Spingere la vita

ABAT JOUR

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Parlando di “vita debole” ci siamo chiesti: come potrà risultare credibile la Chiesa nel suo rivendicare pari dignità, sul piano della persona, all’embrione appena concepito e allo scienziato che riceve il premio Nobel? Come potrà sperare di coinvolgere altri in questa visione della vita? Solo impegnandosi con pari rigore e pari intensità a “spingere la vita”, a far crescere la qualità della vita, di tutta la vita, di tutte le vite.

Un impegno che suppone la capacità di “assolutizzare il relativo”, di accogliere con gioia traboccante e orgoglio smisurato i piccoli, oggettivamente minuscoli progressi che i titolari della vita debole riescono a conseguire. Mi scuso se faccio un esempio attingendolo alla mia vita personale, che da 37 anni gode dell’impareggiabile privilegio di condividere il quotidiano con “vite deboli” assortite. Franco, mio figlio adottivo. Tetraparetico, epilessia lieve, ritardo mentale medio.

Nel 1978, al Rusk Institute di New York un’équipe di specialisti gli assegnò i compiti massimi della sua vita futura: “Verrà il tempo in cui Franco non si farà più i suoi bisogni addosso e si renderà conto di elementari rapporti di causa ed effetto”: cioè, capirà se, pigiando lui l’interruttore, s’è accesa la luce, non è un caso.

Oggi Franco è capace di sofferenze inaudite, pur di trattenere le sue produzioni biochimiche. Quanto poi alla storia dell’interruttore… Una ventina di anni fa. Stavamo vedendo Lo Squalo 1 in tv; nel momento in cui la belva marina, per la gioia di grandi e piccini, tranciava un arto (un braccio? una gamba?), che andava a fondo, Franco si erse sulla carrozzina con tutta la forza del suo braccio e gridò: “‘Chiama l’ambulanza!!”. Mah, mah, meraviglia. Clap clap, applausi.”Fabio, vai a comperare due bottiglie di spumante!”. Festeggiamo la sua tesi di laurea, L’equivalente.
Un giorno, Pino era un giovane uomo aitante, ma segnato da una malattia nuova e mortale. È vissuto qualche anno con noi. È morto giovane, una decina di anni fa, con il passaporto gremito di bolli e nel sangue appena 5 (cinque) linfociti. Quel giorno disse a Franchino: “Perché tu sempre seduto in carrozzina e io sempre a spingere? Oggi spingi tu”. Aveva ragione: il ruolo degli ultimi è quello di spingere in avanti la vita.

AUTORE: Angelo M. Fanucci