Figli: scelta obbligata per i politici

L'economia umbra dovrà affrontare nei prossimi dieci anni un 'buco generazionale' che si farà sentire sulla produzione. A meno che...

Tempo di lettura: 158 secondi

“Dal tavolo di concertazione si dovrà passare al letto di concertazione”. La battuta sembra sia stata fatta da un industriale sul finire del convegno in cui è stato presentato (venerdì 7 maggio) il ‘Rapporto economico e sociale dell’Umbria 2002-2003’ curato dell’Agenzia umbra ricerche. Nel voluminoso Rapporto in cui si fa storia e previsioni che spaziano dall’economia alla società, un dato ha colpito tra i tanti: il “buco generazionale” che attende l’economia regionale nei prossimi dieci anni, a cominciare già dal prossimo. L’ha prospettato Sergio Sacchi, economista dell’Università di Perugia. Oggi abbiamo 88mila giovani dai 25 ai 34 anni che lavorano mentre abbiamo solo 85mila giovani (di cui 23mila già lavorano) dai 15 ai 24 anni, che, se anche tutti dovessero lavorare, ma di solito non è così, non basteranno a raggiungere quota 88mila della classe generazionale successiva. Il che potrebbe mettere in crisi lo sviluppo e lo stesso mantenimento del livello produttivo della nostra regione. Cosa fare? Le prospettive sono sostanzialmente tre, ha detto Sacchi: colmare il divario con l’immigrazione oppure programmare il ridimensionamento della base produttiva. “Saremo meno, ci saranno meno posti di lavoro, il problema è prepararsi a scegliere quelli che non dobbiamo avere e che possiamo perdere” e fa l’esempio: meno panettieri, meno parrucchieri, meno tessile “che è in difficoltà e forse possiamo guidarne la trasformazione e il ridimensionamento”. C’è anche una terza possibilità che è organizzare in modo diverso una serie di lavori ad esempio con il part time, flessibilità, rimpiazzi. “Il tessile, ad esempio, ha dei vuoti di stagionalità nei quali il lavoratore può fare un’altra cosa”. Una quarta ipotesi da considerare ci sarebbe in realtà, anche se non potrà fornire una risposta in tempi brevi: sostenere efficacemente la natalità attraverso politiche sociali e tutele legislative che consentano alle famiglie, alle donne, di affrontare il gravoso (psicologicamente ed economicamente) impegno della nascita dei figli in modo da frenare, se non invertire, la curva discendente della popolazione italiana che, stando così le cose, tra cinquant’anni sarà di almeno cinque milioni in meno. Una scelta in tal senso si pone, urgentemente, per la nostra regione che registra un tasso di crescita naturale con segno negativo (-1,97 provincia di Perugia e -4,25 provincia di Terni ogni mille abitanti). Se non fosse per i quasi 8mila immigrati (da altre regioni e dall’estero) avremmo chiuso con un netto -1.197 umbri. (Come non pensare, qui, agli oltre tremila aborti che vengono fatti ogni anno nella nostra regione?) Nascere figli unici o al massimo con un fratello, influisce anche sulla crescita dei bambini ai quali mancano spesso i coetanei con cui sperimentare la vita, ed ha conseguenze anche sul versante sociale. La famiglia umbra oggi ancora riesce a sostenere i suoi componenti, magari con strategie nuove: non si vive più sotto lo stesso tetto ma abbastanza vicini da aiutarsi l’un l’altro. Nel prossimo futuro sarà sempre più difficile e già da ora è aumentata la richiesta di servizi di assistenza garantiti dallo Stato. Tutti buoni motivi che, anche solo per puro pragmatismo, dovrebbero portare gli schieramenti politici a adottare con convinzione la via del sostegno alle famiglie che decidano di ‘investire’ il loro futuro nei figli.

AUTORE: Maria Rita Valli