Autonomia regionale. Stop sulla scuola

Tempo di lettura: 143 secondi

di Alberto Campoleoni

“Il modello della scuola è fondamentale e non può essere frammentato, i governatori non avranno tutto quello che hanno chiesto”. Parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al termine del Consiglio dei ministri di venerdì scorso. Per il capo del governo l’autonomia si farà, ma senza coinvolgere l’istruzione.

In realtà l’autonomia non è ancora passata ed è ancora Conte a spiegare: “Il disegno si sta realizzando con le garanzie che ho sempre richiesto, ci saranno incontri anche la prossima settimana”.

Intanto però il primo importante paletto è stato messo, ed è quello sulla scuola: “Non possiamo pensare che l’Autonomia differenziata significhi frammentare questo modello. Probabilmente i governatori interessati non avranno tutto quello che hanno chiesto ma ci sta, è un negoziato tra Stato e Regioni”.

L’ipotesi dell’autonomia regionale applicata al sistema scolastico non faceva dormire sonni tranquilli anzitutto ai sindacati, che già immaginavano uno scenario del tipo scuola a due velocità, nord-sud, con anche differenze salariali a vantaggio del personale nordista.

Dal punto di vista politico è il Movimento 5 Stelle a battere le mani, poiché da tempo combatteva la linea leghista dell’autonomia, sostenuta peraltro dal ministro Bussetti: “dopo mesi – ha dichiarato il sottosegretario M5S all’Istruzione Salvatore Giuliano – abbiamo garantito l’unità del sistema di istruzione: non abbiamo ceduto cose che avrebbero potuto compromettere l’unità del Paese”.

In sostanza, dall’intesa sull’autonomia è stato abolito l’articolo che prevedeva la chiamata regionale dei docenti e che in effetti aveva procurato non pochi pensieri al mondo della scuola.

A dire la verità, a proposito di scuola a due velocità ci sarebbe molto altro da aggiungere rispetto ai timori dei sindacati, visto che comunque la divisione della scuola italiana considerando le prestazioni degli studenti a partire dai test invalsi, ad esempio è già una realtà. Certo la regionalizzazione della chiamata dei docenti sarebbe probabilmente andata a complicare il quadro.

Intanto, sempre a proposito di insegnanti, in Senato è arrivato il primo via libera al ddl che abolisce l’istituto della chiamata per competenze dei docenti, la cosiddetta chiamata diretta. Il provvedimento ha ottenuto 146 sì, 66 no e 9 astenuti. Il testo ora passa alla Camera.

La cosiddetta chiamata diretta era stata introdotta dalla Buona Scuola di Renzi e l’obiettivo era quello di cercare di assegnare i docenti alle scuole incrociando curriculum degli insegnanti ed esigenze dei dirigenti, per cui i professori senza una cattedra fissa potevano trovare una collocazione adatta.

In realtà il provvedimento si era dimostrato inefficace con problemi legati a trasferimenti, malattie e di fatto si era verificato uno stallo in molte situazioni scolastiche: già un anno dopo i sindacati si erano detti contrari al provvedimento renziano. Adesso è in arrivo una legge che lo sopprime del tutto.

Fa caldo e siamo a metà luglio, molti già al mare o in montagna. Ma evidentemente il mondo della scuola non è ancora pronto per andare in vacanza.

LASCIA UN COMMENTO