell’ambiente culturale del territorio. Qui Maddoli ha potuto incontrare gli amministratori di diversi comuni della Valle che hanno illustrato all’Assessore la situazione complessiva del territorio per il quale, in questi ultimi tempi, sembra diminuita l’attenzione da parte della Regione.

Una raccolta di 50.000 volumi molti a carattere giuridico

La splendida sala delle Stelle era proprio gremita. Parlamentari nazionali e regionali, sindaci, autorità militari, rappresentanti delle categorie economiche, ma soprattutto tanti cittadini e tanti giovani hanno voluto testimoniare, con la loro presenza, la grande importanza di un evento culturale fortemente voluto da mons. Riccardo Fontana: l’ inaugurazione della Biblioteca arcivescovile Giovanni Maria Mastai Ferretti. Un avvenimento di rilevanza culturale non solo per la città di Spoleto, ma anche per i 25 comuni che fanno parte della arcidiocesi Spoleto-Norcia. Nel porgere il suo saluto ai presenti, mons. Fontana ha ricordato di aver parlato, già nei primi momenti dopo il suo arrivo a Spoleto, con il compianto don Andrea Bonifazi della necessità di elaborare un progetto culturale della Chiesa che doveva tornare all’antico splendore e provare ad aprirsi alla città che, dopo secoli di grandezza, sembrava destinata ad essere dimenticata. L’apertura della biblioteca fa parte di questo progetto. In un passato, che si può definire recente, Stato e Chiesa hanno rappresentato realtà politicamente e culturalmente contrapposte, ma la contrapposizione non paga: solo dalla sinergia e dall’unione di tutte le forze può venire la spinta per la rinascita di Spoleto. Mons. Arcivescovo ha voluto personalmente ringraziare quanti si sono prodigati perché, in tempi brevi, i lavori di restauro del fabbricato d’origine trecentesca che ospita la biblioteca potessero essere completati e ha avuto parole di particolare apprezzamento per gli artigiani spoletini. Ha voluto anche ricordare tutti coloro che hanno messo a disposizione della comunità le personali raccolte di libri, da don A. Bonifazi a don A. Fabi, dal Fondo Antonio Busetti, che costituisce la emeroteca diocesana, al canonico Falcinelli. Ha anche evidenziato l’importanza delle opere raccolte, circa cinquantamila libri, molti antichi, soprattutto a carattere giuridico.Una breve storia di questa raccolta nel corso dei secoli è stata presentata da mons. Giampiero Ceccarelli, il quale ha ricordato che mons. L. Fausti, in una pubblicazione sulle scuole e la cultura a Spoleto, affermava che già intorno al Mille doveva esistere in città una scuola vescovile con annessa biblioteca ad uso degli insegnanti e degli allievi. Probabilmente tutte le istituzioni ecclesiastiche più importanti avevano una loro raccolta di libri e doveva esserci anche una biblioteca pubblica in quanto già nel 1347 era aperta una scuola comunale. Ma a dare impulso alla costituzione di una raccolta a carattere diocesano fu Fabio Vigili, nominato vescovo di Spoleto da papa Paolo III Farnese. Spoletino di nascita, rimasto vedovo, abbracciò la carriera ecclesiastica e fu inviato in Europa e in Italia anche per stendere gli inventari di diverse biblioteche. Nominato Vescovo di Spoleto, non tornò in città ma continuò a dedicarsi a questo tipo di attività culturale, e si preoccupò di acquisire tutto ciò che aveva legami con il territorio per costituire anche nella nostra città una biblioteca locale. Anche il vescovo Lascaris, ricordato soprattutto per le sue visite pastorali, cercò di incrementare la biblioteca vescovile. Dopo un periodo di quasi dimenticanza, la biblioteca ebbe un nuovo impulso a partire dal 1827 quando papa Leone XII inviò nella nostra città come vescovo Giovanni Mastai Ferretti. La nostra arcidiocesi versava in condizioni tragiche: il nuovo Vescovo, pieno di entusiasmo, di carattere gioviale, anche se soggetto a sbalzi d’umore, instaurò subito cordiali rapporti con la popolazione che si rinforzarono in occasione del terremoto del 1832. Diventato Papa, continuò a dimostrare una grande liberalità e un grande affetto verso la nostra popolazione e promosse la fondazione dell’ospizio di San Giuseppe per i chierici poveri. In un momento in cui, anche a causa delle ben note vicende storiche, molte significative biblioteche finivano nelle botteghe dei rigattieri, il Papa concesse i finanziamenti necessari per grossi acquisti di libri, alcuni anche pregevoli, tra cui molte cinquecentine.

