Dove cala e dove cresce la natalità

Anche l'Umbria è pesantemente colpita da calo demografico e Ivg. L'immigrazione non riesce a frenare il trend negativo

Tempo di lettura: 281 secondi

Il secolo ventesimo è stato interessato da profonde modificazioni della struttura sociale, per le variazioni ‘epocali’ verificatesi nella popolazione mondiale, come risulta dai dati statistici demografici. Il fenomeno demografico è complesso ed articolato in diverse componenti: in primo luogo abbiamo la forte diminuzione della natalità che ha interessato tutto il mondo occidentale ricco ed industrializzato. L’Europa, cento anni fa, costituiva il 14% della popolazione mondiale, oggi raggiunge soltanto il 6% e potremmo arrivare al 4% in futuro, secondo le previsioni dell’Onu, se dovessero persistere le attuali tendenze demografiche. Si calcola che, per ogni bambino che nasce nel Nord del mondo, nei paesi occidentali, ne nascano venti nel Sud del mondo: America meridionale, Africa, Asia. Un dato statistico recente riporta che in India nascano ogni giorno 79.000 bambini. In Italia circa 1.400 (dati Istat 2002). In Italia è iniziato già negli anni Venti un lento cedimento demografico che continuò nonostante la campagna demografica del regime fascista, per accentuarsi nel secondo dopoguerra fino a raggiungere gli attuali indici che danno un calo delle nascite del 50%.Nel 1964 sono nati in Italia 1.035.000 bambini (nati vivi), nel 1995 i nati vivi sono stati 525.609, la metà. La diminuzione delle nascite è la conseguenza del calo del tasso di fecondità delle donne in età fertile che oggi (anno 2002) è di 1,2, molto inferiore cioè al valore di 2,67 (anno 1965) che assicurava un saldo naturale positivo fra il numero dei morti e quello dei nati vivi. Nel mondo occidentale, cento anni fa, il numero dei figli per ogni donna era di 4/5; oggi oscilla intorno a due. L’Italia si colloca al primo posto in questa graduatoria al ribasso con un indice di 1,26 figli per ogni donna (Istat anno 2002). Ogni anno abbiamo in Italia un saldo naturale negativo per il prevalere del numero dei morti su quello dei nati vivi. All’inizio il saldo negativo ha interessato le regioni del centro – nord escluso il Trentino Alto Adige e la provincia di Bolzano, ma le regioni del Sud Italia, con il loro saldo ampiamente positivo, riuscivano ad assicurare il saldo positivo generale al bilancio demografico italiano. Dopo qualche anno le regioni del sud hanno presentato anche loro un saldo naturale negativo e così è diventato negativo il saldo naturale di tutto il Paese. I dati statistici Istat, al 31 dicembre 2002, registrano 535.538 nati vivi e 558.270 morti con un saldo negativo di – 22.732. La diminuzione del numero dei figli per ogni donna ha provocato una forte variazione nel numero dei componenti delle famiglie: oggi ogni famiglia ha un numero medio di componenti di 3 persone, con un solo figlio (figlio unico). Il calo della natalità è stato forte anche in Umbria: siamo passati da circa undicimila nati vivi degli anni ’60 ai seimilaseicentocinquantadue del 1992, valori rimasti invariati fino ad oggi. Nel 2000 sono nati in Umbria 6.786 bambini di cui 538 (pari all’8%) figli di stranieri che vivono nella nostra regione. Il numero dei morti nello stesso anno 2000 è stato di 9.089 con un saldo negativo di – 2.303. Nel 1990 in Umbria sono nati 6.729 bambini e sono morte 8.629 persone con un saldo negativo di – 2.079. Nello stesso anno sono stati praticati 2.757 aborti. Il saldo naturale negativo della popolazione umbra è stato di – 534 nel 1981; -1.259 nel 1984, -2.039 nel 1987. La famiglia umbra è composta di 2,6 persone ed anche qui prevale il figlio unico. Studi recenti riportano che se tornasse a nascere in Italia un numero di bambini più alto, come negli anni ’60, sarebbero necessari circa 60 anni per riportare i dati statistici al pareggio: il cambio di una generazione. Le interruzioni volontarie della gravidanza (Ivg) hanno avuto la loro influenza nel verificarsi di questi dati negativi. Negli anni ’80, dopo l’approvazione della legge 194, le Ivg hanno superato di molto il numero di 200.000 ogni anno; negli anni ’90 il numero delle Ivg è andato da un minimo di 134.000 nel 1997 ad un massimo di 145.000 nel 1993. In Umbria le Ivg superano ogni anno il numero di 2.000. L’Italia occupa il primo posto nel mondo per la minore natalità, seguita dal Giappone che è al secondo posto. Il fenomeno demografico della diminuzione della natalità è stato preceduto da un altro fenomeno di grande interesse sociale, sanitario e culturale: l’allungamento della durata media della vita. Nel 1951 la durata media della vita era di 65 anni ed oggi è di 76,8 anni per gli uomini e di 82,9 per le donne (dati Istat 2002). L’Italia supera così la media europea che è di 75,5 anni per gli uomini e di 81,6 per le donne. Il fenomeno è positivo specialmente per coloro che ne beneficiano in condizioni di autosufficienza, ed è il risultato di una delle grandi vittorie dell’umanità: il controllo della morte precoce. In Italia abbiamo 1.200.000 anziani non autosufficienti e dopo i 75 anni aumenta il numero dei disabili che raggiunge il 50% fra coloro che hanno un’età compresa fra gli 80 ed i 90 anni. Questo ‘invecchiamento demografico’ si accompagna ad una grave carenza nel ricambio generazionale nell’età giovanile (0-14 anni). Nel 1995 si è verificato in Italia un fatto storico: la percentuale degli ultrasessantacinquenni (9.644.533) supera con il 17% quella dei giovani da 0 a 14 anni che raggiungono solo il 15% (ed esattamente 8.517.991 su una popolazione di 57.338.996). Oggi gli anziani hanno raggiunto la percentuale del 18% (10.555.935 / 57.844.017) e quella dei giovani è scesa al 14% (8.303.904). Abbiamo la più alta percentuale di anziani e la più bassa di giovani (Istat anno 2001). In questo discorso sull’andamento demografico del nostro Paese si inserisce l’aspetto immigrazione, che ha portato in Italia circa 772.383 stranieri (Istat anno 2000). Questi immigrati che hanno trasferito od hanno costituito qui le loro famiglie, per un 20% sono rappresentati da giovani. I loro figli frequentano le nostre scuole ed hanno raggiunto un numero statisticamente significativo. Rimarranno nel nostro Paese e saranno cittadini italiani a tutti gli effetti. Il numero attuale degli immigrati, tuttavia, non è tale da ristabilire l’equilibrio demografico modificato dalla denatalità; si calcola, infatti, che per ottenere questo, siano necessari dieci milioni di immigrati.

AUTORE: Pompeo Cagini