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Il card. Sgreccia al convegno sulla cura della persona nel fine-vita, promosso dalla Pastorale della salute di Spoleto

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L’arcivescovo Renato Boccardo con al centro il card. Elio Sgreccia
L’arcivescovo Renato Boccardo con al centro il card. Elio Sgreccia

Il 14 dicembre si è tenuto a Spoleto il convegno proposto dall’ufficio diocesano Pastorale della salute sul tema “La tutela del bene integrale della persona tra accanimento terapeutico e abbandono delle cure mediche”. A introduzione, Giorgio Pallucco, direttore della Pastorale della salute nonché della Caritas, ha sintetizzato le finalità del convegno: “Avviare una riflessione olistica sulla cura della persona. In concreto: nella cura della persona è necessario andare oltre la dimensione corporea e considerare pure quelle della mente e dello spirito. Questo tipo di approccio può contribuire a migliorare la qualità della vita della persona malata”.

L’arcivescovo Boccardo ha sottolineato come questo momento di riflessione sia la prima “uscita pubblica” dell’ufficio per la Pastorale della salute; un evento “non rivolto solo ai malati, ma anche ai sani, ispirando una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute”.

Il card. Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita, ha tenuto la lectio magistralis. Il porporato ha denunciato la “cosiddetta cultura secolare nella quale il mondo occidentale è immerso, e che si fonda sulla valorizzazione della realtà terrena, sull’autonomia della scienza dalla teologia e dalla morale, sull’autonomia dell’io individuale. Ciò ha provocato, soprattutto nel ’900, divisioni, guerre, dispersioni, allontanamento dalla figura di Dio creatore, dimenticando che la vita non è autocreata dall’uomo”.

Il camilliano padre Arnaldo Pangrazzi è quindi intervenuto sul tema “Farsi compagni nell’ultimo viaggio”. Con passione, delicatezza e competenza, ha detto che nell’attuale società si è occultato il morire. Ma esso “quando è preparato, può essere un’opportunità per guarire le ferite della vita… Ogni persona che soffre è portatrice di ferite e di risorse. A noi il compito di ascoltare le ferite e risvegliare le risorse, per umanizzare la morte. Da ricordare poi – ha proseguito – che le paure di un malato hanno diversi volti: dolore fisico, l’ignoto, il giudizio di Dio, la separazione dai propri cari, l’essere di peso, il degrado fisico, la perdita di controllo e di dignità, la solitudine, l’inutilità, l’abbandono, l’annullamento totale… e queste cose non si leniscono con i farmaci, ma con la vicinanza, l’umanità, la spiritualità. Chi si avvicina a un malato morente deve relazionarsi con lui e non con la malattia, deve mantenere una postura aperta e serena, deve rispettare i modi diversi di affrontare il morire, deve coltivare un ascolto empatico, deve offrire accoglienza ai diversi sentimenti, deve apprendere a convivere con il silenzio altrui, deve offrire sostegno ai familiari, deve educare a scoprire i diversi orizzonti della speranza”.

Le conclusioni sono state affidate a don Carmine Arice, direttore Cei della Pastorale della salute. Il quale ha sintetizzato il convegno in cinque punti: la constatazione che non si parla mai della morte; trattare il morente come un vivente; relazione ontologica con il malato; solidarietà come cura alla solitudine del paziente; importanza dell’accompagnamento. Queste invece le piste che ha lasciato “in eredità” alla Pastorale diocesana della salute: impegno nella formazione per una cura olistica (corpo, mente e spirito) della persona; dialogare con la cultura; con speranza e linguaggi nuovi, accompagnare le persone morenti all’incontro con Dio; accompagnare le parole con i segni visibili della Chiesa.