“Amarcord” perugino del prof. Monticone, storico presidente Ac

All’ex presidente nazionale di Azione cattolica, il collega perugino Mario Tosti ha chiesto di rievocare gli anni della sua permanenza nel capoluogo umbro

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Alberto Monticone e Mario Tosti

Perugia è rimasta nel cuore al prof. Alberto Monticone, “storico” presidente nazionale dell’Azione cattolica. Monticone ha accettato di ripercorrere gli anni da lui trascorsi in veste di docente universitario nel capoluogo umbro: un amarcord richiestogli di recente dal collega e “discepolo” Mario Tosti, presidente dell’Isuc (Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea) nonché curatore di un volume di studi appunto in onore del docente universitario autore di pregevoli ricerche storiche.

Il periodo del mio insegnamento nell’Università di Perugia, dal 1969 al 1974, coincise con la fase di particolare espansione di quell’ateneo ed in genere del capoluogo umbro sia sotto il profilo economico sia per la varia e ricca attività culturale. Dopo il mio primo incarico di storia contemporanea a Messina, pur essendo molto soddisfatto di quella decisiva esperienza, per ragioni familiari dovevo avvicinarmi a Roma ed il suggerimento di presentare domanda a Perugia mi venne da un esperto collega, (il prof. Angelo Tamborra, docente nella da poco costituita Facoltà di Scienze Politiche in quella città, che me ne parlò in termini assai positivi, mentre uno dei miei più cari e stimati amici il prof. Fausto Fonzi era ordinario nella Facoltà di Magistero.) Così nell’autunno 1969 ottenni l’incarico di docente in entrambe le Facoltà, ma dopo un anno conservai soltanto quello del Magistero, poiché non era possibile svolgere bene la duplice attività.

Magnifico Rettore era allora il prof. Giuseppe Ermini, personalità di grande rilievo scientifico e culturale e di sicura influenza in tutta la vita cittadina, anche per il suo ruolo politico nella DC: a lui si dovevano la creazione di nuove strutture universitarie, relazioni nazionali ed internazionali ed iniziative di promozione dei beni culturali. La storia dell’Università di Perugia è strettamente legata alla sua figura ed alla sua capacità di coniugare in maniera unitaria tradizioni e realtà scientifiche diverse, settori umanistici e aree di scienze applicate – si pensi a Medicina e ad Agraria – . Curatore dell’arte ed attento ai valori religiosi egli ha lasciato traccia importante in una città ove si intrecciavano testimonianze straordinarie medievali e moderne, una forte impronta francescana ed una robusta corrente massonica. Il mio battesimo perugino fu proprio un evento organizzato dal rettore, con ampia partecipazione del corpo docente, con visita alla città “paolina” appena restaurata, con una rappresentazione teatrale satirica di una compagnia universitaria e con una cena conviviale. Il prof. Ermini era punto di riferimento accademico e culturale del mondo cattolico, che tuttavia presentava allora sfaccettature molteplici e chiare tendenze al rinnovamento ecclesiale in un ambiente politicamente e socialmente orientato a sinistra.

Diverse erano le attività e le iniziative dei cattolici perugini e tra di esse spiccava l’Istituto Conestabile della Staffa, centro di studi e di aggiornamento che affrontava in aperti dibattiti tanto argomenti religiosi ed ecclesiali quanto temi e problemi sociali e politici. Fondato nel 1955 doveva la sua vitalità al contributo di un allora anziano sacerdote, mons. Luigi Piastrelli, e del gruppo degli intellettuali e professionisti formatisi nella Fuci, della quale il Piastrelli era stato assistente nazionale dal 1922 al 1925. Egli era stato per così dire sempre sulla frontiera, tanto da prete considerato non insensibile alle correnti moderniste che agli inizi del Novecento avevano avuto in Perugia ampio seguito, in realtà innovatore e anticipatore delle istanze del Concilio Vaticano II, quanto da educatore dei giovani in chiara alternativa al fascismo. Negli ultimi anni della sua vita abitava presso una piccola chiesa del centro storico, S. Agata, una minuscola parrocchia della quale per un cinquantennio fu parroco : grazie agli amici di Facoltà e in particolare di Cristina Giuntella, che collaborava con il prof. Fonzi, ebbi la possibilità di andarlo a trovare, rendendomi ben conto di come egli servisse la Chiesa in semplicità ed in essenzialità con grande efficacia tra i giovani e le persone di cultura.

