La clarissa madre Biviglia “Giusto tra le Nazioni”

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Biviglia 1934Martedì 10 dicembre 2013, presso la sede comunale di Foligno, avrà luogo una solenne cerimonia per il conferimento del titolo di “Giusto tra le nazioni” a Suor Maria Giuseppina Biviglia, madre abbadessa del monastero di clausura delle suore clarisse di S. Quirico in Assisi, che durante l’occupazione tedesca della città, e precisamente dall’ottobre 1943 al giugno 1944, accolse e protesse clandestinamente alcuni ebrei e altre vittime della persecuzione nazi-fascista.

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Oltre a qualche decina di ebrei, anche altri rifugiati clandestini in Assisi riuscirono a munirsi di documenti falsi per non essere riconosciuti dai nazi-fascisti.
Alcuni di costoro avevano trovato rifugio presso il monastero di clausura di S. Quirico grazie all’intervento di mons. Giuseppe Placido Nicolini, vescovo della Diocesi serafica, al quale quei perseguitati si erano fiduciosamente rivolti.
Il giornale “La Riscossa”, organo del movimento fascista repubblicano di Perugia, in data 25 marzo 1944 pubblicava un breve articolo la cui importanza risultava evidente dal titolo su tre colonne: «La cattura del col. Gay dell’Armata Caracciolo, di un disertore, di due slavi e di altri due italiani muniti di documenti falsi».
Questo il contenuto:

«Nel convento delle clarisse di S. Quirico in Assisi il Nucleo Investigativo della Polizia repubblicana ha tratto in arresto il colonnello di stato maggiore Paolo Gay, già ufficiale «I» della quinta armata al comando del Gen. Caracciolo di Ferroreto, a suo tempo sorpreso in un convento di francescani. Il Gay era fornito di documenti falsi ed il suo nome non risultava nell’apposito registro di P.S. che le monache hanno per l’esercizio della foresteria.

Sono stati, altresì, tratti in arresto quali ospiti dello stesso convento due slavi e due giovani italiani, uno dei quali ufficiale della ex R. Aeronautica. Due di questi individui erano forniti, come il Gay, di falsi documenti di identificazione personale. Inoltre, sempre ad opera del Nucleo Investigativo, nel convento dei frati cappuccini di Monte Malbe, è stato catturato ed arrestato un soldato disertore».

 

Pertanto, cinque dei sei arrestati (tranne il «disertore» catturato nel convento di Monte Malbe) erano stati scovati dalla polizia fascista nel monastero di S. Quirico, dove avevano trovato rifugio varie persone di diversa religione e parte politica, come si legge nella “Cronaca” del monastero, redatta dalla madre abbadessa suor Maria Giuseppina Biviglia:

«Le persone che si rifugiarono da noi, furono, per grazia di Dio, nei nostri riguardi, tutte oneste, rette, buone, e anche religiose, tanto i cattolici quanto gli Ebrei. Venne qualche fascista durante il Governo Badoglio e dopo l’entrata degli Americani; qualche socialista in certi momenti di pericolo, durante la Repubblica sociale. Subito dopo l’8 settembre avemmo ufficiali e soldati del R. Esercito ligi al giuramento costituzionale, e poco più tardi un folto numero di ebrei (era proprio un’arca di Noè).
Un gruppetto di questa gente, ossia gli Ufficiali e gli uomini giovani degli Ebrei (Ebrei di confessione o anche soltanto di razza) rimasero celati nel grande dormitorio dall’arrivo sino all’infausto 27 febbraio del ‘44: invece le famiglie (donne e parenti anziani) erano negli alti ambienti di foresteria, come ospiti privati, come sfollati dalle proprie città per pericoli aerei, ma sotto mentite spoglie. Ogni tanto questa povera gente si spostava: qualcuno andava in altro alloggio, qualche altro veniva a prendere il suo posto; erano misure precauzionali, onde far perdere le loro tracce (sic) in caso di ricerche da parte della Polizia».

