Discorso del Presidente del consiglio regionale dell’Umbria Mauro Tippolotti

In occasione della visita dell'Arcivescovo di Perugia - Città della Pieve

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Palazzo Cesaroni, 21 giugno 2005 Vorrei esprimere, a nome del Consiglio regionale dell’Umbria, i sentimenti di benvenuto in quest’aula a mons. Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia e di Città della Pieve. La Sua presenza, Eccellenza, oggi assume un particolare significato poiché avviene in un momento storico complesso e difficile, in cui le Sue parole – nell’annuncio della visita pastorale si calano adeguatamente soprattutto quando Ella rileva che l’incontro “fuori dalla comunità cristiana avviene per una migliore conoscenza dell’ambiente e delle condizioni di vita delle città’ e richiama ‘la necessità, superando tempi di comportamenti solitari, di riscoprire la forza e l’efficacia dell’ insieme’. E, a questo proposito, mi piace ricordare la citazione che il cardinale Carlo Maria Martini fece nel Parlamento italiano in occasione del centenario della nascita di Giorgio La Pira ricordandone le parole allorquando riprendendo il concetto di “città” “come riferimento culturale geografico e politico” lo intese soprattutto come ‘metafora trascrizione documento vivente della storia e della civiltà umana, nonché come “casa’, domicilio, humus della persona umana e non già museo di reliquie. In questo senso, assumono valore di simbolo la casa l’officina, l’ospedale la scuola e la cattedrale”.La nostra regine, per moltissime ragioni e più di altre, ha intrecciato costantemente nel suo cammino di civiltà gli aspetti istituzionali e religiosi . Sullo sfondo della nostra storia costituendo dei forti elementi identitari che fanno dell’Umbria universalmente riconosciuta terra di pace, terra di armonia tra l’ambiente e l’uomo si stagliano naturalmente con diverse carature ed in distinti contesti le figure di san Francesco d’Assisi e di Aldo Capitini come uomini di pace rivoluzionari nella loro ricerca e nel loro rifiuto della violenza ed ancora come altri hanno scritto la cosiddetta “religiosità laica” di Capitini fu soprattutto l’idea di far passare la religione da credo e istituzione impositiva a “libera aggiunta” ; al posto del dogma c’è l’imperativo etico della non violenza”. Ed allora oggi nel momento in cui nel mondo le questioni dei valori trovano spazio negli ordinamenti legislativi pur con diverse e contrastate condivisioni non possiamo presentarci a priori culturalmente sguarniti allorquando si stanno affermando messaggi di presunta liberazione dell’individuo – soprattutto sul versante economico – giustapposti ad un elevato grado di compressione sociale. Da questo, quindi credo che sia necessario ripensare la laicità tenendo conto che già nel mondo medievale e nell’epoca premoderna la sua definizione era improntata ad una grande duttilità, la cui radice storica potrebbe essere rinvenuta nel riconoscimento – teorizzato dalla Chiesa fin dal V secolo – che potere religioso e potere civile attingono a sfere esistenziali distinte e dotate ciascuna di una propria autonomia e di un proprio intrinseco valore e che poi, soprattutto nell’Europa moderna è coincisa con la reciproca comprensione affermandosi inizialmente come una dimensione politica di convivenza tra fedi religiose – tutte cristiane – che a fatica rinunciavano a combattersi. La sua affermazione – quindi – è inestricabilmente legata al rafforzamento dello Stato e alla sua concentrazione di poteri, e quindi alla separazione tra Stato e chiese. Nello schema classico della laicità, alla neutralità dello stato corrispondeva l’universalità della cittadinanza, che mette tra parentesi la fede religiosa, relegandola nel privato. Oggi però il problema si è enormemente complicato. La globalizzazione e le grandi migrazioni degli ultimi decenni ci pongono di fronte ad una situazione del tutto diversa: dobbiamo prendere atto della presenza di religioni non cristiane nello spazio sociale e politico delle democrazie europee. Ed è a questo punto che il modello tradizionale di laicità richiede una sua corretta rielaborazione . In un contesto multiculturale e multireligioso, il rischio dell’interferenza delle religioni nella sfera pubblica rende più difficile realizzare la neutralità dello Stato. È pertanto ineludibile un ripensamento del confine tra pubblico e privato: a nessun individuo e a nessun gruppo deve esser chiesto di mettere da parte la sua identità: piuttosto deve essere chiesto di esprimerla in coerenza con i principi della libertà individuale e dell’eguale rispetto dovuto a tutti. L’espressione dell’identità religiosa (o di orientamenti filosofici non religiosi) deve essere considerata in via di principio compatibile con la sfera pubblica. Questa, e non altra, dev’essere la ragione di ogni intervento delle istituzioni, e questa, non altra, deve essere la richiesta da fare alle religioni. La base di questa riflessione è che – a mio parere – il riconoscimento del modello tradizionale e di quello ottocentesco della laicità va profondamente rielaborato. Vanno contrastati i nuovi fondamentalismi con una idea nuova di laicità, soprattutto ribadendo che non esiste un fondamentalismo religioso in assoluto ma che tutte le religioni corrono il rischio del fondamentalismo, e che tutte possono invece essere compatibili con una società moderna: e la storia del cristianesimo è lì a dimostrarlo. Evidentemente questa ricerca non può prescindere – secondo me – da almeno tre premesse fondamentali: In primo luogo andrebbe riaffermata la neutralità dello Stato nel suo senso originario di imparzialità tra le diverse religioni, e di autonomia delle decisioni pubbliche da qualunque religione, senza significare l’emarginazione del sentimento religioso; in secondo, nei conflitti che inevitabilmente sorgono tra le rivendicazioni di riconoscimento e le esigenze pubbliche di imparzialità e di equilibrio, il criterio fondamentale a cui ricorrere, dovrebbe essere quello della libertà e dell’eguale rispetto; infine, dovrebbe essere evitata la rigida sovrapposizione tra identità religiosa e identità nazionale europea, o peggio ancora occidentale – perché si creerebbero le premesse per un uso strumentale della religione da una parte, e dall’altra per alimentare dei conflitti che sfocerebbero inevitabilmente nell’intolleranza e nel presupposto scontro tra civiltà, respingendo nel contempo una versione radicale e iperrelativistica che si risolve nell’imposizione di un indifferentismo delle culture che comunque non potrebbe che essere solo il risultato di un processo spontaneo.Sulla base di questi presupposti credo sia oggi opportuno riaprire una riflessione a tutti i livelli sul contenuto e sulle forme possibili della laicità nelle Istituzioni contemporanee. A partire dalla manifesta disponibilità di questo consesso regionale. Sono sicuro che l’apertura, la maturità e la forza delle nostre istituzioni, sapranno trovare il livello I politico equilibrato per dare la giusta risposta a questa esigenza che sento fortissima. Mi conceda, Eccellenza di concludere con le parole che Giovanni Paolo II, nel febbraio del 2004 rivolse – a nome di tutti i rappresentanti delle confessioni religiose – ai capi di stato e di governo del mondo intero: ‘Auspico che lo spirito e l’impegno di Assisi (che venne definita in quell’occasione la città della pace) conducano tutti gli uomini di buona volontà a ricercare la verità, la giustizia, la libertà, l’amore, affinché ogni persona umana possa godere dei propri diritti inalienabili ed ogni popolo possa godere della pace. (testo trascritto non rivisto dall’autore)