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Perugia si mobiliterà contro la “schiavitù del 2000”

Appuntamento in piazza IV Novembre venerdì 15 dicembre alle 20. Non è un invito a cena. E’ una “manifestazione” contro la prostituzione coatta, o meglio a favore della liberazione delle schiave del 2000: migliaia di donne, troppo spesso ragazzine e bambine, costrette sulle strade o in appartamenti o nei night, per soddisfare le voglie di “consumatori” nostrali. Molte vengono anche uccise, perché si ribellano o perché non servono più, di loro se ne conoscono 316 nomi (200 dall’Est Europa e 116 nigeriane secondo dati Osce) ma molte altre ‘semplicemente’ scompaiono o non si riesce ad identificarle. Verranno tutte ricordate in una “Via Crucis” da piazza IV Novembre, attraverso corso Vannucci fino a piazza Italia. Poi, nella Sala dei Notari, si parlerà per spiegare che don Oreste, e molti altri con lui, non stanno combattendo “il mestiere più antico del mondo” ma la vera e propria riduzione in schiavitù di esseri umani per sfruttarli economicamente, vendendo come merce il loro corpo. Sono donne, comprate rapite, portate con l’inganno, violentate, private della loro dignità e della loro libertà da vere e proprie organizzazioni criminali che nulla lasciano al caso e tantomeno alla libera scelta delle vittime. Ad organizzare la manifestazione è l’Associazione Papa Giovanni XIII, quella di don Oreste Benzi, che da mesi anche a Perugia si muove di notte sulle strade per incontrare le “schiave del sesso” ed offrire loro una possibilità di liberazione. Ci ha telefonato Ivan e poi abbiamo parlato con don Aldo, i responsabili per il centro Italia dell’Associazione di don Oreste. Nelle loro voci si avverte la passione di chi vorrebbe vedere compiersi il miracolo di strade e di case dove non esistano più donne schiavizzate e uomini che le sfruttano. La manifestazione sarà nazionale. Don Aldo spiega che la fanno ogni anno e per questo 2000 è stata scelta Perugia perché è stata un po’ la città di cui più si è parlato anche nei giornali per le iniziative di contrasto al mercato della prostituzione, e poi perché nella tristemente famosa Pian di Massiano, che per un po’ era stata lasciata libera dalle prostitute, ora se ne contano più di prima, più di cento per sera. Ci sono anche delle minorenni. Ora, poi, stanno usando anche le case, o meglio stanze con un solo materasso in terra dove i “clienti” vengono portati dalle ragazze e lì, in fila aspettano il loro turno. Anche in appartamenti in condominio. Don Aldo ed i suoi sanno che ci sono già diverse di queste ‘case’, e molte informazioni le hanno da “clienti” convertiti che hanno capito e vogliono aiutare queste ragazze. Le notizie arrivano ad un telefono dell’Associazione Papa Giovanni aperto giorno e notte: 03284594094 oppure 03482488130. “Siamo andati a parlare in molte parrocchie e speriamo che ci sia molta partecipazione il 15 sera, commenta don Aldo, affinché i cristiani facciano sentire chiaro e forte il grido di speranza”. Alla Sala dei Notari ci saranno don Oreste Benzi, l’Arcivescovo mons. Giuseppe Chiaretti, il Sindaco di Perugia Renato Locchi, il Questore di Perugia ed il Cardinale Ersilio Tonini che concluderà l’incontro. Alla manifestazione don Oreste ha invitato i politici chiedendo loro di spiegare come intendono liberare le ragazze; i magistrati, ai quali chiede di agevolare e sostenere il lavoro delle Forze dell’ordine; i Prefetti ed i Sindaci, ai quali chiede di utilizzare le facoltà concesse dalla legge per contrastare le organizzazioni criminali ed i clienti, indicando ad esempio “l’esperienza della provincia di Rimini dove non c’è più una ragazza su strada”. Don Oreste chiede la massima attenzione della Corte di Cassazione che deve rivedere la decisione del Tribunale di Perugia che ha ritenuto illecito il sequestro delle auto dei clienti effettuato dalle Forze dell’ordine. Un appello viene rivolto da don Benzi anche a tutti coloro che in vario modo consentono lo sfruttamento delle donne ridotte in schiavitù: dai clienti ai gestori dei night, dagli albergatori a chi affitta case in nero e a tutti coloro che potendo intervenire non lo fanno.

L’esperienza mistica della Beata Angela da Foligno

Una mistica tutta da scoprire ed amare. La beata Angela da Foligno è stata nuovamente al centro di un convegno che si è svolto a Foligno e ad Assisi. “L’esperienza mistica della Beata Angela da Foligno- Il Liber: una lettura interreligiosa” era il tema del seminario che ha impegnato studiosi e teologi provenienti da diverse parti della penisola, che si sono incontrati per capire e confrontarsi sull’esperienza di Angela, in un misticismo che va oltre confine e oltre il cristianesimo.Lavori ed interventi serrati di studiosi e ricercatori che hanno analizzato la figura di Angela, un convegno che è stato moderato nella prima sessione da Mario Sensi della Pontificia università lateranense e nella seconda sessione da Manlio Marini.

“La mistica è la riunione dell’umanità e della divinità – come ha evidenziato nel suo intervento Enrico Menestò dell’Università di Perugia nella prima sessione – l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è di natura. Angela entra nella storia della mistica e si rivolge ad un pubblico vasto che va al di là degli ecclesiastici”. “Angela non ha una connotazione geografica – è stato detto – ma oltrepassa tutti i limiti. Il termine mistica deriva dal greco e significa fare silenzio, chiudersi, stare chiuso. Il mistico è colui che chiude gli occhi e bocca per aprire gli occhi dell’anima senza riuscire più a parlare; in lui il concetto di storia paradossalmente si polverizza in quello di metastoria, pur rimanendo storia”. Interessanti gli interventi di Nojiri Michiko del Centro Buddista di Roma che ha parlato dell’esperienza di Angela introducendo il concetto dell’abbandono in Dio, di Jaya Murthy, induista dell’università di Pisa che ha sottolineato come l’esperienza mistica va al di là delle religioni. Adname Mokrani ricercatore musulmano si è soffermato sul concetto della conoscenza di sé, sulla conversione e su come “il dopo – ha detto – sia diverso dal prima”, ha anche sottolineato il valore del silenzio e come l’esperienza vada al di là del linguaggio.

Affinità e un confronto di esperienze che partono da religioni diverse e che approdano al comune senso del mistico. La prima sessione che si è svolta ad Assisi ha voluto richiamare alla memoria il pellegrinaggio di conversione di Angela nel 1291 alla Tomba di San Francesco. La seconda sessione si è svolta al Convento di san Francesco. Dopo l’accoglienza e il discorso introduttivo di padre Domenico Alfonsi, presidente del Cenacolo della Beata Angela, davvero interessanti le relazioni degli studiosi che sono intervenuti al convegno. Pietro Stefani, cattolico, esperto di letteratura e religione ebraica ha evidenziato come nella religione ebraica non vi sia la presenza di mistiche femminili in quanto solo il maschio era in condizione di poter osservare tutte le leggi: “Tra i comandamenti – ha detto – c’ è lo studio e chi non può studiare, come appunto la donna, non può essere un mistico”. “La metafisica si dissolve nella mistica – ha sottolineato Claudio Leonardi, cattolico dell’Università di Firenze – Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio. Angela mostra come la Fede sia vivibile e come all’uomo sia possibile diventare Dio. Basta leggere una sola pagina per capire come Arnaldo non poteva aver scritto nulla, la mistica va oltre i confessori. Non c’ è fede cristiana autentica se non c’ è la mistica. L’amore nella mistica è compagno di dolore. L’uomo sente il vuoto, il nulla, il senso delle tenebre. Ma è nelle tenebre che si scorge chi è nelle tenebre”.

Paul Lachance, cattolico, teologo canadese ha tratteggiato il percorso mistico di Angela. “Dall’esperienza storica di santificazione – ha evidenziato Giuseppe Betori, sottosegretario della conferenza episcopale italiana – si puÈòtrarre una dottrina. Come la teologia che parte dall’esperienza, Angela fa esperienza dalla Scrittura”.Al termine della due giorni intensa dedicata ad Angela, padre Alfonsi ha condotto tutti i partecipanti al convegno davanti all’urna di Angela.

Il vescovo Arduino Bertoldo ha concluso l’incontro con una preghiera dopo la lettura di padre Alfonsi di un brano di Angela sull’Incarnazione.

La spigliata modernità dell’Apostolo delle genti

Ancora una conferma di indici di ascolto per un film del “Progetto Bibbia” prodotto dalla Lux-Vide per Rai1. San Paolo ha raccolto davanti agli schermi 9.000.000 di spettatori domenica sera ed oltre 9.500.000 lunedì. Alcuni editorialisti hanno commentato il fatto come una riconferma della “voglia di sacro” presente nel pubblico televisivo. Per parte mia ritengo si tratti anche di una “voglia di buona televisione”. San Paolo è stato infatti, secondo gli intendimenti del progetto Bibbia, prima di tutto un prodotto televisivo di livello, attento ai ritmi del racconto, ad una solida presentazione dei personaggi, ad una proposta di contenuti rispettosi del dato storico e della fede in una visione ecumenica. Per far questo la sceneggiatura ha utilizzato tutte le informazioni su Paolo che si possono trarre leggendo non solo le sue Lettere, ma anche gli Atti degli Apostoli, le fonti giudaiche che ci descrivono la vita in Palestina nel corso del primo secolo e quelle greche e romane, che ci aiutano a comprendere il mondo e la mentalità al tempo dell’impero. Alcuni commentatori hanno notato una modernità e “spigliatezza” di san Paolo che sono sembrate eccessive; ma era importante sottolineare un fatto che speso passa sotto silenzio nella nostra lettura della Bibbia. Se infatti 2000 anni ci separano da san Paolo, sono quasi 4000 quelli che ci dividono da personaggi come Abramo o Giacobbe! La vita e la mentalità di Paolo di Tarso non possono perciò essere tratteggiate e rappresentate come quelle di Abramo. La potenza dell’immagine televisiva è stata poi quella di operare una ormai indispensabile “operazione simpatia” nei confronti dell’Apostolo delle Genti, i cui effetti si vedranno, lo spero vivamente, in un prossimo futuro. Per la maggioranza dei cristiani, che conoscono la Bibbia solo attraverso l’ascolto delle letture della Messa domenicale, san Paolo è l’autore di strane lettere, delle quali si leggono brevi brani, spesso poco comprensibili e del tutto scoordinati rispetto al tema della stessa celebrazione. Il risultato è che san Paolo resta per molti un grande sconosciuto, di cui abbiamo in mente un’immagine vagamente pedante, moralistica e soprattutto noiosa. Se il film trasmesso da Rai1 spingerà alcuni “cristiani della domenica” a provare a leggersi con calma e per intero una lettera di san Paolo, avrà ottenuto un risultato di gran lunga più rilevante del fatto di avere incollato al video quasi 10.000.000 di spettatori. Questa televisione, gradita ai credenti ed anche ai laici, dovrebbe far riflettere coloro che decidendo i programmi, pensano ai telespettatori come ad una massa beota, sempre pronta ad ingoiare qualsiasi “Grande Fratello” venga loro proposto.

Cinque itinerari religiosi raccontano una storia di fede e di arte

Il 30 novembre scorso, nell’ambito di Umbria Libri, nel salone d’onore di Palazzo Donini sede della Giunta regionale sono state presentate le guide degli “Itinerari della santità” dell’Umbria. Sono i libri che descrivono i cinque itinerari (Francescano, Benedettino, Amore Misericordioso ed Eucaristico, Santità femminile, Romualdino) scelti per i pellegrini del Giubileo e per gli umbri che volessero ripercorrere le vie dei loro santi. Il Giubileo passa, ha detto l’assessore regionale al Turismo Gianfranco Maddoli, ma i luoghi e le guide restano. Per alcuni queste rappresentano occasioni per approfondire la spiritualità, per altri un’occasione per ammirare l’arte ispirata dalla fede. Oltre a Maddoli, all’incontro era presente il vicepresidente della Giunta regionale Gianpiero Bocci con il quale, nella precedente legislatura in cui era assessore regionale al Turismo, fu stipulata la convenzione tra Regione e Conferenza episcopale umbra per la realizzazione del progetto che è stato presentato nella sua completezza proprio in questa occasione. Bocci ha ricordato i vari fronti su cui la collaborazione tra Ceu e Regione (“di cui è stato convinto sostenitore l’ex presidente Bruno Bracalente”) ha dato frutti: il Giubileo, con l’ illustrazione degli itinerari affidati alla Ceu e da questa alla Editrice di questo giornale, ma anche l’accordo per l’ingresso dei turisti nelle chiese, l’Osservatorio sulle povertà, e non ultimo, dopo il terremoto, la collaborazione per la ricostruzione dei beni culturali, tra i quali vi sono quasi tutte le chiese colpite dal sisma. Fin dall’inizio dell’anno giubilare sono stati prodotti e diffusi centinaia di migliaia di depliant in più lingue, nei quali gli itinerari venivano presentati brevemente ed illustrati con belle foto.Sono quindi stati realizzati singoli volumi per ciascuno degli itinerari ed un volume, tradotto in quattro lingue, in cui vengono presentati in maniera sintetica, i cinque itinerari. Di fronte a questa opera il vescovo Sergio Goretti, presidente della Conferenza episcopale umbra, ha espresso il suo gradimento e il ringraziamento alla Regione che ha consentito tale realizzazione, sottolineando la felice intesa di collaborazione tra Chiesa umbra e Regione nell’interesse comune. E’ stato anche ricordato il lavoro del Comitato ecclesiale regionale per il Giubileo presieduto dal vescovo di Gubbio mons. Pietro Bottaccioli. L’ illustrazione degli itinerari del Giubileo definiti d’intesa tra Ceu e Regione è stato “un progetto ambizioso che ha comportato un lavoro di ricerca testuale e iconografica” ha quindi sottolineato don Elio Bromuri, coordinatore scientifico del progetto. Don Bromuri ha ribadito che l’intesa tra Conferenza episcopale umbra e Regione non rappresenta una concessione di quest’ultima al sentimento religioso o altro, ma si configura come “una scelta di sano realismo politico e amministrativo, perché valorizza l’Umbria per quello che essa ha e rappresenta agli occhi del mondo, una terra di santi che hanno lasciato segni nella cultura e nell’arte”. L’Umbria va valorizzata, anche dal punto di vista turistico e quindi economico, in questa direzione. E’ quanto aveva già notato mons. Goretti, quando ha osservato che “oggi si parla molto di cucina per attirare i turisti, ma è una visione un po’ miope. Il turista non vuole solo mangiare, ma capire meglio ciò che visita. I cinque itinerari sono come delle porte d”ingresso per conoscere meglio la nostra regione”. Nella stessa serata è stato presentato un Cd realizzato da “InMedia”, nel quale, partendo dagli stessi cinque itinerari sono fornite una serie di informazioni che riguardano tutta la regione. “Anche noi abbiamo scoperto cose che non conoscevamo, in particolare nel presentare i testimoni della fede” ha detto Giacché, illustrando il Cd, nel quale sono contenute informazioni ed immagini sui luoghi, opere d’arte, servizi e su tutto ciò che un turista curioso desidera sapere. Un’ottimo lavoro che rende l’Umbria più visibile e apprezzabile. Da quanto detto si può facilmente arguire che il tutto rappresenta un’operazione culturale di ampio respiro che l’Umbria non aveva finora in maniera così ricca e articolata. Le guide ed il Cd, possono essere richiesti all’Azienda di Promozione turistica dell’Umbria.

MA CHE CENTRO-SINISTRA C’È IN REGIONE?

Ma la maggioranza c’è o non c’è, in Consiglio regionale? E se c’è, oltre a battere un colpo, di chi si compone? Sembra di sentire quella tiritera “se prima eravamo in tre a fare mapin mapon…”.In aprile il Centro sinistra vinse le elezioni regionali contando su 12 sigle di partiti e movimenti. A palazzo Cesaroni sono stati eletti rappresentanti di sette partiti, ma adesso, visto il dissenso sempre più marcato di Verdi, Asinello e Comunisti italiani, la coalizione sembra ridotta a quattro (Ds, Prc, Sdi e Ppi). E poi, anche all’interno dei quattro , non è che i rapporti siano propio idilliaci: tutt’altro (sentire lo Sdi, tanto per dirne una). Addirittura c’è chi, come il sanguigno senatore Ronconi, ha rifatto i conti proprio valutando consensi e dissensi in atto alla presidente Lorenzetti, concludendo che, al momento attuale, la governatrice non rappresenterebbe più la maggioranza degli umbri. Lei, la governatrice, nega, e come Penelope con la sua tela, continuamente ricuce ciò che altri, nella sua maggioranza, tendono a disfare. Ma fino a quando basterà la tetragona Presidente ad incollare i cocci di una coalizione pericolosamente vocata alla frammentazione e allo scontro, se non proprio al “mors tua, vita mea”?

Il Dio concreto

“La fede concretamente consiste nell’uscire dal proprio egoismo, che è pura animalità, per aprirsi all’Altro, cioè alla Divinità di Dio, cioè all’Umanità dell’Uomo”. In questo la ricerca tutta teorica (nel senso più alto della parola) di Simone Weil è molto vicina alla ricerca tutta pastorale di Dietrich BonhÈffer. Ambedue temono il declassamento della fede a retorica. Che ci si accontenti della espressione verbale della fede. Che si identifichi tout court il credente con colui che pronuncia il nome di Dio. Le fede, nella sua traiettoria umanamente percepibile, è come un vettore che muove dall’annuncio e approda alla pronuncia, ma il suo corpo succoso è nel recepire e vivere la forza di Dio che dal di dentro spinge l’uomo a uscire da se stesso per approdare a Lui. Ma l’annuncio molte volte viene meno, per mille motivi diversi: a volte perché non è così forte per vincere il frastuono del mondo, a volte perché gli uomini si fanno volutamente sordi e non vogliono rimettersi in gioco, o non ce la fanno; più spesso perché noi Cristiani non siamo credibili. Più spesso ancora per oggettive situazioni socio/culturali. E quando l’annuncio è stato carente, la pronuncia è solo un balbettio: si soprannomina “Dio” un povero parto della mente umana. Ma anche in assenza dell’annuncio e della pronuncia la Grazia instaura con il cuore di ogni uomo, con il sancta santorum della sua irripetibile personalità, un irrepetibile, unico, originale rapporto. Tutta qui la sua onnipotenza. E sulla risposta silenziosa e nascosta a questo divino input silenzioso e nascosto si gioca la positività o la negatività della vita di ognuno. “Venite. Benedetti dal Padre mio…”; “Signore, ma chi mai t’ha conosciuto?”. “Credevate di non avermi conosciuto”. Ho tanto paura di chi parla troppo di Dio, come se lo conoscesse. Devo predicare, mi è stato chiesto di farlo. Ma sapessi, amico lettore, che razza di gnocco d’impotenza ti si pianta in gola!, quando torni a prendere coscienza che le parole che dici nascondono molto più di quanto non rivelino.

Migliaia i devoti accorsi al pellegrinaggio zonale

Una grande partecipazione di fedeli ha caratterizzato, la scorsa domenica, l’ultimo dei dodici pellegrinaggi giubilari zonali del grande Giubileo in diocesi, che si è tenuto al santuario della Madonna della Villa di Sant’Egidio. I pellegrini della Quarta Zona pastorale (Alta Valle del Tevere perugino) insieme all’Arcivescovo ed ai loro parroci hanno raggiunto in processione il santuario. Un migliaio di candele hanno illuminato la piccola frazione perugina ed il santuario mariano. Sono stati momenti di profonda devozione e commozione nel vedere anche tanti giovani raccogliersi in preghiera. Immensa gioia è stata espressa da mons. Giacomo Rossi, rettore del santuario, nel vedere così tanti devoti ed ha auspicato che “questo bellissimo omaggio di popolo alla Madonna possa ripetersi domenica prossima”. Domenica 10 dicembre ci sarà, infatti, l’ultimo pellegrinaggio giubilare diocesano di quest’Anno santo, la cui mèta è proprio il santuario della Madonna della Villa. Questo pellegrinaggio cade nel giorno della solennità della Madonna di Loreto ed è rivolto, oltre ai pellegrini in generale, ai malati del Cvs e Dell’Unitalsi. Da sottolineare che, come domenica scorsa, le offerte raccolte durante il pellegrinaggio saranno destinate alla Campagna ecclesiale italiana per la riduzione del debito estero dei Paesi più poveri, segno concreto del Grande Giubileo. Il santuario, nei secoli scorsi, è stato luogo di transito di pellegrini, perché situato sulla via che conduceva sia ai luoghi francescani di Assisi, sia alla Santa Casa di Loreto. Non a caso uno dei suoi affreschi ritrae la Madonna di Loreto; affresco che nel suo insieme testimonia un’atmosfera di intimità familiare, a cui è invitato a partecipare anche il fedele che guarda. Notevole doveva essere l’importanza di questo santuario nel ‘400, essendo contesa la sua proprietà tra le cistercensi del monastero di Santa Giuliana e i frati francescani del convento di porta Santa Susanna di Perugia.

Diffusione del culto della Natività nella sua rappresentazione scenica

Nell’intricata chiesa di Betlemme, in una stanzetta dalle pareti ancora annerite da un incendio, una stella metallica sul pavimento sta ad indicare il luogo in cui nacque Gesù di Nazareth, il Cristo. Venti secoli or sono (stiamo appunto celebrando il Grande Giubileo dei duemila anni dalla Incarnazione del Figlio di Dio) lì Maria partorì in una stalla (o grotta, perché in Palestina le cavità naturali erano utilizzate come riparo per gli animali) e poi depose il Bambino al caldo di una greppia o mangiatoia, parole che in latino vengono tradotte, appunto, con praesepium o praesepe. Più precisamente, il termine presepe deriva da prae=davanti e saepire=chiudere con una siepe: indica, perciò, un recinto per animali, una stalla, il luogo dove si trova una mangiatoia. Questa è la storia visibile del mistero di Dio dell’Incarnazione (Dio che si fa uomo in Gesù). Ogni mistero di Dio emana un suo fascino e apre alla meraviglia, ma davanti al mistero dell’Incarnazione si rimane davvero incantati e commossi. Anche il nome “Gesù” (Ieoshuà=Dio salva) ed il suo appellativo “Emmanuele” (Dio con noi), con cui viene chiamato nel vangelo, ci possono aiutare a spiegare questo mistero. Gesù è vero Dio, ma anche vero uomo. E’ Dio con noi: non è un’apparizione, ma è veramente vissuto, storicamente, come noi esseri umani. Dio, in Gesù, si è reso presente in mezzo a noi. Ciò sta a significare una grande verità e consolazione: Dio non abbandona le sue creature, ma vive vicinissimo a loro, e lo si può incontrare nelle comunità dove regna l’amore (Mt 18, 20). Ma Dio è con noi anche perché è dalla nostra parte, prende le nostre difese, ci comprende più di tutti e ci salva. Dalla storia sappiamo che fra il 432 e il 440 il Papa Sisto III trasferì a Roma alcuni frammenti della santa Culla, in antro praesepis dell’attuale Santa Maria Maggiore, dove nacque l’abitudine della “Messa di mezzanotte”, ripresa da un’analoga tradizione a Betlemme. Parlando del presepio-rappresentazione possiamo dire che tentativi di raffigurare la Natività ve ne sono stati fin dal II secolo; ci sono tracce in un dipinto nelle catacombe di Santa Priscilla a Roma; altre tracce compaiono in antichi sarcofaghi; c’è un altro esempio, Natività e Adorazione dei Magi, nel cofanetto di Werden (Vestfalia), sulle ampolle metalliche di Monza e a Ravenna nella cattedra di avorio dell’arcivescovo san Massimiano, e così via nel tempo. Ma il 24 dicembre 1223 rimane una data indimenticabile nella storia del presepio. Francesco d’Assisi, venuto a Greccio con l’inseparabile frate Leone per redimere le genti di quella terra aspra, rimase lì per amore evangelico. Essendo prossimi al Natale, pensò ad una rappresentazione vivente e, individuata vicino alla sua capanna una grotta nel bosco molto adatta per far rivivere l’evento di Betlemme, ottenne l’aiuto di un generoso potente del luogo che gli procurò gli animali, la mangiatoia e la paglia dove deporre il piccolo Gesù. La notte della Vigilia il rintocco delle campane convocò alla grotta tutti gli abitanti di Greccio che arrivarono a piedi, a dorso di asino o cavallo, similmente ai pastori di Betlemme. San Francesco parlò ai fedeli e, come per miracolo, vide per un attimo il Bambino materializzarsi fra le sue braccia; si narra che anche alcuni fortunati videro questo miracolo. I frati francescani imitarono il loro fondatore nelle chiese e nei conventi aperti in Europa. Dopo di loro anche i domenicani continuarono nel diffondere la tradizione. Possiamo veramente considerare, quella di Greccio, la prima notte del presepio, e certamente è legittimo ritenerla l’inizio di un fenomeno straordinario di diffusione del culto della Natività nella sua rappresentazione scenica. La storia del presepio, da quel momento, è stata veramente ricchissima. Si costruirono presepi di ogni foggia e dimensione, talora permanenti, con figure fisse o mobili, in legno, terracotta o altri materiali. Ci sono alcuni esempi di dimensioni gigantesche, come quelli tipici dell’Italia centro-meridionale (Leonessa, Altamura, Cassano delle Murge, Matera, Putignano …). Tra i più famosi e antichi quello dell’Oratorio del Presepio in Santa Maria Maggiore a Roma, modellato nel 1280 circa da Arnolfo di Cambio. Arriviamo, così, nei secoli XVII e XVIII in cui l’arte del presepe raggiunse in Sicilia, a Napoli e a Roma il massimo e più caratteristico sviluppo, che tutti ben conosciamo e di cui la mostra ci offre un saggio molto eloquente. La mia esortazione di Vescovo, nel benedire questa mostra, vuole invitare tutti a rivolgere con attenzione lo sguardo al Bambino della mangiatoia, a non fermarci solo alla bellezza esteriore delle scenografie o dei costumi, ma al significato profondo che racchiude al venuta di Dio fra noi. E che il Santo Natale ci spinga ad allargare lo sguardo oltre la propria casa, ad accorgerci sempre più degli altri, a sperimentare che il mondo intero è la nostra casa e i popoli la nostra famiglia. Questo è stato anche il significato dell’annuncio fatto dagli angeli ai pastori di Betlemme: “Gloria a Dio e pace in terra agli uomini che egli ama” e questo è stato il motivo della nascita di Gesù. Pace e bene!

Pellegrinaggio a piedi da Todi a Roma degli scout Asci Todi 1

Nel 1950 alcuni scout del gruppo Asci Todi 1, ricostituito dopo la riconquistata democrazia, celebrò il pellegrinaggio giubilare, camminando da Todi a Roma fino alla Porta santa in S. Pietro. Oggi gli scout di Todi 1 hanno voluto rinnovare questa esperienza e non certo come esperienza sportiva ma come itinerario di preghiera e di gioia nei ritrovarsi tutti insieme. E insieme hanno percorso, in questo anno giubilare così straordinariamente partecipato anche per l’infaticabile opera del Papa, la strada che da Todi conduce a Castel dell’Aquila, Amelia, Orte, Civitavecchia e Morlupo, fino a Roma. C’erano tutti quelli del 1950 e anche altri: i “più giovani” classe 1935 e i “meno giovani” classe 1929. Sono stati giorni di ricerca e di meditazione. Sono stati ricordati gli amici che sono ritornati alla casa del Padre e, in particolare, gli assistenti ecclesiastici don Amedeo Friggi e padre Gino Capponi; un pensiero particolare si è avuto per il vescovo di Todi-Orvieto, mons. Decio Lucio Grandoni, anche lui per molti anni assistente ecclesiastico, che proprio in quei giorni celebrava il cinquantesimo anno di sacerdozio. Il cammino si è concluso con l’abbraccio dell’immensa folla a piazza S. Pietro, riunita per il Giubileo delle missioni, e con la benedizione di papa Giovanni Paolo II. Intanto la diocesi tutta attende l’arrivo, non appena le questioni burocratiche lo consentiranno, di un gruppo di giovani cristiani provenienti da una città a nord dell’Albania, Fusche Arrez, a pochi chilometri dal Kosovo. Qui la diocesi di Orvieto-Todi ha una missione ed opera su due versanti: disponibilità di spazi per la pastorale e di spazi per gli aiuti umanitari che, passata l’emergenza-guerra, hanno oggi uno scopo formativo. La missione comprende l’appartamento che ospita le suore, una piccola cappella, alcuni locali dove le suore imparano a cucire alle giovani donne, una dependance per un gruppo di italiani alle prese con un progetto di cooperazione internazionale che riguarda le risorse forestali e un’altra per quei bambini che vengono affidati, dopo la fine del comunismo e nel timore di possibili vendette, alle suore stesse. L’anno scorso le offerte raccolte dalla diocesi nel periodo dell’Avvento furono destinate proprio all’adozione a distanza di questi bambini, molti dei quali di età compresa fra i sette e gli otto anni. Quest’anno esse saranno devolute in parte ancora per le adozioni a distanza e in parte per i reclusi nel carcere di Orvieto, mentre domenica 3 dicembre, prima domenica dell’Avvento, sono state raccolte offerte per la riduzione del debito ai paesi poveri del Terzo mondo.

Giubileo della comunità ecclesiale con i disabili

La prima domenica di Avvento la comunità ecclesiale ha vissuto una particolare, toccante celebrazione giubilare. Era stata scelta la chiesa di S. Francesco senz’altro per la comodità dell’accesso senza barriere architettoniche ma anche per inserirla nella solenne Novena dell’Immacolata. Mons. Vescovo aveva scritto a tutti i centri di accoglienza del privato e del pubblico e ne aveva personalmente visitati alcuni per spiegare il senso del Giubileo. La risposta è stata totale ed entusiasta. Erano presenti insieme disabili e volontari dei vari gruppi famiglia della Comunità di Capodarco dell’Umbria, il centro socio-riabilitativo “Aldo Moro”, le cooperative sociali “Civitas”, “Corinzi 13”, “Madre della Provvidenza e della Misericordia”, il gruppo “Non vedenti”, la sottosezione dell’Unitalsi per i servizi di assistenza. I giovani della Pastorale giovanile diocesana hanno animato i canti della Liturgia eucaristica presieduta da mons. Vescovo: ha celebrato don Angelo Fanucci, presidente della Comunità di Capodarco dell’Umbria; giovani disabili hanno esercitato il ministero di lettori e, uno di loro, ha letto la lettera indirizzata al Papa da Claudio, un disabile di Bologna suscitando la commozione della Assemblea che ha risposto con un caloroso applauso. Mons. Vescovo ha tenuto a sottolineare come, in una società selettiva nella quale conta chi è più forte e più efficiente, la Chiesa intende sottolineare il valore assoluto della persona umana e la dignità di figlio di Dio che richiede amore, rispetto, integrazione. E’ rimettere al centro della comunità cristiana i più piccoli secondo il comando di Gesù: “Chi accoglie uno di loro accoglie me”. Ha poi espresso riconoscimento della sensibilità della comunità eugubina al riguardo per le molte preziose iniziative ecclesiali, private e delle istituzioni civili. Don Fanucci ha rivolto l’invito a un lavoro d’insieme che permetta di migliorare l’apporto in particolare per ampliare le possibilità di lavoro. Al termine della celebrazione nel chiostro del Convento di S. Francesco si è avuto un momento di fraternità.

