Welfare: la Regione cerca alibi

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La scorsa settimana in Regione sono stati discussi temi di particolare importanza come il Documento di programmazione regionale (Dap), le politiche sociali, la sussidiarietà. Anche la Consulta regionale della Conferenza episcopale umbra (Ceu) ha dato il suo contributo. Desidero riprendere il discorso. L’impressione che ho ricavato è la mancanza di visione d’insieme. Si percepisce un progetto di sviluppo economico – sociale non bene delineato. Il welfare per mantenere e potenziare i servizi fatica ad innovarsi. Non essendo chiara la direzione, v’è il rischio di andare avanti a tentoni, con azioni incoerenti. Per esempio il confronto sul Dap ha evidenziato che la qualità dello sviluppo coincide in gran parte con i livelli di welfare. Perché allora le risorse destinate al sociale, anziché un investimento, sono considerate un costo? È stato affermato che le politiche di welfare sono fondate sulla cittadinanza (dall’assistenza all’inclusione), universalità (servizi garantiti per tutti), integrazione (tra le istituzioni e tra queste e la società civile). Va bene. Del resto è quel che prevede l’attuale legislazione sociale. Poi, però, tutto il discorso s’incentra sulla sostenibilità economica. Il problema è reale. Oggi sono diminuiti i trasferimenti dello Stato. Ma la riduzione non è drammatica come si vuol far credere. Non apprezzo il teorema secondo cui, data la minore disponibilità di risorse, sarà inevitabile diminuire i servizi. Lo sarà certamente se si parte dal presupposto di mantenere lo status quo. Questo teorema rischia di trasformarsi in una trappola, in un alibi per non innovare e rinviare le scelte coraggiose che pur è necessario fare. Fra queste scelte innovative vi è quella della sussidiarietà orizzontale, oggetto delle proposte di legge presentate dalla Margherita e dalla Casa della Libertà. Iniziativa da apprezzare. Buona occasione per dibattere un tema decisivo per la comunità regionale. Stante, però, l’esperienza maturata, in occasione dell’incontro consultivo pubblico ho posto la seguente domanda: ‘Perché queste due proposte di legge, quando la sussidiarietà è già principio fondante della legislazione europea, nazionale e regionale?’ (Trattato di Maastricht, Titolo V della Costituzione italiana, riforme amministrative degli anni ’90, legislazione sociale nazionale e regionale degli ultimi cinque anni, statuto regionale). Nel Consiglio regionale che ha approvato lo statuto regionale, il principio di sussidiarietà è stato oggetto di scontro ideologico. L’art. 16 ha sancito la sussidiarietà. Ignorata, però, in altre parti dello statuto come gli articoli 9, 13, 14 e 15 (famiglia, sanità, istruzione, formazione professionale, lavoro e occupazione). L’aver ripreso il discorso significa che nell’attuale Consiglio regionale è maturato un diverso orientamento? Se è così, sarebbe logico, prima di tutto, dare mandato all’apposita Commissione speciale di modificare lo Statuto regionale. Poi sarebbe opportuno cominciare ad applicare quel che prevedono in tema di sussidiarietà le leggi vigenti come, ad esempio, la 328/00 sulle politiche di welfare. Sarebbe anche opportuno colmare al più presto i ritardi accumulati dal Piano sociale regionale fermo al 2002. Un’eventuale legge sulla sussidiarietà potrebbe aver senso se assumesse i connotati di ‘legge quadro’; se, cioè, richiamandosi organicamente ai dispositivi che le leggi dettano in materia, individuasse priorità e scelte concrete, come, ad esempio, una politica regionale a sostegno della famiglia. Il primo problema della nostra regione è lo squilibrio demografico: effetto combinato della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione. L’istituto familiare per ora regge. Fino a quando? La sussidiarietà praticata (subsidium = aiuto, sostegno) aiuterebbe le famiglie a svolgere i compiti propri, con forte sollievo anche per le finanze regionali. Se i trasferimenti dello Stato, anziché essere dispersi in mille rivoli, fossero concentrati in vere politiche familiari, se ne guadagnerebbe in prevenzione e in riduzione degli sprechi. Per ora le uniche preoccupazioni sono state la sperimentazione della pillola abortiva e l’istituzione dei registri delle coppie di fatto. Se, invece, è maturata una nuova volontà politica, ci attendiamo che, nella prospettiva del federalismo istituzionale che pone all’Umbria seri problemi, il Consiglio regionale abbia il coraggio di chiamare la comunità regionale ad un serio confronto (i costi del sistema politico e amministrativo) che può avere come filo conduttore la sussidiarietà. Naturalmente quella vera, fondata sulla responsabilità di ciascuna sfera (persona, famiglia, corpi intermedi, istituzioni) ad agire in autonomia (ciò che si è in grado di fare da soli non deve essere demandato ad altri) in vista del bene comune. In un rapporto relazionale tra le diverse sfere di riconoscimento e aiuto reciproco, in un quadro di regole che è compito delle istituzioni definire e controllare.

AUTORE: Pasquale Caracciolo