L’Amore crocifisso e risorto

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Resurrezione, Pietro Perugino, 1496-1500
Resurrezione, Pietro Perugino, 1496-1500

Madre Speranza nel suo libro La Passione, uno dei suoi testi più meditati e soprattutto sofferti, scrive: “Gesù celebrò la cena legale mangiando l’agnello pasquale arrostito (asado), steso sulla mensa, nel quale vedeva se stesso, steso sulla croce, arso (asado) dal fuoco dell’amore per suo Padre e per gli uomini” (El Pan, 7, 115). Gesù muore vittima del suo amore. Proprio all’inizio della sua Passione, Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” (Mt 26,2). Sarà consegnato per essere crocifisso (paradìdomi: il verbo dìdomi significa donare, paradìdomi significa tradire). Tradito da chi? Ovviamente da Giuda, dai sommi sacerdoti che consegnano Gesù a Pilato, da Pilato che consegna Gesù ai soldati perché sia crocifisso. Questa è la catena umana della morte di Gesù che chiama in causa tutti gli uomini peccatori, compresi noi. Ma se ci fosse solo questo, Gesù sarebbe semplicemente vittima dell’assurda cattiveria umana, e la Storia sfuggirebbe dalle mani del buon Dio. In verità i Vangeli sottolineano una motivazione teologica ben più significativa della Pasqua di Gesù. È espressa in maniera mirabile nelle parole dell’istituzione eucaristica che anticipano e contengono il Mistero pasquale. È Gesù che “si offre” agli uomini mosso da un amore eis télos (fino alla fine, fino al massimo compimento; Gv 13,1 e 19,30). È Gesù che “si consegna” a Giuda, ai sommi sacerdoti, a Pilato, ai soldati, accettando liberamente di entrare nella “sua Ora”. È Lui che decide e dà il via alla Passione. “La mia vita – dice Gesù – nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,18). E si consegna per amore, per rispondere all’estrema cattiveria umana con un amore ancor più grande. In questo modo Gesù porta a compimento il suo amore per l’umanità. La parola “passione” dice sì la sofferenza infinita di Gesù, ma dice soprattutto il suo “appassionato amore” che supera definitivamente la nostra malvagità. Al punto che l’evangelista Giovanni evidenzia il Cristo crocifisso come Re che attira tutti a sé, giudica il mondo, vince definitivamente il maligno e il peccato. Gesù regna sul trono della croce: qui c’è il suo potere regale e tutti “volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,17). Ma c’è di più. È il Padre che “ci consegna” il suo amato Figlio. È il Padre che nella preghiera angosciata di Gesù nell’Orto degli ulivi gli “offre” il calice amaro, e accetta di berlo assieme al Figlio suo per amor nostro. Così tutta l’amarezza di quella bevanda è tolta a noi. Sulla croce si rivela massimamente che Dio è Amore. “Dio (Padre) ha tanto amato il mondo da dare (didomi: donare) il Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto” (Gv 3,16). Gesù offre se stesso in olocausto gradito a Dio, sostituendo tutti i sacrifici antichi “mediante lo Spirito eterno” (Eb 9,14). Lo Spirito è il fuoco dell’Amore che brucia, consuma interamente e fa salire la vittima a Dio. Il fuoco che Gesù è venuto a portare divampa nel battesimo di sangue della morte in croce di Gesù (cf Lc 12,49), e sarà effuso sui discepoli a Pentecoste perché la vita cristiana diventi anch’essa offerta a Dio gradita, come quella di Gesù (cf. Rm 12,1; 15,16). Il popolo della Nuova Alleanza è popolo sacerdotale chiamato a “offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 2,5). Così la festa della Pasqua illumina tutta la nostra vita. “Il Cristo pasquale è l’incarnazione definitiva della misericordia” (Giovanni Paolo II), perciò il Vangelo della gioia e della speranza in ogni situazione è ampiamente confermato. Se pensiamo che le cose non cambieranno, svuotiamo di senso la risurrezione, la seppelliamo “sotto molte scuse” (Papa Francesco, EG, n. 277). Non è possibile annunciare la risurrezione di Gesù “con la faccia da funerale” (n. 10).

AUTORE: † Domenico Cancian, f.a.m. Vescovo di Città di Castello