Assisi entra nel patrimonio mondiale a tutela dell’Unesco

Sabato 2 dicembre la campana delle Laudi dall’alto della torre civica ha diffuso i suoi rintocchi a distesa, come per le occasioni più solenni, accompagnata dal suono corale delle campane delle chiese di Assisi. La gente ha recepito il messaggio insito nella meravigliosa armonia che vibrava per strade e piazze e così spontaneamente, senza inviti e altre sollecitazioni, si è raccolta nella sala dell’ex Pinacoteca colmando ogni spazio disponibile. Il sindaco Giorgio Bartolini ha scandito con commozione la prima dichiarazione: “Ho il privilegio di annunciare che il Comitato del Patrimonio mondiale dell’Unesco nel corso della sessione tenutasi a Cairns in Australia, ha iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco Assisi, la basilica di San Francesco, la basilica di Santa Maria degli Angeli con la Porziuncola, il Convento di S. Damiano, l’Eremo delle Carceri e il santuario di Rivotorto. Assisi entra sotto la tutela dell’Unesco. Pertanto saranno anche tutte le nazioni del mondo a sentirsi impegnate nella tutela e salvaguardia dei beni artistici ed ambientali della città destinando per questo obiettivo risorse sia tecniche che finanziarie. Anche attraverso questo traguardo si configura il nuovo modello di sviluppo della Assisi del terzo millennio. Da un lato interventi per la tutela della sua storia e arte, a rafforzamento dell’idea di città, simbolo di cultura, pace ed ecumenismo religioso; dall’altro interventi strutturali ed urbanistici volti a creare le condizioni di una nuova economia. Un ringraziamento particolare sento di rivolgere al vescovo Goretti e alle famiglie francescane non solo per aver fatto il possibile per conservare i beni artistico-monumentali ma anche per aver accolto in Assisi con cortesia, gentilezza e disponibilità il rappresentante dell’Unesco. La lunga e complessa storia di questo riconoscimento ebbe inizio negli anni ’80, grazie ad un’idea del professor Gianfranco Costa e, per supportarla, nel 1987 venne anche istituito un comitato cittadino.” Così il Sindaco. L’ultima asserzione è stata ribadita anche dal consulente comunale ing. Claudio Ricci che ha ripercorso le tappe burocratiche necessarie ad ottenere l’alta onorificenza. Nell’agosto del 1990 la procedura di riconoscimento si arrestò a causa dell’insufficiente documentazione. Il cammino interrotto fu ripreso dal sindaco Giorgio Bartolini allorquando il 4 ottobre 1997 arrivò in visita ad Assisi Maria Luisa Stringa, presidente del Club Unesco di Firenze. A questo punto va detto che lo stesso Ricci si faceva promotore di incontri e contatti con la sede Unesco di Parigi, il Ministero per i beni e le attività culturali, il Ministero degli esteri e la Soprintendenza di Perugia, mentre il comitato cittadino si impegnava nella sensibilizzazione e mobilitazione dei singoli cittadini e delle associazioni. Una nota di merito va attribuita all’architetto Paola Falini, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma, per l’elaborazione del “Formulario Unesco”, ovvero di quel poderoso dossier che deve essere necessariamente inoltrato per dimostrare i requisiti ed ottenere il riconoscimento, concesso con estrema “parsimonia”. Basti valutare che i Siti compresi nella lista del Patrimonio mondiale sono soltanto 630 e quelli localizzati in Italia soltanto 31. Nel corso della cerimonia di sabato 2 dicembre il vescovo Goretti, nel suo intervento, ha fatto riferimento all’impegno che il riconoscimento ottenuto imporrà alla cittadinanza mentre padre Giulio Berrettoni, custode del Sacro Convento, ha rivelato di essere disceso – prima di salire nella piazza ed entrare nella sala della ex Pinacoteca – presso la tomba di S. Francesco per ringraziarlo di quanto ottenuto dalla città in nome del messaggio da lui diffuso alla universalità degli uomini: concetto ripreso da padre Massimo Reschiglian ministro provinciale dei frati Minori che ha evidenziato come la figura di Francesco non conosca frontiere e come la sua “rivoluzione” sia ancora oggi portatrice di ricchezza spirituale e culturale. Padre Ennio Tiacci provinciale dei frati Minori cappuccini, ha ricordato episodi da lui raccolti, nel corso della attività missionaria, durante l’emergenza terremoto, quando in tutte le parti del mondo si trepidava per la sorte di Assisi; dal canto suo, padre Lino Temperini, ministro provinciale del Terz’Ordine regolare si è soffermato sugli effetti positivi del riconoscimento attribuito ad Assisi augurando anche un restauro dell’ingente patrimonio romano. Quali dunque i vantaggi determinati dall’inserimento della città nella lista dei siti del Patrimonio mondiale Unesco? Anzitutto una crescita di prestigio sul piano culturale e una rivitalizzazione della vita spirituale e religiosa. Ma non possono essere dimenticati aspetti più concreti, quali la possibilità di ottenere risorse per il mantenimento ed il recupero delle ricchezze artistico-monumentali, fatto dal quale viene a dipendere un incentivo per un turismo meno fugace e più consapevole.

Il diacono al servizio degli altri quale tramite fra clero e laicato

Risulta forse naturale chiedersi in quanti conoscano, ai nostri giorni, la realtà del diaconato laico permanente, realtà al servizio dell’istituzione della Chiesa e delle comunità parrocchiali. Da breve tempo la carica di diacono permanente è stata assunta da Piero Mori, parrocchiano di Ospedalicchio da sempre al servizio della comunità e da tutti conosciuto in particolar modo per la sua attività di catechesi. La sua ” chiamata” a ricoprire questa funzione risale a due anni fa, e se solitamente il diacono laico viene invitato a prestare la sua opera presso la comunità di cui è parte, investito per così dire dalla collettività stessa, Mori è stato convocato dal vescovo stesso di Perugia perché svolgesse attività di diaconato presso la Curia. Il resto dell’impegno è riservato alla collaborazione con il parroco del paese, e in special modo alla catechesi. Prima di diventare diacono Mori ha seguito una preparazione durata due anni, che aveva alle spalle anni di studi di teologia. All’interno della Curia, presso la quale Mori lavora come diacono, è in corso una fase di riorganizzazione amministrativa che vedrà molti laici impegnati in cariche finora ricoperte da uomini di Chiesa. Non soltanto l’attuale numero ridotto di preti orienta tale scelta, al cui interno si colloca la stessa rivalutazione del diaconato permanente, ma anche un intento di fondo che sta lentamente accompagnando le direttive della Chiesa dagli ultimi 20- 30 anni, ovvero la volontà di ampliare possibili ambiti di incontro fra clero e laicato, perché non sia più un confronto con una Chiesa- Istituzione lontana e intoccabile. Ridare vita alla figura del diacono laico è stato merito del Concilio Vaticano II, ispirato dall’obiettivo di porre finalmente un limite a un accentuato clericalismo, impostato sull’immagine di una Chiesa potente, sacra e lontana dai comuni cristiani Il diacono laico, differente da quello religioso temporaneo, che è passaggio in vista del sacerdozio, esiste dai primi tempi della storia del cristianesimo, fu voluto dagli apostoli e fin dalle origini svolgeva opere di carità, come tuttora; uno dei primi fu santo.Stefano martire. Per ben 16 secoli circa la Chiesa non ha più fatto ricorso a queste persone e solo alla fine degli anni ’70 del XX secolo, il diacono laico è stato richiamato a vivere ed operare come mediatore e portatore di collaborazione fra laici e clero, e forse perché non ricoperto da quella sacralità dell’uomo di Chiesa è ponte di unione dal volto umano e più terreno. Il diacono può adempiere a molti degli obblighi sacerdotali, può amministrare ogni sacramento tranne fare le confessioni o celebrare messa, si occupa inoltre della carità, di problemi amministrativi, burocratici, attività culturali o sociali, ovvero sta al servizio della collettività, la sua nota peculiare è proprio quella di essere servitore in mezzo alla gente. Davanti al lento cambiamento che investe i rapporti uomini- Chiesa, dei quali il ruolo del diacono ne è un esempio, restano ancora da modificare l’impressione e la sensibilità dei comuni cristiani nel percepire le novità dei tempi in rapporto alle abitudini degli anni.

La storia della città attraverso la vita della comunità agostiniana

Si era creata una grande aspettativa tra la popolazione di Cascia dopo che si era diffusa la notizia che si stava preparando una pubblicazione riguardante le vicende della città sullo sfondo della storia delle comunità agostiniane, insediatesi in queste contrade poco dopo l’anno Mille. Finalmente, dai primi giorni di novembre, il volume è disponibile presso la libreria che si trova lungo il viale del santuario di Santa Rita. E’ un’opera di grande valore storico, che ha richiesto un lungo periodo di lavoro e di ricerca. Esso è stato fortemente voluto dalle suore del monastero di Santa Rita, che nel 1987 affidarono al professor Vittorio Giorgetti, archivista e autore di opere storiche, l’incarico di avviare una indagine sulla presenza dell’ordine agostiniano a Cascia. Per la ricerca bibliografica e dei documenti e per la stesura del volume ha collaborato con lui Omero Sabatini. Secondo il progetto iniziale l’opera avrebbe dovuto avere una estensione cronologica tale da arrivare fino all’attuale secolo, ma l’esame delle fonti dirette e indirette si è presentato così lungo e complesso da suggerire di stabilire delle tappe intermedie, diverse a seconda delle tre comunità presenti a Cascia: per il convento di S. Agostino il 1599, quando si verificò uno dei disastrosi terremoti che ogni tanto tormentano la Valnerina; il 1628, per il monastero di Santa Maria Maddalena (che poi sarà chiamato “della Beata Rita”, e “di Santa Rita”), anno in cui si concluse il processo in seguito al quale Rita fu proclamata Beata; per la terza comunità che a Cascia seguiva la regola di Sant’Agostino, cioè il monastero di Santa Lucia, si è considerata la data del 1729, perché in quell’anno le suore ivi presenti furono trasferite nel monastero di Santa Maria Maddalena. La grande mole di lavoro ha inoltre indotto gli studiosi, nel 1995, a chiedere la collaborazione di Sabatino Di Lodovico, che ha esaminato il fondo notarile dell’archivio storico comunale di Cascia dalla fine del XV secolo fino al 1729. Sono state illustrate le attività economiche con cui il convento e i due monasteri facevano fronte ai numerosi bisogni materiali, le regole della vita comunitaria e le consuetudini della vita quotidiana, i loro rapporti con le autorità civili, dai quali emerge più precisamente la storia della città; appaiono i nomi di alcune famiglie ancora presenti nel comune di Cascia, i toponimi tuttora vivi e attuali, e tante notizie che possono ritrovare riscontro con il tempo presente. Un altro aspetto interessante è la presentazione e l’approfondimento della conoscenza dei personaggi agostiniani locali che si sono distinti per santità di vita, o per speciali meriti in campo culturale e sociale. Il metodo rigorosamente storico-documentario è la caratteristica fondamentale dell’opera, e per dare rilievo a questa sua importante impronta scientifica è stato deciso che avrà una presentazione ufficiale, fissata per il prossimo 4 gennaio; sarà organizzato anche un convegno previsto per il mese di maggio successivo.

A Malta sulla via di Paolo prigioniero verso Roma

Fin dall’inizio di quest’anno giubilare aveva preso corpo l’idea, nel quadro del pellegrinaggio alle tombe degli apostoli, di una meta leggermente diversa: non il martirio ma la chiamata degli apostoli. Sarebbe potuta essere la Palestina e la Galilea, ma il pellegrinaggio era stato già realizzato due anni fa. Dunque, non direttamente Pietro ma “Paolo”. Ringraziamo il nostro arcivescovo mons. Fontana di averci così prospettata la grande avventura e poi guidati.Paolo! Il pensiero è andato subito alla sua Conversione: Damasco. E il progetto ha tenuto campo per qualche mese. Poi, la situazione non troppo rassicurante del Medio Oriente ci ha obbligati ad una polarizzazione diversa. Non più Damasco, ma Malta, sulla via di Paolo prigioniero verso Roma: l’isola del grande naufragio, del governatore romano Publio miracolerà il padre, Publio, convertito poi al cristianesimo e futuro vescovo dell’isola, oggi addirittura San Publio. Malta l’isola annunciata a Paolo dalla visione notturna: “Non temere tu dovrai comparire di fronte a Cesare in Roma, saranno salvi con te tutti i tuoi compagni di viaggio” (cf. Atti, 27, 24). La nave si fracasserà, tutto il suo carico andrà perduto, ma tutti i 276 passeggeri, in gran parte criminali e malfattori portati a Roma per il giudizio, e poi marinai e soldati (con il centurione Giulio) saranno salvi. Una vipera salterà dal fuoco del primo bivacco al braccio di Paolo, tutti aspetteranno di vederlo cadere colpito a morte, ma resteranno a occhi spalancati di fronte all’Apostolo che con tutta tranquillità si strappa la vipera di dosso e la getta nel fuoco. Uno stupore che sarà di ottima premessa ai tre mesi dell’Apostolo nell’isola ove, pur prigioniero e confinato in una grotta, accanto alla quale sorgeranno poi le catacombe, avrà però libertà di muoversi gettando le basi di quella comunità che ancor oggi è più che fiorente, come indica la stessa percentuale della pratica domenicale, oltre il 50%.E’ qui che il nostro piccolo gruppo di sacerdoti, rappresentanti delle varie vicarie, con mons. Arcivescovo, ha seguito anzitutto un corso di esercizi spirituali e poi è andato pellegrinando, sulle orme di una storia che iniziata con Paolo, nell’eco di antichissimi millenni e di civiltà megalitiche, è andata poi prolungandosi nell’era cristiana tra mille peripezie: dalla decadenza di Roma ai Vandali, ai Gori e ai Bizantini, quindi agli Arabi e Saraceni, cui succedono poi i Normanni fino alla grande fioritura del Quattrocento con Francescani, Carmelitani, Agostiniani, Domenicani, Minori osservanti. Il ‘400 però è anche il secolo dei nuovi tentativi dei Mori di impadronirsi dell’isola, sempre però sottratta alla resa definitiva: nel 1429, contro 18.000 Mori provenienti dalla Tunisia, i 4.000 armati dell’isola riescono a prevalere, secondo una leggenda, con l’aiuto di Paolo apparso su un cavallo bianco, brandendo una spada e disperdendo nel terrore gli assalitori. Il ‘500 poi sarebbe stato il secolo dei cavalieri di Malta. Una forza multinazionale di 8 “lingue”, tra cui anche l’Italia. La storia successiva parla di decadenza fino alla fine del ‘700 quando Napoleone nel 1798 conquisterà l’isola. Appena 4 anni e ai Francesi succederanno i Britannici. Dopo l’ultima guerra, nel settembre 1964 Malta realizza l’indipendenza nell’ambito del Commonwealth (la Regina di Inghilterra è nominata Regina di Malta). Solo 15 anni dopo, Malta sarà finalmente Repubblica indipendente e l’ultimo soldato britannico lascerà l’isola. Tutta una storia documentata da fortificazioni, mura ciclopiche, stile arabo di tanti abitanti, un mare irto di promontori, baie (come quella di S. Paolo) e lagune e tante tante chiese, spesso sormontate da cupole di gloria, svettanti sulle case addensate all’intorno. A Mosta, la cupola della chiesa arcipretale è la terza al mondo per grandezza, dopo S. Pietro a Roma e S. Sofia a Costantinopoli. E proprio a Mosta è il Mount St. Joseph con la Casa degli esercizi diretta dai Gesuiti. Ha dettato le meditazioni padre Donato Spiteri, cappuccino, avvertendoci che le sue sarebbero state piuttosto lezioni di Teologia paolina, noi poi avremmo provveduto allo sviluppo personale e pastorale. Ed è partito proprio dal naufragio di Malta, innalzandosi man mano fino alla Chiesa, icona della Trinità. La visita poi dell’isola non è stata tanto di turisti quanto di presbiteri alla ricerca di un passato proteso al futuro. Premessa preziosa ad un millennio di grazia, quale va disegnandolo per noi il Sinodo diocesano.

Città vivace ma frenata da troppa burocrazia e carenze di infrastrutture

Quali prospettive ha Terni in vista dell’ormai imminente nuovo millennio? Può essere considerata una “città grigia”? A questi interrogativi vorremmo rispondere ascoltando il parere di responsabili di associazioni di categoria, amministratori, personalità che, a diverso titolo, svolgono un ruolo dirigente nella società. Iniziamo intervistando il presidente dell’Associazione industriali, Adriano Garofoli. In questi ultimi anni la situazione produttiva nel territorio come è stata? “E’ difficile poter fornire una risposta esaustiva a tale domanda in poche battute. Indubbiamente la situazione nel nostro territorio sta registrando un favorevole andamento in senso generale, anche se molti sono ancora i gap che il nostro territorio annota e che non consentono un agevole fluire dell’attività produttiva. Miglioramenti dunque, certamente di pregevole spessore che, tuttavia, debbono essere valutati alla luce della realistica considerazione che in qualche modo li leghi alla situazione precedente come nota non idilliaca”. Quale un indicatore del miglioramento? “A supporto di quanto testé affermato appare congruo rifarsi agli esiti certamente positivi del “contratto d’area” che, nel quadro della reindustrializzazione del territorio ha certamente registrato un deciso passo in avanti ponendo in rilievo, peraltro, una vivacità del tessuto imprenditoriale ternano molto superiore rispetto alle previsioni che il territorio stesso aveva in proposito formulato”. Ma vi sono ostacoli per proseguire in questo passo avanti? “Annoto che al di là delle tante affermazioni di carattere generico svolte a favore dell’industria, noi operatori siamo tuttavia costretti a scontrarci ogni giorno con i tanti ostacoli che ancora rendono il nostro territorio del tutto inospitale alle attività produttive a cominciare da una burocrazia ancora incredibilmente agganciata a criteri del tutto obsoleti”. Quali sono i comparti in cui si è registrata maggiore vivacità produttiva? “Pur tenendo conto di quanto ho detto poco fa, non si può affermare che ci siano dei settori più “vivaci” di altri. Direi piuttosto che lo viluppo si registra in modo abbastanza diffuso in tutti i settori produttivi. Le aziende, nonostante quel che si dice, investono. Se non lo facessero la competitività esasperata con la quale si è costretti a convivere spazzerebbe tutti via in un battibaleno”. E l’imprenditoria giovanile? “Noto un nascere di nuove aziende, piccole in verità – ma non potrebbe essere diversamente – costituite da persone giovani. E’ un fatto positivo, perché è un segno che si riduce nel comune sentire l’immagine del posto fisso mentre cresce la voglia di intraprendere”. Vi sono situazioni che determinano incertezze? “Le incertezze nascono da situazioni nate da imprudenti scelte del passato e che gravano in modo, forse ineluttabile, su alcune realtà un tempo gloriose”. Quali problemi l’Assindutria di Terni ha potuto registrare? “Di alcuni ho fatto cenno prima. Occorre ancora una volta puntare il dito sul nostro gravissimo ritardo infrastrutturale. Altra preoccupazione che sorge nel mondo imprenditoriale è questo gran parlare che si fa in questi giorni di questioni di carattere finanziario che, sembra, investono il bilancio regionale. Non vorrei che ciò portasse a scelte che privilegino il ritocco delle entrate, piuttosto che agiscano sul fronte delle spese”. Ai sindacati vuol dire qualcosa? “Auspico che nella loro azione per la contrattazione di secondo livello, evitino quei comportamenti che conducono inevitabilmente a disattendere l’aspetto di variabilità e di correlazione ai risultati aziendali quale tipico e fondamentale criterio sul quale i premi aziendali della nuova impostazione si incentrano”. Terni si può definire “città grigia”? “Le voglio rispondere su due aspetti: l’uno concreto e l’altro di natura meno meditativa. Se ci limitiamo all’aspetto esteriore dobbiamo riconoscere che la città ha un po’ cambiato volto ed è sempre più protesa in un processo di forte modernizzazione. Se, per contro, diamo uno sguardo dentro di noi ternani, forse ci accorgeremmo che sarebbe necessario un pizzico di vivacità in più”. Che rapporto c’è tra le istituzioni politico-amministrative e il mondo produttivo?”C’è molta attenzione da entrambe le parti, nel rispetto delle diverse ottiche con le quali si vedono i problemi. C’è molta attenzione da parte delle istituzioni al mondo produttivo, come ho già detto; molto meno nella realizzazione pratica giornaliera delle cose”.Quale messaggio si sente di lanciare all’intera città? “Non spetta a me lanciare messaggi. Io sono solo un imprenditore che rappresento, al momento, i miei colleghi. Un’affermazione la voglio esprimere: senza sviluppo delle imprese non credo che potrà conseguirsi un adeguato sviluppo della collettività”.

Aumento delle imposte e tagli alle spese per non andare “in rosso”

Bisogna ormai prendere atto che l’era della energia, disponibile in abbondanza ed a basso costo, è definitivamente tramontata. D’ora in poi sarà necessario fare i conti con l’energia, motore di tutte le attività umane, a costi elevati ed a ridotta disponibilità.Questo perché le fonti energetiche tradizionali si sono ridotte al lumicino ma, anche e soprattutto, perché il pianeta Terra comincia a dare chiari segni di sofferenza per l’inarrestabile profluvio di gas nocivi che stanno rendendo, ogni giorno di più, a rischio la presenza dell’uomo. Un discorso, questo, di carattere planetario che, in quanto tale, interessa molto da vicino, come è facilmente comprensibile, anche l’Umbria. Nella nostra regione, tributaria da sempre di fonti produttive extraregionali per il rifornimento energetico, la situazione minaccia di precipitare nei prossimi anni anche in vista della realizzazione di quel largo decentramento politico-economico-amministrativo che costringerà le singole regioni a contare, quasi esclusivamente, sulle proprie risorse. Un decentramento che, per quanto riguarda l’Umbria, sembra destinato a condizionare la vita e le attività dei due settori largamente strategici: quello sanitario (che assorbe da solo l’80% delle risorse finanziarie) e quello energetico. Per quanto riguarda, appunto, la produzione di energia il contesto regionale appare, già da oggi, “alla frutta” dopo il ridimensionamento produttivo dell’area ternana e l’ormai acclarata uscita (salvo imprevisti) dei centri di Bastardo e di Pietrafitta dal sistema produttivo. Se, in un futuro non augurabile ma ipotizzabile, l’Umbria fosse costretta a ricercare altrove la maggior parte dell’energia di cui ha bisogno, allora l’intero apparato produttivo regionale, pubblico e privato, potrebbe essere caricato di imprevedibili “sofferenze” ed essere costretto a ricorrere all’indebitamento. Del resto anche la presidente Lorenzetti, nel contesto della sua relazione ad una delle ultime riunioni del Consiglio regionale, è stata estremamente chiara: se l’Umbria, con le condizioni del bilancio attuale sarà costretta a camminare con le proprie gambe, andrà inesorabilmente “in rosso”, e forse non soltanto per gli 80 o 100 miliardi ipotizzati. Se l’allarme della Presidente regionale – che si riferiva in particolare modo alla sanità – venisse esteso alle prevedibili carenze energetiche, l’intera problematica potrebbe assumere contorni di ben più elevata gravità. Una manovra indispensabile ad evitare il rischio indebitamento progressivo potrebbe essere effettuata soltanto con il ricorso a due strumenti: un congruo aumento di tasse, imposte e contributi oppure un altrettanto congruo taglio alle spese. La Lorenzetti ha dichiarato esplicitamente che l’imposizione non si tocca (almeno per il momento), e allora appare chiaro che si farà ricorso alla scure, anche se non si conoscono le vittime e l’entità dei tagli. In un quadro generale di così sconsolante grigiore non mancano, comunque, incoraggianti spiragli di luce. All’interno della società regionale si sta facendo strada, faticosamente ma con continuità, il convincimento che la soluzione dei molti problemi (economici, sociali ed ambientali) potrebbe trovarsi nel risparmio energetico e nel sempre maggiore ricorso a fonti alternative, rinnovabili e rispettose di quell’ambiente naturale che è, pur sempre, la prima casa dell’uomo. Dopo talune significative avvisaglie (da noi puntualmente segnalate su queste stesse colonne) di piccoli impianti realizzati, qua e là per l’Umbria, per la produzione di energia eolica e solare, è da rilevare la proposta di legge presentata nei giorni scorsi in Consiglio regionale dal verde Ripa di Meana per la incentivazione della utilizzazione di carburanti a basso impatto ambientale. Relativamente a questo tipo di carburante è da segnalare l’iniziativa, positivamente provocatoria, adottata nell’eugubino dalla comunità di Alcatraz dove è stato aperto un impianto di distribuzione di biodiesel. Di più vasto respiro l’iniziativa della Provincia di Perugia che ha sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Agenzia per l’energia e l’ambiente. Oggetto dell’accordo lo studio e gli accertamenti finalizzati al risparmio economico attraverso l’analisi dei contratti di fornitura elettrica, la diagnosi energetica degli edifici provinciali ed il monitoraggio del servizio energia. Ed infine una notizia che viene da Spoleto dove, ad iniziativa del Comune, è prevista la nascita, in località Santo Chiodo e sui vicini monti Martani, di una centrale alimentata con prodotti agroforestali, nonché un impianto eolico. Una iniziativa che, dopo un’analoga e recente esperienza ad Umbertide, vede l’Umbria in posizione di avanguardia in campo nazionale. Certamente, rispetto al volume globale delle necessità, è ancora poco ma la strada giusta appare tracciata. Alla volontà di tutti (ma soprattutto di politici, amministratori ed illuminati imprenditori) il sapere percorrerla fino in fondo.

Nella continuità LA VOCE si rinnova

Con questo numero “La Voce” inizia l’edizione di Terni, Narni, Amelia. E’ una piccola ma significativa novità per la nostra diocesi, che interessa molto, però, l’intero settimanale delle otto diocesi dell’Umbria. “La Voce”, com’è noto, inizia il suo cammino nel difficile clima degli anni Cinquanta. E da allora ha traversato tutte le stagioni del secondo Novecento: dal dopoguerra al Concilio Vaticano II, dal crollo del muro di Berlino al Giubileo. Ora siamo ad un nuovo, cruciale, versante della storia: il passaggio di millennio. Questo anno è stata una occasione di rinnovamento per tutti. E perché, non anche per “La Voce”? Il settimanale regionale doveva “alzare la voce”, almeno un poco, nella nostra diocesi. Non si è trattato di fare un nuovo settimanale. Sarebbe stato sciocco perdere uno strumento unitario per una regione così piccola come l’Umbria. Tuttavia è utile che le sue pagine si colorino di una edizione più spiccatamente locale. Del resto era sempre più evidente la necessità di uno strumento di collegamento tra le diverse realtà della nostra diocesi. Senza comunicazione non si accende la conoscenza e tantomeno nascono l’interesse e l’amore. Abbiamo, invece, estremo bisogno di sconfiggere l’estraneità, una tentazione sempre in agguato, soprattutto oggi in un clima culturale che spinge tutti a correre verso l’isolamento. E soprattutto è necessario che cresca tra noi la conoscenza e l’amore reciproco. Faccio una sola, breve, considerazione. In questi pochi mesi ho potuto conoscere e apprezzare molte iniziative che fanno onore alla vita della nostra diocesi, ma non di rado sono sconosciute. E poi è sempre forte il rischi di rinchiudersi nel proprio “particulare”, nel proprio gruppo, nella propria parrocchia, nella propria piccola chiesa e consumare tempo ed energie a girare attorno a se stessi. L’assemblea diocesana del 18-19 novembre scorso ci ha fatto gustare il dibattito e la comunicazione come una via normale per la vita della Chiesa. Ho parlato di uno stile assembleare, o ecclesiale, da continuare. In questo contesto, “La Voce”, nella edizione di Terni, Narni e Amelia, si pone come un aiuto prezioso. Si tratta, in effetti, di raccogliere una sfida: contribuire a far crescere la comunione tra le varie realtà della nostra diocesi; e nello stesso tempo metterci in contatto con tutte le altre chiese dell’Umbria. Il settimanale, perciò, diviene uno strumento necessario per chi attivamente collabora alla vita delle comunità cristiane, ma è anche utile a chiunque voglia conoscere la vita della Chiesa nella nostra diocesi e nell’intera regione. “La Voce” diventa un po’ più forte e con maggior vigore si pone al servizio di tutti.

Regionale/locale

Con questo numero La Voce dà un segnale importante per il futuro: la diffusione per abbonamento e nelle 194 edicole del territorio in edizione locale diocesana di Terni Narni Amelia. Negli anni passati questo giornale ha affrontato una difficile sfida, quella di mettere insieme le esigenze della informazione diocesana nel quadro e nello spazio di una dimensione regionale. Alcuni hanno sentito troppo forte il peso della regionalità e si sono tirati un po’ indietro, non ritenendo sufficientemente evidenziata la loro presenza, altri, per fortuna molti altri, hanno continuato scoprendo volta per volta che l’ampiezza della informazione regionale e la compresenza di tutte le diocesi all’interno di uno stesso strumento comunicativo, anziché impoverire l’identità locale, la arricchiva e la rendeva più significativa. Il territorio particolare viene valorizzato proprio nella misura in cui si presenta ed è raccontato a tutti i lettori dell’intera regione. Così si supera il pericolo di una informazione stagnante chiusa in una ben delimitata cerchia di persone e si rompe l’isolamento in cui molte realtà purtroppo si chiudono. E’ pertanto vera soddisfazione costatare che il vescovo Paglia, nel solco delle scelte fatte in precedenza e più volte ribadite dai vescovi umbri succedutisi nel tempo, abbia scelto di investire energie e mezzi seguendo tale orientamento. Del resto la scelta regionale – locale de La Voce rappresenta in Italia un’esempio e una esigenza che altri cercano di soddisfare, essendo ormai la regionalità, nella prospettiva del federalismo, con tutti i problemi che ne derivano, una dimensione irrinunciabile sia dal punto di vista civile che ecclesiale. Sono convinto che l’iniziativa avrà successo e potrà suscitare altre novità, secondo la logica del “nuovo” secolo e millennio.

Don Elvio Damoli interviene nel dibattito contro la liberalizzazione delle droghe

Dietro i dibattiti sulla liberalizzazione o meno delle droghe “si nasconde la questione economica”: è il parere di don Elvio Damoli, direttore della Caritas italiana, che interviene a proposito dei temi affrontati durante la Terza conferenza nazionale sulla droga in corso in questi giorni (fino al 30 novembre) a Genova. In contemporanea è stata organizzata anche una “contro-conferenza” di associazioni antiproibizioniste che non si riconoscono nel programma governativo. “Distribuire sostanze costa molto poco rispetto al costruire progetti – osserva don Damoli -; lasciare in carcere costa relativamente poco rispetto a mettere in piedi percorsi di integrazione; ridurre i danni, se diviene il solo e unico approccio terapeutico, costa nulla rispetto a evitarli del tutto o cercare di eliminarne le cause”. In realtà, precisa, “costa di meno nel breve periodo, nella percezione ragionieristica dello spazio di una finanziaria o di un bilancio comunale” mentre non si arriva a comprendere “che l’unica prospettiva ragionevole è investire risorse nel tempo”. “Non so quanto il mondo adulto dia segnali di presa in carico – denuncia don Damoli -, non so quanto riesca a farsi compagno dei propri ragazzi. Si ha l’impressione che l’indifferenza, l’omissione, la dimenticanza siano le cifre di questo rapporto. Il mondo adulto rimprovera ai giovani di essere schiacciati sul presente, sulle emozioni, sul consumo”. Ma la “volontà di accumulo del nostro sistema economico”, si chiede il Direttore della Caritas, “non riduce tutto, soprattutto la dimensione del nostro tempo, all”adesso’ e al ‘qui’?” “I giovani sono attesa e futuro – sottolinea -, in una parola la metafora della vita. E sembra che nessuno abbia il tempo e la volontà di impegnare risorse verso di loro”. Don Damoli ricorda che oggi viene definito “drogato” “solo la persona che fa uso di eroina” mentre chi “fa uso di altre droghe (ecstasy, cocaina, ecc.) non viene considerato tale”, attribuendo così alle nuove droghe “il vantaggio della loro apparente silenziosità”. La Caritas chiede perciò risposte integrate da parte delle strutture socio-sanitarie-assistenziali e un’azione di prevenzione e riabilitazione attuata attraverso l’ascolto delle persone. A mettere in luce “il rischio che tutto si riduca solo ad un dibattito tra proibizionisti e antiproibizionisti”, una “vecchia questione che non mette in luce i problemi e gli appelli più profondi dei giovani” è invece don Vinicio Albanesi, presidente del Cnca (Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza). “Oggi i giovani stanno veramente male: miscelano tante porcherie, dall’alcool agli psicofarmaci. Sono sbandati, depressi. Abbiamo il terrore di avere una generazione di ragazzi psicologicamente compromessi”. Per questo motivo, precisa, “bisogna occuparsi della presa in carico dei ragazzi, dal momento dell’educazione in poi, ancora prima della prevenzione”. “Dai dati emersi dal nostro lavoro in tutta Italia – spiega don Albanesi – ci siamo resi conto che i ragazzi sono dispersi, non hanno riferimenti di nessun tipo. Da una parte si sentono inadeguati, dall’altra viene chiesto loro di essere efficienti. Concepiscono la vita come momento di grande divertimento, per questo ricorrono ad intrugli che non fanno bene alla loro identità e alla loro salute. I ragazzi si sentono abbandonati: quando facciamo lavoro di recupero troviamo delle ‘scatole vuote’. C’è una grossa sofferenza data da una mancanza di identità, della quale sono responsabili gli adulti, per aver inventato questa società di carriere brillanti, donne belle e luci splendenti, mentre nella realtà le cose vanno diversamente”. La richiesta del Cnca è allora “di investire di più sulla scuola e sulla famiglia” perché oggi “la scuola non si assume più la responsabilità dell’educazione e la famiglia è rimasta sola”. L’auspicio finale è “che la società degli adulti, comprese le parti economiche, cominci a reinvestire sui giovani, a non occuparsi solo di economia ma anche di educazione e di attenzione”. Secondo don Egidio Smacchia, presidente della Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche), bisogna “applicare la legge per l’intesa Stato-Regioni, svuotare le carceri affidando i tossicodipendenti alle comunità, porre la persona e non il farmaco al centro dell’azione di recupero sia nelle strutture pubbliche che private”. Ad oltre un anno dall’entrata in vigore della nuova normativa, fa notare il responsabile della Fict, “troppo poco è stato fatto per il reinserimento degli utenti sia nelle strutture pubbliche che nel privato sociale”. E anche il problema del sovraffollamento delle carceri, osserva, “potrebbe essere superato applicando le leggi esistenti”, ossia utilizzando “la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali attraverso l’inserimento in comunità terapeutica, per alleggerire la pressione sulle carceri, risparmiare in forma diretta ed indiretta da parte dello Stato, e garantire un ampia possibilità di recupero dei detenuti tossicodipendenti”. Oggi nelle carceri italiane vi sono circa 13.000 tossicodipendenti, di cui almeno 5.000 potrebbero seguire percorsi alternativi al carcere.