 

Come abbiamo detto, gli arresti ebbero luogo il 27 febbraio 1944. Così suor Giuseppina rievoca quei drammatici momenti:

«Il giorno prima, 26, due dei nostri giovani (un croato già evaso da un campo di concentramento della Jugoslavia, e un Ufficiale dell’aviazione Italiana) si erano tolti al loro rifugio per unirsi ad altri due o tre compagni, per una corsa a Perugia in bicicletta, con proposito di ritornare al più presto: ma il viaggio di ritorno fu loro fatale, perché, causa l’accento straniero del giovane croato, tutta la comitiva fu sospetta a certi agenti della R. S. (che cercavano appunto in quei giorni un delinquente croato) e da questi tratto in arresto. Lo stesso giovane, al primo interrogatorio, non seppe schernirsi dal dichiarare il suo luogo di abitazione, il nostro monastero, e perciò il 27 mattina, domenica, gli agenti erano qui per un sopralluogo, dopo di aver fatto circondare da forze il monastero stesso. I funzionari della R. S. entrarono per l’ispezione della Foresteria e poi vollero che mi presentassi alla grata. Dopo un penosissimo colloquio, durante il quale quasi tutta la Comunità si era raccolta in Coro a pregare, mi convenne mostrar loro il dormitorio grande, ossia l’appartato luogo di rifugio degli Ufficiali e dei giovani Ebrei. In quel momento là dentro, c’erano i due fratelli Maionica e il Colonnello Gay che dormivano saporitamente: si ebbe appena il tempo di far entrare in clausura i due fratelli, mentre il Col. Gay affidato alla speranza d’aver libero passaggio tra i Funzionari e gli Agenti, a causa de’ suoi capelli bianchi (infatti essi cercavano solo di stabilire la verità dei fatti denunciati dagli arresti, che riguardavano soltanto la loro persona) credette di poter uscire ma fu invece fermato nell’ortino e coi funzionari condotto al Dormitorio, affinché egli stesso desse informazioni su se stesso, sui suoi compagni e sui motivi della sua presenza in questo luogo. Il Col. dichiarò in seguito l’esser suo.
Va ricordato che fra il settembre ’43 e il febbraio ’44, la nostra pattuglietta di rifugiati, conosciuta l’esistenza della grotta sotterranea con unico ingresso in discesa dall’ortino di Foresteria, l’avevano giudicato un buon luogo di rifugio in un caso estremo, purché si togliessero le tracce (sic) dell’ingresso suaccennato e si aprisse una botola entro la clausura. Con lungo lavoro avevano realizzato il progetto e ciò si mostrò veramente provvidenziale la mattina del febbraio ’44, quando si trattò di salvare almeno i fratelli Maionica, con la loro roba: anzi, la stessa grotta servì da nascondiglio anche a tante cose preziose e care di tutti gli ospiti in quel momento di panico.
Dunque, alla porta tra il Dormitorio e la Clausura, ebbe luogo altro increscioso colloquio tra i Funzionari, il Colonnello e me. Le affrettate misure prese lì per lì per occultare la presenza dei due fratelli non avevano potuto prevedere tutto, ed infatti, oltre il letto del Col. Gay che figurava d’essere il solo rifugiato in quel giorno – dopo l’arresto degli altri – trovarono anche un altro letto caldo, quello che uno dei fratelli aveva appena abbandonato in fretta e in furia […]. Così i funzionari, avendo dovuto aspettare per qualche momento, ebbero la sicurezza che qualcuno, in quel tempo, era fuggito per la clausura ove minacciarono di entrare, progetto non effettuato, perché, dietro la mia parola affermativa – “entrino pure e si accertino da loro” – immaginarono impossibile il fatto che il fuggitivo si fosse trattenuto in clausura, ma solo che attraverso a questa da noi favorito, si fosse dato alla fuga: allora, esasperati, minacciarono di condurmi in prigione; io risposi con una franchezza insolita: “Eccomi pronta; munitevi del permesso, perché son monaca di clausura e non posso abbandonarla senza autorizzazione”. Per grazia di Dio non ne fu nulla. Dio sa quanto mi premeva la sorte di quei due poveri giovani, quanto tremavo anche per il Monastero e con quale intimo spasimo cercassi di mostrarmi calma e sicura […]».

