Imbrattatori cultori del brutto e del degrado

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Tra le notizie che meriterebbero di essere commentate, in questa tarda sera dell’8 luglio in cui mi accingo a scrivere, come solito, queste poche righe a colloquio con i lettori, ce n’è una piccola piccola che riguarda una giovane straniera che ha scritto con un pennarello la sua firma e la data sul primo gradino della Fontana maggiore di Perugia. Una cosa da nulla, si dirà, ma che rientra in quella diffusa mania della setta degli “imbrattatori” che deturpano monumenti e pareti di qualsiasi edificio che venga loro sotto tiro.

Talvolta, per sentirsi eroi e grandi protagonisti della storia schizzano le loro bombolette spray senza ritegno in posti difficili da raggiungere e talaltra con spirito sadico si scagliano su pareti appena licenziate dalla mano esperta del muratore e del pittore, con la vernice ancora fresca. Si dirà che in fondo il danno è solo superficiale ed estetico che non mette in pericolo la vita di nessuno: di fronte a certi delitti e a certe disgrazie questo è niente. In parte è vero.

Proprio in questa stessa ora sento da una trasmissione radio di un ragazzo di 14 anni, Salvatore, morto schiacciato da una lastra di intonaco caduto dal soffitto della galleria Umberto I di Napoli. La parola che viene in mente è “degrado”. Si comincia con lo sfregio pittorico e si finisce con la fatiscenza dei monumenti.

Tutto si tiene in una società che non ha rispetto per se stessa, in cui manca il senso della ”cura”, l’aver cura delle cose, dell’ambiente, di se stessi e degli altri. La mancanza del rispetto, del riconoscimento e valorizzazione della bellezza e verità delle cose e soprattutto delle persone. La violenza comincia piccola e poi finisce grande e la società è violenta non solo quando si spara, ma anche quando si deturpa, si avvilisce, si calpesta. Non mi piace in tv la ridicolizzazione degli animali che parlano, delle bottiglie che camminano, degli schifosi minuscoli folletti maligni che attaccano una parte del corpo umano. Tutte maniere per mettere sotto i piedi il buon gusto e il buon senso.

Buttare tutto sul ridicolo, il grottesco, il mostruoso, l’orrido, magari divertire i bambini e farli dventare bamboccioni idioti che non sanno distinguere una farfalla da una zanzara.

Questo è il peccato originale del degrado della società del nostro tempo. Una simile analisi si può fare per la lingua e il linguaggio. Le parole sono storpiate, tagliate, negate, i verbi allineati al presente indicativo senza sfumature, la parolaccia va di moda fino a diventare espressione corrente e titolo di identificazione politica. Persino le bestemmie vanno di moda in certi ambienti chic. Alcuni giorni fa una bella giovane donna al cellulare, con voce chiara e senza rabbia, come un normale modo di dire, ha tirato una bestemmia continuando scioltamente il discorso.

Rimanendo legato al calendario, che ricorda per l’11 luglio la festa di san Benedetto patrono d’Europa, si può osservare che fu proprio dal monachesimo da cui ha preso l’ispirazione la nostra civiltà, che ci sono stati trasmessi alcuni criteri che fungono da antidoto al degrado sociale e che si possono tradurre in tre parole messe insieme da Agostino di Ippona, un africano morto nel 430: ordo, pondus et mensura, ordine, peso e misura, da applicare ad ogni attività umana. Con questi criteri sono state fatte innumerevoli opere che formano la ricchezza del nostro patrimonio di arte.

Dovremmo fare dei monumenti all’artigiano anonimo che ha creato veri capolavori e gioielli senza preoccuparsi di firmare e spesso neppure di farsi pagare. Il gusto dell’opera perfetta, fatta a regola d’arte, era l’unico vanto. L’ultima battuta che ho avuto modo di sentire stasera è stata questa: “essere o non essere, questa è la questione”: si dovrebbe trasformare in “essere o non essere come ti pare”. Pirandello direbbe: “Cosi è se vi pare”. Purtroppo.

AUTORE: Elio Bromuri