Perugia. L’impegno della Caritas di Ponte San Giovanni a favore degli stranieri e delle nuove povertà

Ponte San Giovanni. Le emergenze che deve affrontare la Caritas

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Alcuni dei volontari della Caritas di Ponte San Giovanni
Alcuni dei volontari della Caritas di Ponte San Giovanni

Ponte San Giovanni è un grande quartiere in continua espansione, e alta è la presenza di comunità straniere. I gruppi più numerosi sono africani di diversa nazionalità, albanesi, romeni, sudamericani. Una realtà complessa che, vuoi per mancanza di lavoro, complice non solo la crisi, o per disagi di altra natura, presenta sempre di più delle problematiche.

“Alcuni stranieri hanno abbandonato il nostro Paese tornando in patria – dice Carlo Biccini, uno dei responsabili della Caritas dell’Up ponteggiana. – A volte rimangono le donne da sole, spesso abbandonate, con i loro figli. Ma in difficoltà ci sono anche alcune famiglie italiane, spesso per mancanza di lavoro. Per venire incontro a queste nuove emergenze, da qualche anno abbiamo promosso la raccolta e distribuzione di viveri e vestiario e aperto un Centro d’ascolto. Un’attività che coinvolge una trentina di volontari che a turno si rendono disponibili a collaborare in varie mansioni. In occasione di eventi particolari quali la raccolta alimentare, il pranzo di Natale, la pesca di beneficienza e i mercatini vengono coinvolti anche i ragazzi del Centro giovanile. Poi c’è il doposcuola per gli studenti dalle elementari alle medie. Le richieste di aiuto – aggiunge – vengono soprattutto da famiglie straniere (il 90%), con quattro o cinque figli, che non riescono a pagare l’affitto, il mutuo di casa, le bollette; il restante 10% è rappresentato da italiani. In tutto seguiamo 300 persone appartenenti a 92 nuclei familiari”.

Il 23 aprile, in parrocchia sono state invitate diverse associazioni del territorio, insieme a Comune, Ufficio di cittadinanza, Asl, Croce bianca e l’associazione Alice. “Un’occasione per presentare la nostra attività – prosegue Biccini -, focalizzare insieme se ci sono nuove povertà, ma soprattutto per trovare una linea comune di intervento ed evitare sovrapposizioni. Vorremmo che la gente del territorio venisse a conoscenza di ciò che facciamo, che ci segnalasse eventuali casi di disagio, o manifestasse la volontà di dare una mano. Al momento sembra che non ci siano persone anziane sole. I negozianti del territorio si sono resi disponibili a donarci il cibo in scadenza, ma non abbiamo persone sufficienti che si occupino del ritiro e della gestione. Anche il Centro anziani, avendo a disposizione una cucina, ha dato la sua disponibilità per offrire ogni tanto un pranzo a chi è nel bisogno. Per noi è importante che si inneschi soprattutto un percorso educativo nella comunità. Ci siamo dati un nuovo appuntamento a giugno”.

Due esempi: Centro ascolto e dopo-scuola

Tra le responsabili del Centro di ascolto c’è suor Luigina, una delle tre Pastorelle che aiutano nelle diverse attività la parrocchia guidata da don Gianluca Alunni. “Le persone che vengono da noi – spiega – all’inizio ci chiedono soldi, dei vestiti, qualcosa da mangiare. C’è anche chi viene per avere un lavoro, ma in questo caso non possiamo essere d’aiuto, così li dirigiamo allo Sportello delle Acli aperto una volta alla settimana. Qualcuno viene anche solo per parlare, per essere ascoltato. Due volte al mese distribuiamo un pacco viveri, anche se preferiremmo consegnarli direttamente nelle abitazioni, per conoscere le famiglie più da vicino, ma è molto difficile. A volte diamo dei soldi per pagare le bollette, ma dobbiamo valutare bene le loro richieste perché c’è chi, pur avendo un lavoro, ne approfitta. Ormai, viste le tante richieste, possiamo aiutare solo chi ha veramente bisogno; per questo chiediamo sempre i documenti come lo stato di famiglia, il contratto di affitto, il certificato storico lavorativo di entrambi i coniugi, il certificato di residenza, l’Isee e il Cud. Ogni tanto capitano anche persone senza fissa dimora: dormono alla stazione e poi passano da noi per avere una coperta o il pacco viveri”. Il pomeriggio, dalle 15 alle 16.30 circa, c’è l’attività del dopo-scuola portata avanti con il sostegno di 40 operatori, perlopiù insegnanti in pensione, ma c’è anche qualche genitore. “Seguiamo 87 ragazzi, quasi tutti stranieri (21 le nazionalità) dalle elementari alla terza media, da ottobre fino a marzo” spiega suor Gertrude che insieme a Valentina Nardelli, maestra in pensione, coordina le attività. “Di questi una quarantina frequentano le elementari. Grazie alla collaborazione della scuola siamo sempre in stretto contatto con gli insegnanti, i primi a mandarci i ragazzi. Quello che ci manca è il contatto diretto con le famiglie, per aiutare chi ha maggiori carenze e disagi. Al momento, anche se si stenta a crederlo, ci mancano gli spazi, per cui non è possibile instaurare quel rapporto di ‘1 a 1’ tra studente e insegnante, e spesso i bambini più piccoli stanno insieme ai più grandi. Quello che ci interessa maggiormente – conclude suor Gertrude – è veicolare un messaggio educativo. Per questo, al termine delle lezioni chiediamo loro, a turno, di rimettere in ordine le aule”.

AUTORE: Manuela Acito