La lunga “Cronaca” così continua:

«Come detto, nello stesso giorno tutti i nostri ospiti straordinari sparirono, o meglio cambiarono alloggio: quanto ai fratelli Maionica, rimasero tutto il giorno a patire freddo nella Grotta che si era mostrata così provvida all’atto pratico, col buio della sera uscirono con le loro valigie e, accompagnati dal Guardiano di S. Damiano (ch’era allora Padre Rufino Niccacci, sic) se ne andarono in un altro alloggio. Quanto invece agli arrestati, ebbero a soffrire parecchi mesi di prigionia, addolcita peraltro dalla presenza delle Suore delle Carceri, essendo stati posti in quello ch’era il reparto femminile, alle dipendenze delle Suore appunto. In tempi diversi uscirono tutti, grazie a Dio, sani e salvi. E tutti serbarono amicizia e riconoscenza anche verso il nostro Monastero e verso tutte le persone che li avevano aiutati. La Domenica appresso dell’interrogatorio, cioè il giorno 5 marzo, io ne subii un altro da parte del Vice Questore di Perugia d’un Brigadiere e del Commissario di Polizia di Assisi, per la stesura del Verbale relativo agli arrestati: colloquio come il primo, assai increscioso. E poi non ebbi più noie».

Dopo quegli avvenimenti, tutti coloro che avevano ricevuto generosa e rischiosa ospitalità nel monastero di S. Quirico «serbarono amicizia e riconoscenza» verso il monastero, come testimoniano queste due lettere, posteriori di circa quarant’anni rispetto agli aventi narrati, inviate alla madre abbadessa di S. Quirico da Paolo Gay, colonnello di artiglieria del Ministero della Guerra.

La prima, datata Torino 5 gennaio 1982, è del seguente tenore:

«Grazie a Lei, Rev.ma madre Abbadessa e alle Rev.de Consorelle Sue per il prezioso dono che mi hanno inviato. Esso mi venne recapitato alla vigilia del S. Natale e formò oggetto delle mie letture per il periodo delle sante Feste, suscitando in me ondate di ricordi seguite da altrettante ondate di commozione profonda.
Credevo di conoscere tutto della instancabile e tanto benemerita attività del compianto P. Rufino a pro dei profughi, degli sbandati e dei perseguitati durante il periodo clandestino, in ciò generosamente coadiuvato dalla intera comunità di S. Quirico sotto la saggia e avveduta guida della Rev.ma Madre Abbadessa sr. Giuseppina Beviglia, sic). Ignoravo invece i molteplici episodi, talora veramente drammatici dei quali Egli fu eroe, come ad esempio la spedizione in Abruzzo; i suoi contatti con S. Eminenza il cardinale Dalla Costa per i bisognosi della Toscana; i Suoi incontri e scontri con il capitano delle S.S. Von den Welde che lo trattenne in carcere a Bastia torturandolo per alcuni giorni – senza acqua e cibo – per carpigli i segreti dell’organizzazione sorta in Assisi e della quale era a capo. Egli, degno epigono di tutte le virtù di S. Francesco, per umiltà, non amava parlare di sé.
Per connessione di idee sono portato a pensare che anche la rev. Madre Giuseppina Beviglia (della quale conservo sempre un ricordo meraviglioso e ammirato) può essere considerata degna epigona di s. Chiara, la gloriosa e coraggiosa fondatrice del Vostro Ordine.
E sono lieto di aver potuto leggere nel libro donatomi che anch’essa ha ricevuto dai Suoi beneficati ora in Israele una medaglia a titolo di riconoscenza.
Mentre rinnovo i miei ringraziamenti più cordiali porgo Loro i saluti di mia moglie unitamente alla mia indefettibile gratitudine.
Paolo Gay

P.S. a parte ho spedito un modesto obolo a mezzo vaglia postale, che nella mia intenzione dovrebbe servire per il Culto della Loro Suggestiva Cappella, fra cui quello di farvi celebrare in essa una S. Messa (letta) in suffragio dell’Anima di P. Rufino quando Ella, Rev.da Madre, crederà più opportuno.
Devotamente, Paolo Gay».

