Il dialogo dopo Padovese

L’uccisione del Vescovo cattolico in Turchia costringe a ripensare le modalità del dialogo con l’islam. Una impegnativa necessità

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C’è stato subito un coro quasi unanime nel dichiarare che l’assassinio di mons. Luigi Padovese era stato compiuto da un soggetto disturbato mentalmente, in preda a depressione, e comunque che abbia commesso l’orrendo delitto solo per suoi motivi o impulsi personali, senza intenzioni politiche o religiose di alcun genere. Il ricorso a spiegazioni di questo tipo sè classico, in vicende tragiche che potrebbero mettere in discussione e squilibrare assetti e interessi politici. La paura delle reazioni e di conseguenze negative porta a delimitare il fatto entro la sfera individuale, magari della malattia mentale. Per quanto riguarda la Chiesa di Roma e la comunità cattolica locale, la delimitazione del tragico assassinio è legata al desiderio di conservare grandi valori che si sono conquistati con innumerevoli sforzi e fatiche nel campo della pace, della riconciliazione tra i popoli, dell’azzeramento delle antiche inimicizie tra cristiani e musulmani, della libertà religiosa e del dialogo tra religioni e culture, in vista di un mondo dove maggioranze e minoranze vivano in contesti di integrazione, rispetto e concordia. Non possiamo non essere d’accordo, per il bene di tutti e per non impedirci di guardare al futuro. Con l’aumento delle notizie si viene a sapere che non di squilibrio mentale si tratta ma di sacrificio rituale a sfondo religioso, o di tutte due le motivazioni messe insieme. Saranno gli esperti a vagliare questo terreno. A noi sembra che si debba tenere conto dell’oggettività delle azioni e delle connessioni tra fatti e idee. Senza scomodare Hegel e la sua famosissima “astuzia della ragione” si potrebbe dire che mai come in questo caso essa sarebbe in azione, avendo colpito nel momento più significativo e politicamente efficace, secondo una logica di interesse di parte, la persona più attiva e significativa, più in vista, l’uomo simbolo di una politica di dialogo con l’islam e con il potere turco locale, ed insieme dell’affermazione e rivendicazione dell’identità cristiana e dei suoi santi luoghi, nel Paese dove il cristianesimo ha messo le sue prime radici. Sembra disegnata in filigrana un’antica storia di riappropriazione e difesa dei luoghi santi. Mons. Padovese era protagonista di questa politica ecclesiastica di apertura, dialogo su un piano di legittimo riconoscimento dei diritti della comunità cristiana. Era lieto di accogliere i pellegrini, voleva aperta al culto la casa di Paolo a Tarso, aveva partecipato alla stesura dell’Instrumentum laboris per il Sinodo delle Chiese cattoliche d’Oriente per un risveglio del cristianesimo in Turchia, voleva proseguire il dialogo con l’islam in modo franco e sincero. Un uomo di punta del cristianesimo in Medio Oriente, dinamico, gioioso, cordiale, intelligente e molto preparato nella cultura storica teologica. Ha insegnato patristica all’Antonianum di Roma. In più, frate cappuccino che portava con sé il fascino della leggenda francescana. Questo delitto disturba anche la politica di Ankara, che aspira ad entrare in Europa, ma risponde alle profonde pulsioni religiose di grandi masse musulmane che, per fede, ritengono la scomparsa del cristianesimo dalla faccia della terra un destino decretato dalla divina volontà. Il cristianesimo, infatti, secondo la fede musulmana, si invera nell’islam, nel quale trova il suo esito e compimento. Abbiamo celebrato da poco la Pentecoste: molti cristiani non hanno neppure sospettato che, secondo la fede musulmana, il Paraclito promesso di Gesù è semplicemente Maometto. Quando nell’intervista al Sir del 26 maggio scorso Padovese ha affermato di voler favorire lo sviluppo del cristianesimo in Turchia attraverso il Sinodo che si terrà in ottobre, alla ragione oggettiva di cui sopra, astuta e nemica dell’uomo, e alla coscienza collettiva di un certo modo di vivere la fede islamica, è apparso come un nemico da abbattere. A questo punto al dialogo con l’islam si va ad aggiungere una motivazione ulteriore a quelle finora riconosciute, segnate anche nella dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II, quella della necessità. Se non siamo portati dall’amore ad incontrare il fratello, anche quello che è nell’errore, siamo costretti a farlo per necessità, perché non esiste un’altra via in un modo globalizzato e con tutte le frontiere aperte. In una situazione diversa ma con qualche analogia vale quanto affermava santa Caterina da Siena a proposito della riforma della Chiesa alla fine del Trecento: “Quello che non siete disposti a fare per amore, sarete costretti a farlo per necessità”. A questo punto però il dialogo sarà una cosa molto seria e impegnativa, che non si limita ad un vago embrassons nous.

AUTORE: Elio Bromuri