Quando sta male “l’anima”: viaggio nella psichiatria umbra

23.000 umbri si sono rivolti almeno una volta ai Centri di salute mentale

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Vi è mai capitato di sostare nell’anticamera di un Centro di salute mentale (ex Cim)? No? Ebbene avreste la sorpresa di trovarvi in compagnia di giovani. Più di quanto pensiate. Giovani che non hanno l’aria di essere pazienti ma lo sono. Perché si curano? Quale malessere li porta fin lì, vincendo la vergogna di essere etichettati come “uno che va al Cim”? Sempre in quell’anticamera oltre ai giovani vedreste anche adulti di diverse età, anche loro lontani dal cliché/pregiudizio del matto in cura dallo psichiatra. Persone che nulla hanno a che vedere con le storie atroci di violenza inspiegabile che solo per il fatto di essere raccontate per giorni e giorni da giornali e tv, sembrano essere tanti. Troppi lo sono certamente. Ma molto più numerosi sono giovani e adulti, che pur non avendo disturbi psichiatrici evidenti soffrono di un profondo malessere che può manifestarsi in attacchi di panico, ansia, depressione anoressia o bulimia, fino al suicidio (l’Umbria è al quarto posto tra le regioni italiane per tasso di suicidi: 963 persone dal 1984 al 1995 delle quali più del 40% sopra i 65 anni) e dovremmo aggiungere anche la droga.

Non è un elenco completo dei motivi per cui circa 23.000 persone nello scorso anno si sono rivolte almeno una volta ai servizi psichiatrici territoriali della regione, ma è più che sufficiente a far nascere la domanda: perché tutta questa gente soffre così tanto con se stessa? Una realtà difficile da raccontare, forse anche perché chiama in causa tutti, e non solo quando accadono fatti come quello di Novi Ligure che lascia sgomenti ancor più perché accaduto in una famiglia “normale”. In questi giorni la domanda che emerge più o meno esplicita è proprio questa: è mai possibile che tante tragedie come sono l’omicidio dei genitori, ma anche la violenza a un bambino o morire per uno stupido droga party possano consumarsi tra persone normali? O sono tutti matti?

La domanda l’abbiamo rivolta a degli psichiatri che hanno a che fare giornalmente con il dolore profondo degli uomini. Abbiamo parlato con Giampaolo Bottaccioli, direttore del Dipartimento di salute mentale del perugino, e con Francesco Scotti, responsabile del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Perugia. Interviste che rilanciano le domande fuori dal dominio della psichiatria per essere proposte a pedagogisti, a chi fa informazione, cultura, spettacolo ed anche alla Chiesa. Ovvero a tutti coloro che si interessano per amore o per professione, delle persone concrete.

Francesco Scotti è primario del Servizio psichiatrico diagnosi e cura di Perugia, il cosìdetto “repartino” di Villa Massari per malati psichiatrici, dotato di 24 posti letto (14 uomini al piano terra e 10 donne al primo piano) più 4 posti nel day hospital. Ha vissuto tutta la storia della psichiatria umbra, dall’apertura del manicomio di Perugia agli inizi degli anni ’60 (anticipata rispetto alla legge Basaglia del 1978) a oggi.

C’è chi dice che al mondo d’oggi, ai giovani, manca la speranza. Lei dott. Scotti è d’accordo? “Non proprio. Piuttosto direi che oggi la vita è molto più complicata. Ricordo un’assemblea a San Sisto, negli anni 70. Il quartiere era pieno di immigrati dalle campagne il cui problema era se trasferire anche i defunti oppure lasciarli nel paese d’origine, magari a cinquanta chilometri, rinunciando però alla tradizionale visita al cimitero”.

Quali sono i problemi d’oggi? “Sono gli extracomunitari. Faccio un esempio. In tre anni abbiamo avuto più prostitute immigrate che prostitute italiane in trent’anni, e ciò significa che le italiane anche se vivevano in situazioni marginali erano più integrate delle immigrate. Quando un immigrato sta male non si sa come aiutarlo perché anche se conosciamo la lingua non siamo in grado di capire il loro mondo culturale”.