I cappellani delle carceri umbre si interrogano su come aiutare i detenuti a ritrovare la speranza

Se ne parla, ogni tanto: a maggio per i gravi fatti di Sassari; a luglio per il Giubileo dei carcerati – con la richiesta del Papa (non ascoltata) di un gesto di clemenza…-; se ne è parlato, tra “addetti ai lavori”, in due occasioni nazionali: un incontro, a Roma, del ministro della Giustizia, Fassino (e del direttore dell’Amministrazione carceraria Caselli) con tutti i cappellani d’Italia; e un altro, a Terni, organizzato dal coordinamento nazionale del volontariato di giustizia.Anche noi cappellani dei carceri dell’Umbria ci siamo incontrati varie volte, e continueremo a farlo: per domandarci come aiutare questi nostri fratelli “di dentro” a ritrovare le vie della speranza, e come aiutare anche i nostri fratelli “di fuori” – tutta la comunità cristiana, voi che state leggendo… -, a ritrovare (o trovare) le vie della fraternità operosa e accogliente. In Umbra ci sono 4 carceri (Perugia, maschile e femminile, Terni, Spoleto e Orvieto). Con che animo noi cappellani entriamo dentro, lo possiamo intuire leggendo Gesù e la gente affamata che Lui nutre moltiplicando (o aiutando a condividere) i pochi pani e i pochi pesci (Giovanni 6). C’è il primo momento, la fame di pane: Gesù non la disprezza… “Pane” è ogni richiesta materiale, o di un servizio (un po’ di soldi per qualche necessità, o per le sigarette – !!! -, o una telefonata all’avvocato o ai familiari…).C’è poi un secondo livello, quando Gesù parla di un altro “pane”: è il momento della confidenza, dello “sfogo”, quando cercano comprensione umana, quando piangono o sorridono e vogliono condividere sentimenti e sensazioni…C’è infine il momento più alto, quello a cui tutto tende: è quando Gesù annuncia che il “pane” del cielo è Lui stesso. E qui si opera la scelta, molti vanno via… restano i dodici discepoli, ma anche da loro Gesù chiede una decisione, “volete andarvene anche voi?”. La risposta di Pietro vorrebbe essere anche la nostra – e vorremmo lì condurre i fratelli carcerati -, “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. In questo servizio noi cappellani siamo aiutati da tante persone: volontari “generali” (sono disponibili per ogni richiesta, vestiti, lavoro…), e volontari per la evangelizzazione e catechesi. E’ grazie a loro che la Parola risuona più profondamente tra quelle mura così grigie; è grazie a loro che risuonano salmi e canti – come nel carcere di Filippi, quando Paolo e i suoi compagni vengono arrestati e torturati per il Nome di Gesù Cristo. (Atti degli Apostoli) Ma la comunità dei cristiani, quella delle nostre parrocchie, quella che va alla Messa la domenica, come vive questa fraternità? Come vive l’esigenza del Signore “ero carcerato, e site venuti a visitarmi”? Visitare: nella sua riflessione, il dott. Giancarlo Caselli ha citato proprio questo passo del Vangelo, sottolineando come è vero e profondo questo verbo. Visitare, da parte di chi viene da fuori: non può far molto, dal punto di vista dell’efficacia dell’intervento; ma nel suo visitare c’è il desiderio di essere accanto, non da straniero…Essere visitato, da parte di chi è dentro: non può pretendere quello che nessuno può dargli, o la pace del cuore, o la fine della pena! Ma con un altro presente, forse la sua solitudine non è così assoluta. Tuttavia, entrare in carcere, anche per fare volontariato, non è facile. La comunità cristiana può intervenire quando il carcerato esce dal carcere, dopo avere scontato la pena. Gli manteniamo il marchio di “ex”? ci fidiamo di lui? Lo aiutiamo per reinserirsi nella società e trovare lavoro, e ricostruire la sua famiglia, o lo abbandoniamo al suo destino? La risposta non basta scriverla su un foglio, o che la dia chi scrive un articolo di giornale: dipende da ognuno di noi, il sì o il no lo scriviamo noi quando qualcuno di loro verrà a bussare alla nostra porta… e, a guardare nel profondo, “forse è Gesù che cerca te”.

Inaugurato alla presenza del Presidente del Consiglio il nuovo Anno accademico

Il cerimoniale è stato quello consueto, ma molti segni ed elementi dicono che il 693’Anno accademico dell’Università degli studi di Perugia, appena inaugurato, sarà diverso dai precedenti. E non solo perché coincide con l’inizio del mandato triennale del nuovo Magnifico Rettore prof. Francesco Bistoni. E’ la realtà concreta posta dal realizzarsi dell’autonomia che impone tensioni e prospettive diverse. Consueto ed ampiamente conosciuto il succedersi dei momenti rituali, ma novità e tensioni inedite nei contenuti, nei messaggi, nelle prospettive. Molto partecipata la celebrazione eucaristica (arricchita dai canti del Coro dell’Università diretto dal maestro Salvatore Silivestro), presieduta dall’arcivescovo mons. Giuseppe Chiaretti, che nella omelia ha posto l’accento sul tema sempre più attuale di un indispensabile dialogo, aperto e rispettoso, tra cultura cattolica e laica. Poi tutti nell’ Aula Magna gremita per ascoltare il Rettore, il presidente del Consiglio Giuliano Amato, la prolusione del prof. Filippo Coarelli della Facoltà di Lettere e filosofia, nonché gli interventi di Simone Gallai presidente del Consiglio degli studenti, di Paolo Dini (consigliere di Amministrazione) per il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario. C’erano la Presidente della Regione Maria Rita Lorenzetti, con consiglieri ed assessori regionali (tra cui Maurizio Rossi assessore alla Sanità), il presidente della Provincia di Perugia Giulio Cozzari, i sindaci di Perugia Renato Locchi e di Terni Paolo Raffaelli, le più alte autorità civili e militari. Ha colpito il realismo, anche terminologico, con cui Bistoni ha enucleato e proposto i problemi che l’Ateneo di Perugia, come tutto il sistema universitario nazionale, si trova ad affrontare nella fase più critica del processo di autonomia avviato nel 1989 dalla legge n. 168, reso operante dal 1993, entrato ora nella fase decisiva. Inevitabile il “pianto” su risorse finanziarie ed umane insufficienti, ma chiaro anche il richiamo all’Università di attivarsi, nei suoi gangli vitali con una “produzione di saperi e tecniche” che sappiamo individuare e determinare altre “fonti di sostentamento”. “Se l’Università – ha detto Bistoni – è quello che tutti dicono e cioè una risorsa della Regione, va da sé che i governi della Regione, delle province, dei comuni, il mondo imprenditoriale, il sistema bancario, le fondazioni non possono negare una collaborazione concreta …”. Ha detto anche il Rettore che l’Università farà la propria parte, nelle diverse componenti, per offrire il “servizio” che l’ è proprio e per operare “scelte consapevoli, con l’introduzione di adeguati metodi e criteri di valutazione di tutte le attività universitarie” per migliorare la propria offerta di servizi. “Sarebbe impossibile, peraltro, – ha aggiunto il Rettore – utilizzare al meglio le scarse risorse finanziarie ed umane senza le regole del merito, della responsabilità, della professionalità”. Bistoni è stato tutt’altro che accomodante con il tentativo che atenei di grandi e piccole dimensioni starebbero operando per una “occupazione dell’Umbria”, alimentando spinte che non potrebbero avere un futuro. Su questo tema il rettore ha trovato l’appoggio convinto del presidente del Consiglio degli studenti Gallai (“dislocare i percorsi didattici in sedi senza servizi, senza strutture, senza cultura universitaria, contraddice quella trasmissione di cultura del sapere che è caratteristica di una comunità universitaria”). Su questo particolare aspetto critica la reazione del sindaco di Terni Paolo Raffaelli, che ha rivendicato il diritto della sua città ad aprirsi ad altre “offerte”. “Qualora l’Ateneo di Perugia nelle sue diverse componenti pensi al proprio futuro come Università cittadina, anziché regionale”. Inevitabile e dovuto un richiamo molto atteso sulla questione del Polo unico ospedaliero a Sant’Andrea, che ha costituito uno dei cardini del programma elettorale di Bistoni. Un dato inquietante, anche per le penalizzazioni che determina in fase di distribuzione di risorse da parte dello Stato, è quello relativo agli studenti fuori corso (il 40% degli iscritti). Se ci si interroga sulle cause può apparire inevitabile una analisi critica della offerta didattica e delle metodologie per realizzarla. Il numero degli iscritti per ora tiene (31.276, di cui 10.888 provenienti da altre regioni nel 1999/2000). Il presidente del Consiglio Amato, sulla richiesta di maggiori fondi ha dato una risposta abbastanza dura e tagliente: “Se l’Università sa proporre progetti di ricerca credibili e seri, finanziamenti possono arrivare da varie fonti pubbliche, non ultimi i 2.600 miliardi provenienti dalla gara Umst per le licenze telefoniche e che saranno destinati alla ricerca scientifica”. Il presidente Amato, dopo un breve cenno ai suoi trascorsi accademici perugini (nel 1969 fu chiamato dalla Facoltà di Giurisprudenza a coprire la cattedra di Diritto pubblico e costituzionale) ha avuto parole non certo lusinghiere sui risultati della riforma dell’Università e soprattutto su quella della docenza avviata dai decreti delegati del 1980. Ha lamentato la scarsa selettività, che ha avuto l’effetto di “togliere spazio ai giovani desiderosi e capaci di emergere”. La massiccia immissione in cattedra avrebbe – a suo parere – deprezzato se non emarginati i meriti. Di questo fenomeno l’Università starebbe pagando pesanti conseguenze. Il livello culturale negli atenei sarebbe sceso con ripercussioni inevitabili sulla qualità della formazione offerta. “Gli eserciti non possono essere specializzati, se i generali non sono specialisti” ha aggiunto con ironia il Presidente.

Domenica al Curi sale la capolista. In arrivo 15.000 tifosi giallorossi

La settimana più lunga. Iniziata con il clamoroso ko interno contro il Bologna, proseguita con i pronunciamenti sulle controanalisi alle urine di Bucchi e Monaco con i comprensibili sviluppi sulla vicenda doping che li ha visti protagonisti e finita con l’assalto dei tifosi della Roma alla biglietteria dello stadio “Curi” perché domenica, con l’arrivo della capolista, il popolo giallorosso vorrebbe uno stadio versione “Olimpico”.Ah, dimenticavamo, ci sono state fibrillazioni anche per il caso Guinazù, tuttora irrisolto con la diatriba – sotto il severo controllo della Fifa – con il club argentino del Newell’s Old Boys. Il Perugia sull’orlo di una crisi di nervi? Non sarebbe da stupirsi se così fosse, con Serse Cosmi, profeta in patria che continua a predicare umiltà e carattere per non lasciarsi travolgere dagli eventi, decisamente contrariato perché di calcio giocato, per lui l’unico argomento valido, se ne è parlato pochissimo. Improvvisamente la ruota ha cominciato a girare per il verso contrario. Con un “puff”, almeno a livello di considerazione nazionale, del Perugia che aveva fatto così bene nelle prime giornate tanto da battere il Parma e andare a vincere a Firenze, offrendo convincenti prestazioni ed esaltando le qualità di illustri sconosciuti, è sparito praticamente tutto. Due sconfitte consecutive, scandali presunti, gioco in regresso, disinteresse di parte della tifoseria tanto da registrare domenica scorsa solo poco più di seimila presenze allo stadio. Tempi duri, si potrebbe dire; ovviamente senza un preciso perché. La vicenda doping ha pesato come un macigno. Con Cosmi che ne ha parlato come elemento condizionante sull’esito della gara persa contro gli emiliani (bravi ed essenziali al massimo nel fare il loro dovere, ma non certo mostri sacri). Ma l’innocenza dei due giocatori sfortunati protagonisti, vista dall’esterno appare evidente. Il professor Cerulli, capo dell’equipe medica biancorossa, non ha dubbi e anche se l’esito delle controanalisi non dovrebbe confortare (si sarà conosciuto al momento in cui andiamo in stampa) perché i campioni di urine sono gli stessi rispetto a quelli analizzati dopo Lazio – Perugia, è pronto a ribadire la mancata assunzione volontaria di qualsiasi anabolizzante, nandrolone su tutti. Resta da capire come il Perugia potrà difendersi e quali sanzioni verranno inflitte a Bucchi e Monaco con Cosmi che potrebbe perdere a lungo due pedine fondamentali di uno scacchiere che già di per sé non appare completo (soprattutto in difesa). L’unico modo per farla in barba a tutto e a tutti? Chiaro: battere la Roma, costringendola ad una brusca frenata rispetto alla fuga intrapresa in vetta alla classifica e lasciando di stucco i suoi tifosi. Ma come fare? Se si guardano i valori che andranno in campo domenica, è evidente che il divario – con tutto il rispetto per i grifoni – è netto. Liverani vale Totti? Saudati vale Batistuta? Pieri vale Candela? Vista così, e guardando anche all’andamento dei capitolini, il Perugia sembra spacciato. Ci vorrà tutta l’arte di Cosmi, che intanto giustamente rifiuta di figurare come sconfitto in partenza, per galvanizzare al massimo i giocatori del Perugia e trovare la mentalità vincente oltre alla mossa da… scacco matto. Resta il fatto che la Roma avrà anche l’arma in più del tifo. Per la prima volta, probabilmente, il “Curi” sarà terra di conquista sugli spalti. Gli annunciati 15.000 tifosi giallorossi potrebbero rappresentare il doppio di quelli del Grifo: brutta storia, che mette a nudo una volta di più il distacco del grosso della tifoseria dalla squadra tra pay per wiew che impigrisce, prezzi dei biglietti alle stelle, frattura (visibile ora come tregua “armata”) con la società, scetticismo sulle potenzialità della squadra. Un quadro decisamente triste che solo i grifoni, sulle cui teste pende il rischio della terza sconfitta di fila e conseguentemente il rialimentarsi del ciclone-Gaucci, potranno smentire.

Anzi, tre facce di un unico amore

L’amore implicito di Dio, l’unico accessibile a tutti e al tempo stesso indispensabile perché la vita di ciascuno sia quella che deve essere, come oggetto immediato può avere i tre soli oggetti nei quali Dio sia realmente, benché segretamente, presente: la liturgia, la bellezza del mondo, il prossimo. Questa tesi di Simone Weil è comprensibile solo all’interno di un’altra tesi, essenziale per la comprensione della struttura del suo pensiero, la tesi su fede e ateismo. Il Catechismo degli adulti, questa grande opera della quale la Chiesa italiana è debitrice alla Chiesa perugina, perché la sua redazione le sottrasse la gran parte delle energie del suo vescovo Ennio (ma ne valeva la pena!), definisce la fede come un cosciente e responsabile assumere il proprio posto all’interno del progetto di salvezza che Dio in Cristo propone all’umanità. Siamo ben lontani da come intende la fede il signor Sindaco “laico” durante il pranzo della festa patronale: “Buone queste tagliatelle ai funghi porcini, eh!, reverendo! Bah! Beati voi che avete la fede… Per quanto… le dirò che… anche io…: beh! via! Qualcuno ci ha da esse!!”: la fede mediata dai funghi porcini non va oltre. Traguardo rispettabile, sia chiaro: nemmeno Aristotele andò molto oltre, quando parlò di Dio come motore immobile, confinandolo lassù in alto, a muovere un’enorme ruota dentata (solo recentemente è stata elettrificata), che a sua volta muove tutto il resto. Per la Weil la fede concretamente consiste nell’uscire dal proprio egoismo, che è pura animalità, per aprirsi all’Altro, cioè alla divinità di Dio, cioè all’umanità dell’uomo. Alla luce di questa intuizione fondamentale, l’amore per la liturgia, l’amore per la bellezza del mondo, l’amore per il prossimo non sono tre amori, ma tre facce diverse di un unico amore. Non ti pare una bella traccia, avventurato lettore, per rinnovare il parco domande del nostro quotidiano esame di coscienza?

Alla Madonna della Villa (S. Egidio) si conclude il “cammino” diocesano nei santuari mariani

Il ciclo dei pellegrinaggi zonali e diocesani, caratterizzante il Giubileo in diocesi, si conclude al santuario della Madonna della Villa di S. Egidio (frazione di Perugia) che è la meta giubilare del mese di dicembre. I dodici santuari mariani, ognuno dei quali dedicato ad una specifica categoria di fedeli, hanno accolto nell’Anno santo diverse migliaia di pellegrini provenienti dalla diocesi e non solo. Il santuario della Madonna della Villa è dedicato ai pellegrini in generale ed anche per questo è stato scelto come ultima meta, così da concludere queste esperienze giubilari di grande fede e partecipazione di popolo (susseguitesi dallo scorso gennaio) con tutti i “protagonisti”. E’ un importante momento di riflessione a livello locale che precede di un mese la conclusione del percorso giubilare che avverrà il giorno dell’Epifania. Questo santuario è dei pellegrini in quanto si trovava su una di quelle vie che hanno unito per secoli i popoli in nome della fede: la via che conduceva sia ai luoghi francescani di Assisi, sia alla Santa Casa di Loreto. “Il pellegrinaggio, al di là delle mode effimere di ogni epoca – spiega mons. Giacomo Rossi, rettore del santuario -, è un simbolo a forte valenza religiosa, rappresenta la fatica della conversione, il coraggio di affrontare l’ignoto, l’esercizio delle virtù cristiane della fede, della speranza, della carità. Il pellegrinaggio – sottolinea – conserva tutto il suo valore anche oggi: si pensi ai raduni di giovani promossi dal Papa. I pellegrini veri, come i profughi o gli immigrati, non sono girovaghi ma cercatori di Dio e vivono nell’essenzialità – tiene a precisare -, pregano ad ogni passo, si aprono all’incanto della natura, apprezzano e sono grati per ogni gesto di amicizia, sono per tutti uomini di pace”. Il 3 dicembre, prima domenica di Avvento, si terrà il pellegrinaggio rivolto alle comunità parrocchiali, che insieme contano oltre 30 mila abitanti, della Quarta Zona pastorale della diocesi (Alta Valle del Tevere). Mentre domenica 10 dicembre, festività della Madonna di Loreto, si terrà il pellegrinaggio delle parrocchie di tutta la diocesi. Il programma (comune ai due appuntamenti) prevede il ritrovo dei pellegrini nella chiesa parrocchiale di S. Egidio, nel primo pomeriggio (ore 14,30), dove si svolgeranno le liturgie penitenziale ed eucaristica presiedute dall’arcivescovo mons. Giuseppe Chiaretti. Seguirà la processione al santuario, durante la quale i fedeli porteranno una candela come segno della fede ricevuta con il battesimo ed effettueranno le rituali “passate” dinanzi all’icona della Beata Vergine. A conclusione del rito l’Arcivescovo reciterà con i pellegrini una preghiera alla Madonna …Questo luogo di culto, edificato nel XIV secolo con le offerte dei fedeli, è molto suggestivo pur essendo molto piccolo (misura esternamente 13 metri di lunghezza per 9 di larghezza e 9,25 di altezza), perché ricco di affreschi che ricoprono le quattro pareti, realizzati su una superficie di ben 235 mq. Il visitatore resta colpito anche dalla sontuosità della cappellina, in cui è racchiuso l’altare della Madonna della Villa. L’immagine della Vergine in trono con il Bambino è attribuita alla scuola del Lorenzetti e fin dall’origine era molto venerata e le venivano riconosciuti “poteri miracolosi”. Infatti, la gran parte degli affreschi quattrocenteschi sono votivi. La chiesa ha tutte le caratteristiche del santuario processionale, in quanto ha due porte di accesso che, poste sui lati corti, permettono il passaggio continuo dei fedeli in preghiera secondo un antico modo di far processioni, detto, appunto, “passate”.

Proposte Caritas per sacerdoti, comunità parrocchiali e religiose, gruppi ecclesiali

“Non temere, su fa come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra” (1 Re 17, 13-14).

L’avverbio “prima” del profeta Elia alla vedova di Zarepta esprime la solidarietà cristiana, che trova il fondamento nel dono del Figlio fatto dal Padre all’umanità e nell’esempio di Cristo che in tutto si è fatto simile a noi, prendendo su di sé la nostra condizione umana.

L’esempio del Cristo ispira la sua parola: “Ama il Signore con tutte le tue energie e il prossimo tuo come te stesso” (cfr. Mc 12, 29-30). Prima il fratello e il suo bisogno poi io e il mio bisogno: un progetto di vita rivoluzionario, coraggioso e anche pagante. E’ questa la solidarietà, che, come comunità cristiana e membri vivi di essa, dobbiamo vivere e che durante questo Avvento giubilare andremo a riscoprire sulla scorta della Parola del Signore e a pregare, perché ogni giorno di più diventi atteggiamento di vita.

Una solidarietà che ci spinge a consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la stessa consolazione con cui siamo consolati noi stessi. Ogni genere di afflizione la nostra solidarietà dovrà consolare: afflizione materiale, sociale, morale, spirituale, di fede ecc., tutto nel nome e sull’esempio di Cristo, che ci ha fatti passare avanti a se stesso, rinunciando alla sua vita per la nostra.

Concretizzeremo, sostenuti dalla forza dello Spirito santo, la solidarietà in comportamenti, gesti, e rapporti nuovi, aperti, accoglienti e donativi; come anche donando al Signore, per i bisogni dei fratelli, qualcosa delle nostre sostanze, sull’esempio della vedova dei due spiccioli di cui parla Marco (Mc 12, 41-44)

Rifletteremo, pregheremo, rinnoveremo il nostro modo di vivere, doneremo le nostre sostanze, avendo presenti in particolare le Opere segno della Carità della diocesi, che possono sostenersi soltanto con il soccorso della generosità dei cristiani e delle comunità cristiane.

Dovremo, inoltre, tener presenti due grandi obiettivi nati dalla sollecitazione giubilare: Visita – pellegrinaggio ai luoghi della sofferenza presenti in diocesi, Ospedale, Case di Riposo ecc., indicati dal santo Padre come luoghi privilegiati per celebrare il Giubileo, come tempo di conversione e come occasione per celebrare l’indulgenza, quale segno di tale cammino.

Deposito parrocchiale della Pietà, esperienza di elemosina di condivisione a livello parrocchiale per sovvenire ai bisogni della comunità parrocchiale stessa e la Remissione del debito internazionale di Zambia e Guinea Conacry, obiettivo della Chiesa italiana in risposta all’appello del santo Padre di “farsi voce dei poveri del mondo”, che prevede di investire il denaro raccolto per l’annullamento del debito in progetti concreti per ridurre le povertà in tali paesi (vd. Tma n’1, Documento pastorale del Vescovo 1999-2000, Lettera circolare dell’ 1 1 luglio2000).

Offriamo, infine, un piccolo contributo alla riflessione e alla preghiera sulla solidarietà: un tema conduttore settimanale e una intenzione di preghiera da inserire nella Preghiera dei fedeli domenicale.

Un momento significativo per tutta la comunità locale

Il giorno 2 dicembre, con l’inizio alle ore 9.00 si terrà il Consiglio comunale aperto, dedicato all’apertura e inaugurazione del nuovo ospedale comprensoriale di Orvieto.Presenzieranno autorità nazionali, regionali, civili, religiose e militari, tra i quali sicuramente il presidente della Giunta regionale Maria Rita Lorenzetti, l’assessore regionale alla Sanità, Maurizio Rosi, il direttore generale dell’Asl, Marco Aurelio Lombardelli ed ovviamente il sindaco di Orvieto. dott. Stefano Cimicchi, il quale oltre a fare gli onori di casa guiderà anche gli amministratori del comprensorio orvietano e della Provincia di Terni. Saranno inoltre presenti dirigenti e operatori del settore sanitario, rappresentanti del volontariato sociale operante nell’area orvietana ed esponenti della società civile. Successivamente alle ore 11.00 nel piazzale antistante la sede del nuovo ospedale “Santa Maria della Stella”, si svolgerà il tradizionale taglio del nastro e si dichiarerà ufficialmente aperta la nuova struttura. Per l’occasione il presidente del Consiglio comunale, Evasio Gialletti, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Data la particolare rilevanza dell’evento, che segna il compimento di un importante traguardo, il Consiglio comunale vuole essere anch’esso un momento significativo per tutta la comunità locale. Di qui il nostro invito rivolto alle autorità tutte ed ai rappresentanti della società civile a prendere parte alla seduta straordinaria del Consiglio comunale, al fine di recare in quella sede il loro prezioso apporto ad un dibattito che dovrà vedere protagoniste, insieme al massimo consesso civico, tutte le componenti sociali del nostro territorio”. Anche se di tempo ne è passato dal giorno in cui fu messo sul tavolo l’ambizioso progetto, per cui qualcuno ha voluto maliziosamente commentare con quel pizzico di ironia quale è indistruttibile vezzo di una città antica e sorniona che l’Ospedale nasce vecchio; anche se l’allontanamento dal centro storico di una struttura così importante, con gli annessi e connessi propri, è un ulteriore impoverimento della parte sua più rappresentativa, pur tuttavia, a questo punto, non ce la sentiamo di dissociarci dal compiacimento comune, per la speranza che nutriamo che la nuova struttura veramente corrisponda alle accresciute esigenze terapeutiche e disponga di sempre più efficaci mezzi per la salute di tutti, la quale unica e sola merita di essere posta al di sopra di ogni interesse di luogo e di parte e di richiedere così dalla comunità i sacrifici che occorrono.

Gubbio ed Umbertide si apprestano a celebrare la ricorrenza dell’8 dicembre

Gubbio celebra da secoli con grande solennità, nella chiesa di S. Francesco, la ricorrenza dell’Immacolata Concezione (8 dicembre). Una devozione che risulta viva e molto sentita già nel 1517 quando era considerata festa di precetto, per voto stesso della città; alle cerimonie interveniva il Magistrato con il Gonfalone.Il rapporto della città con l’Immacolata si fece ancora più stretto nel dicembre del 1538 quando Gubbio, ormai allo stremo delle forze, riuscì a liberarsi in maniera prodigiosa dall’assedio di eserciti nemici. In quella circostanza l’Immacolata venne proclamata Patrona principale di Gubbio insieme a sant’Ubaldo. Attorno al campanone attuale, fuso nell’ottobre 1769 da Giambattista Donati e dal suo allievo Angelo Mari è riportata la seguente scritta in latino: “Gesù Cristo nostro Signore per intercessione della santissima Concezione della beata Vergine Maria e dei santi Giovanni Battista e Ubaldo, liberi questa città dal flagello del terremoto, del fulmine, della tempesta e di ogni male Amen”. Ancora oggi il campanone ricorda, con la sua voce possente, la ricorrenza della Concezione, introdotta con una novena di preparazione (fino al 7 dicembre) che si svolge con il seguente programma: ore 17.30 Rosario, ore 18.00 Messa con omelia del vescovo di Gubbio mons. Pietro Bottaccioli. L’8 dicembre le messe si susseguono nell’arco dell’intera mattinata e nel pomeriggio, alle ore 18.00, solenne concelebrazione alla presenza del Sindaco e del Gonfalone. Al termine rinnovo della consacrazione della città alla Madonna.Durante la novena è stato ricordato l’anniversario dell’approvazione della “Regola” di san Francesco da parte del Papa Onorio III, nonché i santi ed i beati custoditi nella chiesa di S. Francesco: Bartolomeo da Gubbio (1236), Tommaso da Gubbio (1334), Pietro da Gualdo (1367). Anche ad Umbertide l’Immacolata Concezione è senz’altro la festa più importante e con una lunga tradizione. Le celebrazioni si svolgeranno nella chiesa Collegiata; fin dal 29 novembre alle ore 17.30, nella suddetta chiesa, liturgia mariana e Messa, con la presenza come predicatore del parroco di Santa Maria, padre Giuseppe Rossato. Il 6 dicembre, alle 17.30, celebrazione penitenziale; inoltre, il 7 dicembre, processione con il simulacro seicentesco dell’Immacolata di San Francesco (che seguirà nel suo corso, piazza Mazzini, via Vittorio Veneto, via Furlanini, l’ospedale, corso Cavour, via Grilli, piazza Matteotti, via Stella per poi far ritorno alla Collegiata). Venerdì 8 dicembre, infine, solennità con messe alle ore 9.00 e alle 11.15 con solenne Pontificale del vescovo di Gubbio, mons. Bottaccioli; si avrà poi l’ultima Messa della giornata in Collegiata alle 17.30. Si fa invito a tutta la cittadinanza a partecipare.

Intanto rimonta la protesta per l’istallazione dell’antenna Omnitel al complesso sportivo

Le prossime festività natalizie avrebbero dovuto portare un dono particolare: l’inaugurazione e la riapertura del Palazzo comunale. Il dono non verrà a mancare ma forzatamente subirà un rinvio, dato che i lavori di ripristino hanno subito e stanno subendo un ritardo a causa del ritrovamento di pitture (anche stratificate) che necessitano di un intervento di restauro. Ovviamente il Palazzo comunale si ritroverà arricchito di un più consistente patrimonio artistico. L’ascensore di collegamento tra via S. Gabriele dell’Addolorata e piazza Matteotti offre oggi un senso di desolazione come qualsiasi struttura iniziata e bruscamente interrotta. Pare comunque che si trovi in via di definizione un altro stralcio di finanziamento bastevole al completamento dell’opera, che gravita in una zona di notevole valenza architettonica, nella quale gli interventi dovranno essere fatti con estrema prudenza ed oculatezza.Non dovrebbe più rappresentare una chimera il parcheggio di Moiano, nevralgico per l’intero assetto della viabilità nel cuore del centro storico. La Soprintendenza ha approvato il progetto predisposto dal Comune dopo una lunga serie di contatti. Il bando di concorso è pronto: si tratta ora di trovare un “partner” affidabile che garantisca l’adeguato finanziamento. Nella zona est, fuori delle mura urbiche, sono iniziate in alcune dimore le operazioni attinenti la ricostruzione pesante. Ma quale è la situazione circa l’intero corpo franoso? L’assessore ai lavori pubblici Paolo Petrozzi si mostra ottimista nelle dichiarazioni: bando già pubblicato e una gara di appalto a livello europeo; il progetto, basato anche sulla efficacia dei pozzi drenanti, ha trovato e riscontra ancora l’impegno prezioso del Provveditorato alle opere pubbliche con il quale il Comune ha lavorato in sinergia, trovando rispondenza nella diretta responsabile Maria Teresa Bozzi. I lavori della “via mattonata” procedono. Sono stati superati alcuni inconvenienti, così rimarca l’assessore all’Ambiente Eraldo Martelli che evidenzia come sia stata organizzata un’altra modalità di vendita dei mattoni che verranno posizionati nel rispetto dell’acquirente. E’ intanto rimontata la protesta per l’installazione di un’antenna Omnitel per telefonia cellulare presso il campo sportivo di Santa Maria degli Angeli, installazione già negata dall’Amministrazione comunale a ridosso del passaggio a livello. Ma anche questa nuova scelta non soddisfa e viene apertamente contestata in un volantino diffuso dal Circolo culturale “Primomaggio”. E’ vero che il Comune, annota l’assessore Eraldo Martelli ha autorizzato il posizionamento temporaneo del carrello mobile che sostiene l’antenna presso il campo sportivo. “Vorrei far meditare comunque – aggiunge lo stesso – che non sussiste rischio né per i cittadini né per i fruitori del campo sportivo, in quanto l’antenna che eroga soltanto una potenza di 0.6 volt/metro (quando la soglia di riferimento risponde a 6 volt/metro) si innalza a 200 metri dalle abitazioni; occorre poi valutare – aggiunge ancora l’Assessore – che una limitata esposizione non arrecherebbe danno neppure se il parametro dovesse superare la soglia dei 6 volt/metro; comunque è auspicabile una modifica del regolamento la quale stabilisca il posizionamento delle antenne a 500 metri di distanza dalle abitazioni ed un’altezza delle stesse non superiore ai 15 metri; ho l’impressione tuttavia – incalza Martelli – che tanto dietro l’antenna quanto dietro la via mattonata si nasconda una strumentalizzazione politica”.

