Discorso dell’Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve mons. Giuseppe Chiaretti al Consiglio regionale dell’Umbria

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Palazzo Cesaroni, 21 giugno 2005 Gentile Presidente della Regione, signori Assessori, Signor Presidente del Consiglio Regionale, signori Consiglieri, sono grato per questa accoglienza d’una mia visita di saluto e di cortesia. Concludo con voi il mio giro di visite all’intera archidiocesi nelle sue varie espressioni religiose e civili, iniziato cinque anni fa, il primo al completo nel dopoguerra. Tale visita mi ha consentito di entrare in contatto con le diverse realtà del territorio: con quelle religiose per verificare, com’è mio dovere, la stato di salute spirituale della comunità cristiana; con quelle laiche, com’è mio desiderio, per incontrare conoscere capire ringraziare il contesto socio-culturale e organizzativo nel quale la comunità cristiana vive e con il quale interagisce. La comunità cristiana infatti non è né catacombale né spiritualizzata al punto da diventare evanescente o simbolica. È una comunità ampiamente diffusa nel territorio, e a suo modo forte, che vive nel concreto delle situazioni e nel flusso della storia civile sociale culturale politica, e non intende, né può, esimersi dall’interazione con essa. È peraltro così seriamente caratterizzata che ignorarla non si può, data anche l’evidente crisi spirituale della società che chiede alla Chiesa d’essere ‘profeta sulle porte’, per parlare alla gente di verità e di santità, e non solo di moralità. Se consideriamo però l’Umbria, c’è tutto un fuoco di profezia che si sprigiona da questa terra singolare ed unica al mondo: dalla profezia di Benedetto da Norcia, patrono d’Europa, che all’inizio della stagione feudale esaltava il lavoro umano abbinandolo alla preghiera, o chiedeva che l’ospite, chiunque egli fosse ‘ anche i cosiddetti ‘barbari’ ‘, venisse considerato ‘tamquam Christus’, o esaltava la tipica libertà cristiana dai condizionamenti del potere chiedendo che ‘nulla mai si anteponesse a Cristo’; alla profezia di Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, che al sorgere dalla stagione liberocomunale, considerava ‘altissimo’ e ‘buono’ il Signore da esaltare con tutte le sue creature, si faceva pellegrino di paese in paese per augurare la Pace e il Bene, che sono poi sinonimi di Cristo, nella cui ‘civiltà dell’amore’ c’è vera pace e autentico bene; e insegnava a tutti le vie ardue e decisive della riconciliazione e del perdono. E lo fece con tale forza spirituale che anche un uomo di pace come Aldo Capitini, collaboratore di don Milani nella singolare scuola di Barbiana, poteva scrivere ne ‘Il problema religioso attuale’: ‘Due grandi non violenti come Cristo e san Francesco si collocano dalla parte degli ultimi e degli offesi. La non violenza è il punto della tensione più profonda del sovvertimento di una società inadeguata’. Altro grande non violento che rinunciò per questo alla sua stessa carriera di scienziato fisico fu l’umbro Franco Rasetti, uno dei cinque ‘ragazzi di via Panisperna’, emulo di Fermi, che per motivi di coscienza si rifiutò di collaborare per la creazione della bomba atomica. Papa Giovanni Paolo II ha talmente esaltato ai nostri giorni la funzione simbolica pacificante di Assisi e dell’Umbria da essere venuto ben dodici volte nella nostra regione, di cui sei ad Assisi, per sottolineare la forza rivoluzionaria della riconciliazione e del perdono cristiano come coronamento della non violenza. Come diceva già la Lettera a Diogneto nel II secolo, la Chiesa vive nella storia con uno stile di vita definibile come ‘paradossale’ se confrontato con certe costumanze di dubbia moralità, ma sempre con spirito di servizio e senza alcun timore reverenziale, essendo la città anche suo proprio spazio vitale. Per questo entra in contatto con le istituzioni, che