Per gli italiani cosa è cambiato? “Anzitutto quella italiana è diventata una società opulenta, e questo cambia i rapporti familiari e tra le persone. Al margine di questa società ci sono i tossicodipendenti che hanno un doppio stigma…”

Un doppia malattia? “Lascerei da parte il concetto di malattia. Non so se la tossicodipendenza lo è. So che è caratterizzata da uno stile di vita, amicizie, abitazione molto degradati. In queste situazioni, come anche nella malattia psichiatrica, è difficile distinguere quello che è legato alla sostanza, alla vita, o al carattere delle persone”.

Un esempio? “Un ragazzo che ha una “crisi di crescenza” non si distingue in niente da un paziente psichiatrico acuto in un’altra fase della vita, tuttavia può avere un destino molto diverso. Ricordo un ragazzo che è stato molto male per un anno, poi è guarito ma ha dovuto lasciare l’Umbria, ricominciare daccapo in un altro posto perché per la gente una volta ‘matto’ lo sei per sempre”.

Da ciò che dice sembra difficilissimo per un genitore capire che il figlio ha dei comportamenti di cui preoccuparsi. “Infatti. Queste storie sulle responsabilità dei genitori mi sembrano un moralismo fuori misura perché o i genitori sono incapaci perché anche loro sono condizionati o ce l’hanno messa tutta. In entrambi i casi non gli si può chiedere di più. Non è questo il modo di dire che la famiglia deve cambiare perché la famiglia non nasce da decisioni individuali ma da storie di decenni e per fare un famiglia buona o cattiva occorrono generazioni”.

C’è comunque un malessere dei giovani che sempre più si rivolgono ai servizi psichiatrici? “Diciamo che sono cambiate molte cose. Ad esempio, la solitudine, il tempo che i bambini passano davanti a tv e computer: pensare che basterebbe eliminarli per risolvere il problema è illusorio. No, bisogna invece aiutare le persone a non sentirsi sole nonostante tv e computer”.

La solitudine sembra essere uno dei problemi delle società opulente. “Sarà perché mi occupo di persone ‘selezionate’ le cui storie sono andate male ma credo sia un problema di sempre, solo che adesso la riconosciamo come problema perché sembra che i rapporti tra persone siano più facili”.

Torniamo alle emergenze di oggi abbiamo parlato di immigrati…“Aggiungo lo sfruttamento dei bambini. Il fatto nuovo è che persone normali fanno viaggi per andare a sfruttare bambini! Come gli ufficiali di Hitler che ammazzavano gli ebrei, sono normali, non patologici. Questo è quello che io chiamo il fatto”.

Quindi secondo lei non è cresciuto il disagio psichiatrico? “Direi che è marginale rispetto al resto. C’è il rischio di prendere per malattia mentale quello che non lo è “.

Qui al Servizio psichiatrico diagnosi e cura quale tipo di malati arrivano? “Quasi sempre persone già con un programma di cura che sono in crisi: non vogliono più curarsi o presentano sintomi particolari. Stamane ho avuto una ragazza che ha già provato il suicidio quattro volte”.

Cosa dice ad una persona così? “E’ inutile dirle che la vita è bella. L’unico ragionamento che posso proporre è che se ci riprova e le va bene poi non potrà più pentirsi di quello che ha fatto. Poche settimane fa in un giorno solo ho ricoverato quattro donne per tentato suicidio con la varichina”.

I pazienti possono ricevere visite di amici e familiari? “Dipende dalle situazioni. Uno dei problemi delle persone che arrivano qui è la notevole conflittualità familiare. Difficile che la famiglia non abbia difficoltà se un suo componente ha disturbi psichiatrici”.

