L’informazione c’è. E la qualità?

In Umbria l'offerta generata dalla pluralità di media presenti, anche a livello locale, non ha però fatto crescere la domanda di prodotti di comunicazione da parte degli utenti

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Il concetto, abbastanza nuovo, di comunicazione ha superato quello di informazione, comprendendovi ogni forma di trasmissione del pensiero. La globalizzazione è strettamente legata alla comunicazione, nel senso che sono interdipendenti. Il sistema della comunicazione (anche) in Umbria, dagli ultimi tre decenni si è ampliato ed evoluto tecnologicamente producendo un’offerta tecnicamente differenziata e quantitativamente più elevata. Oltre ai quotidiani (locali o nazionali con dorsi locali), ai pochi periodici e al servizio pubblico della Rai, con la fine del monopolio pubblico dell’etere, sono nate una miriade di emittenti radiofoniche e televisive locali. Fenomeno ridimensionatosi col tempo, ma in Umbria ancora ampio, caratterizzato da una primitiva marginalizzazione dell’informazione, ritenuta improduttiva, oggi invece più presente. Senza dimenticare lo sviluppo del digitale terrestre che amplierà ancora l’offerta, mentre si registra l’ingresso della produzione istituzionale informativa web col consiglio regionale che da qualche mese produce e mette in onda Tele Cru e sta lavorando a un più ambizioso progetto televisivo. Nella carta stampata si registra l’ingresso di due nuovi quotidiani locali e di qualche settimanale. Ancora marginale, ma in crescita, l’informazione web. A un aumento dell’offerta, la domanda non sembra essere corrispondentemente cresciuta. Il che porta subito a concludere che il gap sta nella qualità dell’offerta. Non è semplicistico affermare che la crescita dei prodotti offerti non ha visto un aumento della qualità. I giornalisti (anche quelli radiotelevisivi) passano gran parte del loro tempo davanti allo schermo del computer, alla cornetta del telefono o a leggere note d’agenzia. È infatti aumentata l’alimentazione della comunicazione da sempre più efficienti uffici stampa istituzionali e non. Una condizione che ha portato alla omologazione e a un sensibile appiattimento, orizzontale (fra i media) e verticale (verso i lettori o gli ascoltatori) della comunicazione. In questo sistema, l’importante è non ‘bucare’ la notizia e trovare scoop, anche modesti, per catturare nuovi lettori. Lo sport tira sempre, la cronaca nera pure, come gli scandali. Il che porta spesso a dimenticare l’etica, quando non la deontologia. In questa condizione il destinatario della comunicazione è bombardato da una grande quantità di notizie e di prodotti comunicativi generalisti, raramente tematici, spesso ripetitivi e superficiali. Gli approfondimenti e le opinioni sono merce rara, quantomeno episodica, perché richiedono, appunto, tempo e necessità di schierarsi. Le inchieste sono rarissime, a meno che l’oggetto non sia scandalistico. I giornalisti umbri, fra i quali ce ne sono di bravi, non possono o non è consentito loro – salvo rare eccezioni – realizzare inchieste ed esprimere opinioni, dovendo cucinare e impaginare milioni di battute. Da qualche tempo, l’opinione è stata delegata, in alcune realtà, a opinionisti esterni (docenti universitari, ex politici, teologi). Una prima obiezione potrebbe essere che qualitativamente l’offerta si uniforma alla richiesta. Il lettore e l’ascoltatore sono abituati ormai a una comunicazione ‘elementare’. Manca in effetti un’educazione alla comunicazione e al senso critico, ma proprio i media sono mezzi primari di educazione. Il salto di qualità dovrebbe passare innanzi tutto per la produzione di comunicazione tematica con livelli di approfondimento e di stimolo alla discussione. Il settore va poi analizzato nel suo rapido evolversi, monitorato quanto a contenuti e non solo all’audience, il che si rivelerebbe utile per i produttori di comunicazione, quanto per i fruitori. Nel recente passato istituti universitari e organismi istituzionali hanno compiuto analisi non estemporanee; di recente mi pare che questo lavoro sia stato trascurato. Occorre che organismi come il Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom), che è soggetto istituzionale di vigilanza, ma anche di ricerca nel settore, d’intesa con le due Università (i corsi di laurea in Scienze della comunicazione e gli istituti di sociologia) e con gli organismi rappresentativi degli operatori della comunicazione (Ordine dei giornalisti e Associazione stampa umbra) creino o ricreino sinergie per ricercare, studiare e mettere poi in atto azioni all’interno dei media e verso i fruitori per elevare la qualità dell’offerta e far crescere quella della domanda.

AUTORE: Massimo Duranti