Pillola Ru486: l’Umbria snobba le normative

La Regione va verso linee guida “autonome”. Il 23 luglio il testo del Comitato tecnico - scientifico

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La Regione Umbria non seguirà le Linee guida del Governo sulla pillola abortiva RU486 e dunque il cosiddetto “aborto farmacologico” sarà effettuato in day hospital e non in ricovero ospedaliero. Non c’è ancora la decisione della Giunta, ma vanno in questa direzione le dichiarazioni (vedi articolo sotto) rilasciate dall’assessore regionale alla sanità Vincenzo Riommi ben prima della conclusione formale dell’incarico affidato al Comitato tecnico-scientifico istituito dalla Giunta regionale per la redazione delle linee guida per la RU486. “Il comitato è convocato in assessorato il 23 luglio per presentare il lavoro fatto, dopodiché la decisione passerà alla Giunta” anticipa a La Voce Marcello Catanelli, già assessore al Comune di Perugia con il sindaco Locchi ed ora dirigente dell’assessorato regionale alla sanità nonché membro del Comitato. Dal maggio scorso i Direttori sanitari delle Asl, quattro dirigenti dell’assessorato e 12 medici ginecologi e ostetriche hanno affrontato “la questione da un punto di vista tecnico – scientifico” perchè, sottolinea Catanelli questo gli è stato chiesto. Ma cosa ha deciso il Comitato riguardo alla questione del ricovero in ospedale, uno dei punti più discussi fin dal momento in cui anche in Italia si è aperta la strada all’aborto farmaceutico? Catanelli non lo anticipa ma può dire che “il Comitato non ha trovato controindicazioni clinico – sanitarie al day hospital”. “Abbiamo lavorato molto – prosegue – sul manuale informativo per la donna sui diversi metodi abortivi ed anche sui moduli per il consenso informato, oltre che sui protocolli clinici da seguire nelle visite, i ricoveri e i controlli successivi”, come stabilito nella delibera di Giunta del 17 maggio scorso che dava mandato alla Direzione Sanità e Servizi sociali, quella di cui è responsabile Catanelli, di “definire gli standard assistenziali e le modalità organizzative … per la massima accessibilità e fruizione di tale livello assistenziale”. “Dobbiamo garantire il diritto all’aborto” sintetizza Catanelli dimenticando forse che l’unico diritto di cui parla la stessa legge 194/75 sulla interruzione volontaria della gravidanza è “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”. La delibera stabiliva anche di “prevedere un percorso di confronto sulle linee guida redatte dal Comitato” con le “società scientifiche, associazioni degli utenti e organismi delle pari opportunità”. L’assessore Riommi ha già incontrato l’associazione dei ginecologi, ma non è chiaro se ci saranno incontri dopo il 23 luglio o se la Giunta procederà direttamente alla delibera. “Al momento non c’è nulla di stabilito, su come procedere. Decideranno in sede politica” risponde Catanelli. Rischia così di cadere nel vuoto la disponibilità manifestata dalle associazioni Scienza&vita e Forum Famiglie dell’Umbria al coinvolgimento alla fase di partecipazione popolare annunciata da Riommi sulla stampa. “Atto dovuto ma non urgente”, avevamo scritto su queste pagine, evidenziando la inopportunità di aprire la legislatura regionale con l’istituzione del Comitato per la RU486, in una regione che è ai primi posti per anzianità della popolazione e per abortività. Non ci resta che confermare la nostra totale incomprensione per la profusione di tanto “zelo” nel garantire un diritto (all’aborto) che non c’è, mentre nulla si muove per garantire alle famiglie, e alle donne, la libertà di scegliere di avere dei figli. Maria Rita ValliLe contestazioni dal mondo cattolico“E inaccettabile che si imponga il ricovero ospedaliero della donna, a prescindere da motivate esigenze sanitarie”. Così l’assessore alla sanità della Regione Umbria, Vincenzo Riommi, ha “liquidato” le linee guida del ministero della Sanità sulla somministrazione della pillola abortiva Ru486. Nella breve intervista rilasciata a La Nazione-Umbria venerdì scorso, annunciava che in Umbria saranno applicate “le indicazioni che verranno dal Comitato scientifico” istituito dal suo assessorato, e le linee guida regionali saranno emanate entro settembre. “Stante la delicatezza dell’argomento – aggiungeva -, farò transitare tali indicazioni attraverso una attenta partecipazione popolare”. Insomma, una annunciata “disobbedienza istituzionale” della Regione rispetto alle indicazioni del Ministero. Dichiarazioni che non sono piaciute a Scienza & Vita e al Forum delle associazioni familiari dell’Umbria, che in un comunicato congiunto hanno contestato l’assessore, che già il giorno prima, rispondendo alle domande di Avvenire, pubblicate sull’inserto E’vita, aveva affermato di voler seguire le indicazioni di “un comitato tecnico-scientifico, perché non spetta ai politici, né alle consulenze del Ministero, stabilire le modalità di un atto medico”. “L’assessore Riommi evidentemente non conosce l’argomento su cui sta esternando” si legge nella nota di Mpv e Scienza & Vita, che continua ricordando all’assessore il fatto che “le linee di indirizzo del Ministero si basano su ben tre pareri del Consiglio superiore di sanità, che