Chissà se nel presepio…

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Chissà se nel presepio, un passo dietro al bue che rumina, due passi a lato del somarello dagli occhi non proprio intelligenti, c’è posto per… Chissà se, accanto al calzolaio che pretende di risuolare le scarpe con un movimento sempre identico a se stesso, c’è posto per… Chissà se, un passo più in là del fornaio che sta impastando farina tipo 00 come dovesse fare polenta, c’è posto per… Chissà se accanto all’arrotino che sta affilando il coltello per lo scalpo del cappone come se fosse la spada di Goffredo di Buglione, c’è posto per… Chissà se tra la folla che risale verso la grotta, mescolata a pecorelle belanti in Si minore e ad agnellini incerti sulle loro troppo giovani zampe c’è posto per…
Chissà se c’ è posto per un canonico? Un canonico vero, nuovo di zecca! C’è posto? Sì?!
Eccomi, sono io! Il Vescovo mi ha comunicato la nomina a canonico della Cattedrale di Gubbio giovedì 15 dicembre, poco prima delle 12, a bruciapelo, io e don Armando, a bruciapelo.
Esternamente ho reagito con contenuta esultanza. Ma dentro suonavano le campane, e i fratelli Arvali, in splendida sintonia, intonavano Evoè, evoè, evoè!!! Triumpe, triumpe, triumpe.
Amico lettore, so che t’è già risuonata nella crapa l’antica strofetta sacrilega, Non sapendo che fare di quell’uomo, lo fecero canonico del duomo. Ma ti prego, tièntela per te!
Non è ancora il monsignorato, e non lo sarà mai, ma la santa Chiesa di Dio che è in Gubbio, è essa che mi chiama a far parte del Collegio che aiuta il Vescovo nel governo della diocesi. Non è vero, non governiamo nulla, noi canonici, ma non fa niente. Non ci sono più soldi da riscuotere, grano da ritirare in sacchi e vino da incamerare in barili. Ma non fa niente.
Quando, da cappellano dei Santantoniari, volevo diventare cappellano dei Ceri, e misi in atto mille piccole furbizie per riuscirci, e corruppi tutto il corrompibile, e poi don Giuliano Salciarini, grazie alla mene del suo grande e paramafioso amico Franco “Magnacase” Monacelli, di sammartinara memoria, mi batté sul filo di lana, ignobilmente, giurai di estraniarmi dallo straordinario folklore che in questa Chiesa tracima in devozione per sant’Ubaldo. Giurai e non lo feci. Sì, per sette anni (1986 -1993) il 15 maggio lo passai a Fabriano, con la voluttà di chi si autopunisce in nome dell’antico detto eugubino: “Quello è uno talmente stupido che il giorno dei Ceri va a Fabriano”.
Ma poi tornai all’ovile. L’anno scorso mi hanno nominato cappellano di San Giorgio. Oggi siedo idealmente su un seggio in legno tenero, immaginario ma morbidissimo, che una mano invisibile, ma premurosa, ha modellato preciso per le mie natiche di arzillo 73enne. Il più bel regalo di Natale.
Ne auguro a ciascuno di voi uno altrettanto gradito.

 

AUTORE: Angelo M. Fanucci