Coronavirus e profughi siriani. Dove sta l’UE?

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L’Europa assediata da virus e migrazioni rischia di sbriciolarsi sotto la pressione di interessi che, anche di fronte a un contagio che non conosce confini o frontiere, faticano a trovare un punto d’incontro che permetta di arginare e minimizzare i danni – sanitari prima di tutto, ma anche economici e sociali – che il diffondersi dell’epidemia sta già producendo.

La dimensione del Continente europeo – 513 milioni di abitanti – e soprattutto la sua organizzazione politica e monetaria dovrebbero di per sé consentire di approcciare problemi inattesi (come il Covid-19, che ha innescato la peggiore crisi sanitaria del secondo dopoguerra) o stranoti (come quello dei profughi che fuggono dalle guerre e dalle carestie) con qualcosa di più e di meglio dell’approccio incerto e tardivo che i vari organismi comunitari – a partire dalla nuova Commissione a guida Ursula von der Leyen – hanno messo in atto nelle ultime, convulse settimane.

Ora si parla di una forza d’intervento per affrontare a livello comunitario il problema sanitario e quello economico (altrettanto rilevante) a esso collegato. “Il livello di rischio è salito da moderato ad alto”, ha riconosciuto la Presidente della Commissione Ue: verrebbe da dire – rischiando di essere tacciati di antieuropeismo – che il rischio legato al coronavirus è stato sottovalutato finché i casi hanno riguardato soltanto l’Italia.

A fronte delle cui richieste di sostegni economici, e non solo, i Paesi del Nord europa hanno opposto il solito, scontato rifiuto, ritenendolo come ennesimo stratagemma levantino e furbesco per aumentare il deficit e sforare i parametri di spesa. Il commissario europeo all’economia, l’italiano Paolo Gentiloni, almeno lui ha avuto parole di comprensione: “In casi eccezionali – ha ribadito – come quello in atto, la flessibilità è prevista e regolata”.

Quello che serve in realtà, ora che i casi di contagio sono oltre 2.100 in 18 Paesi dell’Unione, è quella che lo stesso Gentiloni ha definito “una risposta coordinata a livello europeo”. Che finora è mancata, prima di tutto a livello sanitario. È noto che la materia sanitaria è titolarità esclusiva dei singoli Stati, ma nel caso di un’epidemia come quella in corso la comunità scientifica e medica ha il dovere di muoversi in modo coordinato a livello sovranazionale. Non è successo: Francia e Germania avevano isolato il ceppo di coronavirus qualche settimana prima dello “Spallanzani” di Roma. Ma non lo avevano comunicato.

Adesso però che alla parola ‘contagio’ si associa il termine ‘recessione’, anche i freddi Paesi nordici sembrano cedere di fronte alla necessità di attivare un grande piano europeo di sostegno all’economia. Anche perché in una settimana le Borse hanno perso più del 10 per cento, e solo quella italiana ha bruciato 20 miliardi in quattro sedute. E mentre si cerca una risposta comune per la tutela della salute del Continente e la difesa dell’economia, quello che risulta evidente è che le risposte che i singoli Stati hanno dato sinora non sono bastate e non basteranno.

L’altro banco di prova per la tenuta dell’Unione è il vero e proprio ricatto messo in atto nelle ultime settimane dalla Turchia con la riapertura dei flussi dei profughi siriani verso la rotta balcanica. Quei flussi che l’Europa, su spinta quasi esclusivamente tedesca, aveva bloccato ‘regalando’ alla Turchia e al suo presidente, Recep Tayip Erdogan, ben 6 miliardi di euro. Ora da quel Paese che fa da cerniera tra l’Europa, la Russia, il Medio Oriente e l’Asia arriva la richiesta di altri fondi per fermare i migranti, ora confinati nelle isole greche.

“Una questione ben più drammatica del coronavirus” osserva il missionario comboniano e direttore di Nigrizia padre Ganapini, mentre Emma Bonino, esperta di questioni internazionali, rimarca “l’incapacità di governare da europei” il problema del Medio Oriente in costante ebollizione. Una carenza, questa, che danneggia anche e soprattutto l’Italia. La quale, in questa fase, non ha altra possibilità che quella di scommettere, nonostante tutto, sull’Europa. A condizione che l’Unione riesca a parlare, politicamente, con una voce sola.

Daris Giancarlini

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