Quel campo di lavoro

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di Angelo M. Fanucci

Quando, nel 1979, Giovanni Paolo II lo nominò arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, rettore dell’Istituto Biblico di Roma, volle prepararsi all’ufficializzazione della sua nomina non con la tradizionale settimana di esercizi spirituali, ma partecipando per una settimana a uno dei campi di lavoro con i quali tantissimi giovani, italiani, belgi, francesi… rendevano abitabile la vetusta villa Piccolomini di Capodarco di Fermo, divenuta Casa Papa Giovanni, la prima delle Comunità di Capodarco.

Forse ospite di un conventino fuori mano, dal lunedì al sabato, ogni mattina alle 8 si presentò a Casa Papa Giovanni e si mise a disposizione della Comunità. Si qualificò come “fratel Carlo”.

Dapprima, lui così fisicamente imponente, fu assegnato come manovale al muratore, Antonio, un quintale di muscoli e mezzo quintale di grasso, cinturone a mo’ di sottopanza. Che lo licenziò entro il primo quarto d’ora: “Ma che ci faccio con questo mollaccione?! Ma non vedete che c’ha le mani da pianista?!”.

Via, in cucina, a pelare patate! I campisti erano molti, più di cento, e tutti dotati di appetito robusto. E lui pelò patate per tutti, per giorni interi. Calmo, paziente, sempre con il sorriso sulle labbra. A lavorare fianco a fianco con lui in cucina c’era Rosaria Pugliese, una ragazza bruttina e cecuziente, che ogni tanto soffriva di forti morsi di epilessia. Qualche tempo dopo la poverina sarebbe deceduta, cadendo da una finestra, per uno di quei morsi.

Gomito a gomito, parlarono a lungo, Rosaria e fratel Carlo. Lui, dottissimo preside dell’Istituto Biblico. Lei, trentenne fresca di bocciatura agli esami di terza media (alla domanda: “Chi sono i nomadi?” aveva risposto: “Un complesso”. Bocciata). Ma adesso Rosaria scriveva poesie per fratel Carlo. “Poesie”: dopo avere condecentemente maltrattato la lingua italiana, andava a capo ogni tanto. E fratel Carlo le regalerà, con tanto di dedica, la prima copia di una monumentale edizione della Bibbia edita a sua cura.

La domenica fratel Carlo partecipa alla messa della Comunità. In fondo. In silenzio. All’omelia don Vinicio commenta il Vangelo e invita i presenti a dire la loro. “E… fratel Carlo non ha qualcosa da dirci?”. Lui si schermisce, Vinicio insiste.

Cercò di… volare basso, non ci riuscì. Come chiedere a Leonardo: “Mi fai uno scarabocchio, per favore?”. Finita la messa, lo strinsero all’angolo. Chi sei? E lui svelò la propria identità. Salutò. “Domani parto. Sono stato molto bene con voi”. Pochi giorni dopo uscì la sua sua nomina ad arcivescovo di Milano. Rosaria batteva le mani come una pazza.

Questo è uno dei tanti episodi che gremiscono il libro che sto per pubblicare, Non per loro ma con loro. Una vita così così, la mia. Ma il ricavato del libro va a beneficio della Finca Cjudad de Gubio, che a Lita, in Ecuador, accoglie quelli che furono vent’anni fa bambini abbandonati in strada, e oggi lavorano per il futuro proprio e di altri bambini abbandonati.

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