“Siamo tutti Charlie”. O no?

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Siamo tutti Charlie. O no? Vediamo. Se, per solidarietà, ci vogliamo mettere dalla parte delle vittime dell’odio fanatico e sanguinario, sì, anche noi siamo Charlie. Anche perché quell’odio domani potrebbe rivolgersi contro qualcuno ancora più vicino al nostro modo di essere e di sentire. È già successo, per esempio in Algeria nel 1996 con la strage di sette monaci trappisti. Succede ancora in Nigeria, con le stragi di Boko Haram contro tutto ciò che appare occidentale, cristianesimo compreso. O nel territorio del sedicente Califfato, e altrove. Sarebbe dunque sciocco fare dei distinguo, e guardare ai vignettisti di Charlie Hébdo come a qualcuno che non ci appartiene. Altra cosa però sarebbe fare – come in effetti molti stanno facendo – delle vignette di quel giornale una bandiera di libertà, addirittura il vessillo dell’identità dell’Europa contemporanea. No, se si tratta di questo, io non sono Charlie. A maggior ragione se chi innalza quelle vignette come un vessillo è chi mette il veto a un innocente presepe “per non offendere i musulmani”. Bisogna discernere ciò che è offensivo e ciò che non lo è. Le vignette di Charlie Hébdo sono offensive. Valgono esattamente quelle dei giornalacci che in Italia, al tempo della persecuzione degli ebrei, rappresentavano i “giudei” come esseri loschi e ripugnanti, nel fisico e nel morale. L’unica differenza, a vantaggio dei vignettisti di Charlie, è che nel loro veleno sono sempre stati ecumenici e imparziali, colpendo tutti, dal Papa e dal Presidente della Repubblica francese in giù, quindi non si può dire che siano unilaterali e faziosi. Però la liberté non può essere quella di offendere; va insieme alla égalité e alla fraternité, dunque è (anche) rispetto e tolleranza. Se un musulmano si sente offeso perché vede un presepe o un Crocifisso, l’intollerante è lui; ma se io vedo una vignetta oscena su Maometto mi sento offeso io, e intollerante è chi la disegna e chi la pubblica. Accanto al sacrosanto vessillo della libertà di opinione e di parola, voglio anche quello del rispetto reciproco. È così che si cresce nella pace.

AUTORE: Pier Giorgio Lignani