La gente chi dice che io sia?

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“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore” (Gal 6,14) ascoltiamo domenica XXIV del TO, domenica che coincide con l’imminenza della festa liturgica dell’impressione delle Stimmate di san Francesco, di colui che ha vissuto sul suo corpo il messaggio del versetto paolino all’acclamazione al Vangelo.

Prima lettura

L’evento della “croce del Signore” è anticipato nel brano tratto dal libro del Profeta Isaia nel momento in cui l’Autore mette in bocca al ‘servo’, in quello che è definito il ‘terzo canto del servo del Signore’, parole che esprimono disponibilità alla particolare richiesta del Signore. Il ‘servo’ dice infatti “ho presentato il mio dorso ai flagellatori … non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” e fa così presente sia i supplizi fisici che morali patiti, ma non lascia nell’incertezza e nella tristezza i suoi interlocutori perché sperimenta il sostegno divino e, (in soli 5 versetti) ripete per due volte l’espressione “il Signore mi assiste” e una volta di sentirsi “vicino” Colui che gli rende giustizia.

Salmo

Anche l’esperienza vissuta dal salmista è a proposito edificante. Si è infatti trovato in una circostanza di “tristezza e angoscia”, è stato quasi per morire a causa delle sofferenze morali, si è appoggiato sulla confidenza nel Signore, ha gridato a Lui (“ti prego, liberami, o Signore”) che ha liberato la sua vita dalla morte, i suoi occhi dalle lacrime.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Dal Libro del profeta Isaia 50,5-9a

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 114

SECONDA LETTURA
Dalla Lettera di Giacomo 2,14-18

VANGELO
Vangelo di Marco 8,27-35

Seconda lettura

Così la Lettera di san Giacomo, della quale domenica ascoltiamo il brano più noto e commentato, che sembrerebbe tuttavia fuorviare dal tema delle altre Letture, è invece un incentivo a concretizzare nella vita comunitaria le esigenze che la fede comporta. San Giacomo invita i suoi destinatari ad interrogarsi in merito all’autenticità della fede che professano e a far sì che la fede non sia un fatto intimistico -che non è verificabile- ma si esterni ed evidenzi attraverso gesti concreti a vantaggio di chi è nell’indigenza e nella sofferenza.

Vangelo

La pagina del Vangelo riprende esplicitamente il tema della ‘croce’ che Gesù stesso anticipa ai suoi discepoli. Il brano è tratto dal cap. 8 del Vangelo di Marco e presenta la circostanza in cui Gesù è in cammino verso Gerusalemme con i suoi discepoli. Considerando la lunghezza del Vangelo di Marco (16 capitoli), qui ci troviamo nella fase centrale, sia testuale che teologica, dell’insegnamento e della testimonianza di Gesù. Nel loro percorso, Gesù e i suoi si dirigono verso Cesarea di Filippo, città anticamente chiamata Panion per il culto che lì si tributava al dio Pan, poi rimodernata dal tetrarca Filippo (per cui aveva assunto la nuova denominazione). È in questa realtà, a confine con i territori non israeliti e non troppo vicina a Gerusalemme, che Gesù provoca i suoi discepoli in merito alla sua identità. E le risposte che essi riportano per conto della ‘gente’ sono significative perché riguardano Giovanni Battista, fatto uccidere da Erode Antipa, ed Elia, l’unico profeta del quale è scritto che sia ‘asceso’ al cielo. Ma Gesù si spinge oltre chiedendo non più il parere della ‘gente’ (che comunque è importante perché non l’avrebbe altrimenti chiesto), ma il loro personale.

Pietro prende la parola e a nome di tutti dà la risposta che Gesù attendeva: Gesù è più dei profeti (Elia), è ‘maggiore’ di Giovanni Battista: Gesù è il Cristo! Alla risposta data, che è di fatto una professione di fede che dimostra l’evoluzione nella comprensione del ministero di Gesù, i discepoli sono condotti tuttavia ad un passaggio ulteriore: l’annuncio della passione, morte e risurrezione di Gesù. Quanto è descritto nei ‘canti del servo del Signore’ del profeta Isaia, si adempirà nella persona di Gesù: umiliazioni, rifiuti, sofferenze del cuore, patimenti del corpo e morte violenta saranno da Lui sperimentate. Come ha fatto il ‘servo del Signore’, anche Gesù non vuole lasciare nell’incertezza e nella tristezza i suoi perché – servendosi sempre di un’immagine veterotestamentaria – anticipa che il terzo giorno il Figlio dell’Uomo risorgerà.

Come qualsiasi essere umano farebbe, anche Pietro esprime indignazione all’idea della sofferenza ingiusta che avrebbe patito il suo Maestro, eppure Gesù “guardando i suoi discepoli” rimprovera duramente Pietro dandogli il titolo che compare nel libro di Giobbe, “Satan”, di colui cioè che promuove percorsi di vita opposti a quelli divini. Benché Pietro abbia preso in disparte il suo Maestro per dirgli tutto il suo disappunto in merito all’annuncio della passione e della morte, Gesù invece vuole coinvolgere tutti i discepoli per far loro presente la necessità dell’adempimento di quanto ha predetto loro. E Gesù continua su questa linea del “parlare apertamente” perché convoca “la folla”.

Notiamo la tecnica di Gesù. Ai soli discepoli ha fatto esplicitamente presente l’evento della Passione Morte e Risurrezione, alla “folla insieme ai suoi discepoli” dona un messaggio che racchiude in sé la logica evangelica: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. È anche questo un messaggio forte perché i contemporanei di Gesù sapevano bene cosa fosse la ‘croce’, questo terribile supplizio già in uso da secoli nel Vicino Oriente! Gesù sconvolge perché, come fa sempre, propone ciò che umanamente non è condivisibile. Ma proprio lì si cela la vittoria: chi segue davvero Cristo sperimenta già nella vita terrena che dietro alle prove non c’è il fallimento, ma la rinascita e che chi perde la sua vita per Lui e per il Vangelo, “la salverà”!

Giuseppina Bruscolotti

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