Riconoscimento per le coppie gay

Un avvenimento storico, a parere di coloro che, a loro dire, non hanno rinunciato all’uso della ragione, è accaduto nel palazzo comunale di Terni: è stato istituito, con il voto favorevole della maggioranza consiliare, un registro dove verranno iscritte le coppie di fatto sia eterosessuali che omosessuali al fine di riconoscere e tutelare questo tipo di unioni. Per la precisione si tratta del “Registro delle Unioni Civili e delle coppie di fatto”. I toni con cui se ne da notizia da parte del segretario della Rifondazione Comunista , partito proponente, sono entusiastici: ” Si afferma – così scrive il lucido segretario- anche nella città di Terni, un diritto civile e una libertà laica fondamentale in un paese moderno e pluralista”. Il partito della Rifondazione Comunista di Terni è convinto di aver riportato una storica vittoria che rappresenta “un momento di progresso e di giustizia per l’intera comunità cittadina” contro coloro che ( poveracci!) “difendono pregiudizi e moralismi ingiusti e anacronistici”. Per questo atto di valore epocale meritano certamente un solenne elogio e un ringraziamento, da parte dei progressisti, tutti coloro che hanno portato il loro contributo, non ultimi i consiglieri del Partito Popolare che, nell’occasione, non si sono fatti rigurgitare dall’oscurantismo ma hanno seguito la luce di una ragione unica e superiore di una sinistra antidogmatica! Finalmente ai cattolici bigotti e a tutti quelli sintonizzati con loro è stata data una giusta lezione! Noi che abbiamo scelto di stare dalla parte dell’oscurantismo militante e che non ci siamo ancora accorti che l’uomo è dotato di ragione restiamo a guardare con un senso di commiserazione sia per l’uso di parole come “laico”, “progresso”, “giustizia”, “passione civica”…sia per il risultato di questo avvenimento storico. Ma…peggio per noi che non abbiamo il dono della ragione illuminata!La mancanza di questo dono non ci permette di vedere : 1) per le coppie eterosessuali di fatto conviventi, che differenza faccia per loro essere iscritte anziché nel normale registro dei matrimoni civili nel ” registro delle unioni civili e delle coppie di fatto”. Vuol dire avere meno obblighi verso la comunità e più diritti davanti ad essa rispetto a coloro che fanno matrimonio civile? Sarebbe una palese ingiustizia: non riusciamo a capire perché tali unioni dovrebbero avere più diritti e meno doveri delle altre. Avranno gli stessi diritti e gli stessi doveri? Allora dove sta la novità storica? Avranno meno doveri e meno diritti? Ma istituire una unione di serie B è proprio un gran progresso e non una ulteriore presa d’atto di inferiorità? 2) per le coppie omosessuali, cosa potrà significare tale invenzione? Avranno gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie eterosessuali? Avranno la stessa rilevanza comunitaria e le une e le altre? Ci sembra che una comunità giusta non possa ritenere che le due situazioni si equivalgano sul piano dell’apporto che esse danno alla vita della comunità. Si dà il caso che le coppie eterosessuali diano alla comunità quella possibilità di esistere nel tempo dovuta a quella piccola particolarità che noi ottusi riteniamo non indifferente per la vita della stessa comunità: parliamo della procreazione. E se una comunità si preoccupa anche di questo, visti i tempi che corrono con tutti i problemi delle pensioni collegati alla sperequazione tra nati e anziani, pensiamo che non faccia un soldo di danno. E allora come si fa a ritenere che tutto è uguale? La forza delle cose parrebbe dire, almeno a noi che siamo fuori dei lumi della ragione, che non è vero che tutto si equivale! Dire questo non significa affatto patrocinare una discriminazione verso gli omosessuali! Siamo convintissimi che ogni discriminazione personale vada bandita. Siamo convinti che le forme di relazionalità possano essere molteplici e che in tutte possano esserci aspetti positivi per coloro che vi sono implicati, ma da qui a dire che tutte le forme abbiano la stessa rilevanza per la vita comune ce ne passa!Non discriminare non può significare che la comunità non debba riconoscere il diverso apporto che alla sua vita si dà in un caso e nell’altro e confondere tutto nella notte scura di hegeliana memoria. Ma meno male che c’è Rifondazione Comunista, meno male che c’è questa maggioranza illuminata, partito popolare compreso!