Nelle Facoltà di Lettere e Filosofia e in quella di Magistero insegnavano professori esponenti ed interpreti di correnti di ricerca sensibili al fattore religioso nella società, soprattutto filosofi e storici: nella prima aveva lasciato traccia Massimo Petrocchi, che agli inizi degli anni Cinquanta era stato mio tutor a Roma nel periodo della mia borsa di perfezionamento; nella seconda oltre a Fausto Fonzi vi era lo storico della Chiesa padre Ilarino da Milano, direttore dell’Istituto di storia, già amico di Federico Chabod a Roma e studioso in cordiali relazioni con i docenti di orientamento laico. Intorno ad essi e ad altri professori già affermati conobbi subito numerosi giovani assistenti o incaricati, che sarebbero in seguito divenuti cattedratici e soprattutto validi studiosi delle loro discipline a Perugia e in diverse Università italiane.

Quando iniziai i corsi nel novembre 1969 tutta la regione era coperta di neve e in città le strette strade intorno all’edificio principale della Facoltà erano battute da un gelido vento di tramontana , che veniva su da via della Cupa: Perugia era bellissima così, quasi stretta intorno ai suoi palazzi ed alle sue chiese per ripararsi dalle intemperie atmosferiche e da quanto potesse alterarne la tipicità. Mi trovai subito bene, venivo in treno e rimanevo i primi tre giorni della settimana: scendevo come altri professori viaggianti all’Hotel La Rosetta e consumavo i pasti in piccole trattorie insieme con qualche collega o più spesso con alcuni dei loro assistenti, come Mario Belardinelli e Mario Casella, con i quali andavamo a cercare un locale “allo sprofondo” giù sotto le mura, ove servivano il vino prodotto nelle tenute della Facoltà di Agraria.

A Scienze Politiche incontrai docenti storici quali Salvo Mastellone, di dottrine politiche, e Sergio Bertelli, di storia moderna, giovani ricercatori e studenti che divennero poi professori nell’Ateneo perugino e in altri. La Facoltà era nei nuovi edifici in una specie di quartiere universitario in una zona più bassa rispetto al centro e più accessibile dalla stazione ferroviaria, così che ne erano agevolati i numerosi studenti provenienti da località umbre e toscane. Anche a Magistero vi erano molti pendolari ed era perciò necessario concentrare ed organizzare le lezioni delle discipline affini e di quelle fondamentali in modo da consentire il miglior sfruttamento del tempo e del soggiorno agli studenti che venivano da fuori.

L’istituto di storia, situato al piano alto, disponeva di una piccola biblioteca con sala di lettura che era utile soprattutto in funzione dei nostri corsi e per la possibilità di procurare libri e periodici a seconda delle esigenze didattiche; per le ricerche vere e proprie si poteva ricorrere alla grande biblioteca Augusta e ai numerosi archivi pubblici, privati ed ecclesiastici. Dividevo lo studio con il prof. Fonzi e con i suoi assistenti in un locale a fianco di quello del direttore padre Ilarino. Mi trovavo proprio a mio agio sia perché i rapporti personali erano ottimi sia per gli stimoli che venivano dai corsi, dalle esercitazioni e dalle tesi dei colleghi: le tematiche si intersecavano e si completavano a vicenda e se ne parlava spesso insieme anche al di fuori dei momenti formali. Storia politica, sociale e religiosa non avevano per noi barriere, specialmente quando si indirizzavano gli studenti a ricerche di storia locale, quale parte essenziale e non separabile dagli eventi nazionali.

E’ bene ricordare che nel 1970 l’Italia andò alle prime elezioni regionali per realizzare una precisa disposizione della Costituzione, che intendeva promuovere la Repubblica unitaria nella molteplicità e nella ricchezza delle componenti regionali e locali, ma le ricerche locali che venivano promosse in Facoltà avevano orizzonti più vasti rispetto alle pur fondamentali articolazioni istituzionali di democrazia partecipata, poiché avevano per oggetto le comunità vitali intese nella loro variegata specificità umana, economica, sociale, religiosa e ambientale, includendo i problemi delle emarginazioni e delle povertà. L’istituto di storia si prestava benissimo a tale compito scientifico e formativo sia per la complementarietà degli interessi dei docenti sia per la provenienza degli studenti e dei laureandi da ogni parte della regione: con la guida di padre Ilarino e lo scrupolo scientifico dei professori, nonché con la vivace sollecitazione del gruppo dei giovani assistenti si organizzarono escursioni didattiche, incontri di studio e convegni in diverse località dell’Umbria e del territorio confinante. Mi trovai così in una comunità universitaria in cammino, che univa esperienza di studio con raccolta di testimonianze e di memorie storiche, dibattito tra docenti e studenti e amicizia intellettuale ed umana.

