Come un naufrago

Tempo di lettura: 174 secondi

Nessuno più di un naufrago con l’acqua alla gola può desiderare l’aria da respirare e una terra di approdo. Così sembra oggi il mondo. Si moltiplicano dappertutto invocazioni alla pace. Anche nel centro di Baghdad come nelle manifestazioni di massa nelle città, negli incontri culturali da parte di organismi pacifisti e anche di associazioni, gruppi e movimenti di ispirazione diversa, laici e cattolici. Risparmiamo ai lettori un lungo elenco, di cui si possono avere esempi anche nelle pagine seguenti. Persino da parte di gruppi legati alla fede islamica, per solito non abituati a questo genere di iniziative. Per rimanere in Umbria troviamo la Tavola della pace che propone tre giorni di discussione su la “Pace progetto politico”, la proposta di inserire nelle scuole lezioni sul tema della pace, le Acli nel convegno di Orvieto. Anche la richiesta popolare che si farà attraverso la raccolta di firme per chiedere di scrivere nello Statuto regionale i nomi di san Benedetto e di san Franceso rientra nella intenzione di dare alla nostra regione l’antico e illustre fondamento storico religioso e culturale di “terra di pace” di cui i due grandi santi umbri sono stati esempi, dando origine ad una cultura antropologica e sociale di alto profilo umanistico tuttora valido. La marcia Perugia Assisi, di cui si è fatto promotore Aldo Capitini all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, ha scelto proprio Assisi non certo a caso. Ci volevano gli attentati terroristici, la guerra in Iraq, la strage di bambini, il sequestro di persone inermi e di due donne pacifiche benefattrici del popolo per suscitare tanto dinamismo a favore della pace? Non ci sarebbe stato bisogno, tante erano già, sufficienti, le ragioni per cercare la pace. Ma forse c’era e c’è da ricercare i mezzi e i metodi perché la pace non risulti un inutile desiderio quanto piuttosto un efficace sistema di vita sociale. Ognuno può avere idee diverse su ciò. Ma certi parametri di giudizio dovrebbero essere comune patrimonio dei popoli e dei loro governanti. Ne abbiamo scritto più volte su queste colonne, se non altro facendo eco all’insegnamento secolare della Chiesa dalla ‘Pacem in terris’ ai pressanti accorati appelli dei Papi alle nazioni e agli organismi internazionali quali l’Onu. Chi non ricorda gli interventi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II all’Assemblea generale delle Nazioni unite? Uno degli attuali punti caldi è quello del dialogo tra le religioni, perché da strumenti di pura identificazione culturale e di rivendicazione nazionale divengano sempre più educatrici delle coscienze dei popoli, seguendo quel modello che si chiama lo “Spirito di Assisi”, inventato dall’attuale pontefice e portato avanti anche recentemente dall’incontro “Uomini e religioni” della Comunità Sant’Egidio a Milano. Si è detto in questi giorni che la pace non passa attraverso l’etica, cioè non basta dire “si deve fare la pace e non la guerra”, perché sarebbe velleitarismo e presunzione come quella adombrata dall’Illuminismo che riteneva la pace frutto del progresso. Si è visto che il progresso ha prodotto migliori e più efficaci strumenti di guerra fino a produrre il terrore atomico di distruzione planetaria. E allora? Se non basta l’etica, cosa si deve fare? Il Vangelo dice “convertitevi”, altrimenti cadrete sotto i colpi della violenza. Ecco cosa serve: una conversione culturale, antropologica, politica, a livello individuale e collettivo. Una maniera nuova di guardare il mondo e di valutare l’altro diverso da me. Tutte le iniziative hanno senso e valore se mirano a questo fine.

AUTORE: Elio Bromuri