Il battesimo, tutto

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DON ANGELO fanucciL’abat-jour della settimana scorsa ha presunto di gettare la sua fioca luce pallente su quello che, auspicandone l’adozione, ho chiamato “ribaltamento liturgico”. Non coutuntur, ribaltamento e luce fioca, non possono andare insieme: 5 watt di luminosità e il fracasso che provoca uno di quei bìlici enormi ribaltato sulla E75 dal vento prepotente dei giorni passati… no, non coutuntur. Me ne scuso. Non lo chiamiamo più “ribaltamento liturgico”, chiamiamolo piuttosto “una più marcata sottolineatura della dimensione impegnativa dei sacramenti”.

Pensiamo al rito del battesimo. Io, prete di scorta, ne amministro uno ogni anno (bisestile), ma quando posso cerco (cerco) di valorizzare tutta la grandezza propositiva, impegnativa, cogente di questa che è la porta di tutti i sacramenti. I gesti caratterizzanti il rito del battesimo sono due, distinti e complementari. Primo, l’acqua che scorre sulla testolina del bambino – che a volte non reagisce, a volte attacca la Nona di Beethoven e sollecita gli ottoni a fare la loro parte. Fondamentale, questa prima parte del rito, sul piano di una liturgia che vuole e deve sottolineare quella che nei sacramenti (come del resto in tutta la vita) è la cosa più importante: l’iniziativa di Dio.

Ma c’è una seconda parte del battesimo, un po’ in ombra, che è anch’essa di fondamentale importanza: l’unzione del bambino con il sacro crisma e l’assegnazione dei compiti vitali: “Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito santo, unendoti al suo popolo; egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché, inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membro del suo Corpo per la vita eterna”. Quattro righe su 120 per dire il triplice munus che dovrà sostanziare la vita cristiana del battezzato. Il munus sacerdotale: riconoscere che la vita non è una tragedia come dicono alcuni, e nemmeno un carnevale perpetuo come dicono altri, ma un dono da accettare con gratitudine e da restituire carico di tutto il positivo realizzato in una vita da “persona perbene” (vissuta per-il-bene). Il munus profetico: dare corpo all’antichissima promessa secondo la quale “i vostri figli e la vostre figlie profeteranno” (parleranno di Dio davanti a tutti). Il munus regale: fare quello che dovrebbe aver fatto Napoleone – e non l’ha fatto – e che dovrebbe fare Mattarella (e lo sta facendo): migliorare il mondo, lasciarlo un po’ meglio di come lo si è trovato. Caspiterina, che compiti a casa! N.B. Telefonare a Marx: “Signor Karl, pensa ancora che il cristianesimo sia alienante?”

AUTORE: Angelo M. Fanucci