Don Giulietti “raccontato” da chi gli è stato accanto negli anni della Cei

L’impegno, e soprattutto lo stile, di mons. Giulietti negli anni in cui organizzava le Gmg

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Don Paolo sul Palco dell Agora dei giovani a Loreto
Don Paolo sul Palco dell Agora dei giovani a Loreto

Corresponsabilità, paternità, missionarietà: tre parole per uno stile di vita. In questo quadro esistenziale mi piace raccontare gli anni vissuti al fianco di don Paolo al Servizio nazionale di pastorale giovanile della Cei a Roma nella preparazione della partecipazione degli italiani alle Giornate mondiali della gioventù di Toronto (Canada), Colonia (Germania) e Sydney (Australia) e dell’Agorà dei giovani italiani a Loreto.

Don Paolo è stato importante per il cammino dei giovani in Italia, perché ha saputo intrecciare queste tre parole facendone un tessuto esperienzale tra tutti i componenti dell’Ufficio, i direttori regionali e il vasto mondo laicale.

La pastorale giovanile in Italia ha saputo trovare in don Paolo un fine tessitore di relazioni interpersonali, frutto di un reale e fruttuoso incontro sul territorio. I segni concreti lasciati da questo lavoro relazionale si sono concretizzati in modo particolare in due intuizioni maturate dalla sua fantasia pastorale: il triennio che la Chiesa in Italia ha dedicato al mondo giovanile con l’Agorà dei giovani italiani (2006-2008) e lo stile preparatorio nel vivere le Gmg.

A proposito di queste ultime, sua è stata la scelta di “Casa Italia”, una struttura di riferimento per i pellegrini italiani e per l’intera organizzazione dell’Ufficio e dei volontari, ottimizzando tempi, costi, attrezzature. Sempre nel contesto delle Gmg, vissute a Toronto e a Colonia, per creare maggiore sintonia e unione tra i giovani pellegrini italiani provenienti dalle varie diocesi, don Paolo si inventò la “Festa degli Italyani”: solitamente in un grande stadio dove fare festa, riflettere e rafforzare lo spirito ecclesiale di una Chiesa quale l’Italia assieme ai propri Vescovi, riuniti attorno a due simboli di fede tipicamente italiani: la croce di San Damiano e la statua della Madonna di Loreto.

Nel vederlo servire la Chiesa, mi ha insegnato la corresponsabilità ecclesiale, facendomi sentire autore e realizzatore di ciò che si pensava assieme, a piccoli tratti ma con passo costante e regolare, tipico del pellegrino – a lui ben noto. Grazie a una responsabilità tessuta dall’interno, e non imposta dall’alto, che prende vita e matura quel senso di paternità che caratterizza don Paolo, complice anche la sua stazza da uomo buono, accogliente e che per essere arrabbiato deve impegnarsi seriamente!

In tale cornice don Paolo, con discrezione e vero affetto, mi ha aiutato a divenire padre della mia vita, della famiglia e del lavoro che ho sempre amato e che amo, a servizio della Chiesa. Quando assieme a tutti componenti dell’Ufficio ci si ritrovava il lunedì mattina per la riunione programmatica della settimana, ricordo che lui ripeteva costantemente: “Di che cosa ha bisogno quella realtà, prima ancora dei nostri progetti?”. Niente era studiato a tavolino che non avesse il sapore e il profumo del vissuto, della fatica, della perseveranza che, a suo tempo, dava il frutto sperato.

I direttori regionali della Pastorale giovanile, che si sono avvicendati negli anni, hanno saputo apprezzare lo stile di paternità operativa e fattiva. Il suo amore per i giovani nasce dall’amore per Cristo, e il suo servizio in Cei è maturato nel senso di libertà interiore, fuori da ogni logica di potere. Infine sono convinto che la pastorale giovanile italiana, negli anni di servizio di don Paolo, sia cresciuta anche nel versante della missionarietà, aiutandola a vedere ogni situazione nella globalità (e complessità) dello scenario mondiale.

 

Aneddoti di vita

Mi è stato chiesto di raccontare alcune note di colore sulla vita di don Paolo. Beh, la sua risata fragorosa e contagiosa rappresenta la prima caratteristica solare. Anche perché a sorridere non è solamente il suo volto, ma tutto il corpo, che viene trasportato in una compartecipazione di gioia che travolge i presenti. Mi permetto di raccontare alcuni aneddoti, tra i tanti, che conservo nella mia memoria al fianco di don Paolo. Eravamo a Colonia per la Gmg. La base per i pellegrini italiani era Casa Italia. Don Paolo non si è mai risparmiato o tirato indietro innanzi a lavori manuali “da operaio”. Ho viva la scena di lui che sale sul “muletto” per scaricare le pedane dal camion strapieno di materiale per allestire la Segreteria dell’Ufficio, l’occorrente per squadra dei volontari e l’accoglienza dei pellegrini italiani. Su quel muletto si trovava a suo agio come se avesse fatto sempre quel lavoro. Per prepararsi alla Gmg di Colonia si era fatto tutta a piedi la via Francigena camminando per un mese intero. L’amore per la sua cara Umbria ce lo manifestò in diversi modi: ricordo quella volta che portò tutti noi dell’Ufficio Cei a Gubbio il giorno della corsa dei Ceri! Un’altro aneddoto che rappresenta una caratteristica di don Paolo, e che non potrò mai dimenticare, è la scena vissuta a Toronto, sempre in preparazione della Gmg. L’organizzazione aveva preparato per tutti i responsabili della pastorale giovanile dei singoli Paesi un concerto con ben 500 strumentisti ed elementi. Dopo i primi dieci minuti di esecuzione, alla mia destra vedo don Paolo reclinare il capo e lasciarsi andare al sonno ristoratore, pur essendo a tre metri dall’orchestra e dalla potenza sonora che ne usciva. È il caso di dire: il sonno dei giusti!

AUTORE: Marco Federici Collaboratore della Pastorale giovanile Cei nel periodo in cui era direttore mons. Giulietti