Le famiglie vengono aiutate? “La maggior parte dei pazienti ha dei problemi che si risolvono in breve tempo. A volte il disinserimento dalla famiglia è fondamentale e capita che non solo non voglia il supporto ma non vorrebbe neppure mollare il congiunto malato. Le situazioni sono particolarmente complicate quando bisogna ‘rapire’ il paziente alla famiglia che non lo fa evolvere. Ricordo un ragazzo che stava andando molto bene. La madre lo aveva sottratto alla cura perché non andava bene sufficientemente in fretta e perché vedeva che acquistando autonomia si allontanava da lei. Il bello è che non lo voleva in casa con sé ma voleva mandarlo dal padre che si era fatto una propria famiglia”.

Le è capitata qualche richiesta particolare? “Volevano mandarci un vecchietto perché non voleva farsi operare.Pensavano fosse matto perché preferiva morire di cancrena piuttosto che operarsi. Per i medici è incomprensibile che qualcuno possa voler evitare il miracolo dell’operazione e rifiutare il loro impegno terapeutico”. Troppo poco per dire che era matto, eppure anche quei medici hanno ceduto alla tentazione di spiegare ciò che per loro era inaccettabile, con la pazzia. Tentazione in cui spesso ci si rifugia, perché se le persone sono pazze allora il problema non ci riguarda. Ma non è così.

Il Servizio psichiatrico diagnosi e cura

Negli ultimi dieci anni nel “Servizio psichiatrico diagnosi e cura” della Asl del Perugino sono stai ricoverati una media di 450 persone all’anno, di cui un terzo circa con “Trattamento sanitario obbligatorio”, provenienti dalle tre Usl della provincia di Perugia. I ricoverati hanno più di diciotto anni (rari i casi di minori) e più della metà sono sotto i 45 anni. Il 4,22% dei pazienti nel 2000 erano stranieri. Tra i ricoverati anche anziani sopra i 65 anni, spesso con problematiche psichiatriche legate a malattie tipiche dell’età che dovrebbero trovare accoglienza in altre strutture come le residenze sanitarie assistite per anziani, inesistenti in regione.

Il reparto è sotto organico, vi lavorano quattro psichiatri (più uno part time) mentre ne occorrerebbero sette. Gli infermieri non hanno una formazione specifica, la acquisiscono “sul campo”. Solo in questi ultimi anni le università hanno attivato diplomi universitari per la loro formazione, ma non a Perugia. Molte cose sono cambiate da quando l’ospedale psichiatrico di Perugia, con i suoi 1500 posti letto, (più di quanti ne abbiano oggi il Policlinico di Monteluce e il Silvestrini) aprì le porte alla cittadinanza. Con un lavoro all’epoca pionieristico gli operatori dello Psichiatrico diedero la possibilità di tornare nelle comunità di origine e nelle famiglie, a tutti i ricoverati per cui era possibile. Si passò dai 1164 ricoverati del 1964 ai 252 del 1980.

Con molti incontri prepararono i familiari, le comunità del paese o del quartiere, i servizi sociali del territorio, ad accogliere gli oramai ex ricoverati costruendo una “rete” di servizi e di solidarietà, secondo un modello che ancora oggi viene utilizzato, pur se con mezzi diversi e soprattutto con mentalità diversa. Oggi il ricovero in strutture protette come il “repartino” è una eccezione temporanea.

