Affascinante

abatjour

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Di recente mi sono avvicinato alla spiritualità di un uomo di Chiesa che mi si è stagliato davanti in tutta la sua straordinaria levatura, dom Benedetto Calati. Affascinante.Ho avuto modo di conoscerlo di persona, anche se molto fugacemente, quando nei primi anni Settanta mons. Pagani, da poco vescovo di Gubbio, volle per i miei ragazzi del Movimento studenti eugubino un ritiro di sette giorni proprio a Camaldoli, dove dom Benedetto era priore generale. Di lui ricordo solo gli occhi profondi, vivacissimi sotto le ciglia folte. E proprio in quegli occhi vede la principale caratteristica di Dom Benedetto il confratello che ne ha tessuta una breve, ma intensissima biografia, una cinquantina di pagine, dom Innocenzo Gargano; si tratta della prefazione al volume che raccoglie vari scritti del Calati, Sapienza monastica. Da ragazzetto, Gigino Galati, studente dai Carmelitani di Mesagne in provincia di Brindisi, s’innamora della vita contemplativa e nel 1930 sale a Camaldoli, perché gli hanno detto che lì, come del resto a Fonte Avellana, quel tipo di vita è vissuta sine glossa, senza accomodamenti. Ed effettivamente Gigino, diventato Benedetto, prese di punta l’esperienza monastica: silenzio e solitudine, vissuti nella massima rigidità possibile, senza compromessi di sorta. Alla maniera di san Pier Damiani, se si dà retta al suo biografo, san Giovanni dal Lodi, vescovo di Gubbio nel 1105 e mentore del giovane Ubaldo Baldassini: il Lodigiano nella sua Vita beati Petri Damiani parla quasi esclusivamente di penitenze durissime e di digiuni continui e rigorosissimi, snobbando il contributo di alto profilo che il Damiani ha dato alla teologia e, da cardinale vescovo di ostia, al Diritto canonico. Cardinale… provvisorio: perché, appena poté, rinunciò al cardinalato. Ma san Romualdo aveva detto ben altro: la sua proposta “garantiva ai monaci la possibilità di vivere con estrema libertà sia all’interno di un cenobio, sia all’interno di una clausura eremitica, fino all’estrema solitudine della reclusione, sia nei più vari contesti di evangelizzazione missionaria”. Quando dom Benedetto ne prese coscienza, iniziò la sua vera conversione, che lo porterà a formulare le “Quattro Regole del Monaco”: attenzione costante alla Parola di Dio; privilegium amoris verso la persona umana, che è il bene supremo del mondo; fedeltà alla preghiera; apertura assoluta alla gente, a tutta la gente, del tutto al di là delle idee che ciascuno professa. Su questa sua evoluzione influirono da una parte, ovviamente, il Concilio, ma dall’altra l’amicizia con gente non credente che, nel periodo in cui egli visse a Roma, a San Gregorio al Celio, prese a frequentarlo assiduamente: Mario Tronti, Rossana Rossanda, Mario Melloni, il mitico “Fortebraccio” della prima pagine dell’Unità. Poi a Camaldoli arrivarono i Professorini, che avrebbero redatto il codice omonimo. Buoni ultimi, più di settanta anni dopo, siamo arrivati noi de Il Gibbo. Cioè. A moment, please!

AUTORE: Angelo M. Fanucci