Una grande fede strettamente legata alla vita della comunità

Francesca, responsabile del settore giovanile della Caritas, è tornata da Kasumo

Tempo di lettura: 222 secondi

Parla di odore Francesca, un sentore forte e terrigno, quasi metallico, il profumo della terra rossa che macchia e si ritrova su gli abiti, le mani, i capelli, la pelle tutta; la terra calda dell’Africa, spinta fino alle erbe alte quanto inaccessibili e sterminate della savana. E’ tornata il 30 agosto la responsabile del settore giovanile della Caritas, dopo aver partecipato alla missione in favore della realizzazione di microprogetti a Kasumo, in Tanzania, consegnando personalmente le offerte raccolte nella parrocchia di Bastia e considerando con gli altri delegati diocesani i bisogni, le possibili modalità d’intervento, i fattibili lavori di sostegno e sviluppo auspicabili per la missione gemellata. E ci racconta le sensazioni incamerate.Francesca, qual è stato il primo impatto con il continente africano? “Sono immagini diverse; la realtà si imprime con una luce abbacinante, colori accostati insolitamente di un’intensità particolare, un odore pungente e penetrante, e tutto sembra spinto in avanti, orizzontalmente, ampliato. Una dimensione slargata, che investe lo spazio, ma anche il tempo: c’è qualcosa di rallentato in essa, una rilassata quiete che investe le cose, ma le persone e la vita quotidiana. La forte sensazione è stata questa: quasi un liberarsi dalla schiavitù del tempo, dalle nostre troppo schematiche e frenetiche imposizioni. Sembra che anche l’individualità, l’identità sia dilatata, aperta fino a investire totalmente la vita degli altri, con la quale si spende la propria, all’interno di una comunità necessaria, la quale viene a costituirsi a priori come un elemento naturale. E’ impossibile pensare l’Africa, Kasumo, senza queste forme di aggregazione, come è impossibile pensare l’Africa senza i bambini, a centinaia. Sono ovunque, ti seguono, dietro, a fianco, accompagnano il tuo cammino anche per chilometri, fino alla soglia di casa. Certo che lì c’è una sorta di curiosità per l’uomo bianco, il “mughera” e un forte senso del rispetto e dell’ammirazione nei suoi confronti, che è tradotto nella sacralità dell’ospitalità, ma è anche il modo tutto loro di vivere che favorisce lo stare insieme”. E i villaggi? “Le case servono per preservare le provviste alimentari, ripararsi dalla pioggia, dormire ( e solo i più ricchi possiedono letti). La vita si svolge nelle strade, spaziose e piene di gente e nelle corti, che le famiglie allargate costruiscono intorno ad un nucleo centrale, il quale rimane punto di aggregazione collettiva. La collaborazione si pone al centro di tutto: il poco messo insieme è pur sempre qualcosa, ma c’è anche, anzi soprattutto, semplicità nell’interessarsi al gruppo. Don Ezechiele, parroco di Kasumo, ci parlava di una fede vissuta strettamente nella comunità, contrapponendola per certi versi, ad una, nostra, a volte troppo individuale. E’ per molti aspetti vero, ed è anche vero come spesso alcune nostre tradizioni, fatte conoscere lì, diventino quasi sovrastrutture, inconciliabili con modi di fare così diversi”. Il tuo incontro con le missionarie?”Sono persone favolose. Così piene di vita e di dedizione per questo popolo. Impegnate nei lavori più diversi, dalla scuola, alla vaccinazione dei bambini, alla distribuzione delle risorse alimentari, alla cura degli animali e dei campi, come la nostra Luigia, che mi è sembrata un po’ “l’uomo della situazione”. Il sorriso, la serenità disponibile di Angela, Francesca e Luigia, le tre missionarie sorelle di Kasumo, è stata per me “la testimonianza di vita”. Non ho mai chiesto spiegazioni, perché la fisicità della loro presenza, il fatto che loro stessero lì e con quello sguardo, ha sempre detto tutto”. Possono essere di aiuto le offerte raccolte dalla parrocchia di Bastia? Certamente. Abbiamo raccolto quattordici milioni e mezzo, di cui un milione e mezzo sotto forma di borsa di studio, il resto in liquidi. Il loro impiego prevede anche il progetto di rete idrica per il villaggio e le zone circostanti; un utilizzo intelligente delle acque del lago Tanganica. Grazie ad un buon utilizzo di esse, la zona può essere coltivata. In questo luogo più che di denutrizione, si può parlare di mal nutrizione, in prevalenza per la carenza di proteine. In tal senso bisognerà rivedere gli aiuti alimentari pensati per il pacco dono di dicembre. Tutto questo quanto turba il nostro modo di vivere? L’Africa che ho visto io non sconvolge, ma non troverei dei paragoni. La povertà, evidente, rattrista e fa rabbia, perché potrebbe essere eliminata, ma non strappa dentro; mi commuove molto più profondamente la povertà spirituale che c’è qua, la nostra aridità, forse l’aver smarrito una semplicità, che pur nello stento della sua pochezza, si ‘accontenta’ della sua pace”.

AUTORE: Simona Marchetti