I licei senza poveri: che direbbe don Milani?

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di Daris Giancarlini

Questa di alcuni licei italiani che in un questionario garantiscono che nelle loro classi non ci sono studenti poveri, disabili o nomadi, allo scopo di attirare utenza ‘selezionata’, è veramente una delle notizie più lunari e fuori contesto che si siano lette o sentite nelle ultime settimane. “La scuola è un ospedale che cura i sani e respinge i malati.

Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”, scrissero i ragazzi di Barbiana nella loro Lettera a una professoressa. Sono passati 50 anni, e nei decenni proprio il mondo della scuola ha dato prova di essere terreno privilegiato di inclusione di chi è meno fortunato o ‘diverso’. E di essere un potente ‘ascensore sociale’ per consentire a chi parte dal fondo della scala sociale di guadagnare posizioni e migliori prospettive di futuro.

Poi che è successo? Sono in molti a dire che l’ascensore sociale si è fermato, e che il comune sentire adesso è orientato a lasciare per strada chi potrebbe ‘disturbare’ la tranquillità dei cosiddetti ‘benestanti’. Perché questo si sostiene nei questionari di alcuni licei italiani: che proprio l’assenza di poveri e diversi ‘favorisce e migliora l’apprendimento’. Certo, la crisi ha fatto scattare tagli alle spese rilevanti per la scuola; e allora escludiamo gli studenti che non se la possono permettere? “La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde” è scritto nella Lettera dei ragazzi di don Milani. Va riletta. A scuola.