Aggiornare il presepio?

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Assoluto e relativo. Ecco dunque una delle poche cose decenti che ci restano da fare, a noi ai quali senza alcun merito ( da ultimi, e tamquam abortivi) è apparsa la Gloria di Dio: parlare di Dio in maniera assoluta dal cuore di questa nostra storia di uomini che è il regno del relativo; e amare Dio senza se e senza ma mentre andiamo faticosamente tessendo un quotidiano nel quale i se sono la trama e i ma sono l’ordito. Sulla scia del Presepe che trionfa in questi giorni, l’ultimo, fioco sprazzo di luce che dalle colonne di questo nostro settimanale una flebile abat jour emette nell’ultimo numero dell’ultimo anno del secondo millennio. Tra i tanti personaggi del Presepe di assoluto di per sé c’è solo Lui, il Bambino. Gli altri potrebbero non esserci. Anche sua Madre, che pure ha un’importanza così straordinaria. Non esserci, o venire sostituiti. Di Assoluto c’è solo Lui. Tra i personaggi sostituibili la lavandara: al suo posto Vittorio Sgarbi: i panni verrebbero meno puliti, ma la funzione mediatica della lavandara ne risulterebbe esaltata. L’acquaiolo che reclamizza la sua acqua come fosse Sagrantino di Montefalco: al posto suo ci vedrei bene Maurizio Costanzo, il re delle chiacchiere spacciate per ragionamenti. L’artigiana saggezza connaturata candida Don Elio Bromuri a sostituire S. Giuseppe. Al posto del somaro…: approfittiamone, amico lettore, mettiamoci ognuno noi stessi, così Gli stiamo vicino senza dare fastidio a nessuno: basta quel minimo di attenzione che blocca sul nascere la voglia di ragliare. Però, a ben pensarci, io penso che…: va’ là, tutte queste sostituzioni sarebbero legittime se nel Presepe l’assoluto e il relativo si contrapponessero. Ma chi ci ha chiamato a seguirlo ci ha chiesto di assolutizzare il relativo, perché l’assoluto che Lui ha portato nel mondo di relativo vive e s’impregna, totalmente. Allora il Presepio va lasciato così com’è, senza sostituzioni. E l’umanità che fiorisce intorno a Cristo va amata così com’è, senza supplementi d’indagine. Giorno dopo giorno. “Come fanno le maestre e le puttane”, scriveva don Milani. “State contente, umane genti al quia”. Buon Anno, fratello mio. Sii dove sei, perché non ci sei a caso.