 

In un’altra missiva del “Lunedì dell’Angelo 1982”, il col. Gay così scriveva:

«Rev.ma Madre Abbadessa, nel godere che sia cessato l’affanno della intera Sua Comunità allarmata per la salute contemporanea di ben due Reverende Consorelle (che voglio augurarmi siano già guarite e ritornate al monastero) Le manifesto la mia grande soddisfazione per il modo felicissimo con il quale si sono svolte – in Assisi – le cerimonie delle “Giornate degli Ebrei Italiani” con esaltazione, meritatissima, del Suo Monastero!
Su esse mi ha già adeguatamente riferito la gent.ma Signora Hella Kropf, con scritto e bellissime fotografie, che terrò assai care, soprattutto quelle con effigi della indimenticabile coraggiosa Madre Giuseppina Beviglia e di Suor Alfonsina sempre sorridente e serena, come già in quei giorni, non certo lieti, nei quali l’ho conosciuta».

 

Nella lettera precedente, il col.Gay nominava la sig.ra Hella Kropf, moglie di uno dei due “slavi” arrestati nel monastero di S. Quirico il 27 febbraio 1944, Giorgio Kropf, che si spacciava, con documenti falsi, per “Giorgio Cianura”, del cui arresto, avvenuto con gli altri tre ‘ospiti’ del monastero di S. Quirico, si ha ampia notizia da una comunicazione “riservata” dell’Ufficio Provinciale di Perugia della Polizia Repubblicana, inviata alla Questura di Assisi in data 29 febbraio 1944, che così inizia:

«Il giorno 26 corr., alle ore 16 circa un militare dell’ufficio scrivente, insospettito dal loro atteggiamento invitava in ufficio per l’opportuno riconoscimento quattro giovani in possesso di documenti che avrebbero dovuto farli conoscere per: I) Macri Paolo fu Eugenio; II) Facco Bruno di Angelo; III) Podda Antonio fu Giuseppe; iv) Cianura Giorgio di Cosimo ecc.».

 

Circa un mese dopo la liberazione di Assisi da parte alleata, avvenuta il 17 giugno 1944, il segretario capo del Comune avv. Mario Vannini rilasciava il seguente attestato sul conto di Giorgio Kropf, alias Giorgio Cianura: «Si attesta che il Sig. Giorgio Cianura (Giorgio Kropf) – già interprete presso il Comando Tedesco 1018 (alimentazione) – dal 12 maggio al 16 Giugno c.a., nel periodo cioè che ha prestato servizio presso la sezione di Assisi del Comando stesso, si è comportato in modo da favorire, nel limite del possibile, gli interessi della città […]. Il secondo slavo arrestato, di cui si parla nel precedente documento compariva sotto il falso nome di «Macri Paolo», ma in realtà si trattava di Paolo Jotza. Il terzo, dal nome non falsificato, era tenente della Regia Aeronautica. Anche il quarto («Facco Bruno di Angelo») era uno dei due arrestati «muniti di documenti falsi»; ma non sappiamo di chi effettivamente potesse trattarsi. Gli altri due presenti nel monastero di S. Quirico il giorno 27 febbraio 1944, ma non scoperti perché rifugiatisi nella «grotta sotterranea» dello stesso – come si apprende sempre dalla “Cronaca” – sappiamo che erano i fratelli ebrei Maionica o Majonica, originari di Trieste. Un altro militare, rifugiato e scoperto in S. Quirico, era il tenente Angelo Clerici, che proveniva dalla Regia Marina.

Passate quelle burrascose giornate, alle parole di gratitudine per mons. Nicolini si uniranno quelle per altri protagonisti eroici di quelle giornate, in particolare per Suor Giuseppina Biviglia (folignate, 1897-1991), alla quale – come già a mons. Nicolini, a don Aldo Brunacci, al tipografo assisano Trento Brizi e a p. Rufino Niccacci ofm, il Museo Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito il titolo di “Giusto tra le nazioni”.

Yad-Vashem

AUTORE: Francesco Santucci storico - archivista