è la più importante autorità scientifica istituzionale in ambito sanitario nel nostro Paese”. I tre pareri, elaborati da differenti Consigli, aggiunge la nota, “sono concordi sulla necessità di un ricovero ordinario per chi sceglie di abortire con la Ru486. Se il suddetto Comitato non dovesse seguirne le indicazioni, l’Amministrazione regionale tutta dovrà prendersene pubblicamente la responsabilità, e risponderne ai cittadini”. Sulla stessa linea la nota del capogruppo Udc in Consiglio regionale, Sandra Monacelli, per la quale se le linee guida della Regione si dovessero discostare da quanto indicato dal Consiglio superiore di sanità dovrà essere “l’Amministrazione regionale a assumersene pubblicamente l’intera responsabilità nei confronti dei cittadini e delle donne in particolare, chiarendone le motivazioni”. Per Monacelli, l’assessore dovrebbe tenere conto anche delle implicazioni legali, nel caso dovesse confermare la scelta di discostarsi dalle linee guida del Ministero, avendo già il Governo espresso alla Commissione europea il proprio parere circa la compatibilità della procedura abortiva farmacologica con la legge italiana. “Tale parere – ricorda Monacelli – afferma che l’uso della pillola Ru486 è compatibile con la nostra legislazione solo in regime di ricovero ordinario”. “La Ru486 non è un farmaco, in quanto esso non cura, ma viceversa è qualcosa che agisce innescando di fatto il meccanismo di morte di un essere umano (il feto)” ricorda Maria Rosi, consigliere regionale del Pdl in un comunicato diffuso lunedì. Rosi vi sottolinea la “inusuale solerzia della Giunta regionale dell’Umbria” per l’introduzione della pillola abortiva nelle strutture sanitarie umbre “appellandosi alla falsa bandiera del diritto delle donne”. La pillola in questione, ricorda Rosi, in realtà “è nociva per la salute delle donne”, per questa ragione fa un appello “a tutte noi donne” affinché prendano coscienza “che la libertà di scelta è e deve essere solo nostra, e pretendiamo che le istituzioni siano al fianco delle donne, invece di tirar loro agguati”. Nota del Centro regionale di bioetica FiléremoGli effetti nocivi sui qualila donna va informataIl Centro di bioetica regionale dell’Umbria “Filéremo” entra nel dibattio sulla pillola abortiva Ru486 con una nota incentrata “da una parte su dati scientifici, quindi controllabili, dall’altra su norme legislative, quindi verificabili”. Questo il testo della Nota. Dal punto di vista scientifico, il mifepristone (RU-486) determina entro due giorni circa dalla assunzione orale la morte lenta del feto, che viene espulso grazie ad un secondo prodotto, il misoprostolo somministrato per bocca o per via vaginale. La somministrazione di mifeprostone e di mosoprostolo determina l’aborto chimico, in alternativa all’aborto chirurgico. Sull’efficacia nella induzione di aborto entro le nove settimane di gravidanza non ci sono dubbi, anche se viene riportato il fallimento del metodo nel 3,5% dei casi. Così come non ci sono dubbi scientifici sugli effetti collaterali avversi. Intanto la pratica è dolorosa ed associata sovente a contrazioni uterine, nausea, vomito, diarrea, febbre. Esistono poi le complicanze più gravi che vanno dal sanguinamento importante, con necessità di emostasi chirurgica e di emotrasfusione, all’infezione uterina che richiede ospedalizzazione, revisione della cavità uterina post-aborto, fino al decesso. Numerosi sono i casi di morte segnalati nella letteratura scientifica internazionale, provocati da sepsi, setticemie, shock da emorragia massiva. Tali morti hanno implicazioni importanti non solo in termini individuali, ma anche di salute pubblica. Anche se gli esiti fatali segnalati vengono valutati come un numero limitato è importante che le donne siano informate. Certo la pillola abortiva è stata autorizzata dal ministero della Sanità, ma va somministrata nel rispetto dalla legge 194/78 che disciplina l’interruzione volontaria della gravidanza. È la medesima legge a prevedere all’art. 8 che “l’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico- ginecologico presso un ospedale generale… presso gli ospedali pubblici specializzati, presso gli istituti ed enti convenzionati e presso case di cure autorizzate dalla Regione”. Se una Regione rifiuta di somministrare le due pillole in regime di ricovero, ove avverrà l’aborto, disattende le linee-guida del ministero della Salute e il parere del Consiglio superiore di sanità, che per ben tre volte ha ribadito tramite i suoi esperti che il ricovero è necessario per la tutela della salute della donna, ferma restando la libertà della donna di dimettersi volontariamente e anticipatamente, sotto la sua responsabilità. Certo sono criticità da valutare da parte di tutte le componenti preposte alla tutela della salute dei cittadini. Il nostro timore è che si banalizzi ulteriormente la pratica dell’aborto fino a rendere le pillole “killer” commerciabili in ogni farmacia, magari anche senza prescrizione medica. E nessuno può meravigliarsi se già una della due pillole, il misoprostolo (Cytotec), indicato per patologie gastrointestinali, viene assunto da solo per pratiche abortive.

AUTORE: Centro regionale di bioetica “Fileremo” Perugia