È il climax che decide

Tempo di lettura: 142 secondi

Climax è una parola greca oggi molto usata in medicina (diagnostica e sessuologia) e in ecologia (per indicare l’assetto raggiunto in un dato tempo dalla vegetazione di un certo territorio). Ma la sua origine è antichissima e si colloca nel momento culturalmente decisivo in cui l’uomo faticava a darsi un complesso di regole che gli permettessero una comunicazione verbale rapida e univoca: nasceva la retorica. Quella che troppo spesso abbiamo ridicolizzato attribuendone il nome a pastrocchi che erano soltanto degenerazione della retorica, e non retorica autentica!

Nella retorica autentica troneggia il climax ascendens: i diversi momenti di un unico ragionamento complesso si dispongono su livelli progressivamente più impegnativo, e solo in cima al climax ascendens la verità brilla in tutto il suo splendore.

Ho premesso tutto questo per aiutare me stesso e (se del caso) il mio inclito lettore a capire il senso di quel capitolo sesto del Vangelo di Giovanni che ci viene riproposto nelle domeniche centrali di questa torrida estate, quasi per arroventare le nostre meningi mentre il sole arroventa la nostra pelle.

Signoruccio mio, ma che volevi dirci con quella scarica di affermazioni una più impegnativa dell’altra, che Giovanni riferisce in questo benedetto capitolo sesto?

E qui entra in gioco il climax. Quel sesto capitolo di Giovanni propone diversi insegnamenti, uno diverso dall’altro, uno legato all’altro, uno più impegnativo dell’altro. Diversi capitoli di un’unica, grande lezione, disposti in un climax che sale, sale, sale fino all’eucaristia.

Diversi capitoli di un’unica, grande lezione. Che bisogna battersi allo spasimo contro la fame nel mondo. Che occorre aprirsi senza riserve mentali alle cose che vengono dal Cielo, come la manna, e accoglierne grati il messaggio senza furbizie interpretative. Che, indispensabile come il pane di acqua e farina, c’è un pane di vita che è il Figlio stesso di Dio, e che – proprio come il pane di farina – chiede di essere mangiato.

Mangiato prima come Parola, quando, anche verso di noi come un tempo verso l’antico profeta, una mano si protende dall’alto e ci offre un libro e ci dice: “Mangialo!”, garantendoci che quello è il mezzo migliore per assimilare la nostra mente alla Sua.

Mangiato infine come Persona, quando il presidente della nostra assemblea ci alza in faccia il pane candido e ci dice che, se vogliamo nutrircene, quello è il Corpo di Cristo, garantendoci che non c’è mezzo migliore per assimilare l’intera nostra vita alla Sua. E noi diciamo di sì: amen!

Solo quando viene vissuta al vertice di questo climax l’eucaristia è quello che deve essere. Quando invece “fanno la comunione” certi amici, solo in occasione di una liturgia di commiato, siamo di fronte solo alla momentanea interruzione d’una lunga inappetenza: dovremmo parlare di “piccolo gesto magico”. Ma il Signore stesso, che “di mestiere” valorizza tutto e tutti, ce ne dissuade.

 

AUTORE: Angelo Maria Fanucci