Cattolici e comunisti: si può lavorare insieme per la pace?

Lettera aperta del Segretario di Rifondazione comunista ai cattolici umbri

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Il tema della pace è scoppiato insieme con la guerra anzi ancora prima, ed ha provocato manifestazioni, dibattiti e anche polemiche, che ci hanno coinvolto anche direttamente. In questo contesto abbiamo ricevuto, in quanto cattolici, una lettera aperta firmata dal Segretario regionale di Rifondazione comunista, Stefano Vinti, nella quale, si fanno espliciti apprezzamenti positivi ai cattolici che operano per la pace e si propone di camminare insieme nella costruzione di un mondo diverso, più giusto e pacifico. La reazione immediata di alcuni politici cattolici, tra cui il senatore Maurizio Ronconi, è stata di rifiutare l’invito e sollecitare i cattolici a “non cadere nel tranello rispetto alle palesi strumentalizzazioni di chi, per esempio, ha proposto e fatto approvare il registro delle coppie di fatto”. Parlandone con alcuni lettori e collaboratori, da noi esplicitamente interpellati, è prevalsa l’idea di formulare una risposta che fosse chiarificatrice delle rispettive posizioni, proponendo un’intervista a Stefano Vinti e a Pasquale Caracciolo, responsabile della Commissione ecclesiale regionale Giustizia e Pace, di cui è presidente il vescovo mons.Vincenzo Paglia. Abbiamo aggiunto una nota che mette a fuoco la distanza storica e culturale, profondamente radicata nei cattolici, che li separa dal comunismo e, quindi, dai comunisti. Ogni lettore potrà farne una propria valutazione, che eventualmente potrà anche inviarci per la pubblicazione, attivando un dibattito. Vinti (Rc): con i cattolici vicini sulla pace; lontani su vita e famigliaStefano Vinti, lei è segretario regionale di Rifondazione comunista. Qual è il senso di questo appello ai cattolici? “Vorrei che si rinsaldasse una unità con una parte significativa del mondo cattolico che ho incrociato nel percorso con il movimento dei movimenti, anche detto No Global. All’interno di questo straordinario e complesso movimento, la maggior parte delle organizzazioni che fanno riferimento al mondo cattolico sono state in grado di porre con una straordinaria radicalità le questioni centrali come la critica al sistema della globalizzazione neoliberista. Il destino dell’umanità, la giustizia, la povertà, la politica, sono di straordinario interesse per tutti quelli che si pongono in un’ottica democratica di trasformazione della realtà. A partire da Seattle, per quanto mi riguarda, abbiamo appreso straordinari insegnamenti della lotta pacifista”. Quindi pensa ci siano molti punti di contatto tra mondo cattolico e Rifondazione? “Sì, ci sono punti di contatto significativi. Il mondo cattolico è una realtà variegata. Ho conosciuto settori del cattolicesimo militante che esprimono una ricerca e una speranza nuova di straordinario interesse. Con essi condivido la vita intesa come impegno; la giustizia sociale come fine dell’emancipazione degli ultimi; il tentativo di costruire un mondo fondato sulla uguaglianza dei diritti e non invece sulle disparità tra ricchi e poveri, nonché tra nord e sud del pianeta”. Cosa si attende da questo appello? “Anzitutto che ci sia una lettura di questo fermento nuovo che sta nascendo nella società, e che non sia schematica, come anche noi stiamo cercando di fare una lettura non schematica della realtà e dei soggetti che interagiscono. Quando si dice che nel movimento studenti che manifestava in piazza IV novembre ci sono state asprezze ingiustificate, dei punti politici assolutamente non condivisibili anche da parte nostra oltre che del direttore de La Voce, noi pensiamo che non vada fatta una lettura generica. C’erano tanti altri ragazzi che non erano d’accordo con quanto si stava dicendo in piazza e che hanno prodotto una rottura andando ad occupare la Facoltà di Lettere per non stare lì. Occorre uno sforzo vero di comprensione perché penso che molti uomini e donne di buona volontà abbiano una reale possibilità di cambiare le cose”. Questo significa che non condivide i toni anti Americani di certi slogan? “Io sono contro la politica dell’amministrazione Bush e non contro il popolo americano e i suoi simboli. Le bandiere a stelle e strisce hanno invaso molte città americane nelle manifestazioni di protesta contro questa guerra. Non vedo perché dovrei bruciare quella bandiera. Per lo stesso motivo condanno l’ondata anti-francese che sta dilagando negli Stati Uniti”. Lei ha scritto che il Papa porta un