Che cosa fanno i giovani umbri emigrati all’estero

Un primo bilancio circa il progetto volto a riportare in patria i “cervelli fuggiti” all’estero. Le esigenze di imprenditori che potrebbero tornare, a condizione che...

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Un incontro del S.W.G.
Un incontro del S.W.G.

Federico Bonotto, Luciano Rossi, Attilio Brancaccio, Mattia Conte… nomi di umbri che oggi vivono e lavorano all’estero. Tutti sotto la quarantina, tutti professionalmente realizzati in Paesi esteri, ma con un legame forte nei confronti della loro terra d’origine. Tutti testimoni del medesimo messaggio: lasciate che i talenti umbri portino ricchezza e innovazione in Italia e non diventino, invece, capitale umano formato in loco ma poi “regalato” all’estero. Le loro storie sono state al centro del convegno “Nuova emigrazione e social innovation: quali opportunità per l’Umbria”, organizzato venerdì scorso dall’Agenzia Umbria ricerche per tracciare un primo bilancio del progetto “Brain back Umbria”. L’iniziativa, finanziata grazie a fondi europei, vuole far fronte alla “fuga dei cervelli” dalla nostra regione cercando, da un lato, di riattrarre giovani umbri all’estero a fare impresa nel territorio tramite finanziamenti a fondo perduto; dall’altro, di permettere a chi sceglie di rimanere fuori Italia di dare comunque il proprio contributo alla crescita della regione, creando una rete di scambio e collaborazione tra emigrati e non (per i dettagli www. brainbackumbria.eu). Ma cosa servirebbe, nel concreto, per far sì che questi giovani emigrati tornassero in Umbria? Ce lo spiegano loro, con molta chiarezza. “L’Italia non sa trattenere le sue risorse” racconta Luciano Rossi, 26 anni, eugubino d’origine ma residente a Bratislava dove è titolare di una srl e direttore dell’Associazione per la cooperazione italo-slovacca. “Manca la meritocrazia, la certezza della pena, la protezione degli investimenti. Non c’è possibilità di spendere le qualifiche acquisite, eppure sono tantissime le aziende italiane che hanno successo all’estero. Se siamo così capaci, perché non riusciamo a lavorare nel nostro Paese?”. Gli fa eco Attilio Brancaccio, art director, fotografo e direttore di una rivista on-line ad Amsterdam. Le sue richieste per portarlo a tornare in Umbria sono semplici: “Banda larga, un mercato di libera e leale concorrenza, e soprattutto vera tutela del cittadino onesto rispetto al cosiddetto ‘furbo’. A differenza dell’Italia, in Olanda le regole sono poche e semplici, ma vanno rispettate”. Per tutti questi umbri all’estero, il collegamento con la propria terra resta però fortissimo. “Per me il legame con Perugia è come un magnete da cui non posso staccarmi” racconta Mattia Conte in collegamento da New York. Lui è uno dei primi giovani umbri che sta lavorando per poter accedere ai finanziamenti a fondo perduto messi a disposizione dal progetto. Oggi si trova negli Stati Uniti dove si è trasferito nel 2010, dopo la laurea in Economia aziendale, per seguire un master in Gestione dei disastri e delle emergenze. In testa ha il sogno di creare una piattaforma che applichi le nuove tecnologie al campo della emergenze. Il rapporto con l’Umbria resta anche per chi non ha intenzione di tornare. Come Federico Bonotto, general manager della filiale cinese dell’azienda manifatturiera Faist, con sede a Montone, e coordinatore del Suzhou Working Group, associazione di aziende italiane in Cina che condividono le loro esperienze per aiutarsi reciprocamente. “Sono qui dal 2006 – racconta Federico in collegamento dalla Cina – e sono tanti i giovani italiani che stanno arrivando, anche se non molti sono umbri. In un mercato così grande e competitivo come quello cinese, noi aziende italiane abbiamo dovuto fare rete per sopravvivere. Ora sono a disposizione anche delle imprese umbre che vogliono trovare contatti e aprirsi un varco in questo mondo asiatico ricchissimo di possibilità”.

L’80 per cento dei nuovi emigrati ha la laurea

L’Istat sottolinea come i giovani umbri che, per lavoro o studio, vivono all’estero negli ultimi 10 anni sono raddoppiati, con un’incidenza di laureati sul numero degli espatri che ha raggiunto il 16%. Su di loro l’Aur ha avviato un’indagine conoscitiva non ancora conclusa, ma con dati già interessanti. Dei 205 questionari raccolti finora dall’Agenzia, di cui 184 riferiti a umbri, è risultato che il 67% degli emigrati è il primo della famiglia che lascia l’Italia. I principali Stati di emigrazione sono Francia, Svizzera, Argentina, Germania, Belgio, Brasile e Regno Unito.

Il livello di scolarizzazione degli emigrati è molto alto. Più dell’80% ha una laurea (soprattutto Ingegneria, Scienze della comunicazione e politiche) o un dottorato / master (in particolar modo materie economiche e mediche). Solo il 2% degli emigrati è disoccupato e il 42% ha un contratto a tempo indeterminato. Quasi la metà degli intervistati (48%) si trasferirebbe o tornerebbe in Umbria, e di questi il 56% vorrebbe farlo entro due anni. Un incentivo al rientro potrebbe essere l’apertura sul territorio umbro di un’attività imprenditoriale. Il 54% del campione afferma infatti che, se fossero presenti condizioni favorevoli, rientrerebbe in Umbria per avviare un’impresa. La maggior parte ha dichiarato di voler mettere le proprie esperienze al servizio di proposte e progetti che consentano di migliorare l’attrattività del nostro territorio.

AUTORE: Laura Lana