Bambini autistici: come aiutare i genitori ad affrontare i problemi

“Far sapere in Umbria che ci siamo”: questo il messaggio che viene dai genitori di bambini affetti da autismo che hanno aderito, in Umbria, all’Angsa – Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici. Nel corso di una recente assemblea straordinaria, è stato eletto il consiglio direttivo della Sezione Umbria, presidente Valecchi Ornella, consiglieri Luigi Francioni, Guerrini Quirino, Giuseppe Savella, Piero Tittarelli. L’Angsa opera attivamente in Italia da 15 anni e la Sezione Umbria, costituitasi di recente, diventa un punto di riferimento importante, nella nostra regione, per i genitori di bambini affetti da autismo. Si offre così alle famiglie la possibilità di avere più “voce in capitolo” nelle scelte di politica sanitaria, sociale e assistenziale e ricevere una tempestiva informazione sulle possibilità di trattamento. Molti genitori sono di Bastia Umbra e tra loro, la mamma di Marco, Paola Carnevali Valentini fornisce dati utili per comprendere più da vicino quali sono gli obbiettivi della Associazione. “Lo scopo principale è quello di aiutare i genitori, che scoprono il problema dell’autismo, a conoscere gli strumenti e i progressi più efficaci per fronteggiare la malattia, soprattutto se si trovano soli, senza risorse e senza speranza. Dall’autismo non si guarisce, ma si può, senza dubbio, riuscire ad avere una vita normale possibilmente anche felice e appagante come quella di Marco e della sua famiglia. Purtroppo – continua la Valentini – c’è ancora molta disinformazione, ne sanno poco in pochi, ma le famiglie che aderiscono all’Associazione hanno la possibilità di aiutarsi tra di loro per affrontare meglio i problemi ed inserire i propri figli in una società che li accetti come persone degne di rispetto e di amore. La Sezione Umbria ha in programma un seminario di studi sull’autismo, ma anche campagne di sensibilizzazione per raccogliere fondi”. La mamma di Marco ha fatto esperienza di quanto sia importante attivare tutti i mezzi per aiutare a crescere in armonia con il mondo circostante un bambino malato di ausmo”. Marco frequenta la terza media “C. Antonietti” a Bastia Umbra e ha raggiunto enormi progressi nell’apprendimento, grazie a una moderna metodologia riabilitativa, utilizzata anche come didattica: la comunicazione facilitata. Vista la ricchezza del loro mondo interiore, questi bambini migliorano stando con gli altri, perché la terapia più efficace per un recupero si è rivelata proprio la socializzazione. Marco, anche se non parla, si esprime con lo sguardo e con la comunicazione scritta. Si impegna al computer con le proprie insegnanti e gli altri facilitatori esterni, cercando di superare le proprie difficoltà di coordinamento. I giovani di Bastia Umbra sono molto vicini a Marco che frequenta il gruppo parrocchiale delle “Nuove Leve” e gli Scout. “La nostra esperienza – conclude la Valentini – possa essere di stimolo e di aiuto a quanti si trovano disarmati nei confronti dell’autismo, convinti che insieme si possono raggiungere molti traguardi”.

