Padre nostro. Dalla prima domenica di Avvento la versione aggiornata: perché cambia?

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Dopo un lungo dibattito, entra nella liturgia italiana l’edizione ‘aggiornata’ del testo del Padre nostro. In particolare, a creare problema – e non da ieri, ma nei secoli dei secoli – era la frase “non ci indurre in tentazione”, quasi che Dio si sforzasse di far cadere i fedeli in qualche tranello a sorpresa, per poi condannarli.

Parole difficili da comprendere, e che del resto suonano misteriose anche nel testo originale greco del Vangelo di Matteo: mè eisenénkes hemàs “non portarci verso” la tentazione. Ma, come insegna la Lettera di Giacomo (1,13-14): “Nessuno dica di essere tentato da Dio! A tentarlo sono le sue passioni”.

Un po’ criptica anche l’espressione “sia santificato il tuo nome”, perché il nome di Dio è già santo in sé. E poi, sarebbe più esatto usare qui il termine italiano “santo” o “glorioso”?

Da quando i cambiamenti

A partire dalla prima domenica di Avvento, il prossimo 29 novembre, verrà quindi recitata in chiesa durante la messa una versione del Padre nostro che ovvia a questi inconvenienti di traduzione. Già subito dopo Pasqua, tuttavia, il testo alternativo della preghiera insegnata da Gesù comparirà nella nuova edizione del Messale.

Il teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, ha rilanciato l’argomento parlando con l’agenzia di stampa AdnKronos a margine del recente forum internazionale sul rapporto tra estetica e teologia tenutosi alla Pontificia università lateranense.

Le novità

Il Padre nostro nella nuova versione prevede che l’invocazione a Dio: “non indurci in tentazione” venga espressa meno ambiguamente con “non abbandonarci alla tentazione”. La nuova traduzione era stata approvata nel novembre 2018 dall’Assemblea generale della Cei. Dopo l’approvazione, la nuova edizione italiana (la terza) del Messale romano ha ottenuto il via libera del Papa.

Francesco a sua volta ne ha approvato la promulgazione sulla scia del giudizio positivo da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. E infine, durante l’Assemblea generale del maggio 2019 il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, ha annunciato l’avvenuta confirmatio della Santa Sede, che ha concluso così un lavoro di studio e miglioramento dei testi durato oltre 16 anni.

Insomma, variare il testo (cioè la formulazione italiana!) del Padre nostro ha seguito un lungo e qualificato iter, non è certo stata un’azione raffazzonata o estemporanea. Tra le novità, oltre alla modifica “non abbandonarci alla tentazione”, all’espressione “come noi li rimettiamo” viene aggiunto “anche”: “come anche noi…”.

Piccolo cambiamento anche per il Gloria

Una variante riguarderà anche il Gloria, dove al posto di “pace in terra agli uomini di buona volontà” si dirà “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”, che è più conforme al testo greco dell’evangelista Luca (eudokìa indica l’amore benevolo di Dio, non la buona volontà dell’essere umano).

Perchè queste modifiche?

Il valore di questa piccola ma grande riforma liturgica lo ha ribadito in modo inequivocabile mons. Bruno Forte intervistato da Radio Vaticana: le modifiche derivano da “una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all’originale greco. In realtà l’originale greco usa un verbo che significa letteralmente ‘portarci, condurci’. La traduzione latina inducere poteva richiamare l’omologo greco.

Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire ‘spingere a…’, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’. Insomma, la traduzione ‘non indurci in’ non risultava fedele”.

E allora i Vescovi italiani hanno pensato di trovare una traduzione migliore… “Un interrogativo che si sono posti anche episcopati di tutto il mondo. Ad esempio, in spagnolo, la lingua più parlata dai cattolici nel pianeta, si dice ‘fa’ che noi non cadiamo nella tentazione’. In francese, dopo molti travagli, si è passati da una traduzione che era ‘non sottometterci alla tentazione’ alla formula attuale ‘non lasciarci entrare in tentazione’.

Dunque l’idea da esprimere è questa: il nostro Dio, che è un Dio buono e grande nell’amore, fa in modo che noi non cadiamo in tentazione. La mia personale proposta è stata che si traducesse ‘fa’ che non cadiamo in tentazione’. Però, dato che nella Bibbia Cei 2008 la traduzione scelta è stata ‘non abbandonarci alla tentazione’, alla fine i Vescovi, per rispettare la corrispondenza tra il testo biblico ufficiale e la liturgia, hanno preferito quest’ultima versione”.

Molti teologi e pastori hanno però fatto notare che la vecchia espressione ‘non ci indurre in tentazione’ faceva riferimento alle prove che Dio permette nella nostra vita.

“Una cosa è la prova, in generale; ma il termine che si trova nella preghiera del Padre nostro è lo stesso usato nel Vangelo di Luca in riferimento alle tentazioni di Gesù, che sono vere tentazioni. Allora, non si tratta semplicemente di una qualunque prova della vita, ma di vere tentazioni. Qualcosa o qualcuno che ci induce a fare il male o ci vuole separare dalla comunione con Dio.

Ecco perché l’espressione ‘tentazione’ è corretta, e il verbo che le corrisponde deve essere un verbo che faccia comprendere come il nostro è un Dio che ci soccorre, che ci aiuta a non cadere in tentazione. Non un Dio che, in qualunque modo ci tende una trappola. Questa è un’idea assolutamente inaccettabile”.

D. R.

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