Novità nel gruppo Caritas: la collaborazione con i catechisti

All’interno del gruppo Caritas di Bastia si sono riscontrate importanti novità. In base a mutamenti interni dell’organizzazione di uno dei tre settori fondamentali per la vita parrocchiale, alcuni giovani hanno sentito l’esigenza di ricostituire un gruppo solido ed unito per un impegno di volontariato. Don Francesco Fongo, cosa ne pensa di questo entusiasmo giovanile? “Grazie alle esperienze e alla sensibilità personale di cui la carità si alimenta, la volontà di rinnovamento e l’esigenza di un fare pratico che hanno spinto spontaneamente questi ragazzi a richiedere tempi e spazi e a coinvolgere amici in una azione di solidarietà ed attenzione verso gli altri, dichiara un impegno preciso e carico di senso. I ragazzi portano vitalità, proposte nuove e nuovi modi di porsi, in una parola: fantasia pastorale. Ma non saranno soli in questo percorso. Già nell’ultimo consiglio pastorale, presentando il problema, si è richiesto l’aiuto di persone di diversa e maggiore maturità, in particolare coppie di fidanzati ed alcuni seminaristi, interessati a questo aspetto fin dai tempi della Missione giovani. E poi si ripartirà dai traguardi già raggiunti”. In che ambiti si muoveranno? “Ciò che ha comportato una minore adesione dei ragazzi alle attività Caritas è stato lo scarso interesse della comunità intera: poche le possibilità di comunicazione e di interscambio sia con i diversi settori, sia con la parrocchia tutta, come se l’attenzione verso ciò che è altro da noi sia dovere degli addetti e non di tutti. Il servizio si restringeva perciò ad un puro adempimento manuale, completamente avulso da una mentalità collettiva di donazione. Invece per sopperire a questo aspetto, proprio venerdì 24 il gruppo si è presentato ufficialmente, iniziando un dialogo con il settore della catechesi, per potere cominciare a costruire una fervida collaborazione, che si allargherà poi a tutti nella giornata di inizio cammino, il 3 di dicembre”. Che cosa vedrà questa prima collaborazione tra gruppo catechisti e gruppo Caritas? “Innanzitutto l’organizzazione del pacco dono. Dopo la raccolta delle olive per la casa famiglia di Don Oreste Benzi a Palazzo, questa sarà la seconda prova della Caritas. Ma la riuscita dell’evento sarà possibile solo coinvolgendo il maggior numero di persone nel clima di festa. Così come dovrà avvenire per l’allestimento dei presepi di Natale, affinché siano: visibili, stabili, essenziali, pieni di messaggio”. Quali saranno i progetti in modo più specifico che vedranno occupati i ragazzi? “Oltre alla volontà di formare una coscienza capace di costruire gesti, i servizi verteranno sui bisogni della realtà cittadina. Nell’ambito locale, si chiederà l’appoggio del Cvs (centro volontariato sociale), che per più motivi verrà trasferito da Petrignano proprio a Bastia, con la funzione di coordinare interventi sociali ed ecclessiali. Ma non verrà tralasciato l’aspetto più ampio del panorama mondiale: sia per i rapporti con i paesi in via di sviluppo ( a questo proposito non è a caso la presenza di don Ezechiele), sia per iniziative più diverse”.

Grande festa a Norcia il 2 dicembre per la riapertura del monastero di San Benedetto

Sabato 2 dicembre, Norcia accoglierà i figli di S. Benedetto che, dopo quasi due secoli, ritornano in città, presso la casa natale del patrono d’Europa.Si avvera un sogno coltivato da tempo, dall’inizio dell’Ottocento quando le disposizioni del regime napoleonico, qui come altrove, sciolsero le comunità religiose e i due monaci superstiti furono cacciati via dall’antico monastero nursino di S. Benedetto. Un’istituzione gloriosa, che per tredici secoli aveva intrecciato la sua storia con quella della città e della Chiesa locale in maniera così profonda da identificarsi con esse, scompariva inesorabilmente e la basilica del Santo e il monastero, ormai vuoto, hanno cominciato silenziosamente ad aspettare tempi migliori. Il desiderio legittimo della popolazione è testimoniato dai ripetuti tentativi di riavviare la comunità benedettina che, nei due secoli passati, sono stati operati generosamente dai vescovi nursini: tra questi è da ricordare mons. Ercolano Marini che all’inizio del Novecento volle una nuova sistemazione della basilica, con particolare attenzione alla cripta edificata sulla casa di Benedetto e Scolastica (Sanctorum Geminum sacrosancta incunabula) e chiamò a Norcia un gruppo di benedettini affidando loro compiti di responsabilità nel governo della diocesi. E’ pure da ricordare la presenza dei benedettini cecoslovacchi che, scacciati dall’Abbazia di Emmauzy-Praga dal regime comunista, trovarono qui ospitalità per una ventina di anni fino al 1990 quando poterono tornare in patria. Purtroppo non si è trattato di presenze stabili e non tutti gli interventi furono coronati da successo anche perché talvolta non ebbero nella città quel sostegno, forte e discreto insieme, che sarebbe stato necessario per progetti di questo tipo. L’arcivescovo mons. Riccardo Fontana, nel suo ingresso a Norcia nel gennaio 1996, si impegnò solennemente per attuare il progetto e si mise subito all’opera compiendo alcuni passi che si sono manifestasti decisivi. Nel settembre dello stesso anno sottopose a tutti gli abati, riuniti a Roma in congresso, la richiesta di una comunità benedettina a Norcia presentando un articolato progetto di fattibilità e mettendo a disposizione dei monaci lo stesso palazzo vescovile nursino, sede dell’antico monastero. Il progetto indicava puntualmente motivazioni, finalità e compiti della futura comunità religiosa chiedendo ai monaci soprattutto gli impegni tipici benedettini nella liturgia, nella lectio divina e nella ricerca culturale. Il monastero di Norcia avrebbe così potuto dare un suo preciso contributo nel campo della formazione e in una concreta proposta di spiritualità benedettina aiutando la stessa città e la comunità cristiana a riscoprire un patrimonio che le appartiene. Fra gli abati l’appello di mons. Fontana ebbe grande attenzione ed, in particolare, fu raccolto dallo stesso Abate primate e dall’Abate di Saint Meinrad negli Stati Uniti, oggi la più grande abbazia benedettina nel mondo. Il dialogo si è man mano approfondito fino alla decisione, incoraggiata dalla santa Sede, di trasferire a Norcia il Priorato “Maria sedes Sapientiae” dipendente dagli stessi abati. Guidato dal priore Cassian Folsom, un piccolo gruppo di giovani monaci raccoglie una grande eredità storica e darà corpo ad un sogno che finalmente si realizza. E’ singolare che la rifondazione del monastero di S. Benedetto a Norcia avvenga nell’anno del grande Giubileo del Duemila, all’inizio di un nuovo millennio che stimola tutti a guardare con fiducia al futuro ma anche a recuperare le proprie radici spirituali. Si tratta di una grande avventura che la nostra città e la stessa Chiesa avviano con la certezza che un grande aiuto ci verrà dai monaci che, sulle orme del grande Benedetto, ci ricorderanno gli insegnamenti della tradizione benedettina. La nuova presenza dei monaci in città, mentre suscita grande soddisfazione, richiede a tutti attenzione e rispetto delle esigenze proprie di una comunità religiosa che così potrà avere le condizioni più favorevoli per il proprio sviluppo e potrà dare alla città il contributo specifico che ci si attende. Accogliamo i monaci con il più cordiale benvenuto a Norcia e nella casa di san Benedetto e siamo grati al Signore che permette la realizzazione di un grande sogno. Ma è doveroso esprimere la nostra gratitudine anche a quanti hanno lavorato al progetto con passione e costanza, a cominciare dall’arcivescovo mons. Fontana che ha mantenuto la promessa.

Ufficio per gli immigrati: a sette mesi dall’apertura ha fornito 150 consulenze

Presso la Caritas diocesana è in funzione un Ufficio per gli immigrati: da qualsiasi nazione vengano, qualsiasi religione professino, essi sono nostri fratelli e, anche se invocano Allah, in ognuno di essi noi vediamo e soccorriamo il nostro Signore Gesù. Chiunque noi ci troveremo a soccorrere, non gli chiederemo tessere di alcun genere, e tanto meno certificati di battesimo. “Ogni uomo è mio fratello”: è punto fondamentale della dottrina cattolica. L’Ufficio di orientamento per gli stranieri è diretto dal dott. Giorgio Pallucco, ex obiettore di coscienza presso la Caritas e di sicura esperienza e competenza in materia.A tutt’oggi, dall’apertura avvenuta sette mesi fa, l’Ufficio ha fornito 150 consulenze, sia a stranieri che a cittadini italiani i quali intendevano assumere stranieri alle loro dipendenze (cf Decreto 394). La richiesta più massiccia proviene dal settore della collaborazione domestica, e naturalmente sono in numero preponderante le lavoratrici. E’ anche il settore dove si registra una maggiore stabilità, mentre meno stabile il canale dell’edilizia, pur con un buon numero di iscritti. Si tende a cambiar lavoro di frequente, quasi al pari dei lavoratori stagionali. Ciò non significa che si sia indifferenti di fronte al fattore religioso, ma non a fini selettivi. Si invoca, nel campo religioso, il principio della reciprocità. Al riguardo citiamo le parole del card. Sodano, segretario di Stato Vaticano: “Noi cristiani siamo per la libertà religiosa. Tutti hanno diritto ad avere luoghi di culto, e per questo la Santa Sede si aspetta dai paesi islamici, e specialmente dall’Arabia Saudita, di poter aprire là una cappellina, almeno in un albergo, per le migliaia di cristiani che vivono in territorio saudita”. Augusto Negri, direttore torinese per le relazioni cristiano-islamiche, ha precisato: “Non ha fondamento, da parte dell’autorità civile, negare luoghi di culto ai musulmani perché non rispettano la reciprocità. La Costituzione italiana garantisce l’espressione religiosa come un diritto inalienabile … Piuttosto, nelle opportune sedi internazionali, lo Stato italiano e l’Unione Europea devono levare la voce contro la mancanza di libertà religiosa nei paesi islamici, mentre i musulmani pretendono per sé questo diritto in Europa. La situazione può cambiare con importanti accordi politici internazionali. La difesa dei Diritti universali dell’uomo è una questione culturale, non solo ecclesiale. …Ovviamente i paesi occidentali devono dimostrare di apprezzare le libertà fondamentali più dei vantaggiosi scambi economici. Questa posizione è anche la nostra: ma senza che dinanzi ai possibili sviluppi si resti indifferenti”. Si pensi agli islamici, soprattutto i più schierati, come ad esempio quelli del territorio magrebino. Non possiamo ignorare posizioni di schieramento perfino aggressivo, finora tuttavia nelle terre di origine. Tuttavia noi rispondiamo con una sola parola: “integrazione”. E’ anche la parola d’ordine, ad esempio del vescovo Chiaretti, di Perugia, che presiede la Commissione Episcopale corrispondente. E l’integrazione parte dagli incontri, in cui si parte con la comune ricerca di valori comuni. Non è impossibile. Si pensi che il Movimento dei Focolari ha già tenuto il suo quarto convegno internazionale. Il nostro Sinodo diocesano, attualmente in pieno svolgimento, nella sua seconda Commissione (o Circolo minore) si sta occupando anch’esso del problema. Dunque, non lo scontro, ma l’incontro: non certo l’indifferenza, né l’idea che ogni religione oggettivamente si equivalga. Ma, come già detto, ci possono essere valori comuni. A Spoleto gli immigrati erano ultimamente 634, in Italia toccano ormai il milione e mezzo (più 100.000 clandestini e irregolari). Non possiamo disinteressarci. Vale anche per essi la parola di Dio: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

A colloquio con l’ispettore Giuseppe Taschetti della Questura Ufficio minori

Per conoscere l’attività di questa struttura e gli interventi che la caratterizzano abbiamo intervistato l’ispettore superiore dott. Giuseppe Taschetti, coordinatore dell’Ufficio minori della Questura ternana.”Il maggior numero di minori che assistiamo -spiega Taschetti – è caratterizzato da disagio dovuto per lo più a situazioni familiari precarie, causate soprattutto da separazioni coniugali con bambini contesi o che spesso diventano strumenti di ripicche e di lotta o da inadeguatezza di genitori. In questi ultimi anni la tipologia degli interventi si sta focalizzando maggiormente sulla tutela dei minori da forme di maltrattamento. Che genere di maltrattamenti? “Sono di diverso genere. Ad esempio se i genitori litigano spesso, in presenza di figli, si genera una forma, a volte inconsapevole, di maltrattamento. Poi vi è la violenza psicologica”. Cioè? “Apostrofare il minore con frasi squalificanti (tipo “sei un cretino”) o con ricatti affettivi (ad esempio “se non fai così non ti voglio più bene”). Ci sono da registrare, poi, la freddezza affettiva, l’eccesso autoritarismo, l’attenzione inadeguata causata spesse volte da genitori tossicodipendenti”. Quanti casi, annualmente, seguite? “Nel 1999 ne abbiamo seguiti, a Terni e zone limitrofe, circa 400. Dobbiamo però aggiungere che in questi ultimi tempi si registra una maggiore attenzione per il fenomeno con segnalazioni sempre più frequenti”. Da chi vengono le segnalazioni? “In genere da cittadini che sono a conoscenza di situazioni di disagio ma anche dal mondo della scuola”. Qualcuno pensa che denunciare situazioni di disagio potrebbe comportare l’allontanamento del minore dalla famiglia. “Segnalare non significa allontanamento dalla famiglia. Nel 1999 nessun minore a Terni è stato tolto alle famiglie. Si sono registrati solo una ventina di casi di allontanamento temporaneo, ma sempre presso parenti (nonne, zie)”. Le coppie miste tra italiani e straniere hanno comportato un aggravamento della situazione? “Sino ad oggi no. Si sono registrati solo due casi di contesa di figli: uno lo abbiamo risolto con la nostra mediazione; l’altro speriamo di risolverlo quanto prima”. Episodi di violenze sessuali? “Ne abbiamo registrati una decina in un arco di oltre un anno. Anche se spesso si tratta di molestie sessuali ad opera soprattutto di parenti stretti delle piccole vittime, quasi sempre bambine”. Sino ad ora abbiamo parlato dei minori per così dire “vittime”. E per la devianza giovanile? “Nel 1999, in tutta la provincia di Terni, sono stati indagati 148 soggetti, tutti di età dai 14 anni in su. Si tratta di reati contro il patrimonio, come piccoli furti e danneggiamento nonché teppismo sportivo”. In questi casi come vi comportate? “C’è da dire che le azioni penali, condotte dal Tribunale per i minorenni, tendono a far uscire il minore dal circuito penale; si attuano procedure per far capire lo sbaglio commesso. Nessuno è finito in carcere”. Insomma, il “problema minori”, pur esistendo, non sembra raggiungere a Terni picchi preoccupanti. “E’ così. Vorrei solo aggiungere una cosa: le problematiche minorili vanno affrontate in un approccio multidisciplinare, senza parcellizzazioni ma con un contributo concreto di tutte le componenti della società”.

Cresce la disponibilità a essere la “seconda famiglia”

Sono 130 i minori che nella provincia di Perugia sono stati dati in affidamento familiare: un numero che rispetto a quello registrato alla fine del 1994 è nettamente raddoppiato. Questo è il dato principale che è scaturito da una ricerca condotta dalla Provincia di Perugia nell’ambito del “Progetto affidi” e presentata mercoledì scorso presso la sede dell’Ente.I 468 minorenni temporaneamente allontanati dalle proprie famiglie (questo il totale degli affidamenti a famiglie, istituti, case famiglia e varie) sono sintomo di una minore cura da parte delle famiglie nei confronti dei loro figli, oppure di un’aumentata difficoltà dei genitori di prendersi cura materialmente o affettivamente dei propri figli, di comprenderne e seguirne lo sviluppo adolescenziale? Sono domande cui è difficile dare una risposta univoca, è stato detto dalla prof.ssa Pierangela Benvenuti, curatrice della ricerca e docente del Duss (Diploma universitario in servizio sociale) di Perugia e confermato dalla dott.ssa Stefania Gatti, responsabile del Servizio promozione sociale e politiche giovanili.

Il dato rilevante è che rispetto ad alcuni anni fa, oltre che una recrudescenza del fenomeno venuto sempre più evidenziandosi nel corso degli anni, c’è oggi anche una maggiore attenzione da parte dei servizi sociali verso il fenomeno, che nel caso specifico vedono la Provincia di Perugia coordinatrice del lavoro condotto dai servizi dei singoli comuni, dai quali generalmente partono le segnalazioni. Di positivo c’è l’aumento delle famiglie disponibili ad accogliere minori in affidamento: ad oggi sono 75 quelle iscritte nella banca dati della Provincia, famiglie ma anche persone singole. Il dato positivo però – è stato sottolineato a più voci dagli intervenuti alla conferenza stampa, tra cui anche il prof. Roberto Segatori direttore del Duss e l’assessore provinciale Alfredo Andreani – non esonera la Provincia dal continuare l’opera di sensibilizzazione di altre famiglie verso l’affido. Un dato nuovo e confortante è che rispetto all’ultima rilevazione del 1994, circa un terzo degli affidi sono stati effettuati direttamente dai servizi, senza ricorrere alla Banca famiglie, utilizzando risorse presenti nella rete parentale o amicale della famiglia di origine.

È da segnalare, inoltre, che nel numero totale dei minori dati in affido l’eta prevalente è quella della scuola dell’obbligo: per il resto il dato è abbastanza diversificato ma dimostra comunque un certo aumento dell’età minima del disagio, per cui si hanno bambini in affidamento anche di pochi mesi, addirittura sin dalla nascita.Per quanto riguarda la durata dell’affidamento, prevalente è quello a tempo pieno, di cui vengono evidenziate alcune punte massime che vanno dai 4 ai 5 anni, tra i quali si collocano quelli che durano mediamente dai due mesi ad un anno fino a tre anni.Per quanto attiene ai luoghi di accoglienza (istituti), sono cinque le strutture educativo-assistenziali censiti dall’indagine: il numero dei minori ospitati è aumentato a 371 unità, ma si tratta per più del 60% dei casi (226) di ospiti provenienti da altre regioni (nel 1994 la proporzione era inversa) e soprattutto dal Sud: di questi la percentuale più alta di dimessi interessa soprattutto giovani che hanno raggiunto la maggiore età e che quindi non possono più usufruire dell’istituto. Negli ultimi anni sono aumentate le cosiddette strutture intermedie (cioè gruppi appartamento, casa famiglia, case di accoglienza) che hanno raggiunto il numero di 11: vi sono ospitati 97 minori, di cui 66 umbri. Una scelta che vede attore principale la Provincia di Perugia che ha tra gli obiettivi la deistituzionalizzazione del minore in affido.

Bambini usati

Non so se abbiano fatto bene o male a radiare Feltri, direttore del quotidiano “Libero”, dall’ordine dei giornalisti per aver pubblicato il 29 settembre scorso sette foto ricavate da uno dei siti porno di pedofili russi, più un’ottava scena di violenza tratta da un video. E’ in atto una discussione, che come al solito, ha finito col prendere una piega politica. Non ho visto le immagini da lui pubblicate, né mi sento di mettere in dubbio la buona intenzione che l’ha spinto a farlo. Anche se nutro il sospetto che in queste scelte vi sia spesso un calcolo: fare notizia e realizzare una maggiore diffusione del giornale. Quello che sembra certo è che i bambini vengono troppo spesso usati come mezzi per fini che interessano gli adulti. Il peggiore di questi è l’uso vergognoso che ne fanno i pedofili e la violenza che ne consegue. Un uso di altro genere è quello pubblicitario e poi quello più sottile e subdolo di genitori in difficoltà che esibiscono i loro piccoli per impietosire e ottenere delle offerte dai passanti. Nell’epoca tecnologica c’è persino chi programma esplicitamente un figlio per ottenere un organo, o delle cellule compatibili per il trapianto su un altro figlio. Ci sono bambini rapiti, scomparsi, persino una bambina bruciata per gioco. Un giornale titola oggi : Bimbo seviziato, madre suicida. Che cosa sta succedendo nella nostra società? L’amore, il rispetto, la custodia, la protezione dei bambini sono i criteri di valore di una civiltà. Se andiamo fuori, nel vasto mondo, vediamo bambini uccisi dalle bombe mentre infuria una guerra, l’assalto ad uno scuola-bus, con feriti (una bambina perde una gamba). La tecnologia militare ha pensato a “mine giocattoli”. Grazie a Dio ci sono anche le famiglie sane che curano anche con sacrificio i loro figli e li tutelano per impedire loro esperienze negative e dolorose. A queste famiglie si deve rispetto e sostegno. la società e la politica dovrebbero guardare con maggiore attenzione a questa realtà tenendo conto nel fare leggi e programmi del punto di vista della crescita e della educazione dei piccoli. In questo modo si potrà investire nel futuro e ritrovare una maggiore “umanità” nei rapporti sociali e nei comportamenti quotidiani. Una bimba di tre anni, legata con affetto quasi ossessivo ad una madre in difficoltà e senza una casa, ritornata dopo un periodo di assenza, mi ripeteva: mi riconosci? Ecco il punto. I bambini hanno bisogno di essere riconosciuti e valorizzati nella loro identità personale. Non sono cose da usare, neppure per nobili scopi. Non sono possesso di nessuno, neppure dei genitori, ma persone vere con tutta la dignità che questo comporta.

Il Disegno di Legge approvato dal Senato. Ora dovrà passare il vaglio della Camera

Il problema dello stato giuridico e del reclutamento degli insegnanti di religione cattolica è stato affrontato in un disegno di legge che, approvato dal Senato, è passato alla Camera che lo ha assegnato per l’esame preliminare alla Commissione lavoro. La VII Commissione ha, però, sollevato un conflitto di competenza, sostenendo che il provvedimento incide sulla programmazione didattica della scuola, sul suo progetto educativo e sull’offerta che ne consegue, così come sull’organizzazione scolastica, materie queste di sua competenza, riguardanti, appunto, istruzione e cultura. Intanto gli interessati sono sul chi vive. Una soluzione si impone per questa fetta di insegnanti, una soluzione che li sottragga al perdurante precariato e li inserisca a pieno titolo nell’alveo della nuova scuola dell’autonomia. Una scuola che dovrà integrare in una visione organicamente progettuale il complesso della sua articolata offerta formativa, ivi compresa la religione cattolica, quando accettata dagli alunni e/o dalle famiglie. È chiaro che le nuove norme nel momento in cui regolamenteranno l’accesso ai ruoli in una ottica paritaria con altri insegnamenti, dovranno far riferimento a casi analoghi verificatisi nella tormentata e recente storia della scuola in Italia. Quindi il legislatore dovrà fare uno sforzo, tenendo conto dell’attuale regime pattizio, per conciliare legittime aspettative con una svolta istituzionale che, nel momento in cui definisce requisiti e titoli dei destinatari, non azzeri i loro crediti e le loro esperienze, specie in prima applicazione. Gradualità ed equilibrio si impongono anche, poniamo, attraverso l’obbligo di frequenza di corsi-passerella mirati allo scopo. Che è contemporaneamente giuridico e culturale. Del resto, da questo punto di vista, la Chiesa non è stata a guardare; ha pensato bene di non subire i processi del mutamento imposti dall’autonomia scolastica, ma di governarli e orientarli, per quanto di sua competenza. Molti corsi di aggiornamento e di formazione in servizio sono stati e sono rivolti a migliorare il quadro professionale dei docenti di religione. La stessa Conferenza episcopale italiana si è fatta carico di ciò. Proprio ad agosto di questo anno è stato pubblicato il “Documento conclusivo della sperimentazione sui programmi di religione cattolica nella prospettiva dell’autonomia scolastica e di nuovi programmi scolastici” (quelli, per intenderci, ipotizzati nel “Riordino dei cicli dell’istruzione” da una apposita Legge dello Stato). Gli argomenti sottoposti all’attenzione del docente di religione hanno sì contenuti confessionali, ma sono collocati in una dimensione educativa che non ignora i riferimenti di cultura generale, la logica dei rapporti fra discipline, la sintesi concettuale tra quei contenuti e il contesto interreligioso e interculturale tipico del mondo d’oggi. Con ciò dando un forte contributo alla comprensione e all’interdipendenza di fenomeni (come le problematiche del mondo giovanile) che vanno oltre la dimensione strettamente religiosa per interessare quella più ampiamente esistenziale e sociale. Insomma: sono presenti le condizioni sia generali che particolari, organizzative e culturali per dare al docente di religione uno status giuridico e professionale che lo includa come valore aggiunto nel processo di trasformazione della scuola italiana, salvaguardando la sua peculiarità e i suoi connotati non certo insignificanti sul piano dei nuovi, complessivi, orientamenti curricolari, didattici e metodologici (che cosa si insegna, come e perché) che richiede l’autonomia delle scuole.

Al Seminario regionale umbro giornata di scambio e di bilancio con i parroci

Dal Seminario regionale “Pio XI”. 20 novembre: incontro con i parroci che seguono la formazione pastorale dei seminaristi.Nel “Progetto educativo” che i vescovi umbri consegnarono, a suo tempo, alla comunità del Seminario regionale “Pio XI” un particolare rilievo è riservato alle esperienze pastorali che i seminaristi svolgono nelle parrocchie assegnate loro dai rispettivi vescovi. Ogni seminarista il fine settimana prosegue la propria formazione pastorale “sul campo”, cioè partecipando alla vita di una comunità parrocchiale e sotto la guida del parroco. In questo ambito va collocato l’incontro che si è tenuto lunedì scorso 20 novembre presso la sede provvisoria del seminario regionale, a villa Santa Tecla di Assisi, tra l’equipe formativa del seminario composta dal rettore mons. Piergiorgio Brodoloni, dal vice rettore don Claudio Bosi, dal padre spirituale don Gualtiero Sigismondi, e i parroci delle comunità in cui i seminaristi vanno il fine settimana per la loro esperienza pastorale. Già i vescovi umbri, nel Progetto educativo del seminario, scrivevano che “rimane prioritario il rapporto con i sacerdoti che in un fraterno, costante dialogo, sappiano indirizzare i seminaristi all’intero, quotidiano orizzonte della vita del Pastore”. L’incontro, al quale quasi tutti i parroci invitati erano presenti, è iniziato con il momento di fraternità del pranzo che i sacerdoti hanno condiviso assieme agli alunni del seminario. Successivamente, dopo la preghiera, è iniziato lo scambio di idee tra i formatori e gli altri preti. Il rettore del seminario ha subito presentato le linee fondamentali del “Progetto educativo”; il documento prevede il raggiungimento di quattro obiettivi di fondo: la formazione umana, spirituale, culturale e pastorale di colui che sta preparandosi al ministero presbiterale. Mons. Piergiorgio Brodoloni ha sottolineato che i protagonisti del progetto sono molteplici: i vescovi, i seminaristi e le loro famiglie, gli educatori, i docenti dell’istituto Teologico, i parroci e le comunità di provenienza, ma anche i parroci e le comunità dove vengono inviati i seminaristi. Tutti cercano di realizzare gli obiettivi previsti incarnando il “Progetto educativo” in maniera differenziata, ma coordinata. Ogni seminarista – ha ricordato mons. Brodoloni – vine assegnato ad una parrocchia affinchè possa “imparare a pregare nelle situazioni concrete della vita pastorale e apprendere lo stile e la carità pastorale. Il giovane – ha proseguito il rettore – può anche vivere in parrocchia la dignità e la bellezza delle celebrazioni”. Prima ancora che dare un servizio alla comunità o al parroco il giovane, insomma, lo riceve da essi; “Più che un aiuto ai sacerdoti che li dovranno seguire – scrivono i vescovi, consapevoli dell’importanza di questa presenza – i seminaristi costituiranno per essi un ulteriore impegno”. Terminato l’intervento del rettore è iniziata una conversazione tra i presenti dalla quale sono emerse innanzitutto le esperienze realizzate nelle parrocchie, dove il seminarista partecipa con il parroco alla vita della comunità a partire dalla preghiera comune. Ciò che è stato apprezzato in modo particolare è stato lo stile del dialogo e della collaborazione realizzato con incontri di questo genere. Per questo ne sono stati programmati altri due: il primo da realizzarsi alla vigilia della Quaresima, il secondo, di verifica, alla fine dell’anno pastorale. In conclusione della riunione il rettore ha voluto invitare ogni parroco in seminario per presiedere la celebrazione eucaristica e per stare in un momento di convivialità con tutti i seminaristi.

In scena il lavoro di Marco Baliani dedicato al Santo di Assisi

Dopo il successo ottenuto con Che farai frà Jacopone? diretto da Ninni Bruschetta e di Laudes grido a tutta gente diretto da Gigi Dall’Aglio, entrambi spettacoli stanziali che, insieme hanno superato i tre mesi di repliche in Umbria, con “Francesco a testa in giù” si conclude il progetto che il Teatro Stabile dell’Umbria ha proposto nell’ambito dell’Anno giubilare.Lo spettacolo nasce come “diretta televisiva”, trasmessa sulla seconda rete della Rai il 23 dicembre scorso, dal Sagrato della Basilica Superiore di Assisi, in occasione dell’ultima festività natalizia del primo millennio e come preludio alle celebrazioni giubilari. Ora Francesco a testa in giù passa dalla solennità dello scenario di Assisi al raccoglimento del palcoscenico e al posto della vasta e invisibile platea televisiva ci saranno, vigili e tangibili, gli spettatori delle tante platee di una lunga tournée. A Gubbio, dove al Teatro Comunale ha debuttato in prima nazionale la settimana scorsa, Marco Baliani ha lavorato a lungo assieme a tutti i suoi collaboratori, perché il suo Francesco diventasse teatro, sottraendo immagini e dando maggiore risalto al tessuto delle parole. Prendendo spunto da poche vicende, la svestizione, il rapporto con Chiara, il viaggio in Oriente, l’invenzione del presepe, Baliani descrive la figura di un uomo semplice, dilaniato tra sogno e realtà, partigiano della povertà in perenne conflitto con il mondo, fomentatore di pace che auspica l’abbraccio tra Oriente e Occidente, autore di un linguaggio immaginifico che lo rende capace di farsi capire dagli umili e di trattare con i potenti. Lo spettacolo è il racconto di un sogno di fede. E delle difficoltà di realizzarlo in una società chiusa e sospettosa verso chi sentiva l’amore per il prossimo come un’esigenza radicale. La storia del San Francesco di Marco Baliani è tutta qui, e vuole proporre un ritratto inedito del Santo. “Quando insieme a Felice Cappa e a Maria Maglietta ci entusiasmammo all’idea di portare in scena Francesco d’Assisi – racconta Baliani- non immaginavamo certo che di lì a poco ci sarebbe stato, complice il Giubileo, un vero e proprio dilagare di rivisitazioni della figura di Francesco. Ciò che toccava le nostre sensibilità, a mano a mano che andavamo leggendo saggi, fioretti, agiografie e illuminanti adesioni poetiche, era quel nocciolo di estremismo sognante che Francesco si portava dietro, quel suo andare controcorrente, testardo e caparbio. Nel lavoro di narrazione io e Roberto Anglisani, sotto la guida attenta di Maria Maglietta, abbiamo cercato la concretezza dei corpi, dei gesti, abbiamo immaginato fortemente fino a sentire il paesaggio umbro di quei secoli, lo sguardo di Francesco sul mondo, sulle cose, nel suo modo speciale di sentire la presenza di Dio fin nei più piccoli esseri che abitano i prati. Amo quei personaggi che vivono da ‘stranieri’ dentro il loro tempo, non conciliabili con le regole della società che li ospita, nomadi dello spirito capaci di infiammarsi per passioni e ideali, di incendiare la storia dei loro contemporanei, incapaci di accettare un orizzonte già dato, destinate a perdersi o ad essere sconfitte. Ma è poi sempre grazie a loro che il mondo è costretto a reinventare il precario suo ordine, a relativizzare il proprio percorso e ad immaginarne di nuovi, di necessari.”

Lo scavo ha portato alla luce venti tombe a fossa, risalenti al VI sec. d.C.

