Commemorazione

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Il 6 aprile u.s. cadevano i cento anni dalla morte di Giovanni Pascoli. Un poeta che ha avuto un suo peso nell’adolescenza formativa di ognuno di noi, poco importa che sia stato il diktat dei programmi ministeriali  (i “Venerandi Programmi Ministeriali”) a imporne l’insegnamento, o che sia stata la sensibilità dei nostri docenti ad apprezzarlo come poeta da far conoscere ai giovani.

Certo è che, in genere, del Pascoli ci hanno fatto conoscere le cose peggiori. La cavallina storna meriterebbe una fucilata anonima e mortale, nel cuore della notte. Il  biondo socialista che percorre la Palestina predicando giustizia sociale in blister meriterebbe di essere denunciato a sindacati seri (ne esistono ancora, basta avere un po’ di pazienza nel cercarli). X Agosto andrebbe amputato dei primi 24 versi (sono 25 in tutto): quei primi, insistiti pianterelli, adeguatamente gonfiati uno per uno e poi sapientemente disposti in un insieme di consonanze e di contrappesi che articolano la logistica generale del componimento, cedono infine il posto a quell’inatteso, vertiginoso 25° verso: “quest’atomo opaco del male”. Come un portiere che con 4 – papere – 4 ha regalato alla sua squadra 4 – gol – 4, ma al quinto ha detto di no, con un colpo di reni del quale nessuno lo riteneva capace. Con quel verso Pascoli s’è come allontanato dall’annosa e sempre più malaticcia cronaca dei suoi affetti lacerati, s’è allontanato un paio di anni luce, e ha visto la terra per quello che è, un “atomo”, appena un “atomo”, ma opacizzato dal male..

Nella mia piccola docenza di Lingue e lettere italiane alla Lumsa ho presentato Giovanni Pascoli come un emarginato, in coppia con un altro emarginato, un po’ più… chiassoso, D’Annunzio.

Emarginati. Emarginato uno per la tangente inferiore, ben al di sotto di quanto il pudore possa concedere al piagnisteo; emarginato l’altro per la tangente superiore, ben al di sopra di quanto il buon senso possa concedere al senso del ridicolo.

Forse ai miei 17 avventurati lettori può interessare la rilettura dei meno noti tra i tanti componimenti di Zvanì, come ad esempio l’epitalamio Il gelsomino notturno, o il poemetto mitologico Alèxandros. Ci provi, a riprenderli in mano, magari sotto l’ombrellone. E concorderà con me che il poeta di San Mauro di Romagna riesce meglio nei generi che sono i più lontani dalla sua sensibilità e, pur stravolgendone la fisionomia, conferisce loro un’intensità del tutto inattesa.

Con lui l’epitalamio, da esplosione gioiosa a anche sanamente sboccacciata, diventa un viluppo di sensazioni personali, forti e morbide. Il poemetto epico, da celebrazione entusiasta dell’eroe, diventa mesta meditazione sul vuoto della vita. Avesse insistito su questo solco, avesse rifiutato l’eredità del Carducci come “Profeta della Nuova Italia”, probabilmente non sarebbe morto di cirrosi epatica.

AUTORE: Angelo M. Fanucci