Un’affermazione “borderline”

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di Angelo M. Fanucci

Ancora una volta un Gesuita alla ribalta. Alla ribalta della ricerca profonda, non del successo futile. Quanta acqua è passata sotto i ponti del Tevere da quando, nel settembre del 1540, Paolo III consegnò nelle mani di Ignazio di Loyola, di Francesco Saverio e di Pietro Favre la bolla Regimini militantis, che dava esistenza giuridica di ordine religioso alla Societas Iesus (Compagni di Gesù), a quando, nel luminosissimo tramonto del 13 marzo 2013, dal balcone dell’aula delle benedi- zioni, il card. Tauran ci fece sapere, faticando come un contorsionista, che, primo Gesuita della storia, Jorge Mario Bergoglio era diventato Papa, e che aveva preso il nome di Francesco: totalmente dimentico che proprio un Papa francescano, Clemente XIV, nella seconda metà del 1700 aveva abolito la sua Compagnia di Gesù. Poi fu proprio Papa Francesco a chiudere la partita, all’apice di quell’indimenticabile serata, con uno spettacoloso “buona sera!”.

Stavolta il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, nella famosa intervista rilasciata a Settimana, ci spiazza con un’affermazione che è come un pungo in un occhio: il massimo impegno per un cristiano di oggi – dice – è quello di testimoniare il Vangelo in contesti diversi da quello al quale siamo abituati, di riconoscere le differenze come rivelazione di Dio. La diversità non è qualcosa di non voluto: Dio si manifesta proprio tramite la diversità e la libertà.

Le ho rimuginate a lungo, queste parole, mentre tentavo di preparare l’omelia per la XIII domenica del tempo ordinario. Mi preparavo a presentare alle 20-30 persone che… gremiscono la mia messa domenicale, possibilmente senza gualcirlo, lo squisito incontro a tre tra Giairo, un caposinagoga non altrimenti noto, Gesù e la figlioletta dodicenne di Giairo; rispetto alla quale nessuno, tranne Gesù, pensava che avesse accumulato un appetito di tutto rispetto durante la sua lunga agonia verso quella morte che Gesù aveva ridicolizzato, derubricandola a semplice sonno. Bello, saporoso, l’episodio, come il primo gelato dell’anno che ciuccio a corso Garibaldi, seduto davanti alla gelateria La Meridiana, in faccia a Santa Maria de’ Servi, sul cui frontale una secolare meridiana ci ricorda che il tempo, se Dio vuole, passa.

Il mio disorientamento però nasceva dalla comparazione tra le parole dell’ex “papa nero” e la zeppa che nel quinto capitolo del suo Vangelo Marco ha insinuato tra la prima e la seconda parte dell’episodio della figlioletta di Giairo: la storia di quella donna cananea che, sperduta e tremante, tartassata in parti uguali da medici e strozzini, vorrebbe chiedere scusa a Gesù per avergli sottratto quella parte di energia vitale che secondo la cultura di Marco (e Marco ci tiene a farcelo sapere) ogni taumaturgo perde, ovviamente a vantaggio del miracolato, quando fa un miracolo.

Tutto bene. Ma quelle parole: “La tua fede ti ha salvata”… Signore Gesù, ma l’hai consultata la Congregazione per la dottrina della fede, prima di pericolarti in affermazioni così borderline?

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