La scoperta risale all’ ottobre scorso: in occasione di alcuni lavori per la realizzazione di una condotta idrica lungo la via Flaminia, è venuta alla luce, in località Fontemaggio a Scheggia, una necropoli di età longobarda. Lo scavo condotto dalla dott.ssa Clarita Natalini della Soprintendenza archeologica, concluso proprio nei giorni scorsi, ha portato alla luce una serie di tombe risalenti al VI sec. d.C. afferenti “molto probabilmente – come ci ha detto la soprintendente Laura Bonomi Ponzi – ad un piccolo abitato in cui, come accadeva anche in altri centri della zona, longobardi e popolazione locale coabitavano. A conferma della frequentazione della zona – continua la Soprintendente – nel passato nella area adiacente sono stati trovati i resti di terme romane”. La necropoli comprende venti tombe a fossa con pareti rivestite di lastroni di pietra, alcune delle quali con più deposizioni, sia maschili che femminili. Accanto al defunto erano collocati gli oggetti di corredo, quali brocchette di terracotta, pettini d’osso, (oggetti tipici nelle tombe longobarde, soprattutto il pettine che non veniva usato solo dalle donne), orecchini d’argento, vaghi di collane di pasta vitrea colorata, che hanno consentito di attribuire i defunti ad una classe media. La scoperta della necropoli, va a confermare ulteriormente la nutrita presenza di popolazioni longobarde che scendendo lungo la via Flaminia, contesa anche dai bizantini, si erano ben inserite nel contesto locale. “La zona che si estende da Nocera Umbra a Gualdo Tadino, (appartenenti al Ducato di Spoleto) e ora in parte anche a Scheggia, soprattutto nel versante che va verso il confine con le Marche – spiega la Soprintendente – è molto ricca di presenze longobarde, essendo questi due centri i più importanti insediamenti del Ducato di Spoleto. Nel corso del secolo scorso infatti sono state trovate tombe di principi longobardi con oggetti ricchissimi. Recentemente a Nocera Umbra è stata trovata una necropoli mista (di gente longobarda e locale) in località Pettinara, appartenente alla classe media; nel tratto tra Nocera e Gualdo in località Gaifana sono state trovate tombe la cui tipologia riporta a questo periodo, ma prive di corredo: in questi casi si parla allora di tombe appartenenti alla popolazione autoctona che non aveva contatti con la gente longobarda. A Gualdo Tadino sono poi venute alla luce i resti di una necropoli con tombe a fossa scavate direttamente nel terreno, con corredi di cinture, orecchini, pettini d’osso, attribuibili ad età longobarda”. “In progetto – ci anticipa la dott.ssa Bonomi – c’è l’idea di raccogliere una parte di questi corredi longobardi nel Museo del Ducato che dovrebbe essere allestito presso la Rocca di Spoleto, anche se in realtà si tratterà più che altro di un centro di documentazione con materiale di tutto il ducato di Spoleto. Intanto nell’ antiquarium della Rocca Flea di Gualdo Tadino sono già conservati parte dei reperti longobardi ritrovati in quelle zone. Anche lì il progetto è di ampliare il settore archeologico”. “Per il museo archeologico dell’Umbria, nel quale si stà già attuando un nuovo percorso di visita, – prosegue – c’è in programma di ampliare il settore tardo antico – alto medievale – nel quale potrebbero trovare posto anche alcune testimonianze longobarde del nostro territorio”.

LA REGIONE, LO STATUTO

La Regione deve fare il nuovo Statuto. Per fare lo Statuto ci vuole una nuova Commissione del Consiglio regionale. Per fare la Commissione ci vuole che i partiti si mettano d’accordo come farla e da chi farla presiedere. E qui l’asino, come al solito, casca. Nel frattempo, progetti su “quale Regione per il futuro dell’Umbria” (che bel titolo per un convegno…!) non ne sono stati ancora ufficialmente squadernati. Una cosa è certa: il federalismo prossimo venturo. Quello federalista sarà il quadro generale, la cornice entro la quale si muoveranno le regioni. Che poi, al loro interno, conti di più la Giunta piuttosto che il Consiglio, che la devoluzione di competenze riguardi in maniera più completa le province, che i comuni assumano nuove responsabilità, sarà compito delle regioni stesse stabilirlo. Ma proprio la prospettiva federalista, tanto sollecitata, adesso che si sta per concretizzare sembra incutere timore. Perché federalismo vuol dire contare su risorse proprie, e una regione come l’Umbria, che ne produce poche, rischia una partenza a handicap. Se n’è resa conto la governatrice Lorenzetti, e ha lanciato l’allarme: certo, un presidente di Regione che vede aumentare a dismisura i propri poteri, e poi non può manovrare risorse, si trova come uno che sale su una Ferrari ma non ha soldi per la benzina. L’opposizione ha già avvertito la Presidente: che non si parli di nuove tasse. Governatrice avvisata …

Il percorso lungo più di 3 Km, partirà da pian di Massiano per concludersi al Pincetto

Sabato 18 ottobre il Comune di Perugia e la Minimetrò Spa hanno presentato, all’Hotel Sangallo, il progetto definitivo del Minimetrò. Potremmo raccontarvi che fuori dall’Hotel e per tutta la durata della presentazione, é stata messa in atto una protesta degli ambientalisti contro la realizzazione del Minimetrò, o che qualsiasi accenno ad una possibile critica, veniva immediatamente messa a tacere, ma non cambierebbero i fatti. Tra qualche mese cominceranno i lavori e tra qualche anno Perugia avrà il suo Minimetrò.

Ma andiamo con ordine: Il percorso si estenderà per 3 chilometri e 22 metri. Partirà da Pian di Massiano, dove sarà situato il terminale di valle e passerà per 5 Stazioni intermedie: Cortonese, Madonna Alta, Stazione di Fontivegge, Case Bruciate, Cupa, per raggiungere infine il terminale del Centro storico, al Pincetto. Successivamente è prevista la realizzazione del secondo stralcio da Sant’Anna a Monteluce, scambiando con il primo al Pincetto. Il sistema Minimetrò, sarà costituito da 25 vetture, da 50 posti ciascuna, che si muoveranno su ruote gommate che scorreranno su due ruote di acciaio. Durante il loro moto, i veicoli, che non hanno motore proprio, sono agganciati ad una fune di acciaio. Le vetture si muoveranno in successione, con una frequenza inferiore al minuto e quando la vettura arriva a fine percorso, ruota con un meccanismo chiamato piattaforma di inversione (un po’ come succede negli impianti sciistici).

Nelle stazioni, le vetture si sganceranno dalla fune e si muoveranno in modo indipendente spinte da un sistema di ruote gommate ad asse verticale, che rallenteranno la vettura fino a farla fermare, per poi farla ripartire dopo l’imbarco dei passeggeri. Il sistema consente, sotto la supervisione del Posto centrale di Controllo, di prolungare il tempo di sosta delle vetture in modo da garantire un imbarco sicuro anche a soggetti che necessitano di particolare tutela: bambini, anziani, portatori di handicap… In ogni stazione poi, è previsto un sistema di monitoraggio ed un sistema di diffusione sonora e di comunicazione citofonica bidirezzionale per consentire le comunicazioni ai passeggeri ed al personale di servizio. Costo previsto 150 miliardi. Il Comune di Perugia ha affidato l’incarico della direzione artistica delle opere civili del Minimetrò ad uno dei massimi architetti viventi, Jean Nouvel. E questo un po’ tranquillizza, ma certo è che ci vorrà un po’ di tempo per abituarci alla vista di un “serpente meccanico”, che si insinuerà tra le bellissime mura medioevali di Perugia.

Adesso, come ha dichiarato il sindaco Locchi, inizia una fase di “interlocuzione profonda con la città”, perché il Comune deve convincere i suoi cittadini che questo progetto, di indubbia validità tecnologica, serva a Perugia per risolvere i suoi problemi di viabilità. Il capogruppo dell’opposizione Calabrese, invece, considera il Minimetrò “non competitivo con altri mezzi-come l’auto che sarà comunque utilizzata-oltre che economicamente dannoso”.Sarà il tempo a dirci chi ha ragione.

Le iniziative per celebrare il santo Patrono: il “pane di San Florido” la novità dell’anno

La festa dei santi patroni è un avvenimento religioso, ma attorno ad essa e in concomitanza con essa sono nate altre celebrazioni che avendo un certo riferimento ai patroni attirano e accontentano la popolazione secondo i vari gusti. L’avvenimento più vistoso sono state le Fiere di san Florido che quest’anno si sono svolte, in massima parte, nel centro storico con alcune punte anche nelle strade più esterne della città. Sono arrivati a Città di Castello tra i 250 -300 venditori ambulanti. Lungo tutta la distesa dei banchi ha sfilato continuamente tanta gente arrivata da tutta l’Alta valle del Tevere per ammirare la merce e fare rari acquisti. C’è stato poi il Dono dell’olio e della cera offerto dalle confraternite della città. Partite in corteo dalla chiesa di San Francesco si sono ritrovate nella cripta del Duomo per offrire ufficialmente i due preziosi elementi ai patroni affinchè ardano per tutto l’anno sul loro sepolcro. C’è stata poi la nuova iniziativa di quest’anno, quella del “Pane di san Florido” (un pane particolare con raffigurata sul fronte della pagnotta la mitria dei Vescovi, realizzata lunedì 13 novembre dai panificatori di Città di Castello i quali, dopo la benedizione del Vescovo sotto il loggiato Bufalini lo hanno distribuito alla gente. Le offerte ricavate saranno poi devolute ad associazioni di beneficenza. In piazza Gabriotti c’è stato il Torneo di balestra manesca in onore di san Florido il cui vincitore è stato denominato vincitore del Palio di San Florido. C’è stata poi anche la festa in via San Florido, dedicata appunto al Patrono, che ha impegnato tutto il rione Prato. Per l’occasione sono stati offerti dolcetti vari, castagne, vino novello ed altre ghiottonerie a tutti coloro che si sono portati nel rione Prato. La festa dei patroni è stata poi per tanti l’occasione per visitare il rinnovato museo del Duomo, prezioso custode di tante opere d’arte nate dalla fede generata dai santi patroni e custodita gelosamente per tante generazioni fino ad oggi. Su tutto questo fervore di devozione, di ritorni alla fede, di espressioni di ammirazione e di affetto, certamente i santi patroni hanno dato la loro benedizione dal cielo, mentre l’austero campanile rotondo osservava impassibile dall’alto, come da secoli, il rinnovarsi del festoso spettacolo di devozione e di letizia.

Nella ricorrenza dei 710 anni del duomo di Orvieto, la sagra della cattedrale

Il 14 novembre è la scadenza annuale di una festa la quale ha la sua bella collocazione in rilievo nel calendario della Chiesa particolare, ed esercita un richiamo non indifferente per la solennità dell’azione liturgica, che richiama su di essa non solo la comunità di una città, ma l’intera famiglia diocesana, come proprio centro e cuore e come cattedra di verità e di vita di Colui che ne è stato investito a ricoprirvi il ministero di pastore, maestro e guida delle anime che la compongono. Circa le ore 17.00, ha avuto luogo la concelebrazione programmata, alla quale ha partecipato, facendo corona all’eccellentissimo Presidente, una degna rappresentanza del presbiterio della diocesi con il collegio dei diaconi al completo ed una presenza di popolo, ridimensionata forse a causa dell’inclemenza del tempo e del carattere lavorativo della giornata. E’ questa una di quelle circostanze in cui la Chiesa particolare che è in Orvieto e Todi ama di esprimere dal suo seno nuove forze di rincalzo a servizio della comunità, segni evidenti della sua fecondità. Quest’anno è stata la volta di don Nicolò Ciotta a presentarsi davanti al Vescovo per dichiarare la sua disponibilità a servire i fratelli nel sacro ordine del diaconato. Non originario di Orvieto, ma quivi residente per ragioni di lavoro – egli ricopre l’ufficio di ispettore presso il locale Commissariato di polizia di stato – si è sempre ben segnalato, partecipando attivamente nel campo liturgico e in quello della carità. Il privilegio della presentazione è andato al parroco della popolosa parrocchia dei santi Stefano e Anna nei pressi dello scalo della città, dove il suddetto neo diacono vive con la sua famiglia, mons. Sauro Carletti, il quale ne ha assolto ben volentieri il compito, perché, in tempi di scarsità di vocazioni al servizio attivo della Chiesa, come quelli di oggi, la scelta fatta da un nuovo eletto è una vera provvidenza di Dio, ed anche un frutto speciale che dice la prosperità del terreno. Ma soprattutto hanno dimostrato la loro compiaciuta partecipazione gli oltre dieci diaconi, che capitanati dal confratello anziano don Vincenzo Coletta, hanno fatto corona al neo consacrato, sostenendolo con la preghiera e l’augurio del cuore e ringraziando il Signore per il loro numero che cresce. E poi tutti i fedeli presenti, da più parti giunti, e specialmente i più vicini al festeggiato, quale la consorte e la figlia e i superiori e i compagni di lavoro e i parrocchiani accorsi, hanno dichiarato la loro soddisfazione e simpatia. Presente anche una delegazione di Viterbo, diocesi di provenienza, con tanto di Vicario generale in testa. Una vera festa , insomma, una autentica festa di questa Chiesa, carica di secoli e di vicende, che dimostrava così di essere ancora viva e vegeta. Il Vescovo ovviamente vi ha fatto risonare dentro la sua voce e come pastore e come presidente della celebrazione, esprimendo anche lui la compiacenza sua e del presbiterio presente e assente, enucleando il vero significato di quanto sotto le auguste volte dell’incomparabile tempio a quell’ora avveniva – suggestiva l’immagine del passaggio del testimone a chi lo raccoglie, in questa lunga corsa nel tempo – e ringraziava Iddio e anche gli uomini non solo per la singolare bellezza e speciosità, ma per la preziosa intima, pure, vitalità, di questa sua Chiesa, che riesce dal suo grembo ancora ad estrarre, a non finire, cose vecchie… e nuove.

Gubbio / Le rassicurazioni del Comune e del Servizio veterinario della Asl n. 1

La “mucca pazza non abita qui”. Lo dichiarano in coro l’Amministrazione comunale ed il servizio veterinario dell’Azienda sanitaria locale n. 1 competente per territorio. Sulle mense delle scuole eugubine, sia elementari che materne, continua ad essere puntualmente servita la cosiddetta “carne rossa”; non è una sfida, ma una decisione consapevole e responsabile.”Genitori e bambini possono stare tranquilli; da anni utilizziamo carne certificata e garantita nella sua provenienza ed assolutamente priva di qualsiasi motivo di preoccupazione – dichiara l’assessore comunale alle Politiche educative Umberto Lepri . Grazie agli sforzi della civica Amministrazione e della ditta fornitrice, da tempo viene consumata carne fornita esclusivamente dal Consorzio produttori carni locali che macella bovini nati in Italia, per la maggior parte addirittura nel comprensorio eugubino-gualdese ed abbattuti presso il mattatoio di Gubbio o di Perugia”. La dichiarazione tranquillizzante dell’assessore Lepri prosegue con una ulteriore sottolineatura: “Il nostro è un caso esemplare che ci porta ad affermare con assoluta tranquillità la mancanza di ogni pur minimo rischio tale da indurci a proseguire il consumo di carni bovine nelle mense sia dell’asilo nido che delle scuole materne”. La presa di posizione dell’Assessore trova il conforto di una analoga dichiarazione diffusa nella stessa mattinata dal dirigente veterinario dott. Alfiero Tosti con la quale in pratica certifica ulteriormente l’assoluta garanzia della carne utilizzata per le scuole. A questo punto vale la pena di guardare più da vicino la realtà rappresentata dal Consorzio produttori carni locali, il cui valore balza evidente in un momento come questo. Presieduto dal prof. Raffaele Franceschetti conta su 110 allevatori sparsi nel territorio eugubino e comprensoriale. Dispone di un patrimonio di circa 2.400 capi tra ovini, bovini, suini ed equini nati in zona o acquistati in Italia, ma “ristallati” giovani. E’ stato costituito nel 1993 con notevolissimi sforzi ed attraverso robuste incomprensioni, al momento totalmente appianate; in questi mesi è impegnato nella definizione delle procedure per il marchio di qualità, avvalendosi della collaborazione del Gal eugubino-gualdese-perugino. Dal 1994 rifornisce le mense scolastiche e le garanzie che è in grado di fornire risultano evidenti oggi che il mondo degli allevatori è attraversato da accuse, polemiche, perplessità. Il Consorzio è una risorsa che merita di essere conosciuta sempre più e sempre meglio; e oltretutto è una realtà economico-occupazionale di primaria importanza.

Gualdo Tadino / Bilancio della ricostruzione leggera e pesante

La Ricostruzione procede. Tra mille difficoltà, è vero, ma procede. Soprattutto nel campo delle opere pubbliche e di pubblica utilità. Il Municipio è stato inaugurato già nel mese di settembre e probabilmente entro il mese di dicembre, con il trasferimento di tutti gli uffici attualmente dislocati in almeno quattro punti della città, ritornerà pienamente attivo. Stesso dicasi della cattedrale di San Benedetto, che sarà probabilmente riaperta al culto e al pubblico entro le festività natalizie. Dei reparti dell’Ospedale “Calai” lesionati dal sisma, sono stati riaperti una sezione della Medicina generale e della Chirurgia, il day ospital oncologico, l’endoscopia, il pronto soccorso e i locali della futura Tac. Tutti i restanti lavori dovrebbero chiudersi entro pochi mesi. In tutto, la ricostruzione delle opere pubbliche è finora costata quasi dieci miliardi. Ma va sicuramente detto che la cifra non comprende le spese relative ad altri edifici i cui lavori non sono per il momento iniziati (ad esempio la chiesa del cimitero, ancora inagibile). Nel campo dell’edilizia “privata”, il meccanismo è sicuramente più indietro, vista la complessità delle operazioni e l’elevato numero di cantieri e ditte impiegate. Per quanto concerne i cantieri connessi con l’ordinanza n’61 – la cosiddetta Ricostruzione “leggera” – la situazione è decisamente migliorata negli ultimi mesi: delle 499 concessioni contributive assegnate, 496 hanno già portato all’inizio dei lavori. Solo in tre casi non c’è stata comunicazione di inizio lavori, pur se il contratto è già stato depositato. Dei 496 aperti, 306 cantieri (6l,6%) hanno già terminato i lavori. L’importo totale dei contributi assegnati ammonta ad oltre 73 miliardi di lire. La “ricostruzione pesante” appare leggermente più indietro: dei 332 progetti presentati, 48 non sono stati per il momento finanziati in quanto incompleti; 275 hanno già ricevuto finanziamenti per oltre 71 miliardi di lire. Di questi, 191 (69,4%) hanno già iniziato i lavori, mentre a terminarli sono stati solamente 11 (4%). Il dato può apparire esiguo, ma bisogna tener conto che alcuni edifici sono abitati anche se, ufficialmente, i lavori sono già al termine o del tutto terminati. Decisamente migliorata la situazione dei cosiddetti Piani integrati di recupero, che era estremamente difficile fino ad un paio di mesi fa. Dei 68 Piani depositati, 28 (41,1%) sono già partiti. Per alcuni di essi (4) è stato necessario ricorrere allo stralcio, cioè ad una divisione di Piani di recupero più complessi per permettere l’inizio dei lavori. Per altri 57 complessivamente si è ormai in fase di autorizzazione edilizia, mentre per altri 10 è stato necessario richiedere alcune integrazioni prima di dare il via ufficiale ai lavori. In ogni caso, la fatidica data del dicembre 2001, che segnerà la scadenza per la documentazione dei lavori effettuati per poter usufruire dei contributi dell’Unione Europea, verrà – secondo quanto afferma il sindaco Pinacoli – sicuramente rispettata. Costi quello che costi. Delle oltre 1.100 famiglie che avevano dovuto trasferirsi dopo il sisma del settembre 1997 e dell’aprile ’98, 616 hanno già preso di nuovo possesso della propria abitazione. Di queste, 209 erano alloggiate nei container, mentre 407 avevano usufruito del contributo per l’autonoma sistemazione. Delle 209 famiglie alloggiate nei container, 107 hanno preso possesso delle proprie abitazioni terminate di ristrutturare con l’ordinanza n’61, 8 hanno utilizzato il contributo per la “ricostruzione pesante”, 34 hanno preferito accettare l’assegno mensile e trasferirsi in altra abitazione, mentre 59 hanno finora occupato delle abitazioni “parcheggio”, cioè alloggi veri e propri ma provvisori, in attesa di terminare i lavori presso le proprie residenze.Dei moduli abitativi resi liberi, 41 risultano però occupati dagli operai e dai lavoratori impegnati nella ricostruzione, mentre 20 sono completamente liberi. Di questi, buona parte, si trova nel campo container Rigali, che sarà il prossimo ad essere smantellato, dopo quello di Morano San Giovanni.

Nuova sede per la Comunità residenziale terapeutica: saranno disponibili 18 posti letto

Sabato 18 novembre è stata inaugurata la nuova sede della Comunità residenziale terapeutica. La cerimonia di apertura si è divisa in tre parti: alle 15.30 la Messa, celebrata da mons. Sergio Goretti; poi alle 16.30 è stato presentato il nuovo centro con una visita alla “Casa” ed infine alle 17.30 tutti i partecipanti hanno festeggiato l’evento con un incontro conviviale.Diretta e coordinata da Anna Belloni, la cooperativa sociale “La Goccia” che si occupa della comunità residenziale, ha ora la possibilità di dare una speranza a coloro che soffrono psichicamente e fisicamente avendo problemi con il mondo esterno o difficoltà d’inserimento nel mondo sociale. La cooperativa nata nell’83 con la parrocchia di Bastia Umbra ha avuto un’enorme crescita con l’ausilio generoso di molte persone che hanno portato avanti e realizzato la cooperativa stessa raggiungendo gli attuali risultati: il nuovo ambiente, gli spazi rinnovati e non di meno il luogo, dove il verde ed i campi che la circondano contribuiscono alla ripresa psicofisica di coloro che entrano a far parte della comunità. Il sorriso della psichiatra Stefania Bulletti nel descrivere la comunità e le sue attività sottolinea la gioia che caratterizza questa nuova apertura. L’attività all’interno della comunità è divisa in più parti in modo da armonizzare il lavoro. L’equipe è composta da 11 operatori, di cui uno svolge la parte amministrativa e gli altri si occupano delle attività mediche per la riabilitazione. Due anni, salvo casi particolari che necessitano di tempi maggiori per la riabilitazione, è il tempo necessario per il recupero. Ogni residente della comunità ha un proprio programma e un periodo di riabilitazione. La terapia psicofarmacologica è divisa in terapia individuale e di gruppo. La fascia d’età per coloro che possono essere ospitati va dai 18 ai 40 anni. Fornita di 18 posti letto, l’equipe medica svolge la sua attività riabilitativa articolandola in più settori e con l’ausilio di laboratori. Il laboratorio di computer, quello di ceramica e poi le attività di canto e danza, il cineforum con proiezione di film e dibattito sull’argomento da essi trattati ed ancora l’attività cognitiva con l’insegnamento della storia, della geografia ed altre materie, il tutto viene accompagnato da attività fisica in palestra e piscina, che sono al di fuori della comunità, permettono agli ospiti di ritrovare la propria identità la mens sana in corpore sano. Le varie attitudini degli ospiti della comunità vengono evidenziate, potenziate e per alcuni di essi ci sono anche degli inserimenti nel mondo del lavoro. La giornata della comunità è così suddivisa: la mattina dedicata all’igiene personale ed alle pulizie; il pomeriggio alle varie attività. Inoltre sono previste uscite con l’accompagnamento degli operatori. “Non devono essere mai abbandonati a se stessi – ci dice la psichiatra – e gli operatori devono essere non tanto di sostegno, quanto di ausilio nel filtrare il mondo esterno”. Gli ospiti della comunità possono vedere i familiari una volta al mese, possono tornare a casa in casi particolari ma solo se accompagnati. L’estate è poi prevista anche una vacanza di due settimane all’Isola Polvese del Lago Trasimeno. La presenza del Vescovo e delle autorità alla cerimonia hanno fatto da sfondo all’apertura ma la gioia di un malato che salutava uscendo dalla comunità ha veramente reso felici coloro che hanno realizzato tutto ciò.

Con “All’angelo azzurro”, un calendario di otto spettacoli di ottima qualità

Ormai è tradizione: come ogni anno, per la precisione il quinto consecutivo di attività, anche per il Teatro Civico di Norcia è giunto il momento di riaprire il sipario alla stagione di prosa 2000-2001.Il nuovo cartellone, già messo a punto gli scorsi giorni ed approvato dall’associazione ‘Amici del Teatro’, propone al pubblico ben 9 spettacoli, tutti di ottima qualità, annunciando l’arrivo a Norcia di grandi autori e divi dello schermo. Il direttore del Civico, Fernando Balestra, ha presentato in conferenza stampa il programma della nuova stagione teatrale. Si inizierà il 10 dicembre con All’Angelo azzurro, che vedrà la partecipazione di Giorgio Albertazzi e di Valeria Marini. Probabilmente sarà questa l’opera che si rivelerà come la maggiore curiosità commerciale dell’anno, considerata la notorietà dei personaggi in scena. Dello stesso autore G. Manfridi, verrà rappresentata il 22 gennaio La lunga linea grigia Villa Ricordi con Antonella Steni e Riccardo Garrone. “Ho pensato – ha commentato il dott. Balestra – ad un omaggio da dedicare a Giuseppe Manfridi, il più autorevole degli autori italiani dell’ultima generazione, portato di recente agli onori della scena londinese dal grande regista Peter Hall”. Un omaggio che sarà sicuramente rafforzato dall’aggiunta ai due precedenti allestimenti di un testo dello stesso Manfridi, La famiglia Rembrandt rovinata dai tulipani, con Laura Ambesi e Aldo Massasso, vecchi eroi del teatro impegnato, previsto in prima nazionale proprio a Norcia il 22 febbraio. Grazie alla bravura di autori importanti, andranno in scena tre classici di prestigio: il 30 marzo Il gioco delle parti di Luigi Pirandello, con il duo Pagliai-Gassman; il 10 marzo Casa di Bambola di Henrik Ibsen, con Elisabetta Gardini; l’11 febbraio con G.Tedeschi Le ultime lune di Furio Bordon, il cui testo ha visto l’ultima apparizione di Marcello Mastroianni in palcoscenico. Sul versante della famiglia, da segnalare è Momento di debolezza (20 dicembre) di Donald Churchill, con Valeria Ciangottini e Renato Campese, mentre non potevano non chiudere il cartellone gli allestimenti delle due compagnie teatrali nursine, il “Gruppo Artisti Dilettanti” (Gad) e “Teatrotredici”. La prima sarà sarà di scena il 5-6 maggio con Ngilinu e Filomena, un’opera dialettale rivisitata con nuove storie e, fuori programma, con Una serata con Goldoni, una rappresentazione originale della regista Anna Ferrari tratta dalla sintesi di alcune delle più famose opere del commediografo veneto. La seconda, invece, con Andrea Fraschetti, riproporrà l’intreccio di Cooney & Chapman Il tetto ovale (18-19 maggio). “Spero – ha detto il sindaco di Norcia, Alberto Naticchioni – che la popolazione dimostri sensibilità verso questo tipo di iniziative che per Norcia e l’intero territorio, se si considera l’assenza di un altro teatro in Valnerina, rappresentano una grande ricchezza culturale da cui poter trarre beneficio ed un vero motivo di vanto. Come quella passata, la prossima stagione teatrale invita tutti a partecipare e a collaborare attivamente, contando molto sulla crescita del numero degli abbonati”. Anche il neo presidente dell’Associazione “Amici del Teatro” ed assessore alla Cultura, Pierluigi Valesini, si è espresso dello stesso parere: “L’obiettivo dovrà essere soprattutto quello di rilanciare la cultura teatrale nelle scuole e negli ambienti giovanili, laddove la sensibilità, la fantasia, la creatività e la voglia di fare vanno particolarmente stimolate ed arricchite. E’ per questo che, rispetto agli anni scorsi, l’Associazione ha deciso di ridurre il costo dell’abbonamento per i ragazzi al di sotto dei 25 anni”.

Roccaporena: seconda Congregazione generale del Sinodo diocesano

“Non può bastare la sola parrocchia ad assolvere il compito della parrocchia; la parrocchia rimane sempre necessaria ma non più sufficiente”. Con queste parole, sintetiche ma fin troppo chiare, mons. Valentino Grolla ha aperto la sua relazione nel corso dei lavori della II Congregazione generale del Sinodo della nostra diocesi a Roccaporena.Il tema trattato dall’illustre sacerdote è attualissimo, complesso e, per certi aspetti, anche difficile da accettare come hanno dimostrato alcuni interventi, peraltro isolati, che sono seguiti all’esposizione di mons. Grolla. E’ tuttavia nostro personale convincimento che ogni sforzo vada fatto, e al più presto, per rendere pienamente ed organicamente operanti le unità pastorali che, giova ricordarlo, hanno alla loro base motivazioni teologiche e non quelle che alcuni, semplificando troppo, identificano nel ridotto numero di presenze di preti. Fare parrocchia oggi non è facile per i grandi cambiamenti socio-culturali che interessano l’attuale società e il territorio in cui essa è radicata. Per queso le unità pastorali sono un traguardo, anche se da realizzare rispettando la necessaria gradualità e procedendo a verifiche periodiche, cui tendere concretamente con una paziente opera di “mentalizzazione” anche per il ruolo che assumeranno di “nuovo soggetto pastorale”. Esse uniscono stabilmente e organicamente alcune parrocchie presenti in un determinato territorio, inteso come spazio missionario, per realizzare la nuova evangelizzazione attraverso un’azione pastorale unitaria che sappia valorizzare la ricchezza dei diversi apporti dei presbiteri, dei laici e dei consacrati, attraverso uno stile sinodale. L’Unità pastorale appare come una realtà che può meglio interagire con il contesto umano di un territorio e può far sì che la comunità cristiana sia presenza viva di dialogo, d’annuncio, di servizio e di testimonianza. Le unità pastorali, nella nostra diocesi (138 parrocchie), sono, in via di sperimentazione, ventotto: sono “un modo nuovo d’essere Chiesa” dove tutti possano vivere la comunione. Esse hanno lo scopo di rivitalizzare la funzione della parrocchia e di collocare ogni comunità cristiana in una prospettiva tipicamente evangelizzatrice all’interno di un territorio; esse non sono un’operazione di una diversa organizzazione pastorale, ma sono il mettere in atto iniziative che favoriscano e ravvivino i rapporti di comunione tra i cristiani delle singole parrocchie, e risveglino in tutti l’impegno missionario per un annuncio efficace e credibile del vangelo. Non sarà possibile, d’altro canto, una pastorale organica nelle varie comunità se non dentro un progetto pastorale diocesano, dove obiettivi, organismi e sussidi siano opportunamente coordinati. Le unità pastorali debbono avere, come quadro di riferimento, una visione di Chiesa popolo di Dio, comunione, comunità fortemente ordinata all’evangelizzazione e spazio di diffusa ministerialità e corresponsabilità pastorale. Il punto di partenza necessario per il sorgere delle unità pastorali è proprio la corresponsabilità pastorale: esse non si possono immaginare, progettare o costituire senza una specie di patto costitutivo in cui i laici siano, con i presbiteri, soggetti corresponsabili nella comunità ecclesiale. Le unità pastorali, sono una nuova forma di servizio ecclesiale che richiede la corresponsabilità di tutti i battezzati e la presenza di nuove figure laicali capaci, attraverso un iter formativo appropriato di ricomporre in unità fede, celebrazione, vita. In buona sostanza, le unità pastorali non debbono essere finalizzate ad esigenze interne delle stesse unità pastorali ma a rivitalizzare il territorio con una pastorale programmata, più qualificata e più missionaria. La ricca relazione di mons. Grolla non mancherà di toccare le nostre coscienze e suscitare riflessioni importanti in ciascuno di noi: il Signore ha mandato infatti la sua Chiesa per annunciare agli uomini la salvezza, impegnandola tutta in questa missione. In tal senso il nostro Sinodo diocesano sottolinea che la missione evangelizzatrice è compito di tutti i membri della Chiesa. Sono da superare i pregiudizi che tendono a demandare ad alcune categorie di fedeli la responsabilità della testimonianza diretta del vangelo. In vista di una presenza culturale consistente, lo spirito di missionarietà deve coinvolgere contemporaneamente tutti i cristiani nella comune responsabilità di annunciare il vangelo, e deve portare le comunità cattoliche a non cedere alla tentazione di chiudersi e di arroccarsi su se stesse imparando a camminare insieme con la lucidità della meta comune.

Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, relatore all’assemblea diocesana

“Quant’è bello che i fratelli stiano insieme” con queste parole, tratte dal responsorio di un famoso salmo, mons. Vincenzo Paglia ha dato inizio sabato scorso ai lavori dell’Assemblea diocesana di questo anno, che aveva come tema fondamentale : “La domenica: il giorno che salva”. L’Assemblea, svoltasi sabato diciotto novembre al Teatro Verdi, con relatore Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, è poi proseguita domenica pomeriggio in Duomo, con la divisione e condivisione di gruppo.Gli interventi dei due relatori sono stati di enorme preziosità dal punto di vista spirituale. Si ricordano le varie definizioni date sulla domenica, la più bella e poetica quella del nostro Vescovo che la ha definita come “giorno in cui è possibile toccare il Paradiso” e ha esortato i presenti a viverla, ricordando che “da quel giorno di Pasqua il Signore non ha mancato mai una domenica, è venuto sempre tra la gente, anche in quei campi di concentramento dove sembrava non essere presente” “La Chiesa o è una comunione che vive questa comunione incontrandosi in uno stesso giorno, in uno stesso luogo o non è Chiesa” questa una delle affermazioni più forti di Enzo Bianchi. “La domenica è l’unica cosa che può salvare l’unità dei credenti, come il sabato ha salvato il popolo di Israele, nonostante fosse afflitto da continue prove”. Ci sono stati anche interventi esterni, uno dal Carcere di Terni, dove un uomo, Alberto, ha dato la sua testimonianza, e un altro intervento dal convento della clarisse, sempre riguardante il proprio modo di vivere la domenica. L’Assemblea di sabato si è conclusa poi con la preghiera, col canto del Magnificat. Alla domenica il Vescovo ha dato vari annunci, tra cui la distribuzione del Vangelo all’intera popolazione diocesana e la revisione del giornale La Voce. L’Assemblea si è divisa poi in gruppi, a seconda della zona pastorale, e qui si è discusso per circa un’ora. Al termine della discussione ogni gruppo ha fatto un breve riassunto degli argomenti trattati e poi la conclusione fatta dal Vescovo. “E’ stata davvero – per dirla con le parole dello stesso mons. Paglia – un’occasione in cui la diocesi ritrova uno stile di famiglia” Questo stile di famiglia è stato avvertito molto fra la gente, entusiasta di iniziative come queste che, comunque già in passato grazie all’impegno del nostro Vescovo emerito mons. Gualdrini e di mons. Quadri, già si erano svolte. “In questi giorni, in questi mesi ci chiederemo come viviamo la domenica” E lo faremo, questa l’intenzione del Vescovo, in vista di un’altra grande Assemblea Diocesana che avrà luogo nel mese di maggio o di giugno. Intanto, primo segno di questa assemblea, sarà l’impegno di ogni parrocchia a far sì che ognuna di esse abbia un coro, parte integrante della Messa, per renderla ancor più un giorno in cui far festa e riconoscersi come salvati.

Per gli enti senza fine di lucro previsti contributi per le finiture

Novità in arrivo nella ricostruzione con gli emendamenti approvati al Senato nella conversione in legge del “decreto Soverato”, che interessano la ricostruzione post-terremoto. Questa volta riguardano, positivamente, gli enti religiosi e morali senza fini di lucro, per i quali viene introdotto il contributo sulle finiture nella misura del 50% del costo, indipendentemente dal reddito dichiarato. Ora, soprattutto le comunità religiose ma anche realtà come l’Istituto Serafico di Assisi, potranno guardare alla fine dei lavori di ricostruzione con maggiore serenità.Altra novità che riguarda direttamente i cittadini è il rafforzamento dei “poteri sostitutivi” di Comune e Regione, che potranno intervenire con maggiore decisione nel caso di inadempienze dei Consorzi obbligatori che riuniscono più proprietari, spesso con situazione economica e sociale molto diverse, non solo tra singoli privati ma anche tra privato e ente morale o Ente pubblico. Come tutelare, però, quei privati che hanno reali difficoltà, e non solo poco interesse, ad affrontare le spese della ricostruzione? La Regione insieme ai Comuni, spiega Sandra Santoni, della Segreteria di Presidenza della Giunta regionale, sta cercando di avere conoscenza e di valutare caso per caso come poter andare incontro a quelle situazioni (al momento non sono tanti, precisa) di reale difficoltà. Il rafforzamento dei poteri sostitutivi è legato anche all’esigenza di rispettare i tempi per non perdere i finanziamenti provenienti dai Fondi europei, che interessano interventi di Enti pubblici ma anche di privati. I presidenti delle Regioni (Umbria e Marche) inoltre potranno anticipare i Fondi dell’Unione europea destinati alla ricostruzione pubblica e privata. Altro emendamento approvato dal Senato è quello che prevede la possibilità per Regioni e Comuni di integrare la pianta organica tramite concorsi riservati al personale assunto a tempo determinato in seguito all’emergenza e per la ricostruzione. Questo non significa che saranno assunti tutti, precisa Sandra Santoni, ma serve solo a dare la possibilità alle amministrazioni di non perdere, se ne avranno bisogno, le professionalità acquisite e ‘verificate’. Contro l’emendamento si è pronunciato Maurizio Ronconi, capo del gruppo “Per l’Umbria” in Consiglio regionale. Per il leader dell’opposizione in questo modo “la sinistra distingue tra figli e figliastri” premiando coloro che ha già assunto per chiamata nominativa. Gli emendamenti presentati in Senato dai parlamentari del Centro sinistra di Umbria e Marche, sono stati presentati anche alla Camera dove è in discussione la Finanziaria. L’auspicio espresso dalla presidente della Giunta, Rita Lorenzetti, è che gli emendamenti sull’Iva e sull’utilizzo dei militari, respinti al Senato vengano approvati con la Finanziaria.

Padre Pio e il figliol prodigo

Hanno detto, scherzando, che il grande successo dello sceneggiato televisivo su Padre Pio sia stato l’ultimo miracolo del cappuccino beato e presto santo. In verità (anche questo è stato ampiamente detto), ogni volta che padre Pio è stato “trattato” in televisione, ha bucato lo schermo ed ha interessato milioni di persone. Ci si chiede qual è il segreto di ciò: i miracoli, la povertà e semplicità, il profumo della santità, la partecipazione alla sofferenza della gente, la schiettezza di carattere, la lontananza dal potere ecclesiastico, di cui per un periodo è stato anche vittima. In padre Pio la massa della gente, povera o ricca, peccatrice o santa, ci si sente identificata e prova per il frate delle stimmate un desiderio di comunione. Un aspetto ci pare interessante è quello messo in evidenza dall’attore Banfi, quando ha messo insieme il padre naturale e Padre Pio: io mi rivolgo a mio padre e a Padre Pio e mi sento da loro protetto, ha detto. Nei due giorni in cui si trasmetteva il filmato, in un letto di ospedale concludeva in solitudine la sua esistenza, colpito da Aids, un giovane straniero, venuto da lontano in cerca di libertà. Ha voluto vivere la sua vita, senza i limiti posti dall’autorità paterna e familiare, portandosi dietro un sentimento di affetto nostalgico per la nonna. Non ha avuto resistenze e difese tali da rendersi capace di sfuggire alle lusinghe di un’esistenza facile e pericolosa. Una storia non particolarmente diversa da quella di molti altri che si perdono per strada e non ritrovano la via della casa paterna, neppure quando sono ridotti allo stremo delle forze ed hanno perduto ogni speranza di vita felice. Il fascino di padre Pio forse per molti è legato a questa carenza di paternità, propria della nostra cultura che ha operato l’eliminazione della figura paterna. Questo è anche il segreto della popolarità di Giovanni Paolo II, vecchio, e sofferente, ma anche forte e imperioso nell’affermazione dei principi di fede. Bontà e misericordia insieme a rigore e rimprovero. Umiltà e semplicità, partecipazione al dolore ed anche ammonizione imperiosa e talvolta minacciosa. Al medico che gli dice “io non credo in Dio”, Pio risponde deciso e sicuro “Dio crede in te”. Mi sembra pertanto che il fenomeno di padre Pio risponda a questa esigenza di avere a portata di mano un padre che sia nello stesso tempo forte tanto da fare miracoli e misericordioso da compiangere e condividere la sofferenza fisica e morale. Per questo la Casa sollievo della sofferenza diventa nelle aspettative di padre Pio e nell’immaginario collettivo una casa, una vera casa nella quale si possa trovare un sollievo alla sofferenza umana. Ma ogni casa paterna e materna dovrebbe suscitare tale speranza, non ponendo il proprio compito sulle spalle di un padre mistico e simbolico come padre Pio o Giovanni XXIII o personaggi simili che la Provvidenza pone sul cammino della storia cristiana. Se ciò non avviene nella realtà quotidiana delle case reali degli uomini, divenute accoglienti, calde, rassicuranti e protettive, saranno sempre più numerosi i figli prodighi che andranno per le strade del mondo in cerca di non si sa che cosa senza avere la nostalgia di un padre e di una madre e incapaci di riprendere la via di casa.

Polemiche troppo politiche? Sì, ma il problema esiste

Cosa imparano sui testi di storia i nostri studenti? C’è una faziosità voluta e programmata? C’è un ritardo dei manuali scolastici rispetto al lavoro fatto dagli storici che rischia di non avere una adeguata ricaduta sul piano divulgativo? C’è un vero interesse dei docenti, delle famiglie, degli alunni e, non ultime, delle case editrici alla validità scientifica, oltre che didattica, dei testi in adozione? Se la proposta di qualche Consiglio regionale italiano, quello del Lazio in testa, di istituire delle commissioni che valutino l’attendibilità scientifica dei testi di storia riuscisse a far riflettere su questi problemi, sarebbe positivo. Sull’istituzione di commissioni siamo molto più perplessi anche se riteniamo che l’interesse del governo in questo settore non dovrebbe essere solo quello del peso e del costo dei libri scolastici. Ci riferiamo, naturalmente, alle recenti disposizioni sul tetto posto al peso degli zainetti e al costo dei libri di scuola. Ci sembra che tra rispolverare il Minculpop (Ministero fascista della cultura popolare) e disinteressarsi della validità scientifica dei testi ci siano delle posizioni intermedie. Sarebbe utile che su questo problema si aprisse un dibattito caratterizzato da libertà intellettuale invece che da passionalità politica e ideologica. Esso, infatti, concerne il rapporto tra ricerca e divulgazione, il retaggio di posizioni ideologiche ormai superate, l’assunzione di responsabilità culturale di fronte alle nuove generazioni. Attende anche al nostro rapportarci alla memoria storica: non riusciamo a trovare un equilibrio tra oblìo e utilizzo interessato del nostro passato. Certamente i libri di storia continuano ad essere ricchi di inesattezze, superficialità, luoghi comuni. Da decenni si sa che quando il popolo parigino entrò nella Bastiglia il 14 luglio del 1789 non c’erano masse di oppositori politici di Luigi XVI che venivano sadicamente torturati. C’erano invece solo sette detenuti, tra cui qualche falsario e un debosciato: nessun prigioniero politico. Eppure i manuali di storia continuano a seguire la vulgata giacobina della presa della Bastiglia come atto eroico del popolo parigino. Croati e bosniaci desideravano veramente nel 1918 l’annessione alla Serbia come dicono i manuali? La guerra nella ex Yugoslavia ha ampiamente smentito questo luogo comune. Numerosi testi scientifici hanno messo a fuoco di recente il fenomeno delle “insorgenze” antinapoleoniche in Italia alla fine del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento. Un vero fenomeno di massa, molto più di massa della rivoluzione francese stessa. La maggioranza dei testi scolastici non ne parla nemmeno. Molto prima del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, testi autorevoli avevano messo in luce le responsabilità del Risorgimento nell’accentuare il distacco tra laici e cattolici, ma i manuali si attengono alla versione liberale accreditata ormai da decenni. Di Innocenzo III si continua a dare la versione del pontefice che voleva essere un principe, tesi che farebbe ridere qualsiasi storico della Chiesa. Pio IX viene presentato dai manuali come un ottuso retrogrado e la recente beatificazione, che pure ha indirettamente favorito anche una riconsiderazione storica del personaggio, non produrrà significativi esami di coscienza negli autori di testi scolastici. Colpa degli storici di professione che non tengono i contatti con il mondo della divulgazione? Colpa delle case editrici “di sinistra”? Forse sì. Ma colpa anche di insegnanti, studenti e famiglie. Quanti insegnanti si interrogano seriamente sul valore della verità nelle scienze storico-sociali? Sul piano formale il processo di adozione dei libri di testo è qualcosa di molto complesso e articolato prevedendo l’assunzione di responsabilità di diverso livello di vari organi collegiali. Non c’è bisogno di commissioni, ma di attenzione non solo al peso e al prezzo dei libri, di autori di manuali che si aggiornino su quanto scrivono gli storici, di insegnanti interessati alla verità della loro disciplina, di famiglie curiose di valutare quanto passa nelle mani dei loro figli e di una scuola che, in generale, riprenda il gusto della verità.

“Il futuro prossimo” tema conduttore a Umbrialibri

Mercoledì 29 novembre verrà inaugurata a Perugia, per concludersi il 3 dicembre, la sesta edizione di Umbria Libri, la mostra mercato dell’editoria umbra. Nel corso delle cinque edizioni passate la manifestazione ha conosciuto una crescita e un consolidamento testimoniato dalle cifre raggiunte lo scorso anno: oltre 60 gli editori umbri che hanno esposto alla Rocca Paolina; 10.000 le presenze all’esposizione e alla mostra mercato su “Scienza e coscienza all’alba del nuovo millennio” ; 2000 gli studenti in visita alla Rocca Paolina. “Un successo che si è ripetuto anche nel corso della recente mostra di Francoforte – ha sottolineato l’assessore Gianfranco Maddoli, intervenuto alla conferenza stampa di presentazione che si è svolta mercoledì scorso presso la sala Fiume di palazzo Donini a Perugia – e alla Fiera del libro di Torino, dove l’editoria umbra ha potuto dare un’immagine di sé di grande spessore, non solo per quantità ma soprattutto per qualità. Con queste premesse – ha continuato l’assessore – la nuova edizione di Umbria libri sarà un’ottima occasione per far conoscere quali editori operano nella nostra regione, ma soprattutto l’alta qualità dell’editoria umbra”. Quest’anno la manifestazione presenterà un programma molto articolato. Oltre alla ricca mostra-mercato alla Rocca Paolina cui prenderanno parte 68 espositori fra editori ed enti pubblici editori, la rassegna quest’anno presenterà, quale momento clou, una mostra tematica su “Il futuro prossimo” che si svolgerà all’ex-sala Borsa merci, all’interno della quale si svolgeranno una serie di incontri che esploreranno il futuro della biologia, dell’innovazione tecnologica, dell’informazione e i nuovi orizzonti della spiritualità che a queste si accompagnano. Altro momento quello che si svolgerà alla loggia dei Lanari con l’ allestimento della seconda edizione della mostra-mercato dei Librai antiquari umbri. Con la consueta offerta di percorsi guidati, animazioni e letture, la manifestazione presenterà la mostra dedicata alla produzione editoriale scolastica, allestita presso la Rocca Paolina: “La scuola pubblica ‘2000’”, curata dalla Regione e dall’Irrsae dell’Umbria. La mostra mercato dell’editoria umbra è organizzata dalla Regione dell’Umbria e dalla Fiera del libro di Torino, con la collaborazione della Provincia di Perugia, Comune di Perugia, dell’Irrsae dell’Umbria, Provveditorato agli studi di Perugia e di Terni, Camera di Commercio di Perugia.

CONSIGLIO REGIONALE: SERVE UN “COLPO DI RENI”

Il traffico assedia Perugia e il Consiglio regionale parla della Palestina: per carità, argomento sacrosanto (“Umbria terra di pace” e via discorrendo, con la classica liason tra San Francesco e Capitini che un po’ ha stancato), ma se a Ramallah piovono pietre, a Prepo piove dentro la galleria. Nel senso: sono sette mesi che il massimo consesso politico regionale è insediato, e un suo colpo di reni verso una maggiore concretezza non guasterebbe. Invece si impantana nel gorgo dei veti politici incrociati, si riunisce raramente e quando lo fa altrettanto raramente affronta argomenti “sodi”, si limita a deliberare atti di relativa significanza.Nel frattempo, però, l’assedio al Palazzo da parte di rappresentanze di categorie più o meno in difficoltà è ripreso: anche qui, per carità, è più che sacrosanto esternare in tutti i modi le proprie istanze. Ma già il Palazzo è “distratto”, figuriamoci se c’è qualcuno che sul portone fischia, urla od espone cartelli! Eppure i problemi concreti non mancano. Lasciamo perdere la ricostruzione, che ogni volta che se ne parla è in agguato la strumentalizzazione politica: ma, per esempio, se il dibattito sugli incidenti mortali sul lavoro si conclude con un documento che si limita a predisporre l’ennesimo monitoraggio della situazione, come si fa a non pensare che la politica non serve più a niente?

Tre amori

Riprendo a seguire il filo che la mia maestra Simone mi srotola davanti: l’unico amore di Dio – mi stava dicendo – l’unico che meriti veramente, fino in fondo, di chiamarsi amore di Dio nell’esperienza di tutti coloro che lo hanno conosciuto di persona consiste in questo: Dio viene e visita l’anima e la prende per mano e le promette di sposarla. Esperienza rarissima. Una “visita”: né i miei lettori né io l’abbiamo mai visto arrivare, sedercisi accanto, prenderci la mano ubriacandoci di gioia, prometterci di … : no, non è mai successo. Né – presumibilmente – succederà in futuro. Eppure anche a noi si chiede di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Evidentemente chi ha formulato quel comando pensava che quell’unico amore di Dio che solo nell’esperienza mistica è se stesso fino in fondo – lui solo – nel suo nocciolo essenziale potesse essere qualcosa di diverso; qualcosa di anteriore; qualcosa di più abbordabile rispetto a quella visita personale, che la coscienza di chi l’ha vissuta ha potuto mettere a punto perché ne era stata pienamente informata, e nel corso della quale il contatto personale con lui l’ha totalmente coinvolta. Evidentemente, oltre l’amore esplicito di Dio, esiste anche un altro amore di Dio, che possiamo chiamare “anteriore”, “indiretto”, “implicito”: esso in quanto amore è amore vero, è tensione oblativa, ma non può avere Dio per oggetto, poiché Dio non è presente alla coscienza da persona a persona, per lo meno non lo è ancora mai stato. Un amore che è destinato a diventare amore diretto di Dio, ma attualmente non lo è ancora, se non indirettamente, perché di per sé ha un altro oggetto, diverso da Dio anche se non estraneo a Lui, anzi proteso totalmente a rimandare a Lui. Potremmo anche dire – ancora la Weil – che in esso è presente l’amore pieno di Dio, ma in forma segreta. Concretamente? Concretamente, secondo la mia maestra dal basco logoro e malamente poggiato sui capelli in disordine, questo amore implicito di Dio può avere solo tre oggetti immediati. Sono i tre soli oggetti, quaggiù, in cui Dio sia realmente, benché segretamente, presente: la liturgia, la bellezza del mondo, il prossimo. Che ne dici, avventurato lettore?

Trasferimento a Monte Morcino della scuola diocesana di teologia

Importanti novità per la Scuola diocesana di teologia “Leone XIII” nel suo ventiduesimo anno di corso. La più evidente, forse, è la nuova sede: da martedì 21 novembre, infatti, i corsi non si terranno più nelle sale parrocchiali di S. Donato all’Elce, ma nei nuovi locali di Monte Morcino. “Un po’ ci dispiace – dice padre Rino Bartolini, che ha diretto la Scuola fin dal 1979, anno della fondazione, e che da quest’anno ha assunto la figura di ‘preside’ – perché siamo affezionati alla parrocchia dell’Elce. Siamo stati accolti da don Nazzareno Bartocci, ben ventidue anni fa, e poi da don Angelo Marchesi, che ci hanno sostenuto ed aiutato in tutto e per tutto”. Indubbiamente la necessità di una nuova sede è notevole, visto che con il numero degli studenti crescono anche le necessità logistiche (aule, parcheggio…). Ecco allora la soluzione di utilizzare gli spazi rimessi a nuovo del vecchio seminario arcivescovile, dotato di un ampio parcheggio. Pur essendo una novità evidente, il cambio di sede non è la più sostanziale. Fin dall’inizio dei corsi per l’anno 2000-2001, infatti, la Scuola ha visto un approfondimento dei programmi, “perché con l’Arcivescovo – spiega padre Rino – abbiamo puntualizzato un po’ le cose. C’è il triennio normale al termine del quale rilasciamo sempre il diploma diocesano di teologia a quelli che hanno frequentato tutti i corsi e sostenuto gli esami relativi; e, da quest’anno, – continua il Preside della Scuola – c’è un quarto anno, voluto dall’Arcivescovo, obbligatorio per coloro che hanno ricevuto o sono in cammino per ricevere il diaconato permanente, e aperto anche a tutti i diplomati. E’ un anno ‘speciale’ perché si affrontano temi più a livello pastorale, tipo la morale della coppia, i problemi della famiglia, ma anche la storia della Chiesa umbra e perugina”. Sono state inserite, in questo anno speciale, anche delle ‘finestre’ su alcuni problemi pastorali come quello della droga, del mondo del lavoro, della solidarietà nelle strutture diocesane e del come vivere la liturgia. Non si terranno, invece, almeno per questo anno, quelli che erano i seminari di studio. Saranno, però, ripresi l’anno prossimo perché dopo il diploma sarà prevista comunque una certa formazione permanente. “La terza novità è che quest’anno c’è una direttrice nuova – spiega ancora padre Bartolini – suor Roberta Vinerba, della parrocchia di Prepo. La Scuola, da quest’anno, ha assunto l’impegno di aiutare il Centro diocesano per l’evangelizzazione nella formazione permanente degli insegnanti di religione nelle scuole statali, perciò c’è bisogno di più forze: suor Roberta prenderà in mano la Scuola di Teologia come direzione, mentre io, come preside, mi occuperò più della programmazione del tutto”. Anche questa collaborazione tra Scuola di teologia e Ufficio insegnanti di religione cattolica (settore del Cde) è un’iniziativa di notevole importanza: la formazione permanente per i docenti di religione e per gli insegnanti delle scuole materne ed elementari idonei per l’insegnamento della religione cattolica (‘riqualificazione’, in termini ministeriali), è prevista dalla stessa riforma scolastica del Ministero della pubblica istruzione. Sono stati avviati, così, già dal 25 settembre scorso, a Monte Morcino, i corsi che si svolgono il lunedì a seconda della categoria: per le scuole materne ed elementari e per le scuole medie e superiori. Sono circa 110 i docenti iscritti ai corsi di Cristologia, Antropologia, e a corsi più specifici sui nuovi programmi della Religione e sul nuovo profilo del docente di religione. “Sono corsi individuati appositamente per loro – dice ancora il Preside – dopo un’inchiesta effettuata tramite questionari, considerando le tematiche che sentivano il bisogno di approfondire”. Il 22 gennaio è prevista la chiusura di questi corsi con un pomeriggio al quale è stato invitato mons. Vittorio Bonati, direttore del settore Irc dell’Ufficio catechistico della Cei.

Uomo insigne per l’amore alla verità e per la santità di vita

Tantissime persone, nella giornata di lunedì scorso, 13 novembre, hanno visitato la Cattedrale di Città di Castello che custodisce le tombe dei santi Florido, vescovo, ed Amanzio, sacerdote, patroni della diocesi. E tantissime persone hanno partecipato, nel pomeriggio, al solenne pontificale presieduto dall’arcivescovo metropolita di Perugia – Città della Pieve, mons. Giuseppe Chiaretti, a conclusione dell’anno floridano indetto lo scorso anno da mons. Pellegrino Tomaso Ronchi e nel ricordo dei 1400 anni dalla morte di san Florido. Oltre al Vescovo di Città di Castello hanno partecipato i vescovi successori di quelli che assistettero Florido al momento della sua morte. Dalla biografia del santo risulta infatti che egli “circondato dall’affetto e dalla preghiera di Abenzio, vescovo di Perugia, di Leonzio, vescovo di Urbino, e di Lorenzo, vescovo di Arezzo, misteriosamente informati della sua grave infermità, Florido rese l’anima al Signore il 13 novembre 599, compianto da tutti i suoi figli spirituali”. Per rievocare significativamente l’evento erano presenti, oltre a mons. Giuseppe Chiaretti e mons. Pellegrino Tomaso Ronchi, mons. Gualtiero Bassetti, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro; per un impegno improvviso non ha potuto partecipare il vescovo di Urbino mons. Francesco Marinelli. Anche mons. Sergio Goretti, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, e mons. Pietro Fiordelli, emerito di Prato, tifernati autentici, hanno preso parte alla celebrazione eucaristica assieme a numerosi sacerdoti e diaconi della diocesi. Numerose le autorità civili e militari presenti; tra queste i sette sindaci dei comuni della diocesi, la presidente della Giunta regionale e il Prefetto di Perugia. Durante l’omelia mons. Giuseppe Chiaretti, prendendo spunto dalla liturgia della parola, ha voluto ricordare che Florido è come il capostipite della comunità diocesana ed i patroni rappresentano il legame vitale di ogni comunità con la fede trasmessa da Cristo stesso agli apostoli. “Egli, Buon Pastore, ne scelse dodici, i dodici ne scelsero altri, e così fino a San Florido, e fino ai nostri giorni in tutta la Chiesa”. Il presule ha invitato i fedeli ad amare la Chiesa, Madre e Santa, malgrado il peccato ed i peccati dei propri pastori, vescovi, sacerdoti o diaconi che siano. Con sant’Agostino che amava ripetere: siamo “cristiani con voi, vescovi per voi” mons. Chiaretti ha ricordato il servizio che tutti i pastori compiono nella Chiesa. A Città di Castello san Florido fu “padre della patria”, essendosi adoperato con Sant’Amanzio alla ricostruzione della città, distrutta dall’invasione dei Goti, e per il ricompattamento della società civile e della comunità cristiana. Con Gregorio Magno mons. Chiaretti ha ricordato che Florido “fu uomo insigne per l’amore alla verità e per la santità di vita”: uomo, quindi, che sapeva spezzare con eguale dedizione il pane della Parola e il pane della carità”. In un mondo, come il nostro, smarrito e che crede proprio a tutto, è necessario portare di nuovo il messaggio del Vangelo. “Per compiere questa urgente ‘nuova evangelizzazione’ – ha detto il presule – la comunità cristiana deve ringiovanire, recuperare entusiasmo e fervore, riscoprire le vie ardue del dovere rispetto a quelle scivolose del piacere, amare la libertà radicale dei figli di Dio rispetto alla tirannia delle mode e delle nuove ideologie, sempre più pervasive e devastanti”. Dio guida sempre la storia verso il suo compimento nel Regno. Per questo è necessaria la speranza perché “operando nella verità e nella concordia, possiamo ritrovare l’entusiasmo e il coraggio di un lavoro unitario”. Se la divisione è sempre veicolo di sconfitta, è invece si esempio San Florido che – ha concluso Mons. Chiaretti – incoraggiando e facendo strada insieme alla sua gente, reagì allo sfacelo della Chiesa e della Città tifernate. “Di quel suo coraggio civile e di quella sua fede cristiana siamo oggi eredi. Guardiamo al suo esempio e invochiamo il suo aiuto per esserne anche degni continuatori”.

Inaugurato ad Orvieto il Corso universitario di Educazione sanitaria

Il Centro studi “Città di Orvieto” si arricchisce di una nuova struttura: il Corso di perfezionamento in Educazione sanitaria attivato dalla Facoltà di Medicina veterinaria dell’Università degli Studi di Perugia. Il 10 novembre, alle ore 9.00, si è dato il via ufficiale all’anno accademico 2000-2001. Ha presenziato la cerimonia il preside della Facoltà presso lo stesso Ateneo, il prof. Alberto Gaiti. I partecipanti al Corso sono 50 (di cui 25 dipendenti del Servizio veterinario della Regione dell’Umbria, delle Asl regionali, e dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e delle Marche), che, lo scorso mese di ottobre, hanno partecipato ad apposita selezione sulla base di studi accademici e professionali, secondo le norme stabilite per l’ammissione alle scuole di specializzazione. Il Corso sarà articolato in 50 ore di lezioni teorico-pratiche sui seguenti argomenti: gli animali come indicatori dello stato dell’ambiente, uomo e alimenti di origine animale, uomo e animali-etologia e “pet therapy” , igiene urbana ed animali. Il Corso si concluderà con la sessione di esami fissata per il 9 marzo 2000. I docenti che svolgeranno le lezioni teorico-pratiche provengono dalle Università degli Studi di Perugia, di Bologna, di Camerino, dal Servizio veterinario regionale, dalle Asl dell’Umbria, dall’Istituto nazionale per la biologia della selvaggina, dall’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e delle Marche e dal mondo della libera professione veterinaria. Il Corso attivato in Orvieto è il frutto di una apposita convenzione stipulata fra tutti gli enti di attività didattica e pratica, interessati e si ispira ad un progetto formativo che, facendo riferimento esplicito agli obiettivi di politica sanitaria nazionale, punta sulla formazione professionale, sull’aggiornamento e sull’educazione sanitaria quali essenziali fattori di sviluppo qualitativo dei vari servizi. Il medico veterinario ha assunto, oggi, un ruolo fondamentale nella tutela della salute pubblica – lo si vede ciò anche nel caso, tuttora permanente ed inquietante, di pericolo della cosiddetta “mucca pazza” -: ciò si estrinseca attraverso azioni di controllo e lotta nei confronti della zoonosi, di sorveglianza epidemiologica, di vigilanza sulle greggi e gli allevamenti, nonché di controllo sull’intera filiera della produzione di alimenti per il bestiame. Importante quindi il Corso e indicativo non solo per la gravità del problema che tratta, ma anche per la sua attualità.

Cos’è la “Rivelazione”: così l’ha spiegata mons. Bottaccioli

Il 9 novembre scorso, nella sala parrocchiale di Cristo Risorto, per il Corso istituzionale I Anno, alle ore 21, alla presenza di un attento uditorio, mons. Pietro Bottaccioli ha parlato del tema “Natura e oggetto della Rivelazione”. Si è iniziato con la recita del salmo 27 e la lettura del brano biblico tratto da Es. 33,18-22, in cui viene presentata la “inaccessibilità” di Dio. Proprio su questo ha iniziato la sua relazione il Vescovo, affermando che Dio rimane in sé nascosto. In che senso? Dio ci trascende, è altro da noi e la sua conoscenza diretta non l’abbiamo. Lo stesso Giovanni, nella prima lettera e nel prologo del suo vangelo afferma che: “Dio nessuno l’ha mai visto”. Allora come è possibile avere una idea di Lui? Il Presule eugubino ha affermato, rifacendosi ad un vecchio insegnamento da lui ricevuto, che: “Noi abbiamo l’idea di Dio come un cieco nato ha l’idea del colore”. Di Dio, insomma, abbiamo una idea per similitudine; ma indirettamente, nel mondo creato, vediamo le sue tracce e con la nostra ragione possiamo arrivare a scorgerlo. Estraendo le qualità positive del Creato, quindi, abbiamo le tracce del Suo volto (seppure è una ricerca a tentoni), oltre questo, però, c’è stata una Rivelazione diretta di Gesù Cristo, seppure, “Dio in Gesù si è accorciato” (perché il Nazareno, ci ha dato la sua umanità). I circa 25 giovani presenti, da noi sentiti, annuivano all’insegnamento del Pastore e si mostravano veramente interessati al discorso, la conoscibilità di Dio. L’argomento era difficile, ma colui che insegnava si è fatto ben capire da tutti. Ha pure fatto riferimento al Concilio Vaticano I e alle due costituzioni attinenti all’argomento prodotte in esso e al Concilio Vaticano II e alla Dei Verbum. Di fronte a questo Mistero, si è visto come nasca un senso di dipendenza e così la religione, con cui l’uomo cerca di elevarsi verso Dio e ottenerne la protezione (questa è però ancora una “religione naturale”). Comunque, il fine della rivelazione è di comunicare la Sua vita a noi; l’Altissimo ci rivela se stesso e ci rivela il suo amore. A questo punto, un accenno alla catechesi, dove è necessario portare all’incontro personale col Signore e bisogna sottolineare altresì le linee fondamentali del suo volto. La prima parte dell’incontro (sul secondo momento vi ragguaglieremo più avanti) finisce con queste parole e l’invito a vedere in Gesù il rivelatore di Dio.

Un trasloco avventato danneggia un patrimonio di grande valore

Si tinge inaspettatamente di giallo la vicenda delle opere del Concorso internazionale della ceramica che, secondo quanto era emerso qualche giorno fa, sembrava avviata a rapida e lieta conclusione. “Opere finalmente in un luogo decoroso” così era l’accordo fra Amministrazione comunale e “Pro Tadino” sul futuro Museo della Ceramica contemporanea: si attendeva solo il via al trasferimento. E un trasferimento è stato effettuato giovedì 9 novembre scorso, non si sa ancora se per isolata iniziativa di qualche addetto o per un incredibile errore, è stato eseguito il trasloco delle opere conservate presso il Palazzetto del Podestà. Ma non verso i locali dell’ex caserma dei Carabinieri, distanti poco più di trenta metri dalla vecchia sede, bensì verso il Centro promozionale della ceramica, distante oltre un chilometro. La ditta esecutrice del lavoro, improvvisando il carico e lo scarico delle preziose opere, deve però averle maneggiate con una certa rudezza. Lo si deduce dal risultato di un’ispezione da parte di un addetto della “Pro Tadino” – non avvertita del trasporto – avvenuta subito dopo il fatto, dalla quale risultano danni alle ceramiche quantificabili in centinaia di milioni. Gravemente danneggiati risultano il “Pinocchio ginnasta” di Salvatore Meli, vincitore del 1961; “Mamma, amore e sacrificio” di Bianco Ghini (1967); “San Francesco” di Nino Strada (1963); tutti i vasi di Giancarlo Scapin (1994) completamente distrutto il piatto da muro con cui l’artista boemo Otto Eckert aveva vinto la decima edizione del concorso (1968) e il pannello di Goffredo Gaeta dal titolo “Il bambino”, premiato al concorso del 1979. La gran parte delle opere, inoltre, risulta scheggiata, crepata o in parte danneggiata a causa, con molta probabilità, della fretta e del mezzo improprio (un camioncino con ribaltabile) con cui si è provveduto al trasporto. Da quanto emerso, ad una prima ricostruzione dei fatti, il lavoro di trasloco, inizialmente non previsto, sarebbe stato aggiunto all’ultimo istante fra gli impegni della cooperativa “Il Soprammuro”, che ha recentemente preso in appalto alcune opere di ristrutturazione di edifici pubblici. Azienda, certo, non dotata delle attrezzature necessarie per un trasporto di tale delicatezza. Stupore e incredulità negli ambienti della “Pro Tadino” per quello che è stato definito “l’ultimo scempio” – così titola a sei colonne l’organo di stampa dell’ente gualdese – contro un patrimonio di inestimabile valore mano a mano distrutto dall’incuria e dall’ignoranza. “Ultimo” perché arriva dopo una serie di incredibili distrazioni che hanno causato la perdita di quasi un terzo dell’originaria raccolta di ceramiche d’arte. Si ricorderà quando, alcuni anni or sono, si demolì l’ex fabbrica “Monina” che era stata da poco trasformata dall’Amministrazione comunale in deposito per parte delle ceramiche della “Pro Tadino”. In quell’occasione molte opere finirono distrutte sotto le macerie, dimenticate da chi le aveva lì trasportate.