messaggio “profetico” sul tema della pace. I cattolici si chiedono perché fate difficoltà a riconoscere allo stesso Papa un messaggio altrettanto profetico quando parla di famiglia e di vita. “Perché il tema della guerra e della pace è sovraordinatore di ogni valore. Senza la scelta di campo su questo diventa complicato poi decidere sugli altri. Sulla famiglia pensiamo che sia giusto difenderla così come la difende la Costituzione. Pensiamo che le trasformazioni sociali e culturali che attraversano la società danno un’idea dell’amore tra diverse persone, anche dello stesso genere, che rafforza un’idea allargata di famiglia”. Sulla vita, ad esempio, pensa si possa rimettere in discussione la 194? “Penso che è già messa molto in discussione. E credo che lì si è arrivati ad un punto di equilibrio importante per cui sarebbe sbagliato porre la questione. Su questo campo avverto che la maggioranza delle donne sarebbe contraria. Ovviamente il messaggio di Karol Woytila ha tanti lati avanzati e positivi, tra questi la pace, altri invece non sono condivisibili. Ma credo faccia parte della dialettica”.Lei ha scritto che “un altro mondo è possibile” e si può costruire con i cattolici. Su quali basi? “Un altro mondo possibile è stato lo slogan che ha caratterizzato le giornate di Genova. Tutti insieme abbiamo avviato un percorso di riconoscimento reciproco superando antiche contrapposizioni ideologiche, basato sul rifiuto della violenza, su strategie comuni di contrasto a questa globalizzazione e di opposizione alle politiche liberiste. Con le Acli, Pax Christi, Beati Costruttori di Pace, Comunità di Sant’Egidio, Manitese, Rete Lilliput e tante esperienze del volontariato cattolico impegnate nel nostro paese e nei continenti martoriati dal colonialismo e dal liberismo, abbiamo convenuto della necessità di praticare politiche comuni tra le due coordinate: il rifiuto della guerra e l’estensione dei diritti sociali, civili e di cittadinanza. Un comunista umbro è contaminato dall’insegnamento di Francesco e di Aldo Capitini. Pertanto sono tante e forti le basi comuni”. Nell’appello lei afferma la sua identità comunista. Cosa metterebbe di comunista in questo nuovo mondo? “Tantissime cose! L’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’uguaglianza tra i popoli e le nazioni, l’abolizione del debito dei paesi poveri, molta più democrazia, acqua, cibo, lavoro per tutti”. Un’idea che si può definire “anticapitalista”? “Senz’altro! Il capitalismo, infatti, è quella relazione sociale che determina le ineguaglianze. Sono dentro una ricerca di come costruire un nuovo equilibrio economico e sociale, ma so anche perfettamente che le ricette sperimentate nell’assalto al cielo sono fallite…”. Si riferisce al comunismo storico? “Le esperienze di quei regimi sono definitivamente chiuse, per quanto mi riguarda ben prima della caduta del muro di Berlino. E se sono anticapitalista sono anche antistalinista”. MariaRita ValliCaracciolo (Justitia et pax): collaboriamo fin dove è possibile Pasquale Caracciolo, lei è intervenuto, in veste di rappresentante di un organismo della Conferenza episcopale umbra, a diverse iniziative e manifestazioni sulla pace, presentando la posizione della Chiesa su questo grande tema. Come valuta il suo appello ad operare insieme per la pace? “La pace è un cantiere aperto a tutti. Giovanni XXIII con la Pacem in terris si è rivolto a tutti gli uomini di buona volontà. I temi dei diritti umani, della giustizia, del governo mondiale, della globalizzazione dell’economia e della solidarietà del non ricorso alla forza per risolvere le controversie, della tutela dell’ambiente – citati da Vinti nella sua lettera -sono argomenti da sempre trattati dalla Chiesa e costantemente aggiornati con l’evolversi delle cose. Il magistero di Giovanni Paolo II su questi temi è straordinario. La Chiesa, pertanto, è disponibile a collaborare con tutti, non però in modo vago e sentimentale ma interpretando i desideri di tutti alla pace e senza mettere le sue forze a disposizione di movimenti per la pace di qualsiasi segno. Le violenze, piccole o grandi, da quelle del G8 di Genova ai blocchi stradali o ferroviari di questi giorni, non ci appartengono”. Quindi anche i cattolici sono pacifisti? “Più che pacifisti i cattolici sono costruttori di pace. Per essi la pace più che un diritto è un dovere. La pace non è assenza di guerra; non è nemmeno essere contro qualcuno che vuole la guerra; non si edifica solo in tempo di guerra, si edifica soprattutto in tempo di pace. La pace è comportamento