Patrioti di ritorno

Abatjour

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Ho seguito anch’io alcune delle molte trasmissioni tv messe in cantiere dalla Rai per celebrare il 150° anniversario dell’Unità di Italia. Ho evitato le presentazioni di Pippo Baudo, autentico Sacerdote dell’Ovvio, capace di passare, senza cambiare sostanzialmente il tono di voce, dalla presentazione della nascita del principe ereditario alla presentazione della morte del gatto di Minelli. Prima di lui ci fu un altro presentatore, che meritò il titolo non di Sacerdote del’Ovvio, ma di Vescovo dell’Ovvio: fu Mike Bongiorno, che non disse mai qualcosa che non fosse quella che la voce del popolo riteneva essere la cosa giusta da dire. Ma Mike fu sistemato a dovere, già negli anni ’60, dal Diario minimo di Umberto Eco. Baudo invece e il suo sorriso di immotivato trionfo è sempre lì, tetragono e sciapo come e più di Raffaella Carrà. Con questa preliminare istanza anti-Baudo ho potuto godermi diverse delle trasmissioni del 150°. E mi sono riscoperto patriota. Di ritorno, ma vero patriota. Quando eravamo bambini, alla mia generazione è toccato in sorte di venire farciti di patriottismo d’accatto, sia alle scuole elementari che alle scuole medie. E fino alla terza media ci parve quasi un sacrilegio la trascrizione goliardica della Canzone del Piave… ricordate? “La classe mormorava calma e placida al passaggio / del nostro professore, uomo saggio. / Entrava nella classe, cappello e col bastone: / voleva saper tutta la lezione! / “Chi sa la geografia si faccia avanti!” / E tutti si ficcarono sotto i banchi. / Allora il professor, tutto contento, / si mise a segnar zeri a cento a cento. / Ma quando fu agli ultimi due zeri, / la classe mormorò: “Ta famo gli occhi neri!!” Zum zum!”. “No! Non si può fino a questo punto profanare il Piave sacro”, dicevamo alla fine della terza media!“Sì che si può” dicevamo alla fine del IV ginnasio “Anzi, si deve” dicevamo a metà della seconda liceo. Avevamo saputo di come due loschi figuri, un caporale austriaco e il figlio d’un fabbro romagnolo, che in un mondo appena ragionevole avrebbero potuto aspirare al massimo a lavorare in un circo equestre, manovrando da maestri il peggiore dei patriottismi d’accatto, avessero provocato 70 milioni di morti. Diventammo tutti internazionalisti, come se l’ideale nazionale fosse sempre e comunque un concettino da usare come grimaldello al sevizio dell’oppressione dell’uomo sull’uomo. Poi… poi arrivò internet, e ci dimostrò che tranquillamente potevamo essere italiani e cittadini del mondo, entusiasti dei migliori tra noi non meno di quanto lo fossimo dei ragazzi in rivolta nel vicino islam, alla barba di chi ci voleva loro nemici per sempre. Il futuro, da questo punto di vista, sarà sconvolgente per molti, gratificante per noi patrioti di ritorno.

AUTORE: Angelo M. Fanucci