L’Angelo della Passione ritrovato: uno stimolo per progetti futuri

L’Angelo della Passione è un dipinto su tela e proviene dall’antico sepolcro pasquale allestito nella chiesa della Buona Morte da parte dell’omonima confraternita, oggi denominata di Cristo Redentore. Si presentava come un tempietto predisposto per accogliere il catafalco con il Cristo Morto. Le decorazioni esterne erano state eseguite dal pittore Giuseppe Carpinelli di Assisi. Al timpano aveva dedicato l’Angelo in lacrime per la morte di Gesù mentre ai lati dell’ingresso aveva riservato due imponenti soldati romani di guardia al sepolcro. I fondali, riproducenti i luoghi della Passione, erano opera dello scenografo perugino Felicioni. Fu inaugurato il 15 marzo 1899 e, da allora, divenne per i Bastioli il luogo di culto più emblematico per vivere la passione di Gesù il giorno del venerdì santo quando famiglie intere, con le donne in nero, andavano a visitare il sepolcro per baciare il Cristo Morto e prelevare un rametto di viole a ciocche cosparse intorno alla statua. La tradizione si è interrotta nel 1955 con la demolizione della chiesa sulla cui area, in parte, fu costruita la parrocchiale di S. Michele Arcangelo. Purtroppo in quella circostanza andarono disperse le altre componenti pittoriche. L’Angelo della Passione fu ritrovato e individuato dalla sottoscritta nel magazzino di cose sacre della chiesa durante un sopralluogo con il rettore della confraternita di Cristo Re Ubaldo Passeri, desideroso di riordinare e selezionare le cose esistenti. Fu una grande scoperta perché era l’unico documento rimasto di una delle più sentite manifestazioni pasquali ancor oggi ricercata e rimpianta. Si pensò subito al suo restauro, con la piena adesione di don Francesco e di tutta la confraternita, e si decise di affidarlo al restauratore Stefano Petrignani. Io stessa assunsi la responsabilità della spesa coperta in breve dalla risposta entusiasta di 40 persone amiche. L’Angelo della Passione, rimesso a nuovo, è stato collocato nella chiesa del cimitero in occasione della sua riapertura. L’iniziativa ha ottenuto un vasto consenso sia per la destinazione, in armonia con il contenuto del dipinto, sia per il recupero di una tela di grande valore affettivo per i vecchi bastioli, sia come punto di partenza per promuovere gradualmente altri restauri urgenti degli affreschi di scuola Umbra (secc. XV e XVI). Si è difatti diffuso un certo entusiasmo che incoraggia l’iniziativa, una rinnovata volontà tra la gente ad impegnarsi per la salvaguardia d’un patrimonio d’arte che appartiene alla comunità, per cui la confraternita di Cristo Redentore vuol farsi promotrice del progetto: “Salviamo un monumento all’anno” e poter così elevare Santa Croce a pinacoteca come hanno fatto altre piccole cittadine umbre.

“Come organizzare una cena a base di formaggi dall’antipasto al dolce”

L’11 novembre a Vallo di Nera si è tenuto a cura della Pro loco un importante seminario, messo a punto da Remo Santucci, noto gastronomo, considerato il mago della stagionatura del formaggio. Questo, avvolto in foglie di noci e deposto in bigonce di legno aromatico, assume sapori e gusti nuovi, molto apprezzati dagli intenditori. Il Convegno ha avuto come tema “Come organizzare una cena a base di formaggi dall’antipasto al dolce” e vi hanno aderito circa 60 gastronomi ed enologi, provenienti da Roma e da altre città italiane. I partecipanti si sono trasferiti in giornata a Norcia e a Cascia per una visita nei due centri della Valnerina. L’incontro si è avuto nel nuovo albergo “Locanda Cacio Re”, ristrutturato con le opere del Giubileo e recentemente inaugurato. Nella vecchia struttura di casolare sono state recuperate 9 camere ed un ottimo ristorante. La gestione è stata affidata a Renzo Fantocci, il quale, grazie alla propria competenza e professionalità, tenterà di puntare tutto sulla gastronomia locale, garantendo un ambiente di qualità. Sulla figura dell’imprenditore vallano è apparso sul Corriere dell’Umbria con la data dell’8 novembre un esauriente profilo della sua brillante carriera. Nel 1959, a soli tredici anni, si porta a Roma come tanti altri coetanei a lavorare come ‘ragazzo di bottega’ (cascherino). Successivamente insieme a Valentino Belli prende un negozio, in cui offre a clienti raffinati un prodotto di qualità con l’obiettivo di selezionare un proprio marchio. La bottega “La Tradizione” si rivela un vero “Bengodi”, dove si possono trovare specialità rarissime di formaggi e di salsamenteria, ed è frequentata da molti intenditori. Inizia così la sua scalata nel mondo dell’imprenditoria romana e divenendo consigliere nella Confcommercio. Non disdegna di raccontare le sue umili origini e sta dando il meglio di sé per la crescita e lo sviluppo del suo paese di origine. Insieme alla Pro loco e al sindaco Agnese Benedetti collabora alle tante iniziative che il piccolo paese, posto su un colle lungo il fiume Nera, sta portando avanti. Dopo l’ottima riuscita della III edizione del Premio letterario Vallo di Nera e di Festivallo, si sta programmando a partire dall’8 dicembre fino alle feste di Natale una serie di manifestazioni con l’intento di far rifiorire antiche tradizioni e di avvicinare sempre di più il turista a Vallo. Verranno riproposti il presepe vivente con i tradizionali personaggi del Natale e il canto delle Pasquarelle. Ma già si guarda al 2001. Si sta pensando ad una festa per l’anziano, ed è giusto che sia così perché i vecchi rappresentano una grossa fetta della popolazione, e ad un seminario per mettere a fuoco richieste di contributi per realizzare impianti sportivi, piscina, verde attrezzato. Un comune, pur piccolo, che ha imboccato la giusta strada per uscire dall’isolamento geografico e culturale, avendo grandi potenzialità da presentare e sviluppare.

Stanziati 13 miliardi per chirurgia e un nuovo padiglione per l’infanzia

Finalmente una bella notizia: la Regione dell’Umbria ha stanziato una somma considerevole, tredici miliardi, per il completamento dell’ospedale spoletino. Nonostante, infatti, i lavori di manutenzione già eseguiti e le nuove realizzazioni portate a termine, come le sale operatorie, un’ala del nosocomio, quella di chirurgia, è in condizioni non certo ottimali: accanto a reparti nuovi e moderni fa riscontro una realtà ben diversa che è appunto quell’ala dello stabile dove sono ospitati i degenti di chirurgia. A dare l’annuncio dei lavori, che inizieranno presumibilmente entro i primi giorni del 2001 per una durata di circa due anni, è stato l’Assessore regionale alla Sanità nel corso di un incontro a Spoleto a cui ha partecipato, oltre al Sindaco e al direttore generale dell’Asl Macchitella, anche il nostro arcivescovo mons. Fontana. Nel progetto generale d’intervento è prevista anche la realizzazione di un nuovo padiglione in cui saranno raggruppati tutti i servizi sanitari dedicati all’infanzia. Insomma una massiccia opera di miglioramento strutturale che porrà all’avanguardia l’ospedale S. Matteo degli Infermi per le caratteristiche che andrà ad assumere rispondendo in pieno alle esigenze di una struttura moderna ed efficiente. E’ stato anche sottolineato, con viva soddisfazione, che da tempo si sta notando un’inversione di tendenza in ordine ai ricoveri dei cittadini residenti: la “sfiducia” che nel passato ha portato gli spoletini a farsi ricoverare in altri ospedali, pensando di ottenere un trattamento più qualificato, è un fenomeno in attenuazione. Anzi, in alcuni casi, per specifiche problematiche sanitarie, nel nostro ospedale si registrano ricoveri anche da fuori regione che testimoniano la notevole considerazione che alcune strutture godono presso l’opinione pubblica anche a livello nazionale. A questo punto c’è solo da augurarsi che le previsioni di ultimazione dei lavori non vengano ancora una volta clamorosamente smentite come è di recente avvenuto per la nuova ala e per il reparto di Pronto soccorso. La presenza di mons. Fontana è stata tutt’altro che di circostanza: è stata, infatti, costituita una Fondazione nuova di zecca per assicurare agli anziani un’esistenza più dignitosa e comunque diversa rispetto a quella che attualmente vivono all’interno della Casa di riposo di S. Paolo. Per concretizzare il progetto la Chiesa spoletina metterà a disposizione una struttura immobiliare di sua proprietà che si trova a Maiano; la neo Fondazione, a cui partecipano alcune banche spoletine, la Caritas diocesana, le associazioni di volontariato, la Asl e, naturalmente, il Comune di Spoleto, consentirà una sorta di “autogestione” basata sul costruttivo contributo di più realtà. Dovendo liberare al più presto la struttura di S. Paolo, destinata nei piani dell’Amministrazione comunale a nuova sede dell’Istituto alberghiero e del suo convitto, occorre non perdere tempo. Anche in questo caso, tuttavia, vanno ben valutati i ruoli che tutti i soggetti coinvolti andranno ad assumere per partire con il piede giusto: troppo necessaria è questa importante realizzazione di medicina territoriale. Anche se inizialmente assumerà il significato di una “sperimentazione”, siamo convinti che è la strada giusta su cui muoversi per trovare e dare la soluzione giusta a tutti i problemi tipici delle persone anziane: superare la solitudine, creare buone relazioni umane e di convivenza, dare una costante e valida assistenza sanitaria.

Mobilitata tutta la diocesi per l’annuale Assemblea

Preannunziata da diverse settimane, si svolgerà nei giorni di sabato 18 e domenica 19 novembre l’Assemblea diocesana che avrà per tema: “La domenica, il giorno che salva”.E’ la prima Assemblea ecclesiale che si svolge sotto l’episcopato di mons. Vincenzo Paglia ed è superfluo dire che egli tiene moltissimo alla sua riuscita sia per la frequenza alle due giornate, sia per le conclusioni e applicazioni che ne seguiranno. Chi ha avuto modo di ascoltare le omelie del Vescovo in questi primi mesi della sua presenza in diocesi, avrà avuto anche modo di rilevare i due “pallini” fissi che ritornano nella sua predicazione: lettura amorevole del vangelo da farne stile di vita e predicazione attiva e gioiosa alla Messa domenicale. Non fa specie, quindi, la scelta del tema per l’Assemblea che fa eco alla lettera del Papa dal titolo: Dies Domini”ossia: “Il giorno del Signore”. Proprio perché mons. Paglia si attende una larga partecipazione, sabato 18 novembre l’Assemblea avrà per sede il Teatro Verdi, mentre nel pomeriggio di domenica 19 la sede naturale per l’Assemblea sarà la cattedrale di Terni. Saggiamente l’Assemblea è stata preparata da un questionario trasmesso a tutte le parrocchie perché venisse analizzato e discusso nell’ambito dei gruppi ecclesiali, specialmente nei consigli pastorali parrocchiali, in modo da giungere preparati all’assise diocesana. Per dar modo a tutti, sacerdoti e fedeli, di poter partecipare e per sottolineare l’importanza dell’Assemblea nella vita diocesana, domenica 19 novembre, non saranno celebrate le Messe vespertine in tutte le parrocchie e chiese della diocesi. Il Vescovo si attende una partecipazione corale così da rendere insufficiente la capienza del “Verdi” e quella della cattedrale. In modo particolare sono attesi tutti i membri dei consigli pastorali parrocchiali, dei responsabili e membri delle associazioni e movimenti presenti nel territorio diocesano, dei credenti ed anche dei dubbiosi, dei non credenti o non praticanti per la valenza sociale, se non religiosa, che caratterizza il “Giorno del Signore”. L’Assemblea val bene la rinunzia ad una partita di calcio o ad una passeggiata novembrina.

Bistoni da pochi giorni alla guida dell’Università degli studi di Perugia

Riorganizzare l’amministrazione dell’ateneo è la priorità del nuovo rettore, Francesco Bistoni, da pochi giorni alla guida dell’Università di Perugia. “Non sarà un compito facile perchè ci sono cambiamenti profondi da attuare” – ha tenuto a precisare – ma costituisce la condizione per migliorare “la qualità complessiva della struttura”. E’ stata pure annunciata la nomina del direttore amministrativo, Angela Maria Lacaiata di Potenza con una lunga esperienza amministrativa negli atenei, che dovrà portare avanti questo impegnativo compito. Poi vanno recuperati i rapporti con le istituzioni (in particolare Regione e Comune di Perugia), cercando anche di riordinare la didattica. Se la riorganizzazione interna rappresenta la base di partenza per far funzionare al meglio l’ateneo, Bistoni ha posto l’accento sulla necessità di “risorse adeguate” per l’università perugina, in particolare per la ricerca. Il nuovo rettore ha chiesto alle imprese un diverso collegamento con l’istituzione accademica soprattutto nel settore della formazione professionale. Bistoni ha sottolineato che dal suo precedessore, Giuseppe Calzoni, ha ereditato un ateneo che, secondo una recente statistica, è il settimo nella classifica generale italiana e primo tra quelli con un numero di iscritti tra 20 mila e 40 mila. I docenti? L’età media si innalza ma è una situazione che non riguarda solo Perugia. Bistoni auspica la creazione di una commissione permanente con la Regione sui temi della formazione professionale e della ricerca, funzionale allo sviluppo economico e sociale, e della assistenza sanitaria. La stessa presidente della Giunta regionale, Maria Rita Lorenzetti, ha ricordato che proprio “formazione e ricerca” li aveva indicati – nelle sue dichiarazioni programmatiche – come fattori decisivi per lo sviluppo. Secondo la Lorenzetti “l’investimento in cultura e ricerca è quindi precondizione per agire al meglio sui diversi fattori in grado di concorrere alla diffusione dell’impresa, alla creazione di nuove opportunità di lavoro, al potenziamento e all’allargamento del sistema produttivo”. La presidente della giunta regionale propone l’attuazione di un accordo di programma per “cogliere le esigenze sostanziali che emergono dai territori” con le loro diverse vocazioni. Accanto alle ferme intenzioni di modernizzazione e sviluppo unite ai progetti futuri non mancano i problemi da superare per gli universitari perugini. In particolare per l’alloggio per coloro che hanno perso il posto letto, dopo la riduzione degli alloggi messi a concorso dall’Adisu. La decisione della Giunta regionale di stanziare un finanziamento straordinario per andare incontro con una provvidenza di 600 mila lire per circa 150 studenti è stata contestata dal consigliere del Prc, Mauro Tippolotti, e dall’Unione Inquilini di Perugia anche per il rischio di incrementare il mercato degli affitti in nero, da sempre fiorente a Perugia. Un altro versante carico di problemi è quello del corso di laurea in scienze della comunicazione. E’ stata un’innovazione che ha fatto registrare in due anni un vero e proprio boom con mille iscrizioni all’esordio e 800 nel secondo anno. Sono stati numeri di rilievo – facendo passare quasi inosservato il calo di consensi nelle altre facoltà – che hanno intercettato studenti destinati probabilmente verso altri atenei. Ma l’insperato successo ha coinciso con la ristrettezza di aule e la saturazione degli orari. E gli studenti protestano. Intanto è annunciata l’inaugurazione dell’Ano Accademico 2000-2001 che si svolgerà il 27 novembre.

Religione e politica

Il Giubileo dei politici che si è svolto domenica scorsa ha rimesso al centro della riflessione una eterna questione del rapporto tra religione e politica. In un’epoca che si diceva secolarizzata sembrava che la religione fosse messa da una parte e ridotta a sentimento intimo e personale da difendere con pudore da sguardi indiscreti, e si riteneva inoltre che anche la politica, con la cosiddetta caduta delle ideologie, si fosse preoccupata soltanto di ricercare la soluzione dei problemi concreti delle persone e delle società adottando i mezzi più efficaci a disposizione.Tutto questo sembra superato. La religione è al centro degli interessi spirituali delle masse e va ad incrociarsi inevitabilmente con le scelte politiche. La società infatti si trova ad affrontare problemi che hanno una profonda incidenza etica, quali sono le leggi sulla salvaguardia della vita, sulla famiglia, le biotecnologie, l’immigrazione, la destinazione delle risorse tra le classi sociali e in prospettiva mondiale. Tutto questo spinge i credenti consapevoli della loro fede a prendere posizione e possono così divenire una forza determinante nel momento delle elezioni. Ciò spiega perché nella campagna elettorale americana il nome di Dio sia stato pronunciato frequentemente, 13 volte in un solo discorso di un ebreo osservante candidato senatore per il partito democratico e Bush si è dichiarato un “born again”, che significa un convertito e ha proposto un “Jesus Day”. Ciò spiega anche perché Berlusconi ha aperto la campagna elettorale in un incontro di cattolici e Rutelli si dichiara fervente sostenitore del Giubileo. E’ tutta strumentalizzazione e furbizia politica? Pensiamo di no. C’è anche tra i politici sincerità e desiderio di compiere il bene. C’è sincerità nei politici credenti come c’è nei politici che si dichiarano apertamente contrari alla Chiesa e alle scelte che essa propone. Anche se essi pure possono essere tentati di strumentalizzare la non credenza di parte della società prendendo posizioni che possono intimamente considerare ingiuste o immorali. Riesce infatti difficile pensare che possano essere intimamente convinti di certe scelte che alla luce anche del semplice buon senso comune sembrano inconcepibili. Ma non giudichiamo né questi né quelli. Il cattolico tuttavia dovrebbe sapere come comportarsi. Nel caso poi del sospetto che i valori in cui crede possano essere strumentalizzati la scelta crea disagio e la riflessione deve essere approfondita per non diventare complici di chi volesse fare della religione un “instrumentum regni”, un mezzo per ottenere il potere e basta. Questa riflessione e la ricerca conseguente sarà facilitata se si potrà sviluppare nei mesi che seguiranno un approfondito dialogo sul terreno politico-religioso che non suoni come una contrapposizione astiosa, una serie di dichiarazioni demagogiche, ma si svolga secondo quel criterio che nel Giubileo dei politici il Papa, tra le molte interessanti e forti parole, ha ricordato: la strada del “dialogo resta lo strumento insostitiuibile per ogni confronto costruttivo”.

Santeusanio: si può discutere sulle parole ma è sempre interruzione di una vita iniziata

Recentemente con decreto del Ministero della Sanità è stata autorizzata, dietro semplice prescrizione medica, la distribuzione nelle farmacie italiane di una nuova specialità ormonale il cui effetto è quello di impedire l’annidamento di un embrione nella parete uterina. Il preparato è stato anche denominato “pillola del giorno dopo”, perché verrebbe ad impedire lo sviluppo di un embrione formatosi dopo un rapporto sessuale in periodo fecondo avvenuto entro 72 ore prima. Si è acceso un dibattito con toni talora molto vivaci che certamente non giova a nessuno. Anche se pillole con lo stesso effetto erano già disponibili ed utilizzate da molti anni, l’occasione può essere egualmente utile per ribadire dei principi che l’insegnamento e l’etica cristiana hanno sempre sostenuto, vale a dire l’inviolabilità della vita fin dal suo concepimento. Si può discutere sui termini di pillola abortiva o non abortiva, poiché a rigore l’aborto definisce l’interruzione di una gravidanza con embrione annidato nella parete uterina, ma di fatto la morte di un embrione non annidato è pur sempre interruzione di una vita iniziata. E’ quanto accade ad esempio per gli embrioni ottenuti in provetta, poi congelati ed infine distrutti quando non possono essere utilizzati: si tratta comunque di embrioni che non si sono ancora annidati nella parete uterina, ma la loro distruzione o utilizzazione per altri fini rimane un atto assolutamente immorale. L'”Associazione medici cattolici italiani” alcuni giorni fa ha emesso un comunicato stampa che ribadisce questi principi, invita tutti ad una serena riflessione e soprattutto chiede che vengano promosse e sostenute iniziative per la formazione dei giovani ai valori della famiglia e della procreazione. Infatti il ricorso a pratiche di interruzione della vita di un embrione è spesso frutto di ignoranza e di situazioni verificatesi per comportamenti superficiali e favoriti da una società sempre più edonistica. Il comunicato viene ora proposto ai lettori de La Voce.Il preparato è stato anche denominato ‘pillola del giorno dopo’, perché verrebbe ad impedire lo sviluppo di un embrione formatosi dopo un rapporto sessuale in periodo fecondo avvenuto entro 72 ore prima. Si è acceso un dibattito con toni talora molto vivaci che certamente non giova a nessuno. Anche se pillole con lo stesso effetto erano già disponibili ed utilizzate da molti anni, l’occasione può essere egualmente utile per ribadire dei principi che l’insegnamento e l’etica cristiana hanno sempre sostenuto, vale a dire l’inviolabilità della vita fin dal suo concepimento. Si può discutere sui termini di pillola abortiva o non abortiva, poiché a rigore l’aborto definisce l’interruzione di una gravidanza con embrione annidato nella parete uterina, ma di fatto la morte di un embrione non annidato è pur sempre interruzione di una vita iniziata. E’ quanto accade ad esempio per gli embrioni ottenuti in provetta, poi congelati ed infine distrutti quando non possono essere utilizzati: si tratta comunque di embrioni che non si sono ancora annidati nella parete uterina, ma la loro distruzione o utilizzazione per altri fini rimane un atto assolutamente immorale. L”Associazione medici cattolici italiani’ alcuni giorni fa ha emesso un comunicato stampa che ribadisce questi principi, invita tutti ad una serena riflessione e soprattutto chiede che vengano promosse e sostenute iniziative per la formazione dei giovani ai valori della famiglia e della procreazione. Infatti il ricorso a pratiche di interruzione della vita di un embrione è spesso frutto di ignoranza e di situazioni verificatesi per comportamenti superficiali e favoriti da una società sempre più edonistica. Il comunicato viene ora proposto ai lettori de La Voce.

La testimonianza di uno dei diciotto giovani umbri

“Io, vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro, soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto Dio…”: così suona il testo di una delle più note e intramontabili canzoni dei “Nomadi”. E nomadi e vagabondi (diciamolo!) rischiamo di esserlo un po’ tutti, se non proprio in senso fisico, sicuramente sul piano interiore, sempre pronti come siamo a migrare e a farci trasportare da un’idea all’altra, da un’esperienza all’altra, da un’emozione all’altra, talvolta pure nel campo della spiritualità, “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef. 4,14). L’importante, però, non è togliersi dalla strada, quanto invece scegliere quella giusta e starci in modo nuovo, passando dalla condizione di vagabondo senza meta e nomade errante (o, peggio ancora, da quella di “paracarro”, duro e irremovibile) a quella di pellegrino, che ha ben chiaro il luogo da raggiungere e il cammino da percorrere ed è perfettamente consapevole dell’unicità dell’uno e dell’altro. Questo, in sintesi, il messaggio del XXI Convegno nazionale “Giovani verso Assisi”, che aveva appunto per titolo “Da vagabondo a pellegrino: beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio” e che ha radunato dal 28 ottobre al 1’novembre, nella basilica di S. Francesco, 1700 giovani provenienti da ogni parte d’Italia. In questi giorni siamo stati chiamati a farci pellegrini innanzitutto verso e dentro il nostro cuore, per ricercare la risposta alle tre domande-chiave di ogni viaggio: dove sono? da dove vengo? dove vado?; e, al tempo stesso, per affrontare un serio esame di coscienza e di revisione della nostra vita, che ci preparasse a ricevere degnamente il sacramento della Riconciliazione nella liturgia penitenziale e la grande Indulgenza giubilare. A questo pellegrinaggio interiore si è affiancato poi quello esteriore, simbolo e immagine del ritorno alla casa del Padre, quando – partiti in più gruppi da varie chiese di Assisi – ci siamo incamminati alla volta della basilica di S. Francesco per ritrovarci tutti insieme a celebrare l’Eucaristia con mons. Angelo Comastri, arcivescovo di Loreto. L’ultimo giorno, solennità di tutti i santi, il card. James Francis Stafford che presiedeva la Messa, ci ha ricordato il pressante invito del Papa, rivolto in particolare a noi giovani, a non avere paura di essere i santi del nuovo millennio e ha assicurato che avrebbe portato di fronte al Papa la propria commossa testimonianza nell’aver visto di nuovo tanti giovani riuniti attorno a Cristo, quasi come in un’appendice della grande Giornata mondiale della gioventù. Al termine, la consegna del mandato, unitamente al Vangelo e alla conchiglia del pellegrino, concludeva questa cinque giorni davvero indimenticabile. In mezzo a tanta gioia, però, una piccola nota di rammarico da parte di chi scrive: dei 1700 giovani presenti, in centinaia venivano dalle altre regioni d’Italia; dall’Umbria eravamo appena diciotto, i meno numerosi in assoluto! Anche san Francesco forse dovrà constatare con amarezza che “nemo propheta in patria…”.

Luca De Filippo su “L’arte della commedia”

In occasione dell’anniversario dei cento anni dalla nascita di Eduardo, Luca De Filippo mette in scena fino a domenica 12 novembre al Teatro Morlacchi di Perugia una rarità, una commedia del padre intitolata “L’arte della commedia”, testo che fece appena in tempo a venire alla luce, nel 1965 al San Ferdinando di Napoli, e fu subito accantonato da Eduardo dopo le polemiche sorte per le rivendicazioni artistiche che vi si indirizzavano al mondo ufficiale e politico italiano, e perciò fonte di scomodità e suscettibilità.Lo spettacolo vara un binomio attorale inedito, quello di Luca e di Umberto Orsini rispettivamente nei panni del capocomico Campese e di Prefetto che si fronteggiano in un ufficio di provincia, dopo che l’artista è stato funestato dall’incendio del suo capannone e ha perso il pubblico proletario nel Teatro Comunale dove la compagnia si è accampata. Luca, cos’è che l’ha spinta ad adottare questa commedia “strana”, così definita dallo stesso autore, apparentemente un manifesto di denuncia a sostegno della funzione del teatro? “Io leggo in “L’arte della commedia” un modo di vivere il teatro che fu proprio di Eduardo. A più livelli. Una considerazione di principio scatta attraverso l’attore Campese: il teatro “deve” essere di interesse nazionale, un veicolo di riflessione per tutta la comunità, e quindi lo Stato dovrebbe tenerci di più”. In sintesi, che chiede questo prototipo di attore degli anni Sessanta? “In termini etici e umani, chiede il riconoscimento di una dignità. D’altronde anche il medico, la maestrina, il farmacista, quelli che nel secondo tempo hanno un colloquio di prammatica con il Prefetto, tutti aspirano ugualmente a una dignità”. La sua regia odierna attualizza qualche concetto tutt’ora valido, o rispetta l’ambientazione di 35 anni fa? “Mi attengo letteralmente al testo, che cita una data, il dicembre del ’64. Prendo spunto dal Prologo, e immagino che tutto si possa recitare su una pedana da tenda, una specie di zattera che galleggia con attorno le rovine del capannone bruciato, con le scene della prefettura e di un salone che calano dall’alto. Una recita nella recita. Mi domando se anche il Prefetto non faccia parte della compagnia di Campese”. Accanto a lei c’è Umberto Orsini, un attore insolito per il repertorio di Eduardo… “Il sodalizio con Umberto nacque già anni fa con una mia regia per il suo “Il piacere dell’onestà”. Quanto al ruolo del Prefetto ci voleva una forte esperienza. Lui rappresenta una controparte dialettica, di approfondimento. Deve esserci una complicità ideologica, nella disputa dell’Arte della commedia. E con Umberto c’è, molto bella”.

Anche la Caritas partecipa al progetto di cui è capofila il Comune di Foligno

Un progetto che oltre a coordinare i diversi interventi attivati, ne promuova degli altri, mettendoli in relazione tra loro anche territorialmente, con il coordinamento di più enti locali ed associazioni per creare un ambito territoriale che risponda in modo omogeneo e più efficace ai bisogni legati a tali esigenze. Si chiama “Progetto immigrazione” ed è stato studiato ed organizzato per funzionare in sette comuni del territorio con l’Amministrazione comunale folignate, quale Comune capofila. Dedicare particolare attenzione alle problematiche legate all’immigrazione che, nei vari comuni del territorio, stanno diventando una vera e propria emergenza sociale e, alla quale è necessario dare delle risposte articolate. Risposte per risolvere quelle priorità che, in breve, si possono condensare in azioni di informazione, orientamento, alfabetizzazione. Ma i Comuni non sono soli. Si appoggeranno a tutte quelle realtà del volontariato che, ormai da anni, come la Caritas, promuovono azioni per l’integrazione e il sostegno agli immigrati. Gli ambiti in cui il progetto va ad intervenire sono i minori, soggetti particolarmente deboli, dove gli elementi di incontro-scontro tra due culture spesso convivono in modo drammatico. La famiglia immigrata è ambito privilegiato di intervento affinché possa costruire essa stessa uno strumento di integrazione, sostenuta sul piano educativo, nell’inserimento lavorativo ed nell’accedere ad un alloggio stabile. Le donne in questo processo assumono a volte un ruolo fondamentale, non solo per l’educazione dei figli, ma anche perché spesso vengono chiamate a sostituire gli uomini nel mantenimento della famiglia, sono il tramite verso i servizi ai quali rivolgere le diverse domande, sono coloro che sempre di più assumono un ruolo fondamentale nel lavoro di cura (assistenza domiciliare e aiuto domestico), per questo è necessario un intervento che miri alla qualificazione e formazione professionale delle donne nel lavoro di cura. I corsi di alfabetizzazione socio-linguistica e culturale per immigrati adulti partono dalla consapevolezza che, una bassa competenza linguistica e comunicativa, pregiudica il processo di inserimento sociale e lavorativo e con esso la partecipazione ai meccanismi e ai processi di inclusione sociale. La realtà dei campi container della città costituisce un ambito dove la massiccia presenza di extracomunitari e la difficoltà di integrarsi in un tessuto sociale già di per sè compromesso, comporta un’attenzione particolare e quindi la creazione di nuove figure, come quelle dei mediatori culturali e di conflitti, di operatori sociali ad hoc, con una articolazione dei servizi itineranti di informazione e consulenza, diventano i servizi e le figure chiave per dare risposte precise. Il progetto a cui hanno aderito oltre al comune di Foligno, quello di Montefalco, Sellano, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Spello e Trevi, si articola quindi nei seguenti interventi: il lavoro di cura e le donne immigrate, l’alfabetizzazione socio-linguistica per immigrati adulti, l’orientamento e l’integrazione socio-lavorativa a favore di cittadini immigrati residenti nei campi container e lo sportello informativo itinerante.

