Una ‘guerra’ che però impedisce gli abbracci

Siamo in guerra” dicono i più. Ma che tipo di guerra?

Quella conosciuta dai nostri padri e nonni mandava a morire la meglio gioventù. Il virus del 2020 uccide principalmente anziani.

“I giovani perdono i punti di riferimento” osserva il Presidente della Repubblica. E perdono abbracci, perché, dai nonni ricoverati, figli e nipoti devono stare lontano.

Quando scendevano bombe dal cielo, le famiglie restavano unite, le mamme nei rifugi tenevano i figli in braccio, li rassicuravano.

In questa ‘guerra’ il virus ci impone il distacco prima di tutto dalle persone che amiamo. E dobbiamo restare uniti, vicini, rimanendo a distanza.

Durante le guerre classiche, dell’uomo contro l’uomo, la sfida era continuare la vita come in tempo di pace. Ora non si può. Non si deve. Per il bene di tutti e di ognuno.

E se nelle città durante il secondo conflitto mondiale si doveva uscire e spostarsi con il volto ben riconoscibile da chi controllava, ora siamo tutti irriconoscibili e non identificabili alla vista. Perché il volto è coperto da una mascherina.

Ce la faremo, a lottare insieme restando isolati? Dopo l’ultima guerra, Churchill raccontò che, visitando i quartieri di Londra devastati dal primo bombardamento tedesco, si accorse che c’era un negozio di barbiere in cui era esposto un cartello con su scritto Business as usual (“Si continua come sempre”). L’allora premier inglese ne trasse spunto per un discorso sulla tenuta del suo popolo. Per poi scoprire che quel barbiere si chiamava Pasquale Esposito.

Daris Giancarlini

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