peraltro contribuisce per la sua parte a sostenere, operando perché siano sempre a servizio della persona umana, che è il fine di ogni attività politica e principio etico di governo, e della famiglia, prima fondamentale cellula del vivere sociale e civile. Si preoccupa, quindi, anch’essa del ben-essere delle istituzioni, sapendo peraltro che, al dire austero di Platone, ‘non saranno capaci di governare bene uno Stato uomini del tutto privi dell’esperienza della verità’ (Repubblica VII, 519c). Ovviamente non si tratta di verità come cultura accademica, quanto di quella saggezza profonda che nasce dal rispetto e dalla simpatia verso la persona umana. Per ben governare la cosa pubblica ed essere quindi buoni politici occorrono onestà e competenze, certamente, ma anche quella ricca ‘esperienza in umanità’ che Paolo VI ebbe occasione di menzionare all’ONU per qualificare al meglio la sua presenza in quella assemblea. Il vostro consesso è quanto mai qualificato per i compiti che deve assolvere, oggi soprattutto, con la delega da parte dello Stato di tanti servizi sociali che interessano la vita quotidiana di tutti: singoli, famiglie, aggregazioni sociali di varia natura ed entità. Dai problemi gravosi del lavoro e dell’innovazione a quelli della salute, dal bisogno inevitabile della integrazione tra i vari soggetti sociali all’attenzione per lo stato sociale e i problemi dell’ambiente. Anche la comunità cristiana è fruitrice dei servizi che per dovere istituzionale voi offrite, e per essi vi ringrazio sentitamente: dalle sovvenzioni alle diocesi per i guasti del terremoto, all’aiuto per i servizi sociali che anche la Chiesa promuove, e non da oggi, e per i quali ha competenze e sensibilità di grande rilievo: e tra questi servizi sociali metto anche l’aiuto dato in varie forme a una povera regione dell’Africa, il Malawi, con la quale la nostra archidiocesi perugina è gemellata da tempo; dal grande ‘giacimento’ (per usare parole alla moda) dei beni culturali ecclesiastici che sono di gratuita fruizione per tutti, a quei ‘giacimenti’ ancora più importanti che sono le giovani generazioni, bisognose d’una attenzione educativa non meno necessaria dell’attenzione riservata ai beni culturali. E segno di questa attenzione è anche il riconoscimento della funzione sociale svolta dagli ‘oratòri’, ricollegabili peraltro al sistema integrato di interventi e servizi sociali dello Stato per prevenire il disagio minorile e promuovere la solidarietà. Ma di attenzione privilegiata ha assoluto bisogno soprattutto la famiglia nel suo insieme. E penso prima di tutto alla famiglia fondata sul matrimonio stabile d’un uomo e d’una donna, cui è affidato ‘ come a una piccola società ‘ un insieme di compiti: dalla procreazione, rispettosa del miracolo della vita dal suo sbocciare sino al suo termine naturale, alla crescita ed educazione dei figli; dall’assistenza permanente alle persone e alle condizioni di vita più fragili (anziani, malati, soli, invalidi, disoccupati…), sino a quella continuità affettiva che impedisce evasioni e danneggiamenti d’ogni tipo (si pensi ai delitti intrafamiliari, o ai guasti disastrosi delle varie droghe, di cui s’imbottiscono soprattutto i figli non amati…). Tutto questo, e altro ancora, viene realizzato dalla piccola società naturale della famiglia, che va perciò difesa e tutelata ad oltranza, anche nella legislazione, senza mistificazioni, prima ed oltre i desideri soggettivi, che non costituiscono di per sé dei diritti. Ne parlo perché la frontiera dell’antropologia, oggi diventata rovente e decisiva, vedrà sempre la comunità cristiana schierata a difesa dell’uomo e della donna, della loro più vera identità. Quando la politica tocca la persona umana, infatti, si troverà sempre la Chiesa vigile e compatta, pronta alla collaborazione ma mai al cedimento, perché per essa la vita e la persona umana sono i più