Disagio e sofferenza psichica in crescita

A vent’anni dopo che incidente le toglie temporaneamente l’autonomia, si chiude sempre più in casa finché delira. Genitori e fratelli (altri 4) cercano di aiutarla. Visite da uno psichiatra privato per tenere la cosa in famiglia, finché la ragazza ha una grave crisi e sono costretti al ricovero coatto. Genitori d’accordo anche se, ovviamente non entusiasti. Dopo cinque anni di crescente isolamento e chiusura alla realtà che la circonda entra in rapporto con il Centro di salute mentale della sua zona. Inizia un lento recupero di vita anche con il sostegno dei genitori che aiutano la figlia anche quando il Centro propone di allontanarla dalla famiglia per inserirla in un pensionato nel capoluogo umbro. Per questa ragazza è un po’ come rinascere, reimparare ad affrontare le banalità di ogni giorno: uscire, fare la spesa, cucinare, avere amicizie. Una volontaria la accompagna come un’amica e dopo sette anni la ragazza può andare a vivere da sola in un piccolo appartamento e tra poco avrà un lavoro, per ora un part -time. Una storia, con lieto fine, anche se avrebbe potuto avere un esito migliore se fossimo potuti intervenire prima. La conclusione è di Giampaolo Bottaccioli, psichiatra responsabile del Dipartimento di salute mentale della Asl n.2 di Perugia.

Non tutte le storie però hanno un esito positivo, perché se è vero che c’è minore vergogna a rivolgersi allo psicologo o allo psichiatra quando si ha la percezione di non farcela da soli e di avere bisogno di aiuto, è anche vero che c’è chi resiste, fino a negarla, di fronte all’evidenza di una malattia mentale. E’ il caso di un’altra storia, di una giovane con grave disagio mentale alimentato da un rapporto con il padre che pur senza arrivare all’incontro fisico è fatto di relazioni incestuose (tra l’altro quotidianamente violente). La via obbligata per aiutare la ragazza sarebbe l’allontanamento dal genitore, forzato visto che la ragazza arriva persino a buttarsi dalla finestra pur di evitare il ricovero in ospedale, ma il Servizio non riesce ad ottenere dal Tribunale il provvedimento necessario. Il risultato è che pur giornalmente seguita per anni dal Servizio, la ragazza avrà dei miglioramenti solo dopo la morte del padre.

Due storie che Bottaccioli racconta mentre cerca di spiegare che il mondo della salute mentale non si può capire solo con cifre, dati statistici, burocrazia. Cose che possono dire come sono organizzati i servizi psichiatrici sul territorio, ma insufficienti a far comprendere il fatto che a differenza di tutti gli altri ambiti della sanità qui più che altrove si lavora con le persone, potremmo dire con la loro “anima” e che medicine, terapie e strutture hanno tutte a che fare in modo determinante con l’elemento umano.

I dati disponibili a livello nazionale indicano una crescita dei disturbi mentali, del disagio e della sofferenza psichica delle persone ed una parte consistente del “carico di malattia della popolazione” è dovuto proprio ai disturbi mentali. Preoccupante, aggiunge Bottaccioli, inoltre, è l’aumento che si registra nella fascia giovanile: circa il 50% dei disturbi si manifesta e viene riconosciuto come tale sotto i 22 anni ed una quota maggiore si registra precocemente in forme non immediatamente riconosciute come tali. Una tendenza di cui tenere conto ed alla quale va aggiunto il dato dell’effetto devastante (spesso con danni cerebrali irrecuperabili) delle “nuove” droghe sul sistema nervoso dei giovani che le consumano.

Le strutture di assistenza nella Asl N.2

Da gennaio a settembre 2000 nel Dipartimento di salute mentale della Asl N.2 del Perugino, i 6 Centri di salute mentale hanno seguito 7.105 persone, delle quali circa il 40% a domicilio. Nello stesso periodo circa 118 pazienti hanno frequentato i 5 Centri semiresidenziali di assistenza psichiatrica (centri in cui i pazienti si recano durante il giorno, con orari e frequenza variabile, ed in cui si svolgono attività diverse) gestiti da operatori di cooperative convenzionate con la Asl. “Servirebbero strutture per il tempo libero” osservano gli operatori. Infine il capitolo della Assistenza psichiatrica residenziale, ovvero le cosidette “case famiglia” o “comunità” in cui i pazienti vivono con o anche senza l’assistenza di operatori. Nei primi dieci mesi del 2000 nelle 12 strutture sono stati occupati tutti i 112 posti disponibili. E’ in questo servizio che si registrano liste d’attesa.

AUTORE: Maria Rita Valli