Blues, soul e swing per le strade attendendo l’arrivo di Keith Jarret

Umbria jazz: mai tanti giovani in lunghe nottate di festa

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E’ qui la festa? Sembrerebbe proprio di sì. Mai si era vista tanta gente partecipare con tanto entusiasmo alla vita, diurna e notturna, di Umbria jazz. Corso Vannucci, intasato come l’autostrada Roma-Reggio Calabria negli esodi di agosto. Abbiamo calcolato, in un “tranquillo” martedì, all’una di notte, che per andare da piazza IV Novembre ai giardini Carducci, senza soste, i più fortunati impiegavano non meno di mezz’ora. Ma il fatto più eclatante era che la marea di gente rappresentava tutte le età: dai giovanissimi “nottambuli” di professione, alla coppia di ultrassessantenni che, mano nella mano, si lasciava cullare (o trascinare) dai ritmi e melodie delle varie band, ufficiali e non, disseminate lungo il corso intitolato al grande pittore. Il primo obiettivo che si erano prefissati gli organizzatori è stato ampiamente raggiunto: per i dieci giorni del festival, trasformare il centro medievale di Perugia in una cittadella della musica. Spettacoli e concerti si succedono e, a volte, si sovrappongono ad ogni ora della giornata, da mezzogiorno a notte inoltrata e, cosa fondamentale, tutto gratuito. La musica, ovviamente non rappresenta il jazz più ortodosso, ma ne incarna le diverse espressioni: blues, soul, gospel, zydeco, swing. Più d’ascolto quella sentita ai giardini Carducci, più trascinante e “danzante” quella in piazza IV Novembre. Quello che doveva essere un “contorno” della grande kermesse musicale, si è invece trasformato nell’evento clou, quello di maggior attrazione, di più ampio respiro. E nel passaggio di decine di migliaia di persone, nulla, sinceramente nulla, è successo: nessun incidente, nessuna situazione di disagio; anche la cosiddetta “tribù dei piedi neri” sembra emigrata altrove (forse a Genova?) e i pochi “residuati” assumono più un aspetto di folklore che una situazione di reale disagio. E di questo va dato atto alla civiltà ed educazione dei partecipanti e al “silenzioso” ma costante controllo da parte delle Forze dell’ordine. Certamente ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a trovare il classico “pelo nell’uovo”, che riguardi i parcheggi, o le scale mobili, o il traffico bloccato o qualunque altra cosa, ma niente potrà decisamente scalfire l’atmosfera di serena festa che aleggia intorno a Umbria jazz. E i concerti? Sì, in effetti ai Giardini del Frontone, al Teatro Morlacchi e al Pavone si stanno alternando, con altalenanti successi, i vari artisti. Il pubblico è sempre presente numeroso e caloroso, e segue con particolare affetto i propri beniamini ma, non ce ne vogliano gli organizzatori, questa edizione ci sembra un po’…. sotto tono. Lo si è intuito sin dalla prima serata, quando Marc Ribot & Los Cubanos Postizos non sono riusciti a far “decollare” degnamente Umbria jazz, né ci è parsa una buona idea affidare alla discutibile performance di Vinicio Capossela, artista eclettico e “demenziale”, ma che con il jazz e i suoi “derivati” non ci azzecca proprio nulla, l’apertura di Uj. Anche il concerto di Gilberto Gil (successo stratosferico gli anni passati in coppia con Caetano Veloso) quest’anno insieme a Milton Nascimento, ha faticato non poco per raggiungere quelle “alte vette” che il sound brasiliano sa trasmettere. Certo, ottimi concerti si sono potuti seguire, primo fra tutti quello di Enrico Rava che, prima con Paolo Fresu e poi con Gato Barbieri ha saputo offrire un jazz molto raffinato e di ottima qualità. Il tutto, ovviamente, attendendo i due concerti “big”: quello di stasera con Keith Jarret e la chiusura di domenica, affidata a Paolo Conte.

AUTORE: Francesco Locatelli