di ogni giorno. E’ ricomporre i rapporti di convivenza. Per i cristiani la pace, dono di Dio, è fondata sui quattro pilastri inscindibili della verità, della giustizia, dell’amore e della libertà”. E’ un’idea di pace molto esigente che non appartiene a tutti. E’ possibile ugualmente collaborare? “Certamente. In questo senso accolgo l’appello di Vinti. Se c’è la possibilità di fare insieme un tratto di strada perché non farlo? La straordinaria partecipazione dei cattolici alle varie edizioni della Marcia della Pace Perugia – Assisi è il segno di questa disponibilità. Pur nella consapevolezza che il messaggio di san Francesco non è colto da tutti nella stessa maniera. Per alcuni l’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi può significare mitezza, non violenza, armonia con la natura, come per Aldo Capitini. Per i cattolici è la non violenza del Vangelo, è l’usare misericordia, è amore scambievole, è offrire e ricevere il perdono. Il saluto Pace e Bene di Francesco non era semplice cortesia e benevolenza, ma l’agire da pacificatore entro le situazioni di conflitto che incontrava. In tempo di Crociate lui è andato dal Sultano”. Vinti, da comunista, ha rivolto un appello ai cattolici umbri. Lei da cattolico ha un appello da fare ai comunisti? “Non solo ai comunisti, ma più in generale alla Sinistra. Chiederei agli esponenti della Sinistra di essere veramente ‘compagni’, che etimologicamente parlando significa ‘che mangiano lo stesso pane’. L’ideologia comunista ha storicamente fallito perché ha preteso di fare uguaglianza facendo massa e schiacciando la dignità e la libertà della persona umana. Vorrei però che insieme all’acqua sporca non si gettasse anche il bambino cioè il meglio del pensiero di Marx. Oggi c’è bisogno di chi rappresenta veramente la povera gente. La Sinistra se n’è allontanata. Ritorni a fare ‘compagnia’ agli ultimi stando dalla loro parte”. Si è levata qualche voce critica per la partecipazione di ecclesiastici o esponenti cattolici a manifestazioni per la pace tenute in questi giorni. “La posizione del Papa rispetto alla guerra, e anche quella dei vescovi italiani, inglesi, spagnoli, statunitensi e iracheni (per citarne alcuni), è stata ferma, decisa, inequivocabile. La pace non appartiene ai partiti e nemmeno ai governi. La Chiesa in ogni epoca si è schierata contro ogni volontà di guerra. A maggior ragione contro quello schiaffo al diritto internazionale chiamato guerra preventiva. Nello spirito inaugurato da Giovanni XXIII quarant’anni fa in piena guerra fredda, la Chiesa è disposta a dialogare e a confrontarsi in modo aperto e rispettoso con chiunque chiede sinceramente questa collaborazione. Conosco chi ha fatto critiche e formulo un interrogativo: perché si lascia che i temi della giustizia, dei diritti e della pace siano quasi esclusivo appannaggio della Sinistra? Come cattolici siamo convinti che costruire la pace e ricomporre la convivenza sia compito non solo della Chiesa ma di tutti gli uomini di retto giudizio”. M.R.V.Bromuri: l’orgoglio comunista non facilita la comprensione dei problemi e l’approccio costruttivo con coloro che hanno altri orientamenti culturali La lettera aperta ai cattolici del segretario regionale di Rifondazione comunista è suonata alquanto strana e certamente inaspettata. La parola “comunista”, nonostante il tempo che passa, i revisionismi attuati da una parte e dall’altra e lo sforzo di collaborazione da parte di molti, rievoca un’identità distinta, nettamente costruita da una lunga contrapposizione. Molti cattolici nutrono in se stessi la consapevolezza di avere salvato l’Italia dalla minaccia comunista e ritengono piuttosto disinvolta la pretesa dei “comunisti” di conservare e rinnovare nel proprio bagaglio culturale tale ispirazione e nello stesso tempo aprire ai cattolici, quasi che tutto il resto, storia compresa, non esistesse e fosse solo una questione di dialettica. L’orgoglio comunista, impersonato da Bertinotti, insieme ad altre orgogliose sicurezze, su altri temi non credo che faciliti la comprensione dei problemi e l’approccio costruttivo con coloro che hanno altri orientamenti culturali. E tuttavia, considerando che le ideologie stanno ferme mentre gli uomini concreti, nella storia camminano e si trasformano, coloro che sono in ricerca sincera di pace nella verità e senza secondi fini, prima o poi si troveranno in un cammino comune (senza confusione di tracciati).Sarà la storia a dire poi se i passi degli uni e degli altri si sono mossi nella stessa direzione.

AUTORE: Elio Bromuri