Il direttore di istituto, il frate cappuccino che da buon seguace di Francesco amava la natura e la montagna e scalava volentieri le cime di tremila sulle Alpi – nel suo studio era appesa una gigantografia del Civetta – ci portò in “cordate di studio” ad Assisi, sul Trasimeno, nelle Marche e là ove tracce del passato e provocazioni del presente potevano aiutare a capire meglio e ad amare la storia. Ho un ricordo indelebile di quelle giornate liete e fruttuose, che mi fecero conoscere da vicino le ricchezze e le povertà della gente, talora ataviche talaltra recenti. Ne seguirono tesi di laurea, convegni e pubblicazioni, cui diedero contributi anche diversi studenti. Avrei più tardi cercato di seguire quell’esempio di metodo a Roma con buoni risultati senza però riuscire a ripetere pienamente quella straordinaria esperienza.

Perugia soffriva un po’ dell’essere rimasta esclusa dalle grandi vie di comunicazione e in quegli anni specialmente dal fatto che la prima grande autostrada tra Roma e Milano era stata costruita con tracciato attraverso la Toscana ed i collegamenti con essa ed attraverso l’Appennino rimanevano inadeguati. Si percepiva in molti ambienti quasi una sindrome di isolamento ed invece mi resi ben conto di quali potenzialità comunicative e di quante relazioni e contatti con il mondo contemporaneo essa aveva ed offriva. Nell’antica città dello Stato della Chiesa l’Università per stranieri era frequentata in prevalenza da studenti dell’area mediterranea, mediorientale ed africana, che inducevano ad aprirsi a tradizioni diverse, culturali e politiche: anche nelle Facoltà dell’Ateneo statale numerosi laureandi provenivano da quelle regioni ed io stesso a Scienze Politiche venni richiesto da un iraniano di assegnarli una tesi sulla caduta del regime dello Scià di Persia e sull’azione di Mossadeq. La cosa poi non ebbe seguito per le difficoltà di documentazione su vicende di fatto ancora in atto: il richiedente però prima di procedere volle anche sapere che cosa io pensassi di Mossadeq.

Un altro aspetto dell’importanza perugina nel contesto dei grandi problemi politici e sociali tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta era costituito dalla compresenza e dal confronto tra comunisti e cattolici, i primi prevalenti nelle istituzioni e nella politica cittadina, i secondi molto impegnati nell’attuazione del Concilio Vaticano II in ambito ecclesiale, civile e culturale. Anche nella ricerca storica e nell’Università mi trovai coinvolto in tale problematica, che venne affrontata con ricerche scientifiche di docenti e di studenti confluite in un convegno, tenutosi a Foligno, avente quale oggetto la partecipazione dei cattolici umbri alla Resistenza, tema cui le istituzioni e gli studiosi di sinistra molto tenevano. Fu un richiamo alla comune memoria delle radici della Repubblica e nello stesso tempo al necessario rigore scientifico della ricerca storica, cui la Facoltà di Magistero e la cultura cattolica dettero un contributo rilevante, accreditandosi anche in quella occasione quale fucina di studiosi di vaglia, tanto che uno dei giovani laureati, Mario Tosti diventerà oltre che docente universitario presidente dell’Istituto storico regionale.

Intanto nel 1972, avendo vinto il concorso di ordinario, mi fu assegnata formalmente la cattedra di storia moderna al Magistero ed ebbi anche la possibilità di ottenere un posto di assistente di ruolo per un mio allievo di Messina Angelo Sindoni, mentre ormai avevo una vera cerchia di amici e Perugia era il centro non solo geografico del mio viaggiare accademico per l’Italia, bensì il tornante della mia esperienza di insegnamento e di studio e il luogo di incontri arricchenti e decisivi. Feci venire a visitare la città e la Facoltà mia moglie Anna ed anche a turno le mie due figlie Isabella e Giovanna, allora bambine. E quando nel 1974 si aprì la possibilità di essere chiamato a Roma mi spiacque lasciare quella sede e quei compagni di strada e ad essi sono rimasto sempre legato, non con nostalgia di tempi passati ma piuttosto con la gioia di una presente ben vivo e di uno stimolo sempre ulteriore.

 

AUTORE: Alberto Monticone