Al tramonto c’è ancora luce

All’Hospice i malati terminali di cancro trovano assistenza medica e soprattutto la vicinanza umana di volontari e sacerdoti

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Spoleto è stata la prima città dell’Umbria ad avere sul proprio territorio un Hospice, cioè un centro residenziale in grado di accogliere temporaneamente o stabilmente malati terminali di cancro. Prevalentemente si assistono persone della Asl numero 3, quella dell’area Foligno-Spoleto-Valnerina. Ruolo determinante per il buon funzionamento dell’Hospice è l’Aglaia, prima associazione umbra per le cure palliative. “Abbiamo lottato molto – afferma la presidente Bianca De Angelis – per far aprire a Spoleto l’Hospice. È il frutto del nostro costante lavoro con i malati terminali fin dai primi anni ’90. Come associazione, paghiamo per intero lo stipendio di un medico e garantiamo anche il supporto psicologico e la formazione dei nostri volontari”. Volontari che hanno un ruolo determinante. “Abbiamo la fortuna di averne un cospicuo numero – afferma il dott. Fabio Conforti, medico responsabile del servizio di cure palliative della Asl 3. – Da un lato rappresentano un valido aiuto alla famiglia svolgendo anche compiti di assistenza logistica (faccende burocratiche, aiuto in casa, ecc.), dall’altro rappresentano un supporto diretto al malato, ascoltando le sue confidenze, offrendo compagnia o conforto nei momenti di solitudine, condividendo esperienze da raccontare, interessi, passioni, o semplicemente commentando fatti di cronaca, politici, di spettacolo, di sport”.

“Spesso il volontario – aggiunge – proprio per la sua vicinanza con il malato, coglie qualche cambiamento, registra una nuova preoccupazione che magari può sfuggire al medico o all’infermiere. I malati, invece, chiedono spiegazioni sul perché di certi disturbi solo quando la relazione con i curanti diviene più profonda, confidenziale, intima. Altri si limitano a chiedere quando potranno sentirsi meglio o se riusciranno a superare il momento difficile per tornare a combattere la loro malattia. I più consapevoli chiedono quanto durerà ancora il loro calvario e cosa potranno fare quando le cose andranno peggio. I familiari di solito chiedono informazioni sulla prognosi. Spesso sfiniti da una assistenza lunga ed estenuante, vogliono sapere quanto tempo vivrà ancora il loro congiunto e come saranno le ultime fasi della vita, preoccupati dalla presenza di una sofferenza non tollerabile”.

Accanto a questi servizi, prioritari e indispensabili, c’è anche quello dell’assistenza spirituale ai malati. Alcuni sacerdoti di Spoleto ogni giorno, dopo aver terminato gli impegni pastorali nelle rispettive parrocchie, si recano nella struttura per visitare le persone ricoverate, parlare con loro e con i loro familiari. Don Vito Stramaccia, direttore della Caritas diocesana racconta la sua esperienza all’Hospice: “Come disse un papà che aveva appena perso il figlio, l’Hospice è ‘un luogo tanto bello e tanto brutto’. Brutto perché ci mette dinanzi alla sofferenza, al dolore, alla morte. Sono tutte realtà che ci mettono a disagio. Spesso non ne capiamo il senso e il significato, non riusciamo a viverle con tranquillità. Dinanzi alla sofferenza tutti vorremmo scappare. Gesù stesso ebbe a dire nell’Orto degli ulivi: Passi da me questo calice”. “Nello stesso tempo, però – continua – l’Hospice è una realtà bella. Ci lavorano persone professioniste e ci sono volontari fantastici, che si coinvolgono fino in fondo. Questa struttura è il modo concreto col quale ci mettiamo a fianco dei malati terminali. Una volta agli appestati venivano portati lontano dalla città e lasciati morire da soli. Qui, invece, c’è prossimità al malato. Nell’Hospice si dà dignità alla sofferenza con il sostegno e l’amore. Per noi sacerdoti è una grazia stare accanto a queste persone: ci insegnano a vivere, a soffrire e morire. La nostra presenza non so se a volte è più importante per noi o per quelle persone che stanno agli ultimi momenti della loro esistenza”.

AUTORE: Francesco Carlini