grandi valori in assoluto. Per questo essa si troverà sempre a difesa della dignità d’ogni persona, soprattutto se nel bisogno; a difesa della libertà di coscienza e di educazione, come della giustizia sociale e della pace. In nome della ragione, prima di tutto, ma anche in virtù di quel surplus di illuminazione che le viene dalla lunga esperienza d’umanità e, se si vuole, dalla fede, che però non confligge mai con la ragione, ma la illumina e la sostiene. Anche la ragione infatti, nella ricerca della verità oggettiva e dei criteri morali per l’azione, ha le sue fragilità: si veda l’assoluto relativismo di oggi, che trasforma tutto in opinione e in emozione. Pur rispettando, com’è giusto che sia, la libertà di coscienza d’ognuno, e la sana laicità, che è anch’esso un valore cristiano (oggi peraltro tradito da un laicismo diventato ‘ a quanto pare ‘ antipatia aperta verso il cattolicesimo), sarà pur lecito in buona democrazia non vergognarsi del nome di Dio, come diceva il laicissimo Carducci nel suo discorso alla repubblica di San Marino. Se anche perdurano, spesso ad arte, malinconie del passato, ‘non si può rimanere prigionieri del passato’, come affermava l’indimenticabile Giovanni Paolo II nel suo Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1997. Urge anche per questo una seria ‘purificazione della memoria’, se si vuole essere un paese moderno, equilibrato e giusto, dove l’autorità non si pone in conflitto aperto con il sentire valoriale del suo popolo, o almeno con una parte cospicua di esso, ma cerca prima di tutto di intenderlo e di sostenerlo. Come responsabile della comunità cattolica sento perciò il bisogno di esprimere, insieme al ringraziamento per i vostri servizi alla società umbra, anche l’augurio di saggezza nel governo della cosa pubblica, nel quale solitamente la Chiesa non interferisce e non intende interferire. Tenete però sempre conto delle vere attese e dei bisogni autentici del popolo, che non sempre coincidono con interessi di parte o con le mode del momento. Se è giusto badare al presente, sappiate sempre valutare le conseguenze, anche a lungo termine, di certe scelte, che non solo fanno opinione e mentalità, ma creano modalità comportamentali e pretese non facili a controllarsi.Come ben si vede, il vostro lavoro, pur se svolto in una regione di piccole dimensioni, ha pur esso la sua bella razione di affanni e di preoccupazioni, anche legittimi, come è inevitabile che sia soprattutto nell’attuale tempo di situazione economica e di precarietà negli ideali e nella speranza. Ma è stato così pure in passato. Il buon Dante Alighieri, parlando delle classe politica del suo tempo, collocò molti governanti nell’antipurgatorio, dove c’era una sorta di anticamera da fare prima di entrare nel Purgatorio propriamente detto. Gli affanni dell’attività politica facevano spesso, e fanno spesso, dimenticare ai politici il primato dell’amore di Dio, o quella che oggi si definisce la ‘carità politica’, e toccava loro un supplemento di attesa; ma erano pur sempre dei ‘grandi spiriti’. E per questo Dante li collocò in una ‘valletta amena’, tutta fiorita, trattati con riguardo, in virtù del loro compito di guidare gli uomini ‘con umana probitate’ alla felicità temporale, cosa peraltro che non riesce mai appieno senza l’aiuto di Dio (Purg. VII, 121-123) (A scanso di equivoci alcuni politici stanno però anche in Paradiso, così come, per par condicio, alcuni ecclesiastici stanno all’Inferno…). Mi scuso d’aver ricordato, in tono ovviamente scherzoso, questa pagina dantesca; ma in realtà Dante è un cristiano serio, che rende grande onore a coloro che sono costituiti in autorità. Così come fa del resto Santa Madre Chiesa, che ogni domenica prega per chi gestisce il potere, chiunque esso sia, perché Dio ‘illumini la loro mente e il loro cuore a cercare il bene comune nella vera libertà e nella vera pace’. Grazie.