Bilancio positivo di un anno di intensa attività

Un bilancio decisamente positivo quello relativo alle attività svolte dall’Amministrazione comunale nursina nell’anno 2000. A stendere le somme di quanto programmato e realizzato nel corso dell’anno ormai passato è stata la stessa Giunta municipale. Positivi i risultati ottenuti su più versanti: su quello della ricostruzione e dell’edilizia, dello sviluppo economico, delle attività culturali, dei servizi sociali ed assistenziali, del turismo e della promozione turistica. Ricostruzione e opere pubbliche: uno dei traguardi più importanti è stato senza dubbio quello dell’inaugurazione delle opere realizzate grazie allo stanziamento dei fondi concessi per il Giubileo, per un importo complessivo di quasi 20 miliardi: la basilica di S.Benedetto, il parcheggio coperto di Porta Romana, il parcheggio coperto in via circonvallazione, il complesso di S.Francesco e l’Antiquarium di Porta Ascolana. Accanto alle opere ultimate, molte sono quelle di fatto avviate, relativamente all’edilizia scolastica, alla struttura ospedaliera, agli acquedotti e alle strade rurali, alle fognature, al mattatoio comunale e alle frazioni. Sono stati inoltre concessi i contributi per il terremoto, sia quelli relativi al sisma del’79, per un importo di circa 5 miliardi, sia quelli del sisma del’97, per un importo di quasi dieci miliardi. Sviluppo economico: anche nel settore economico sono stati registrati grandi progressi. Nella gestione ordinaria dell’Amministrazione, da ricordare è la convenzione stipulata con la Confartigianato, Confcommercio e le banche del territorio per l’ottenimento di finanziamenti agevolati da parte delle aziende locali. Progetti strategicamente più elevati e articolati nel segno della cultura europea sono stati invece quelli realizzati ed in via di realizzazione grazie all’opportunità offerta dal’iniziativa comunitaria Leader II. E’ in via di attuazione a Norcia il “Centro per la valorizzazione dei prodotti tipici”, che costituirà un polo di riferimento per tutta la Regione; altro progetto ambizioso, sul quale si sta lavorando molto, riguarderà la costituzione della “Scuola Europea dell’Alimentazione”, da inserire nell’ambito di Ape, il progetto “Appennino Parco d’Europa”, finanziato dal Ministero dell’Ambiente per la messa in rete dei servizi e delle risorse dei parchi dell’ Appennino. Servizi sociali ed assistenziali: anche l’ambito del sociale ha conosciuto un notevole incremento, dato che i fondi destinati a questo settore sono saliti da quaranta a duecento milioni, permettendo, con l’aggiunta di altri finanziamenti, l’elaborazione del Piano di Zona per nove comuni della Valnerina, secondo il Piano sociale regionale, e lo sviluppo di una capacità progettuale in grado di dare risposte concrete a tutte le fasce della popolazione, in particolare a giovani, anziani, portatori di handicap ed extracomunitari. Tributi: grazie a una convenzione sottoscritta con la società Custer, l’anno 2000 ha visto il recupero dell’evasione dei tributi comunali (Ici e Tarsu), con l’obiettivo principale di raggiungere la piena equità fiscale di tutti i cittadini. Tra i propositi dell’Amministrazione, inoltre, rientra quello di mantenere invariate quelle aliquote che attualmente si registrano inferiori alla media regionale e nazionale, come ad esempio la tassa sulla nettezza urbana, pari a L. 1575 al metro cubo. Turismo ed attività culturali: dati statistici hanno confermato per l’anno 2000 un incremento turistico del 35%. Il bilancio relativo a questo settore, del resto, non ha colto nessuno di sorpresa, se si considerano le numerosissime iniziative culturali e promozionali susseguitesi durante l’intero arco dell’anno, alcune di queste pensate appositamente per l’ Anno giubilare. Accanto alle grandi manifestazioni facenti parte della tradizione ( come la Mostra Mercato del Tartufo, le Celebrazioni benedettine, Norcia Estate, la Stagione di prosa… per citarne solo alcune ), non sono mancate quelle di carattere internazionale come “Europarc 2000”, i congressi, le rassegne musicali, mostre e meeting sportivi.

