Stupore Raffaello, virtù eugubine di un’opera “prima”

All'indomani della presentazione alla stampa, cresce l'interesse per l'opera attribuita al pittore urbinate

Tempo di lettura: 154 secondi

Ha ottenuto rilievo internazionale ed ampi consensi, contribuendo a rafforzare l’autenticità dell’attribuzione a Raffaello giovane (1483-1520), la presentazione del ‘Gonfalone processionale: Cristo portacroce con Sant’Ubaldo e San Francesco’ svoltasi nella sala capitolare della cattedrale nel giorno stesso in cui a Londra veniva inaugurata una mostra del grande urbinate. I contributi di esperti e relatori hanno aggiunto ulteriori elementi probatori, valorizzati dal fascino di gustare, per la prima volta dopo un restauro ancora parziale, il ‘Raffaello eugubino’ (tempera su tela, 208×180 cm, chiesa di S. Maria al Corso). La conferenza stampa, coordinata dal direttore del museo diocesano don Pietro Vispi ed introdotta dal saluto del vescovo mons. Pietro Bottaccioli, ha avuto tre momenti chiave. Paolo Salciarini, direttore dell’Ufficio ecclesiale Beni ecclesiastici (il primo ad aver intuito l’importanza di quel gonfalone, ‘accartocciato come uno straccio strizzato’, come lo ha descritto con efficacia Giordana Benazzi, storico dell’arte cui va il merito dell’attribuzione) ha ripercorso la storia del reperto, con abbondanza di richiami storici utili per definirne la contestualizzazione. La Benazzi, per suo conto, è stata molto convincente nel sintetizzare tre anni di studio e di ricerca, favoriti da un finanziamento parziale della Fondazione Cariperugia; ha descritto le emozioni vissute man mano che Tiziana Monacelli e Roberta Mancini, ripulendolo dalla patina di interventi susseguitisi nel corso degli anni tanto da sfigurare quasi l’opera originale, portavano in superficie colori e forme di qualità superiore, ma soprattutto la sensazione incredibile quando sul piviale di S. Ubaldo è stato scoperto il primo dei monogrammi del ‘divino urbinate’. È stato l’inizio di confronti con altre opere dell’artista, di indagini sul Gonfalone condotte con tecnologie di avanguardia e collaborazioni specialistiche. Tutto ha portato a concludere che ‘l’opera appena scoperta’ è ‘la più antica che si sia conservata della produzione autografa raffaellesca’(1498-1502). ‘Oltre al monogramma ‘ ha sottolineato ‘ convincente è un disegno di Raffaello della collezione Antoldi di Pesaro, molto simile al Cristo del gonfalone’. La Benazzi ha citato poi documenti del 1502 e 1503 che accostano Gubbio e l’urbinate, oltre ad una cronaca del 1725 che parla di ‘un gonfalone di Raffello’ a proposito di una confraternita eugubina che si recava a Roma per l’anno giubilare. Sull’autenticità del monogramma ‘Rav’ si è soffermato a lungo il paleografo Massimiliano Bassetti prima di concludere che ‘caratteri grafici, finezza dell’esecuzione, accordo con sigle certe dell’artista sembrano convergere nell’indicare come altamente probabile l’attribuzione alla mano ancora giovane di Raffaello’. Il fatto che sia stato ripetuto più volte è stato motivato come ‘rafforzativo’ e ‘decorativo’; appare tra l’altro sotto una coppia di uccelli, molto simile a quella ricamata su una tela del ‘300 che ha ricoperto il corpo di S.Ubaldo, e ritrovata anni fa in Cattedrale, circostanza che rafforza la certezza di una presenza a Gubbio del giovane artista. Resta il richiamo alla prudenza, fatto proprio dagli studiosi eugubini Ettore Sannipoli, Francesco Mariucci e Fabrizio Cece non completamente convinti dell’attribuzione; il restauro mette a disposizione la base sulla quale discutere. Tra l’altro il Raffaello potrà essere visto presso il Museo diocesano fino al 2 novembre, quando ritornerà in laboratorio.

AUTORE: Giampiero Bedini