Il Grande Fratello e l’Amor di Dio

Stavo riflettendo sulle “forme implicite dell’amore di Dio”; pensavo con quanta strepitosa generosità silente l’amore di Dio si distribuisca nella miriade di forme di vita, naturali o umane. Quella luce unica che “piove di cosa in cosa / e i color vari suscita / ovunque si riposa”: Manzoni. Dio mio, che spettacolo! E che razza di spina dorsale per la realtà intera, per la creazione scossa in ogni sua parte dai sussulti violenti provocati da quell’inarrestabile gemito con il quale si essa proietta verso la sua liberazione; l’amore silenzioso e onnipotente di Dio, invisibile spina dorsale che tiene su, insaporisce, unifica un mondo che fa del tutto per risultare flaccido, insulso, frammentario, rischiando di convincerne anche chi ha avuto il dono della fede! Stavo pensando a questo, quando una domanda ha attraversato il cielo della mia animula vagula blandula: anche Il Grande Fratello può essere annoverato fra le forme implicite dell’amore di Dio? Non osavo rispondere, temevo di essere prevenuto, talmente irriducibile viscerale globalizzata nei contenuti e maleducata nell’espressione è l’antipatia che si sprigiona dai pori della mia animula vagula blandula quando riesco a vedere quel programma Tv per più di 15 secondi. Poi, a confortarmi, a rassicurarmi che quella mia antipatia non è il frutto della senescenza che inacidisce il cuore ed estenua le meningi, ho letto il bell’articolo pubblicato dal nostro settimanale la settimana scorsa, sulla pagina dedicata agli spettacoli, a firma di Nicola Lombardi e Giovanni Desio. Complimenti, non è facile trovare penne che – secondo quanto occorre – sappiano di volta in volta cesellare come un bulino o scatafasciare come una scimitarra. Un bell’articolo, che mi ha convinto di ciò che qualcuno speravo mi convincesse: che Il Grande Fratello è solo una boiata commerciale. Agostino rappresenta la storia intera come lo scontro fra due città antitetiche, generate da due forme antitetiche d’amore: Amor Dei usque ad despectum sui fecit civitatem Jerusalem, Amor sui usque ad despectum Dei fecit civitatem Babylonem. In ogni caso è l’amore la matrice della civitas, cioè della convivenza umana. Ma le boiate integrali, tipo Il Grande Fratello, in quale di queste due traiettorie si inseriscono? In nessuna, credo. Questi poveri ragazzi non amano nulla, nemmeno la propria dignità. Tra i tre livelli della vita, apparire/ essere/ dover esser hanno scelto il primo, pensando che si potesse isolare dagli altri due. Non sapendo che si può apparire solo se si è qualcuno, e si è qualcuno solo se si ha una idea di come tutti dovremmo essere. Non so che prezzo ne pagheranno, nel prosieguo della loro vita, quei poveri ragazzi. Sarà in ogni caso molto più alto dei bei soldini che la maitresse di quella loro casa chiusa infilerà nelle loro tasche al termine della prestazione a pagamento.

Scuola associativa Ac / Primo incontro

Un bel gruppo di persone, fra cui molti giovani, hanno partecipato al primo incontro della Scuola associativa promossa dall’Azione cattolica diocesana. È partita, così, una delle proposte più importanti che il centro diocesano di Ac intende portare avanti non solo per quest’anno, ma anche per l’avvenire, nella consapevolezza che l’investimento in termini di tempo, risorse e persone per offrire un’adeguata formazione agli operatori pastorali sia una delle priorità per il nostro tempo.

Il nostro obiettivo, come associazione, è quello di qualificare sempre più animatori e responsabili di Ac che, in diocesi e nelle parrocchie, sappiano offrire un servizio motivato e qualificato alla Chiesa, secondo lo stile dell’Azione cattolica. Il programma di questo primo anno di Scuola associativa ruota intorno a tre nuclei: storico, teologico, associativo. In particolare, i primi incontri hanno lo scopo di evidenziare la vicenda storica dell’Ac attraverso un inquadramento di fatti e testimonianze nel tempo più o meno lontano. Seguiranno incontri di approfondimento sui documenti del Concilio, in particolare le quattro costituzioni. Infine, saranno esaminati i documenti associativi. Tuttavia a poco gioverebbe lo studio se questo non fosse sostenuto dalla preghiera: la lode al Signore non solo ritma tutti gli incontri, ma fanno parte integrale della Scuola sia i ritiri spirituali che si terranno in Avvento, Quaresima, tempo di Pasqua (Scuola della Parola), sia i due corsi di esercizi che si svolgeranno a marzo (per i giovani) a Fonte Avellana, che a fine anno pastorale per gli adulti.

Gli incontri si svolgeranno con cadenza quindicinale a Montemorcino (sede di Ac) di lunedì, orario 21.00-23.00. Il prossimo appuntamento è per il 13 novembre con il prof. Giancarlo Pellegrini, dell’Università di Perugia: per questa occasione l’orario sarà 18.00-20.00. Mi piace concludere osservando che la Scuola non ha un titolo o slogan, ma gli si potrebbero applicare molto bene le parole che Paola Bignardi, presidente nazionale di Ac ha rivolto all’associazione: il Concilio sia il nostro programma!

Domenica 13 novembre, santi Florido e Amanzio: una memoria sempre viva in tutta la diocesi

La memoria viva dei nostri santi che abbiamo ricordato nella giornata del I’novembre continuerà per noi fino al I3 novembre quando celebreremo la solennità dei santi Patroni Florido e Amanzio dei quali essi sono figli spirituali cresciuti nella chiesa da loro ricostruita e aperta al futuro. Come abbiamo già pubblicato la vita di questi fondatori,così pubblichiamo ora le notizie di questi figli illustri come ci è stato richiesto da molti lettori.Contemporaneamente ai Santi protettori abbiamo due santi eremiti, esempi di distacco e di contemplazione: Donnino e Illuminato. Dopo di essi si può dire che ogni nostra Chiesa ha avuto i suoi testimoni e i suoi confessori. Per la brevità dello spazio accenniamo solo ai loro nomi. San Ventura, sacerdote e martire (1250), sant’Albertino da Montone, monaco e sacerdote (1294), il beato Giacomo (1292), La beata Margherita della Metola (1287/1320), Il Beato Pietro Capucci, domenicano), il beato Bartolomeo Cordoni, santa Veronica Giuliani (1660/1727), 1a beata Florida Cevoli (1685/1767), il Servo di Dio Melchiorre Taragoni (I649), Maria Mattia Pierini (I698/I743). E più vicini a noi P. Luigi Piccardini (I811/I893), ed il venerabile servo di Dio mons. Carlo Liviero (I868/I932). Se da una parte tutta questa schiera di santi e sante ci fa vedere quanti frutti ha portato la santa paternità di Florido ed Amanzio, essa costituisce per tutti noi un motivo e una spinta per tornare a scegliere Dio come il tutto della nostra vita, la sua chiesa come l’arca della salvezza, l’impegno quotidiano nella situazione di vita nella quale il Signore ci ha posto, a servizio del prossimo. Quest’impegno ci viene richiesto dai nostri santi patroni e da tutta questa schiera di santi che hanno rischiarato gli orizzonti della nostra terra, sopratutto in questo momento ,alla conclusione dell’Anno giubilare e agli inizi del nuovo millennio. Il nostro tempo, carico di fermenti velenosi per la fede ma anche di semi di potenziale rinnovamento, con la protezione dei nostri fondatori e di tutta la schiera dei nostri santi, ci chiede di riaccendere fiduciosamente la nostra speranza e di attivare, con costanza e coraggio, il nostro impegno per la comunità.

Solo nel 1998 si sono riscontrati 203 incidenti gravi

La notizia l’abbiamo appresa da fonti indirette e francamente non ci fa piacere.Da una rilevazione recente, sulla base di dati regionali e provinciali, sembrerebbe che il maggior numero degli incidenti mortali dell’Umbria si registri nell’Orvietano, cioè nel territorio dei tredici comuni, che ne costituiscono l’area. Ad essere chiamate in causa, principalmente per il rischio, sarebbero le strade di Monteleone di Orvieto, di Fabro e di Castel Giorgio, dove nel corso dell’anno ’99, si sarebbero verificati i sinistri con il maggior indice di pericolosità. Per la frequenza invece con cui sono essi, più e meno gravi, accaduti, le zone più in vista sono Orvieto, Baschi e Porano. Specificatamente ad altissimo rischio appaiono, nella rete locale, strade, come quella detta di Fondovalle, che unisce Chiusi Scalo a Fabro e specie il tratto da Ponticelli-Fabro; la Maremmana nell’area di Castel Giorgio e la Provinciale 448, la Baschi-Todi; naturalmente nel territorio del comune di Orvieto i valori sono i più elevati. Le statistiche parlano di ben 203 incidenti, nel corso del 1998, con 328 feriti e undici morti. Il Bollettino dell’osservatorio sulla situazione socio-economica dell’Orvietano ci fornisce dei dati eloquenti, secondo i quali il numero maggiore dei feriti si registrerebbe a Baschi, Porano, Ficulle, Allerona, Castel Giorgio e Orvieto. I decessi invece più a Castel Giorgio, Monteleone, Fabro e Ficulle. Le statistiche, per se stesse, sono dei numeri che di solito servono a stabilire dei confronti tra avvenimenti che si ripetono. Che, se sono lieti, ben vengano, ma se sono tristi e dannosi, vanno arginati e possibilmente eliminati con accurato esame delle cause. Ora siccome le strade sono, per un certo senso, un po’ di tutti, dovrebbe essere particolare cura delle amministrazioni comunali preoccuparsi del loro stato e della loro agibilità o direttamente, se di loro competenza, o indirettamente, mediante apposite segnalazioni e richieste d’intervento da parte degli enti responsabili: e ciò con un monitoraggio continuo e rigoroso e non con rimedi appena provvisori o palliativi, come qualche volta accade, per la solita palata di terra elargita dal cantoniere. Ci sono dei manti stradali che fanno veramente pietà e carreggiate ridotte, sbordate e mal tenute. Non sempre e dappertutto, in verità. Comunque, se anche solitamente la colpa dell’incidente stradale per la più parte è attribuibile al cattivo utente della strada, che ne fa un uso scorretto, è doveroso che le amministrazioni comunali, con intelligenza tecnica e tempestività, si adoperino a rimuovere tutti quei difetti e motivi che possono rendere presente il pericolo sulla rete locale, affinché sia salvaguardata la vita della gente e l’incolumità di chi guida.

Gubbio / Siglato protocollo d’intesa per la costruzione dell’ospedale di Branca

L’ospedale unico comprensoriale ha ormai imboccato la strada giusta, destinata a concludersi con la realizzazione in tempi ragionevolmente contenuti.Come annunciato dall’assessore Maurizio Rosi in occasione dell’assemblea cittadina “Gubbio 1997-2000”, si è svolta a Perugia, presso la sede dell’Assessorato regionale alla Sanità, quella che potrebbe essere considerata, seppure in senso figurato, la “prima pietra” della nuova struttura ospedaliera comprensoriale. L’assessore Rosi, il sindaco di Gubbio Corazzi, il vice sindaco di Gualdo Tadino Campioni, il dott. Gobbi dell’Inail, assistiti da tecnici e funzionari, hanno sottoscritto l’intesa con la quale l’Inail stessa si fa carico della costruzione del nuovo ospedale nella frazione di Branca: duecento posti letto, una tecnologia d’avanguardia, un investimento complessivo di 64 miliardi. La cifra sarà anticipata dall’Istituto nazionale assistenza infortuni sul lavoro; dovrà essere però rimborsata dalle amministrazioni comunali interessate nel giro di trent’anni. “E’ stata riconosciuta la priorità della nostra struttura, indispensabile per completare la rete regionale della emergenza – ha dichiarato con soddisfazione il sindaco Corazzi – e l’Inail ci ha assicurato che, per quanto di sua competenza, farà di tutto per accelerare le procedure, mettendo a frutto anche precedenti esperienze. La prospettiva è quella di consegnarci “le chiavi” nel giro di tre, massimo quattro anni dall’inizio dei lavori. Lavori, ripeto, che l’Inail ha tutto l’interesse a terminare con la massima rapidità, anche per rientrare degli anticipi”. Le tappe più immediate sono costituite dall’individuazione del pool di ditte specializzate da coinvolgere, dalla redazione del progetto “tenendo conto però – ha ricordato il Sindaco – dei possibili suggerimenti dell’arch. Renzo Piano, per portare avanti quella sperimentazione cui il Ministero della Sanità tiene con particolare cura per avviare la realizzazione di residenze ospedaliere che tengano conto, nella stessa impostazione, delle esigenze organizzative più moderne ed avanzate”. Non ci sarebbero problemi invece per quanto riguarda gli strumenti di carattere urbanistico. “L’area individuata nella frazione di Branca – sottolinea Corazzi – è destinata ad una struttura di interesse pubblico, destinazione che funge di per se stessa da variante agli strumenti urbanistici vigenti”. Dopo tanto discutere, l’ospedale unico si profila nella sua concretezza. E’ urgente comunque seguirne l’iter per risolvere gli eventuali problemi che potrebbero insorgere.

Gualdo Tadino

Molti container non servono più. Dopo la consegna, nelle scorse settimane, di oltre settanta abitazioni a famiglie ancora residenti all’interno dei container, nel comune di Gualdo Tadino altri segnali positivi per la Ricostruzione. Sono, infatti, iniziati martedì scorso, 6 novembre, i lavori per lo smantellamento del campo container delle frazioni Morano – San Giovanni. Si tratta del primo caso, fra Umbria e Marche, di rimozione di moduli abitativi. L’evento, di per sé, potrebbe essere anche di poco conto, poiché il piccolo campo container era già stato da tempo abbandonato dai residenti che erano riusciti – tranne in un caso – a trovare soluzioni residenziali alternative, grazie al contributo mensile per la sistemazione autonoma. E lo smantellamento non sarà poi totale, poiché un container non verrà per il momento riportato presso il centro della Protezione civile di Capua, anche se gli occupanti usufruiranno entro poco tempo di un nuovo appartamento. Al termine dei lavori, l’area non verrà più utilizzata, come in un primo momento sembrava, per collocare abitazioni di legno, le cosiddette “case parcheggio”: lo smentisce categoricamente, in un comunicato stampa, il sindaco Pinacoli. “Molte delle 493 famiglie che vivono ancora nei moduli abitativi” afferma “hanno, in gran parte, già da tempo iniziato i lavori delle proprie case e prevedono di chiuderli entro un numero di mesi limitato”. Non c’è quindi ragione di ricorrere a soluzioni abitative intermedie. Ma Pinacoli va oltre, assicurando che entro due mesi si provvederà a far uscire comunque tutti dai moduli abitativi. Lo smantellamento del piccolo campo di Morano, quindi, costituisce un evento-simbolo e non resterà isolato. Nei prossimi giorni – conferma Pinacoli – si provvederà a rimuovere altri diciannove moduli abitativi in altri villaggi container del Comune di Gualdo Tadino, otto dei quali nel campo di Rasina, che verrà quindi smantellato quasi del tutto.

Conclusione della Missione giovanile: incontri in parrocchia di tutti i catechisti

Ricche di spiritualità sono state le giornate di venerdì 27, sabato 28 e domenica 29 che si sono svolte all’interno della Parrocchia di Bastia Umbra, nelle quali hanno visto svilupparsi il momento conclusivo della Missione giovanile e il primo incontro di formazione per i catechisti dei diversi settori.Si è sentita l’esigenza di raccogliere i frutti delle varie esperienze maturate in questo Anno santo, l’Anno giubilare. E’ stata una ripartenza significativa sul piano della preghiera e della fraternità. In queste si è avuta la presenza e l’aiuto dei seminaristi del Seminario regionale guidati dal rettore don Giorgio Brodoloni e dagli altri sacerdoti. Tutti loro hanno costituito un grande supporto per la Missione giovanile svoltasi dal 26 marzo al 9 aprile. “Che cercate?” Era questa la frase tratta dal vangelo di Giovanni (cap. 1, 38-39) dalla quale è scaturito il messaggio di evangelizzazione che ha sorretto la Missione, la figura di Gesù Cristo, il trasmettere la Buona Novella. Così seminaristi e giovani in quel periodo sono stati missionari nella loro stessa Comunità c ristiana. E’ stato questo lo spunto per la catechesi e le riflessioni che si sono avute nei vari centri d’ascolto, nelle famiglie delle zone di Bastia. Cosicché nel pomeriggio di venerdì 27, presso il centro S. Michele si è ripreso il discorso dal tema: dopo l’Anno Santo quale Evangelizzazione e Catechesi? Don Giorgio Brodoloni ha iniziato col ribadire l’importanza del primo Evangelizzatore: Gesù Cristo. Occorre un nuovo entusiasmo per andare ad annunciare Cristo Redentore e Salvatore del mondo. Tutti i battezzati sono missionari. Contenuto dell’Evangelizzazione: Dio ci ama. Questa Missione ha portato a due tipi di “frutti”: il primo è stato verificabile all’interno del Seminario, perché per i seminaristi è stato un momento di crescita interiore, un richiamo alla vocazione battesimale. L’altro “frutto” meno visibile è scaturito dai momenti di preghiera nei centri d’ascolto, infatti si è notata una spinta maggiore da parte dei giovani nelle attività ordinarie. Il sacerdote ha concluso dicendo: “E’ un seme di missionarità, di amicizia che si è gettato, che deve essere coltivato tra i giovani uniti dalla fede in Gesù Cristo”. Era la prima volta che accadeva un avvenimento del genere a Bastia Umbra, un’altra esperienza simile era avvenuta a Foligno, ma non era mirata ai giovani, ma indirizzata a tutti i cittadini. Anche i giovani partecipanti sono rimasti soddisfatti perché hanno vissuto momenti di riscoperta del messaggio cristiano, d’intenso fervore religioso come il pellegrinaggio a piedi a San Francesco di Assisi, con la celebrazione comunitaria della Penitenza. Ha costituito per i seminaristi un momento aggregativo importante, stando a contatto con le famiglie dei giovani, con loro hanno condiviso momenti d’ilarità, di gioia come il teatro. Non sono mancati gli intermezzi musicali sia nella missione che nella serata di venerdì 27, in cui c’è stata l’esibizione del Coro Giovani della Basilicata e del Coro Giovani della nostra Parrocchia.Il tutto è terminato domenica 29 con la messa delle 11 celebrata dallo stesso don Brodoloni. Al termine don Francesco Fongo ha dato un contributo in denaro ai seminaristi per la ricostruzione del loro Seminario di Assisi, questi ultimi a loro volta hanno regalato alla Parrocchia un quadro raffigurante il Santo protettore del Seminario come segno di amicizia che si è creato con i giovani di Bastia.

Cascia / Scontro tra parte di sopra e di sotto

Nell’inevitabile e dura polemica, che si è scatenata tra i commercianti di Cascia e che è rimbalzata prepotentemente sulla stampa, alcune considerazioni vanno fatte, soprattutto al fine di trovare una pacifica convivenza tra i cittadini. Non è proprio il caso che lo scontro tra gli esercenti “della parte di sopra” con quelli “della parte di sotto” si inasprisca ancor di più; è giunto, invece, il momento di una serena composizione tra le parti, di trovare punti di incontro, favorevoli per tutti.Tutti hanno il diritto di vivere. E’ vero, nella lettera dei commercianti di via Roma affiorava soprattutto una situazione di disagio, che si è venuta a creare a seguito di una certa canalizzazione del traffico, senza aperte polemiche nei confronti degli altri, mentre le risposta dei “sessanta”(!) ci è sembrata voler accendere nuovi fuochi di battaglia, non consoni allo spirito casciano. Siamo convinti che occorre avere equilibrio, buon senso e, soprattutto, dialogo: giunge opportuno un periodo di inattività per tutti per studiare insieme le soluzioni più giuste da apportare ad un sistema, che è nella sua fase sperimentale. Partendo dal presupposto della bontà delle realizzazioni portate a termine e dal fatto che occorre limitare il più possibile i costi di manutenzione del percorso meccanizzato (costi che non devono comunque ricadere esclusivamente sui passanti o sui devoti), a mio avviso il vero problema che l’Amministrazione comunale deve affrontare è quello di trovare il modo per trattenere la gente il più a lungo possibile. Questo si avrà quando non ci sarà l’assillo dell’orario dei parcometri: bisogna dare il tempo alle persone di espletare prima di tutto l’urgenza religiosa, poi di gustarsi la città ed infine di pranzare, delimitando con prezzi fissi la permanenza nei parcheggi. Se, come è giusto, con indicazioni chiare sarà proibito far scendere e risalire davanti al viale della Basilica, almeno nei giorni di forte afflusso e, nello stesso tempo, non si ricorrerà al metodo della repressione forzata, se verrà confermata la possibilità di far accedere tranquillamente i pullman ai punti di ristorazione, senza caccia alle streghe, e di poter parcheggiare ad un numero limitato di pullman presso il piazzale Dante, credo che un buon numero di problemi già potrà essere risolto. Non va demonizzato nessuno e tutti dovrebbero avere il ‘culto’ del visitatore, evitando prima di tutto di salassarlo con prezzi proibitivi e cercando di mostrare un volto di città accogliente ed ospitale. Sembra, invece, che la preoccupazione primaria sia quella di poter “mungere” la mucca grassa, che, poi, grassa non è mai. Non ci si può azzuffare per un metro in più o in meno di parcheggio o perché i clienti vanno da uno piuttosto che da un altro; l’impegno è quello di far crescere la città, di offrire il meglio nella disponibilità e in cordialità. Le strutture, pur importanti e talvolta indispensabili, da sole non bastano. Occorre dare un’anima alla città. Rita ha fatto la sua parte, i suoi cittadini non possono e non devono attendersi solo il tornaconto, ma devono far di tutto perché chi viene a Cascia si deve sentire di casa, deve essere accolto con simpatia e rispetto. Se la città non mostra un animo ricco dentro, se i suoi abitanti non hanno speranza e fiducia in Dio, saranno solo “commercianti”, persone votate a sfruttare gli altri e non abituate anche a dare. Questa è la strada perché la città cresca e perché continui ad essere ancora “il colle della speranza”.Il mio augurio è che l’Amministrazione comunale, le organizzazioni religiose, le forze vive della città si mettano insieme per discutere serenamente per dare ai cittadini e ai numerosi devoti di santa Rita una adeguata risposta alle loro esigenze per il bene comune di tutti. Se c’è una “manna”, occorre meritarsela con l’impegno, la fattività e con un pizzico di buona volontà, senza guerre fratricide, che non servono a nulla.

Giubileo diocesano dei movimenti

A un mese dalla canonizzazione di S. Antonino Fantosati, le associazioni e i movimenti ecclesiali della diocesi hanno voluto rendergli omaggio nel paese natio, convenendo nella chiesa parrocchiale riaperta appena due settimane fa, dopo i tre anni di chiusura per il terremoto, chiesa a lui proprio a lui dedicata in questa circostanza. Ed è stato il loro Giubileo.La giornata ha avuto un doppio momento: anzitutto nella chiesa di S. Maria in Valle, con la preghiera dell’Ora Nona e un primo intervento di mons. Arcivescovo, poi a Borgo Trevi, nell’ampia chiesa ad anfiteatro della S. Famiglia, con il momento pastorale: “Movimenti e associazioni ecclesiali per i nostri giovani”. A conclusione la Concelebrazione eucaristica con il Giubileo. Nel dopo cena, una simpatica “commedia” in vernacolo, a cura dei giovani dell’Arca. Il tema è stato affidato a mons. Domenico Sigalini, responsabile in sede Cei della pastorale giovanile in Italia. La sua relazione, seguita con molto interesse dal folto uditorio, segna proprio una pietra miliare nel nostro cammino di chiesa e di società. Ne riferiamo limitandoci ai punti essenziali, rimandando per i dettagli al nostro Bollettino diocesano. IL MONDO GIOVANILEOccorre guardare ai giovani senza pregiudizi o idee preconcette: i giovani non sono più quelli di venti anni fa. C’è un rifiorire della religiosità, anche se la risposta viene cercata su linee non proprio omogenee. E’ come a una grande fiera: non tutti si servono presso la stessa bancarella. Il fatto è che l’attuale indigestione di tecnica e consumismo finisce anche per determinare sazietà. E ugualmente le risposte tradizionali di pratica religiosa. E’ che il giovane cerca anzitutto risposte, una visione di vita cui ancorarsi con sicurezza, per una spiritualità che scaturisca dal dialogo: “Signore, da chi andremo?”. Non c’è sempre risposta, almeno quella giusta. Come ha detto il Papa a Tor Vergata “E’ più la sete della fontana”. D’altra parte il giovane si sente solo, nonostante il moltiplicarsi dei telefonini e dell’E-mail. Né gli amici lo rassicurano del tutto. Gli adulti sanno solo offrire realtà organizzate da loro, spazi ormai desueti e scontati. I giovani hanno invece i loro spazi informali, la banda, il muretto, la musica e via dicendo, ed è verso questi spazi che occorre lanciare i ponti: non rottamare ma comunicare. I giovani hanno bisogno degli adulti, ma anche gli adulti di loro. Incontrarsi così. ALCUNE LINEE DI CONDOTTAPartire sempre dalla fiducia, una fiducia concreta e reciproca. Non cadere nella trappola di chi dice “Ai miei tempi …”. Il Papa non lo dice mai. I giovani debbono sentire che crediamo nella vita e crediamo anche in loro e in tutto quello che possono dare. Occorre “innamorarsi di Cristo”: e l’innamoramento non può scaturire che dalla conoscenza, e dall’esperienza diretta, attraverso il vangelo e la testimonianza degli innamorati, adulti compresi. Non offrire solo gli ideali di un cammino: bisogna dare anche le gambe. L’ideale è sempre Lui, Gesù: Figlio di Dio incarnato, sceso dall’eternità nel tempo condividendo, guidando, sanando. E’ il terreno su cui occorre seguirlo, sempre aperti a tutti i grandi problemi dell’uomo. Non è che la Chiesa non abbia strumenti: ma spesso sono come ingessati, e praticamente inutilizzabili. Occorre scioglierli e sciogliersi. Credere è difficile: occorre un “laboratorio della fede”; lo ha detto il Papa. L’evangelizzazione deve avere anche un suo stile: non abbiamo paura di capelli lunghi e simili. Ognuno si muove con il suo stile; anche nell’accostarsi alla fede. I giovani debbono sentire che andando alla fede non rinunziano a nulla del loro volto abituale: il male è solo nel peccato. E poi la radicalità: questa si; niente adattamenti o compromessi. Non si può annacquare il vangelo. A Tor Vergata il Papa ha ripetuto con chiarezza le parole di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”. Non si scende a patto con le beatitudini: non sarebbero più beatitudini. E i giovani questo lo capiscono. L’incontro di generazioni deve realizzarsi nella fiducia, la chiarezza, la stima reciproca, la consapevolezza della reciproca ricchezza.Puntare sulla missionarietà: formare dei bravi laici, anche adulti, specie quanti si muovono nei luoghi dei giovani, gestori di sale, di edicole, di luoghi di cultura. I movimenti e le associazioni portino il loro carisma, ma qualche campo di sport in più non guasterà. E così gli oratori e simili. Da parte loro, i movimenti cerchino di dare quel che le parrocchie da sole non riescono a dare. Né abbiano a isolarsi dagli altri ma, come ha ripetuto poi l’Arcivescovo, vogliano costruire come una filiera, riannodando appunto i fili tra loro. Ci sia di modello e di aiuto il Fantosati, che fece le sue scelte già da ragazzo, ma andò poi via via approfondendole fino al martirio.

Importante iniziativa della Caritas diocesana

“La strada della formazione degli ‘esclusi sociali’ intrapresa dalla Caritas diocesana di Terni, Narni ed Amelia, finalizzata a contribuire al reinserimento sociale e lavorativo di questi soggetti, continua il suo percorso allargando l’attenzione alle diverse categorie del disagio sociale”.Come spiega il presidente della Caritas diocesana di Terni, Narni ed Amelia don Salvatore Ferdinandi, i detenuti devono avere l’opportunità di essere recuperati perché membri a pieno titolo della società ed indispensabili perché questa si realizzi e raggiunga la sua pienezza. Ed è proprio su questa linea che si pone il “Progetto Integra” multiregionale, promosso dalla Caritas e realizzato con il finanziamento del ministero del Lavoro, della Previdenza sociale e della Comunità europea, all’interno del carcere di Terni. Al Progetto – suddiviso in diversi corsi di formazione – hanno preso parte 41 detenuti provenienti da istituti di pena di Umbria, Toscana e Lazio ed ha anche coinvolto dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, educatori, assistenti sociali, agenti di polizia penitenziaria. Parte integrante del Progetto è stata inoltre la formazione di due cooperative sociali che hanno lo scopo di offrire subito opportunità di lavoro. Veniamo ai corsi di formazione: quello degli operatori, durato tre mesi per un totale di 200 ore, ha occupato 15 allievi, 9 uomini e 6 donne, ed ha avuto una percentuale di presenze pari all’88%.La formazione dei formatori ha riguardato 5 donne e 15 uomini, impegnati per un totale di 16 ore: ha avuto una percentuale di presenze pari al 95%. La formazione per i detenuti è stata suddivisa in tre corsi, ognuno della durata di sette mesi: tecnico, tipografo e rilegatore; cuoco per grandi comunità; tecnico operatore socializzato di serra e di vivaio. Al primo hanno partecipato 14 detenuti (sette italiani e sette stranieri), al secondo 13 (sette italiani e sei stranieri), al terzo 14 (dieci italiani e quattro stranieri), con una percentuale di presenze pari rispettivamente all’86,2% – 92%.Tutti i detenuti, che hanno anche sostenuto l’esame a fine corso, hanno acquisito le competenze obiettivo dell’iter formativo. In particolare, secondo gli organizzatori, si è raggiunta l’acquisizione della competenza più importante ai fini della reintegrazione dei detenuti nella società civile: quella di un corretto comportamento dell’individuo all’interno di un gruppo di lavoro. Come abbiamo già detto il Progetto prevedeva la costituzione di due cooperative sociali di tipo B. Sono così nate la Decoop arl che opera nel settore tipografico, rilegatoria e scansione ottica dei documenti cartacei e la Agriorto arl che opera nel settore agricolo. Un importante risultato raggiunto, ma non previsto dal Progetto, è stato l’inserimento lavorativo interno alla stessa casa circondariale di Terni, reso possibile grazie alla disponibilità del direttore Francesco Dell’Aira. Così in attesa dell’operatività delle due Cooperative sociali nate all’interno del Progetto, 14 detenuti hanno avuto immediatamente la possibilità di lavorare all’interno del carcere.

Con i giovani un fine settimana ogni mese nelle varie diocesi

Lo scorso fine settimana, da venerdì pomeriggio a domenica mattina, i seminaristi del seminario regionale “Pio XI” di Assisi sono stati protagonisti della prima “uscita” in questo nuovo anno di formazione. Tutti insieme sono andati nella parrocchia di Bastia Umbra per ricominciare l’anno pastorale assieme alle persone di quella comunità parrocchiale dove, lo scorso mese di marzo, per due settimane gli stessi seminaristi hanno animato la missione giovanile ed i centri di ascolto. Ma in vista di una novità per quest’anno: la presenza nelle varie diocesi dell’Umbria, un fine settimana al mese: “L’assemblea di tutti i seminaristi – dice il rettore del seminario, mons. Piergiorgio Brodoloni – progettando l’attività di questo nuovo anno di formazione, ha deciso di darsi una modalità diversa riguardo alla missione. Mentre negli ultimi due anni abbiamo animato la missione nella diocesi di Foligno e nella parrocchia di Bastia, quest’anno abbiamo stabilito di essere presenti in tutte le diocesi dell’Umbria per incontrare in prevalenza i giovani, per riscoprire con loro innanzitutto la comune vocazione cristiana propria di ogni battezzato, oltre che per testimoniare la vocazione specifica al ministero presbiterale”. Gli incontri nelle varie diocesi saranno preparati di comune accordo con il centro vocazionale diocesano. Negli altri fine settimana ogni seminarista svolgerà il proprio servizio pastorale nella parrocchia alla quale il rispettivo Vescovo lo ha destinato perché possa fare esperienza pastorale, e possa anche dare un proprio contributo alla comunità ecclesiale. Continuerà anche il rapporto iniziato con la parrocchia di Bastia dove alcuni seminaristi cureranno il cammino formativo dei responsabili. L’anno di formazione è iniziato, il 4 e 5 ottobre, con il significativo pellegrinaggio a Torino dove era in corso l’ostensione della Sindone. “Il tuo volto, Signore, io cerco” è stato il motto che ha accompagnato i 34 seminaristi (di cui 10 nuovi del primo anno) provenienti dalle diocesi dell’Umbria e da quella di Rieti, il rettore mons. Piergiorgio Brodoloni, il vice rettore, don Claudio Bosi, il padre spirituale, don Gualtiero Sigismondi, assieme ad alcuni sacerdoti particolarmente vicini al seminario, hanno vissuto il loro pellegrinaggio proprio per cercare il “vero” volto di Gesù Cristo, buon Pastore e Sommo Sacerdote. Oltre il passaggio davanti al misterioso Lenzuolo sul quale è impressa l’immagine che è la più commovente descrizione del Redentore, è stato di particolare interesse l’incontro con Mons. Ghiberti, biblista e componente del centro internazionale di sindologia, che ha fornito una sapiente lettura critica del Lenzuolo sindonico alla luce anche delle Sacre Scritture che raccontano la passione e morte di Gesù. Torino ha offerto però anche un altro motivo per ricercare il volto del Signore: le testimonianze e gli esempi dei santi che si sono contraddistinti per la loro carità, per il loro impegno a favore dell’educazione, per il loro specifico carisma. Tutto il seminario regionale è andato pellegrino alle tombe dei santi Giovanni Bosco, Domenico Savio, Giuseppe Benedetto Cottolengo, del beato Cafasso e Piergiorgio Frassati per cercare nella loro opera e nel loro esempio una guida preziosa in vista del loro cammino formativo e del ministero sacerdotale.