Quinto anniversario dell’ingresso in diocesi per mons. Fontana

Il 13 gennaio 1996, ai primi vespri di S. Ponziano martire, patrono di Spoleto, faceva il suo ingresso in Spoleto, il nuovo arcivescovo mons. Riccardo Fontana, consacrato appena otto giorni prima dal Papa in S. Pietro nella Festa dell’Epifania. Ci fu grande entusiasmo. Un Vescovo giovane, neppure cinquanta anni, con una grande esperienza sia in patria – tra l’altro, Assistente degli scouts del Lazio – e all’estero, con la missione in Indonesia, oltre poi al servizio prestato in Segreteria di Stato e nella Nunziatura Apostolica in Italia. Nelle sue parole ci fu tanta forza e tenerezza insieme. Era il momento di sognare, ed effettivamente sognammo. Oggi, dopo cinque anni del suo servizio episcopale, siamo tornati a ringraziare il Signore per la vigorosa condotta della nostra Chiesa in questi cinque anni che ci hanno condotti al nuovo millennio. E’ un’elencazione che non finirebbe più, a cominciare dalla prova tremenda del terremoto, quando mons. Fontana partì immediatamente, nella notte, per il Sellanese, il duomo restaurato, il seminario riaperto, la curia ampliata e finalmente del tutto funzionale, i seminari presbiterali di Roccaporena e le annuali assemblee diocesane per il varo dei piani pastorali, la Visita pastorale, e soprattutto le meraviglie del Giubileo e le assise del Sinodo. Il sogno si va facendo sempre più realtà. Un Vescovo giovane per una Chiesa giovane, anche se qualcuno, un po’ attardato, fatica un po’ a tenere il passo. Un Vescovo che chiede tutto a se stesso, ha tutto il diritto di chiederlo ad ogni membro della sua Chiesa. Eccoci così al terzo millennio che mons. Fontana ha voluto aprire “nel segno dei giovani”, poiché soprattutto ad essi è andato il suo pensiero in questa festa del nostro grande Ponziano, martirizzato ad appena 18 anni, ma aveva già lo spessore di un Padre della Chiesa, egli che al giudice che l’interrogava sul nome rispondeva: “I genitori mi hanno chiamato Ponziano, ma il mio nome è Cristiano, poiché io sono il Cristo”. Lo scorso anno, Spoleto fu funestato dal fatto tragico di un nostro ragazzo, Diego, e non fu l’unico, che morì suicida. L’affermazione di mons. Fontana è stata nettissima: “Aveva bisogno di una risposta, ma non l’ha avuta”. Ecco allora tutta la problematica di ragazzi e giovani che chiedono una risposta, ma invano. Dove sono gli educatori? Dove la scuola, la famiglia, la stessa Chiesa? Basta! Il nuovo millennio non dovrà attardarsi sulle remore e le stanchezze di sempre. La pastorale giovanile, ed insieme familiare, deve riprendere in pieno e con tanta fiducia poiché i giovani l’attendono, lo Spirito di Dio la vuole, i nostri Santi, primo Ponziano, ci incoraggiano. Ma non iniziative isolate: è necessario muoversi insieme, nella diversità dei carismi e delle opportunità, ricordando che la diversità è dallo Spirito mentre disunione è da Satana. Dobbiamo, a tutti i livelli, in questa nostra Spoleto, cercare e individuare ciò che ci unisce, tornando ad essere autentica comunità ecclesiale e civile: è nella logica della storia, anzi di Dio, che ci si integri a vicenda, superando reciprocamente gli inevitabili limiti. Su questa linea si sono svolte le varie manifestazioni. Alla vigilia, i primi vespri solenni, fatti ancor più degni dalla magnifica Cappella musicale del Duomo con mons. Simonelli. L’Arcivescovo ha avuto giustamente parole di congratulazione e di augurio: finalmente un complesso degno di Spoleto, la città dalla grande tradizione musicale, con i suoi teatri, la sua storia e il suo Festival. Poi, il 14, giorno della Festività, anzitutto la preghiera di lodi nella chiesa delle Clarisse, tutti insieme, presbiteri, religiosi e laici. Quindi alle 11, la grande Messa solenne, con tanti e tanti concelebranti, un cuor solo e un’anima sola con l’Arcivescovo e il popolo che ha gremito la Cattedrale come per la chiusura del Giubileo. Finalmente, al pomeriggio, dopo i secondi vespri, la “Fiaccolata d’onore”, con i cento cavalieri che hanno scortato nel ritorno alla sua Basilica e alle sue sorelle Canonichesse lateranensi, l’insigne Reliquia del Martire, la “Sacra Testa” sulla cui autenticità ebbe a pronunziarsi addirittura Ludovico Antonio Muratori, che ne determinava l’età tra il quarto e il quinto lustro di vita. Ci attende ora, nel quadro delle operazioni sinodali, il tener fede all’impegno preso con tanta solennità per i nostri giovani. Platone parlava ai suoi tempi dei “coppieri dell’arbitrio che aprono la strada alla tirannide”. E’ il rischio anche di oggi: ma, con l’aiuto di Ponziano, noi vorremo essere i coppieri della consacrazione: famiglia, scuola, chiesa insieme. Il Sinodo ci attende.